minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo del contagio: giorno tre, Germania

Viaggiare con i mezzi pubblici nella metà settentrionale della Francia presenta sempre un problema: per andare in un posto qualsiasi, anche a pochi chilometri ma che non sia sulla stessa direttrice, tocca andare a Parigi e prendere l’altro raggio della ferrovia. L’attrazione della capitale è irresistibile per i binari, mancano le tratte secondarie, i collegamenti. Che poi, non è mica facile girare per centri medio-piccoli a distanza tra loro usando il treno, spesso per fare cento chilometri ne devo prendere tre. La cosa facile è girare per le città grandi, modello Interrail, ma non è quello che voglio ora. Per cui, le opzioni sono due: andare a Nancy, poi scansare il Lussemburgo – ho già dato – e tentare di andare verso Bruxelles evitando Parigi, cosa che pare abbastanza impossibile, oppure valicare il Reno e andare in Germania per infilarmi sulla grande direttrice Monaco-Stoccarda-Francoforte-Colonia, puntando una delle città piccole che vorrei vedere da sempre: Spira (Speyer in lingua locale). Perché se, come è capitato a me, si incappa nella storia di Cinque e Seicento, quando uno dice: «Spira» io rispondo pavlovianamente «Dieta», anche se ho imparato da poco cosa sia davvero la Dieta imperiale. Mai che lo spieghino. Anche di Worms, che è lì vicino, potrei dire lo stesso ma me la tengo per un prossimo giro. Piano di viaggio: ancora freccia dell’Alsazia fino a Strasburgo, poi freccia del Reno fino a Offenburg, poi un miracoloso intercity fino a Karlsruhe e, infine, la freccia della Renania-Palatinato fino a Spira. Centottanta chilometri, quattro treni, un confine nazionale, e delle frecce che tutto sono fuorché frecce, forse nel 1925. Tempo medio di coincidenza: sei minuti. Ora: devi essere sicuro di te stesso se metti così poco tra un treno e l’altro, da noi saremmo nel regno del non possibile ma qui, bravi, ce la fanno. Almeno finora, visto che sto scrivendo dal terzo dei quattro treni.
A Strasburgo constato ancora l’obbligo delle mascherine all’interno dei negozi e dei luoghi chiusi e la libertà all’esterno, l’assoluta mancanza di prove di temperature, mai vista una né qui né in Svizzera, comincio a pensare che sia un’invenzione del tutto italiana. E che, magari, tra qualche mese, possa saltar fuori che il cognato di Fontana produce gli affari per provare la temperatura sulla fronte. Che brutta cosa, parlar male delle persone. Vedremo in Germania. Di sicuro il distanziamento produce gli stessi effetti che da noi, ecco la coda per un ufficio postale in centro città, e sono a malapena le nove. Sarà più difficile d’inverno, se queste condizioni proseguono.

Strasburgo è affascinante, ne conservo un ottimo ricordo: ha il bello di Colmar, i canali e le case a graticcio, e il Parlamento europeo, quindi la vivacità della grande città, una cattedralona gotica che emerge a sorpresa dalle case, è in una zona strepitosa, l’Alsazia, ed è abbastanza al centro per raggiungere comodamente parecchie regioni d’Europa. È tra le cinque città in cui vivrei senza esitazione. Consiglio. A ogni modo, io procedo, saluto e scavallo il Reno.

Appena entrato in Germania, giuro, vedo un cerbiatto in un campo. Lo fanno chiaramente apposta, saranno turchi camuffati. In tutte le stazioni e sui binari le mascherine sono obbligatorie, come sui treni del resto, ma i posti sono liberi, ognuno si siede dove vuole e non è prescritto distanziamento. Viene praticato comunque, sì, ma non è ritenuto necessario. Fuori, invece, quasi tutti senza mascherina e gel a piacimento ma non troppo. Arrivo finalmente a Spira, che mi accoglie con questo volantino promozionale:

Beh, tra tutti gli slogan possibili – «Lebenslust» è la juàdevivr – direi che l’accoglienza è delle migliori. Spira è famosa, oltre che per le Diete, anche per la cattedrale romanica imponente, affacciata sul Reno, nella quale sono stati sepolti numerosi imperatori e consorti. Tra i tanti, c’è anche quell’Enrico che a Canossa andò a chiedere scusa al Papa. Il cielo è notevole e si muove di continuo, mi piace moltissimo.

La novità rispetto alla Francia e alla Svizzera, ma non all’Italia, è che nei bar e nei ristoranti chiedono l’indirizzo e un recapito telefonico per avvertire in caso di contagio. Mmm, eh no, non mi conviene: io poi scrivo «Italia» e «Lombardia» e poi voi crucchi al primo segno di calore venite a prendere me e mi additate come l’untore. E poi mi impalate sulla piazza della cattedrale con la scusa della salute pubblica.

Così, nel primo bar in cui mi reco per la merenda rituale con cappuccino da un litro e torta al Quartzo, sbrigo la questione anagrafica. Aieie Brazorf no, troppo sfacciato, ma ecco qua: Osiris Amanpour, residente a Koronenburg, in Mordovia, e il numero di telefono della sede della Lega a Milano. La distanza regolamentare, infine, qui è di un metro e mezzo dappertutto, una via di mezzo tra i nostri due metri all’esterno e il metro all’interno, il che dimostra come tutta la faccenda sia affrontata con rigore scientifico. Niente temperatura nemmeno in Germania anche se, magari, mi viene il dubbio che qui possano avere i cecchini sui tetti con lo scanner incorporato nel mirino del fucile di precisione. Per risparmiare tempo, efficienza germanica.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo del contagio: giorno due, Francia

Lascio la Svizzera, bella ma scomoda per alcuni motivi: i loro soldi, anche se la cosa è tollerabile dato che ho pagato persino il bagno in stazione con carta di credito e, quindi, si potrebbe vivere qui una vita intera senza mai avere della carta moneta loro; le sciocche prese elettriche, diverse da ogni altra al mondo, che se si spinge caricano lo stesso ma resta il dubbio di stare un filino forzando le cose; l’assenza di roaming, cioè lo dico meglio: il costo del roaming, cosa che almeno nel mio caso conta parecchio, per questioni di mappe, informazioni, acquisto biglietti, prenotazioni e minidiario, appunto. Scavallo in Francia, attraverso l’Alsazia (che goduria dirlo senza la Lorena) verso Colmar. Mi sa che in Franzosia la faccenda covid sarà più sentita.
Per andare in Francia basta camminare fino alla periferia di Basilea, tanto il confine è vicino. Prendo il treno più brutto del mondo, sarà la freccia dell’Alsazia, sembra i nostri regionali di Italia 90, il Rock, il Vivalto o il Thello, tutti mostruosi, chissà perché.

Un vecchio interregionale dei nostri colorato fuori e lasciato come allora dentro. Sarà un caso e non voglio trarne alcun tipo di deduzione, ma il treno non è svizzero, bensì francese e ahimè, ahinoi, ha l’aria condizionata rotta. Da trenitaliota, vorrei trarne un qualche tipo di soddisfazione però viene subito uno a scusarsi e gentilmente ci invita a usare una qualsiasi altra carrozza. Passiamo la frontiera, ora è Francia, quella meraviglia dell’Alsazia, colline, viti, fiumi e pianura, da qui a Treviri è una meraviglia. Riguadagno la possibilità di collegarmi con il telefono ed è davvero un’altra cosa, è finito il black out. In treno, tutti hanno la mascherina anche se a dirla tutta i ragazzi tendono ad averla più lasca, come da noi, ma i posti non sono distanziati, ci si siede dove si vuole. Arrivo in stazione a Colmar e, appena fuori, via tutti, niente mascherine. Non ci sono particolari avvisi, nei luoghi chiusi la mascherina si usa e nei negozi, nei quali le persone toccano la merce, è obbligatorio il gel disinfettante prima di entrare. Se poi uno desidera di gel ce n’è anche fuori. Ma all’aperto, liberi.

Non mi dilungherò mai abbastanza su quanto le stazioni ferroviarie siano i posti più utili per i viaggiatori come me. Si trova tutto ciò che serve: biglietti ovviamente, cibo, riparo e panchine in caso di attesa, cartoleria, libri e cartine, cartoline e francobolli, oltre alle cassette postali, in alcune addirittura dell’abbigliamento di emergenza, che so? kway, calze o magliette, insomma il paradiso del viaggiatore. Grazie, stazioni. Prendo una colorata insalata greca confezionata da una certa Betty Bossi, niente ha senso, da consumare al parco. E ora, Colmar. La città è nota, oltre che per un quartiere caratteristico chiamato «la piccola Venezia», perché ricco di piccoli canalini, per le case medievali a graticcio, moltissime, per essere la patria di Bartholdi, lo scultore della statua della libertà – per omaggiarlo ne hanno piazzato una copia più piccola e orrenda in uno spartitraffico, ne ho parlato qui – e, infine, per l’Altare di Issenheim. La Colmar che fa abbigliamento sportivo da noi non c’entra nulla.
Salto la statua della libertà e vado al museo Unterlinden per vedere l’Altare. Nel museo sono molto ligi, mascherine, gel e un percorso a senso unico che conduce per le sale senza possibilità di svagarsi o tornare indietro. Bisogna seguire le frecce e prendere alcuni ascensori, cui sono stati tolti i pulsanti per i piani proibiti. Anche da noi è così, più o meno. La misurazione della temperatura, finora, è prerogativa del tutto italiana. Brevemente, l’Altare di Matthias Grünewald è una pala d’altare del primo Cinquecento ed è detto macchina perché ha numerose opere sui lati in modo da poter essere configurato, girando i pannelli, a seconda del momento della liturgia dell’anno. Tra esse, c’è la crocifissione più drammatica della storia dell’arte e un clamoroso pannello delle tentazioni, che a me piace di più. Mentre per i nostri del periodo, dico Raffaello per dirne uno, la rappresentazione perfetta dell’anatomia umana era un fattore imprescindibile, a Grünewald non importa assolutamente niente, punta alla drammaticità della scena.

Al bar, al ristorante e nei luoghi pubblici non c’è alcun distanziamento, men che meno pannelli separatori sui tavoli, le persone stanno insieme in modo del tutto normale. Stessa cosa nei parchi e, in generale, all’aperto. Ciò mi conferma che la strizza (trad.: paura) che ci siamo presi noi in Lombardia è un caso isolato o quasi, nessuno qua fuori pare aver vissuto la stessa cosa e, per quanto posso vedere, avere un atteggiamento timoroso come molti di noi ancora hanno. È comprensibile, se hanno avuto meno problemi è giusto che si comportino di conseguenza. Certo, se già normalmente ho l’impressione che in Francia e Germania abbiano una qualità della vita migliore della nostra, adesso in tempo di pandemia la cosa mi pare ancora più evidente. Ma, dal mio piccolissimo punto di vista, posso dire ben poco di tutto il resto, ospedali, scuole, RSA, lavoro e così via. Per quel poco che vedo, non ci sono negozi chiusi o vuoti, non mi pare ci siano così tanti cartelli «affittasi» o «vendesi» come da noi, però dai due musei che ho visto e dal passeggio in città posso dire che anche da loro i turisti sono pochini. Ho sentito qualche tedesco a Basilea e qualche olandese a Colmar ma nell’ordine delle decine, paiono città normali e non città in alta stagione, soprattutto Colmar, di solito ad altissima intensità turistica. Niente pullman, per capirci. Domani mi muovo verso nord, stasera penso al dove e al come.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo del contagio: giorno uno, Svizzera

Si può fareeee. Ce l’ho fatta, sono fuori. È possibile valicare il confine, la coppola, lo scacciapensieri, l’asinello e il carretto con le nappine sono serviti, non se ne sono accorti e sono nella Svizzera verde. A parte la temperatura misurata con lo scanner un tanto al chilo in stazione Centrale a Milano, nessun controllo. A Domodossola due vivaci poliziotte con giubbetto antiproiettile mi hanno semplicemente chiesto se avessi nulla da dichiarare (aggiunta spontanea: carne, alcoolici… ma che? Niente più soldi?) e via, nonostante l’evidente confine con la Lombardia. Ahah, non mi riporterete indietro. In treno la mascherina è obbligatoria e devo dirlo, dando inizio a un tormentone ricorrente di questo minidiario, temo: non solo tutti la indossano ma nessuno in modo men che corretto. Niente naso fuori, sul mento, dietro la testa, appesa all’orecchio, niente. Respirano tutti bene. Su la mascherina e basta, poche storie, avranno una conformazione dell’apparato respiratorio diversa dalla nostra. Bene, la solita umiliazione degli italiani all’estero, oltre al fatto, come sempre, che nessuno telefona e se lo fa esce dallo scompartimento o lo fa rapidamente e a bassa voce. Però, bisogna dirlo, al di là della frontiera il cielo è più velato, non azzurrissimo come questo giovedì italiano, se ne deve tenere conto. E poi come si mangia in Italia, perdio.
Dopo un lago Maggiore splendente di luce riflessa, con le isole Borromee addirittura scandalose per amenità, attraverso la Svizzera, affiancando a un certo punto il treno per Zermatt e il Cervino, bello rosso che fa subito plastico ferroviario, punto il confine francese ma mi fermo a Basilea, voglio vedere com’è e così domani come prima cosa scavallo. Non c’è, devo dire, alcuna sensazione di emergenza, l’unico segnale tangibile al valico è stato un sms in tema covid-19 che raccomanda di seguire le indicazioni dell’Ufficio federale della Sanità pubblica, nient’altro. Nemmeno il solito messaggio di benvenuto dal nuovo gestore telefonico. Tutto molto tranquillizzante.
E così ancor di più appena arrivo a Basilea. Stento a capire, alcuni hanno la mascherina, altri no, sia all’aperto che al chiuso. Poi, dopo un po’, capisco che è a piacimento. Se uno desidera, mette, altrimenti non rientra nelle raccomandazioni sanitarie in senso stretto (distanza, disinfezione, sputazzi nel gomito). Ma nemmeno nei posti chiusi, il che è strabiliante per me, abituato agli ultimi mesi. Capita così che si veda gente in bicicletta con la mascherina che la toglie per entrare in un negozio, oppure novantenni senza e tredicenni con. Vado al Kunstmuseum, dato che ci sono una gran quantità di Holbein e Cranach che voglio vedere, oltre a un paio di Otto Dix sensazionali, per capire come funziona nei musei.

Visto? Niente prescrizione per la mascherina. Ma mentre l’addetto mi mostra la mappa del museo e mi dice iu can co apzterz io non ascolto più e penso amico, tu sei davvero troppo troppo vicino, dalle mie parti adesso saresti arrestato, disinfestato, rinchiuso e «Immuni» avrebbe cominciato a suonare. Mi sento persino un po’ a disagio a non avere la mascherina al chiuso, come mi sentivo a disagio ad averla nei primi tempi. Come ci si educa, no? Dura poco, la metto in tasca e poi è proprio bello non averla. Raccomandano distanza sui sedili, sui treni per esempio vendono un biglietto sì e uno no, come da noi, ma non sentono il bisogno di attaccare adesivoni e appendere cartelli sui posti non utilizzabili, dato che si procede a prenotazione. Ogni sportello, che sia museo, biglietteria, albergo o cassa, ha la separazione in plexiglas, la mattina presto passano a disinfettare panchine e fontane nei parchi ma mi pare che, grossomodo, finisca qui. E tutto è abbastanza sereno. Vado a salutare Erasmo da Rotterdam nella cattedrale e a vedere il museo Vitra almeno da fuori.

Erano quattro mesi che desideravo scorrazzare per quel meraviglioso là fuori che è il mondo, che – pare difficile a credersi – esiste anche quando non lo visito o sono rinchiuso in casa per pandemia, Finalmente ci sono: prati, musei, montagne, capre, città e paesi, persone, nuvole, fiumi, auto e aerei, tombe, supermercati, boschi, villette, condomini, panini, lattine, sandali con le calze, piste ciclabili, la grazia e la bellezza, la gentilezza e la brutalità, l’interesse e il disinteresse, il desiderio e la povertà, c’è tutto e non potrebbe essere meglio. Grazie a dio adesso si può, come sembrano lontani quei giorni in cui ci si parlava attraverso le porte e, allo stesso tempo, come pare lungo e faticoso questo periodo. Incredibile pensare siano solo mesi o settimane. Ora è il momento di godere di tutto ciò che si riesce a ottenere di nuovo. Dice Guccini che la gente dopo la guerra aveva una voglia di ballare che faceva luce, fatte le debite proporzioni e con la cautela del caso, anche ora è tempo di ballare, almeno un po’.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo del contagio: giorno zero

La parte migliore è sedersi al tavolo e inventare il viaggio. Ma dalla fine di febbraio io so dove voglio andare e l’avevo detto nel minidiario dei giorni del lockdown: vado a dare un’occhiata in qualche pezzetto d’Europa, per vedere come stanno là. Avranno le mascherine? Misureranno la temperatura? Potrò abbracciarli? Sputare? Pochi giorni, stavolta, per farmi un’idea, poi ad agosto starò in giro di più. Anche per capire dove prendono i lombardi e dove no. Già, da dove posso uscire? Austria? Svizzera? Francia? Con che confiniamo, poi, oltre a produrre legname ed esportare prodotti agricoli? Consulto il sito di riferimento, re-open EU. Bene la Francia, verde, tutte le altre gialle, restringono. Mmm. La Svizzera richiede quarantena per chi proviene da zone altamente contagiose e intuisco subito di essere spacciato. E invece no, elencano le isole Turks e Caicos, ah certo come no?, la Macedonia del Nord, la Svezia e così via. Nemmeno l’Ucraina. Sono salvo. L’Austria pone limitazioni a chiunque si muova da paesi non-EU, sono salvo anche qui. Non è citata la Lombardia, fiuu. La Slovenia dice qualcosa su «Datum zadnje posodobitve» ma, tanto, non voglio passare di lì. Bene, il piano di fuga comincia a prendere forma, ora sono affari vostri, europei.

Dove, ora? Consulto la mia mappetta dei luoghi che voglio visitare, sono abbastanza distribuiti in Europa. Ma se voglio condurre un’indagine sulla situazione devo visitare il maggior numero possibile di paesi europei in pochi giorni, così da avere una panoramica attendibile. E devo farlo con mezzi terrestri, treni, autobus, stazioni, fermate, biglietterie, in modo da avere più elementi. Devo ragionare sui confini. Mappa. Il Reno è un buon inizio, attraversando un ponte posso vedere Francia e Germania. E Svizzera, per arrivarci. Bene. Poi potrei deviare verso nord, sfiorare la Mosella e puntare su, magari verso Belgio e Paesi Bassi, così da poterli andare a insultare di persona per come ci hanno trattato durante il lockdown. E così sarebbero cinque, mica male. Considerando poi che dovrei avere sì e no sette giorni è un’impresa quasi al limite. Però i Paesi Bassi sono gialli, essi limitano, serve una prenotazione per un albergo per entrare e non essere svedesi o portoghesi. Si può fare. Ci provo, non garantisco, magari finisco in quarantena a Chiasso.

La borsa. Preparo sette mascherine, un paio di ffp2, qualche guanto, chissà, quelle sanitarie le spillo agli angoli perché si romperanno di certo. Chissà se serviranno, sarebbe bello che no. Mi misuro la febbre, per sicurezza, non vorrei essere fermato a Milano Centrale con le pive nel sacco, ho 34,4°. Ottimo, l’importante è non avere più di trentasetteccinque, se sono già morto in ipotermia non importa. Che altro? Le cose della sanificazione, il gel e qualsiasi altra cosa, le troverò là e sarà comunque occasione di socializzazione, seppur pandemica. Non voglio informarmi più di tanto su come butta là fuori, voglio vedere. La pasticca di cianuro nel molare è sempre lì, pronta. L’opinel per togliere le sanguisughe pure, il siero antimalarico è scaduto ma tanto è tardi, il sasso con dentro la fotocamera è già nello zaino. Dimenticavo la cosa più importante: la carta di identità falsa con residenza in Molise, ora nessuno mi fermerà. Prendo anche il sombrero largo due metri per il distanziamento? No, eccessivo, forse. Prenderò un cappellone bavarese, alla bisogna. Compro un biglietto per il treno fino a Basilea, poi vedrò di giorno in giorno. Ci sono. Domani mattina vado, ci sentiamo qui nei prossimi giorni. Che Gallera mi protegga.


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le allegre nonché inutili guide turistiche di trivigante: tre tentativi di indipendenza tra Solferino e san Martino

Oggi è il 24 giugno e quale giorno migliore per tornare sempre al 24 giugno ma del 1859? Nessuno, ovvio. Il momento in realtà sono tre, 1848, 1859 e 1866, ma i luoghi sono sempre quelli: i luoghi delle tre guerre di indipendenza. Il nemico? Sempre loro, l’impero austroungarico. Noi, prima con la casacca piemontese nelle prime due e, poi, con quella italiana nell’ultima. Ma il problema era sempre quello: spingere verso oriente il confine, sia che fosse al Ticino, prima, o al Mincio, poi. E ora attenzione, rivelo il finale: una vinta e due perse. Quella vinta un po’ è perché con noi c’erano i francesi, tocca ammetterlo anche se poi a Roma ci crearono un sacco di problemi, una di quelle perse è andata comunque bene perché la Prussia vinse per noi, permettendoci di guadagnare terreno. Il resto è indecisione, ripensamenti, inazione, intempestività, timore, banderuolismo, tutta roba nostra. Ma ne parliamo dopo.

La zona è il basso Garda o l’alto mantovano, a seconda del punto di vista, ovvero le colline moreniche del Garda, la parte a colori nella mappa qui sotto. Tra Castiglione delle Stiviere e Valeggio sul Mincio, Peschiera e Volta mantovana, si alternano pianura pianurosa come un tavolo da biliardo e rilievi dolcissimi e vari, verdi, alberati e coltivati. Vale la pena di dirlo: una fascia di territorio di grande bellezza, che varrebbe la pena girare a prescindere da quanto dirò tra poco. Piena zeppo di castelletti scaligeri, borghi e borghetti di buon fascino, cascine e agriturismi, cantine e ristoranti, buoni e pacchiani, e un bellissimo fiume, il Mincio.

Il filo conduttore per un giro in zona, se ne servisse uno, potrebbe ovviamente essere il Risorgimento, anzi più circoscritto: le tre guerre di indipendenza. Lungi da me farne qui una storia, di tutto il Risorgimento a me piacciono i Garibaldi e i Pisacane, i mille e la guerriglia contro i barbogi viennesi, mica i Carlo Alberto che tentennavano, per cui rimando alla guida perfetta per questo: le tre guerre raccontate da Alessandro Barbero. Ho già parlato delle lezioni di storia del professore e dell’ascoltarsele in versione audio, quindi rimando di là, per questa gita il bello è che vi mettete su il podcast, auto o cuffie o telefono, e se siete bravi sarete nei posti precisi quando lui ne parla. O quasi, perché a Custoza toccherebbe tornare due volte ma, insomma, si fa del proprio meglio. Se poi riusciste a farlo non dico il 24 giugno come ho fatto io ma almeno in stagione cogliereste alcuni aspetti importanti. Il caldo, per esempio, notevole per me in camicia, in un giugno bellissimo e con del turismo da fare, figuriamoci per dei soldati vestiti di panno pesante, senza alcuna nozione di igiene personale, in giro per settimane a far la guerra. Morivano di sincope, ben prima di arrivare al campo di battaglia. Eccolo il campo, ho fatto una comoda mappetta con qualche posto che suggerisco. Non stupiscano le dimensioni, si trattava di eserciti ottocenteschi, centinaia di migliaia di persone spesso disorganizzate su fronti lunghi anche settanta chilometri, che ci mettevano giorni e giorni per passare un fiume. L’abilità dei generali era raggruppare l’esercito in tempi brevi dove serviva e noi i generali bravi non li avevamo. Oddio, uno c’era, ma nel ’48 lo lasciarono a casa perché troppo di sinistra, e nelle altre due, pentiti ma fino a un certo punto, lo spedirono verso Trento perché bravo sì ma non tra i piedi.

Solferino, citato fino a non poco tempo fa sempre nella locuzione «San Martino e Solferino», proprio per via della battaglia, è un bel paesello su un colle, con un castello gonzaghesco che oggi è la piazza principale, e la famosa rocca, la «Spia d’Italia» per la retorica risorgimentale, perché stava sul confine fino al 1866. Come molti paesi coinvolti nelle guerre di indipendenza, come San Martino, Custoza e così via, ha un sontuoso ossario, nel quale, con gusto barocco e cappuccino, i resti sono disposti per tipologia, crani con crani, tibie con tibie. Considerando che la battaglia di «San Martino e Solferino», appunto, durò un solo giorno, da mattina a sera, e contò circa quarantamila morti, più i cavalli, i muli e tutto il resto, è facile immaginare la portata di tutta la faccenda.

C’è anche scritto «non toccare», evidentemente era un problema. A Solferino consiglio di arrivarci da Castiglione delle Stiviere per poi proseguire fino a Valeggio sul Mincio. Belle colline, meno abitate del resto della zona, scorci notevoli. A Valeggio uno dei passaggi obbligati del fiume, il ponte visconteo fortificato trecentesco, enorme, impressionante, basti dire i seicentocinquanta metri di lunghezza e i ventuno di altezza. A Valeggio, poi ci sono i tortellini ed è un ottimo punto per fermarsi a mangiare, ogni posto è buono a patto dei tortellini. Di carne quelli tipici, piccoletti buoni per l’umido e il secco. Il fiume è molto bello e vale la pena, avendo tempo e occasione, costeggiarlo a piedi o in bici verso nord.

Passato il colle di Valeggio, avanti verso il colle di Custoza. Ha proprio ragione Barbero, le guerre fino al nostro secolo erano condizionate dalla geografia, perché fiumi e montagne costituivano degli ostacoli considerevoli. Era, quindi, naturale che una volta passato il Mincio da ovest verso est le battaglie sarebbero avvenute a Custoza. Oddio, Custoza, il riferimento è generico, si intende la piana intorno a Custoza; ed è proprio lì che perdemmo non una ma due volte contro gli austriaci: una prima volta il 25 luglio 1848 contro le truppe del maledetto generale Radetzky e il 24 giugno (ancora!) 1866 contro l’esercito guidato dall’Arciduca Alberto d’Asburgo-Teschen. Per gli amanti delle frittole di De Amicis, è a Custoza che il tamburino sardo corse giù dalle colline per chiamare i rinforzi.

Su una collina morenica isolata, Custoza offre gran vista, un ossario non inferiore a Solferino, una grande villa veneta con viale alberato prospettico, il memorabile bianco di Custoza, bello freddo d’estate, e un broccoletto tipico di qui, mai sentito ma che pare sia gran specialità. Scendere verso Monzambano, altro passaggio del fiume, è un attimo, ed è bello, grandicello e placido. Il ponte storico fu fatto saltare dagli austriaci in retrocessione il 9 aprile 1848, inseguiti dalle truppe del generale Breglia i cui genieri riuscirono a ristabilire il passaggio in breve tempo. Durante la terza guerra, invece, furono gli italiani del generale Pianell a difendere il ponte vittoriosamente lo stesso giorno della sconfitta di Custoza, andava così, un po’ vinte e un po’ perse. Ci sarà stato pure qualche ragazzo del novantanove di allora che nel ’48 aveva diciotto anni e che se le è fatte tutte e tre, le guerre? Fortunato perché vivo e sfortunato perché giovane?

Da Monzambano a Peschiera del Garda sono meno di sei chilometri e la visita alla cittadina fortificata del quadrilatero austriaco (le altre erano Verona, Mantova e Legnago) è abbastanza d’obbligo. Per chi lo ricorda, se noi facevamo i renitenti alla leva venivamo mandati al carcere militare di Peschiera, non credo sia più così, o all’ospedale militare, sempre lì, per degenze prolungate. Ed è ovvio, è pieno di caserme, istituite prima per le guarnigioni della Repubblica di Venezia e per gli austriaci poi e, infine, per gli italiani. Belle le mura a spiovere nell’acqua e le due isole che costituiscono il centro abitato, oltre alla vista ampia sul Garda e il monte Baldo sullo sfondo.

Altri sei chilometri per la tappa finale di questo piccolo giro, San Martino della battaglia, appunto. Altra collina da cui guidare gli eserciti, una torre costruita dopo per celebrare la vittoria contro gli austriaci del 1859, una manciata di cascine storiche sparse attorno, luoghi anch’esse dello scontro con tanto di cronologia ora per ora della giornata, un ossario sempre nello stesso stile, accatastamento di ossa per tipo.

Alla fine, le tracce del Risorgimento, della Storia e della storia si trovano un po’ dappertutto, ogni paesello ha un cippetto, numerose lapidi, statue memorande, e anche dove meno uno se l’aspetta (o si sarebbe aspettato lui, quando pensava a un «nome onorato dalla Patria e dagli Italiani»). Bìra e bagno?

Ah sì, in zona c’è un certo delirio per parchi acquatici e di divertimento ma quelli, a me, interessano nulla. A meno che, appunto, non abbiano dei bei nomi.
Buon giro, dunque, a chi seguirà. E mi raccomando i racconti di Barbero.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 103, la conclusione

A conclusione del minidiario, non perché la pandemia sia finita, tutt’altro, anzi oggi si segna pure un rialzo del numero dei contagiati in Lombardia, oltre che in Cina, senza accennare al disastro-Brasile, bensì perché come già detto è finita la reclusione, o quasi, a conclusione dicevo un piccolo riassunto di alcuni passaggi che hanno caratterizzato questi mesi. Un riassunto, dopo tante parole, per immagini.

1. l’ospedale

Il 24 gennaio le autorità cinesi decisero di costruire un ospedale a Wuhan, dedicato ai malati di covid-19. La cosa che suscitò scalpore da noi fu l’annuncio che l’ospedale sarebbe stato costruito in soli dieci giorni e così fu, consegnato il 2 febbraio. Come avremmo capito dopo, il tempo era fondamentale per contrastare l’avanzare del contagio ma noi, ancora, non lo sapevamo. Perché ai primi di febbraio noi facevamo come molte volte abbiamo fatto in questi anni, tra SARS, aviaria, suina e ogni altra epidemia, abbiamo fatto spallucce e ci siamo detti che tanto da noi non sarebbe potuto accadere. Con gli impliciti del discorso, schifosetto. E invece poi l’ospedale l’abbiamo costruito anche noi, anzi loro, e non uno solo ma ben due, a Milano in Fiera e a Civitanova Marche, con esiti inesistenti.

2. l’infermiera

Poi il coronavirus, come lo chiamavamo allora, arrivò anche da noi. Pensammo fosse una sciocchezza e ci dilettavamo ancora a far battute su Codogno e in un men che non si dica gli ospedali, quelli lombardi e quelli veneti in una prima fase, scoppiarono. Terapie intensive stracolme, pronto soccorso assediati e cintati dall’esercito a respingere le persone spaventate, strutture che dovettero stravolgere i reparti, occupando anche sgabuzzini, cucine e ogni altro locale disponibile per cercare di ricoverare il maggior numero di persone possibile. Poi cominciammo a mandare gente in Germania e nelle altre regioni, almeno i più gravi, per poi arrivare a lasciare le persone a casa e accogliere solo i casi più gravi. Il passo successivo fu, purtroppo, gestire i respiratori secondo criteri di probabilità di sopravvivenza, ovvero favorire i pazienti con maggior possibilità di scamparla. Il personale sanitario, medici, infermieri, operatori, amministrativi, dirigenti, volontari sulle ambulanze, chiunque fosse coinvolto, fu investito da un’ondata senza precedenti, e tutti quanti furono costretti a turni massacranti, scelte tremende e difficilissime, al lavoro senza adeguate protezioni, a curare un’infezione senza averne esperienza. Furono chiamati «eroi», «angeli» e poi, mesi dopo, quando fu il tempo di dare loro contratti dignitosi era troppo tardi, il sostegno era svanito. Puf. L’8 marzo, giornata della donna, fu scattata una fotografia a un’infermiera del Pronto soccorso dell’ospedale di Cremona, crollata per la stanchezza nel corso di un turno massacrante. La foto fece il giro della rete, lei si scusò pure perché mancava un’ora alla fine del turno, spiegò che aveva pianto, diventò il simbolo della situazione drammatica negli ospedali. Due giorni dopo, scoprì pure di essere positiva al contagio, come del resto quasi tutti i lavoratori degli ospedali, cui non facevano i tamponi per non doverli mandare tutti in malattia. Elena Pagliarini, questo il suo nome, poi fu giustamente nominata Cavaliere della Repubblica da Mattarella, per il servizio reso alla comunità.

3. i camion

Il 19 marzo per le vie di Bergamo passò un triste corteo di trenta camion dell’esercito carichi di bare. Nelle settimane in cui nella provincia di Bergamo morivano più di novanta persone al giorno, i cimiteri e le sale crematorie non avevano più spazio. Furono vietate le camere ardenti, i funerali, assistere alle cremazioni, molti se ne andarono da casa in ambulanza e tornarono dentro un’urna e i familiari non seppero nemmeno dove erano stati portati. Lo sapranno in futuro, forse. Le bare, accatastate nelle sale dei cimiteri, furono portate con i camion in Emilia, dove esistevano ancora strutture in grado di accoglierle. Fino a quel momento le persone chiuse in casa cantavano sui balconi, suonavano strumenti, si ripetevano che tutto sarebbe andato bene e no, da quella sera fu chiaro a molti che non sarebbe affatto andata bene. Andava già molto molto male.

4. la fila

La spesa la può fare una persona sola per nucleo familiare, all’entrata verrà provata la temperatura, si dovranno indossare mascherina e guanti, dentro il supermercato potranno stare solo una persona ogni quattro metri quadri, dovrete recarvi nel supermercato più vicino e, comunque, non fuori dal comune di residenza, ma non abbiate paura: il cibo non mancherà. Mancarono fin da subito, invece, i disinfettanti, l’alcool, i guanti monouso, le mascherine, l’acqua in una prima fase, la pasta, in un delirio di accaparramento per fortuna sgonfiatosi in poco. E fu così che noi italiani imparammo a fare la coda. Non durerà ma in quei giorni lo imparammo. La foto di un supermercato di Prato diventò emblematica di una situazione diffusa, le lunghe code per fare la spesa. Cambiarono gli orari, i dipendenti ai banchi, nelle corsie e alle casse si sentivano giustamente esposti, tornarono l’acqua e la pasta e sparirono lievito e farine, anche se non sempre per questioni di accumulo. Tutto sommato, la cosa fu disciplinata, al di là di eventi singoli più che altro nella fase iniziale. Il timore, giustificato, di vedere l’esercito per strada che consegna le razioni non ebbe, fortunatamente, esito.

5. le oche

A Marina di Pietrasanta le oche attraversarono la strada in gruppo, a Venezia apparvero i pesci nei canali e, si dice, un polipo, ovunque volpi, conigli, qualche camoscio, io stesso ho visto una cornacchia e una biscia lottare in mezzo alla strada deserta, e poi i cinghiali a ravanare nella spazzatura, i delfini a Cagliari, i tassi in centro a Firenze, le anatre in piazza di Spagna a Roma, nelle città ricomparvero gli animali. O c’erano sempre stati ma erano sempre stati guardinghi, per non finire stirati sotto le auto. Ora meno, diminuito il caos, il rumore, con l’assenza di persone per strada, si ritrovarono in un habitat meno aggressivo e meno mortale. Con meno inquinamento, pure, nonostante qualcuno si divertisse a sostenere il contrario.

6. la piazza

Il 27 marzo il papa rivolse una preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro con la piazza completamente vuota. La pioggia, i colori della sera di fine marzo, il blu del cielo e il giallo delle luci, il beige del travertino, i riflessi, soprattutto il bianco, unico, della tunica papale, il deserto di una piazza solitamente mai vuota, nemmeno a notte fonda, composero un’immagine perfetta, ben più in là di ogni fervida immaginazione fino a quel punto. Un uomo solo in preghiera per l’umanità preda della pandemia, si può anche non essere sensibili alla cosa ma non si può negare la grandiosa potenza simbolica della situazione. Non un’immagine bella né rassicurante, anzi inquietante per molte ragioni, triste, solitaria, composta però di elementi perfetti che il caso e la regia hanno reso eccezionalmente forte.

7. la fossa

A inizio aprile arrivò il contagio anche negli Stati Uniti. Già si era allargato all’Europa nei giorni precedenti, seppur in ritardo rispetto all’Italia, e si diffuse con velocità a partire da New York, nonostante le improvvide e incaute affermazioni del loro presidente. Nello Stato atlantico i contagi raggiunsero i centosettantamila in pochi giorni e, di conseguenza, i decessi aumentarono rapidamente, fino a raggiungere gli ottomila il dieci di aprile con un ritmo di oltre settecento al giorno, un numero abnorme. Anche lì gli obitori, le camere ardenti, i camion refrigerati non bastarono più, il periodo per reclamare una salma passò da sessanta a quattordici giorni per timore di infezione, per cui il sindaco decise di seppellire i morti a Hart island, l’isola di New York dove da un secolo vengono inumati i corpi non reclamati da nessuno. Le immagini dell’enorme fossa comune suscitarono sensazione in tutto il mondo, in particolare quello cattolico romano, poco abituato al pragmatismo razionale del mondo anglosassone anche in tema di sepolture. Di certo, l’immagine trasmetteva con chiarezza la portata del disastro anche oltre oceano. Poi, da est il contagio si spostò negli stati centrali e a ovest.

8. i generi primari

Negli Stati Uniti, il sopraggiungere del contagio verso gli stati centrali significò immediatamente per centinaia di migliaia di persone la perdita del lavoro e di qualsiasi mezzo di sussistenza, come capita sempre nelle economie iperliberiste in caso di crisi. Lavoratori e lavoratrici che nell’arco di pochi giorni si ritrovarono senza un lavoro e senza alcuna tutela si rivolsero alle cosiddette Food bank, istituzioni filantropiche che distribuiscono da sempre derrate alimentari agli indigenti attraverso le food pantries, una sorta di mense dei poveri. Poiché, però, il timore del contagio e soprattutto l’aumento vertiginoso della richiesta causarono un sovraffollamento pericoloso, fu deciso di distribuire il cibo lasciando le persone in auto, in coda. Significativa fu la fotografia scattata a San Antonio, in Texas, con un enorme parcheggio pieno di auto in attesa, il cibo e i generi primari di sopravvivenza vennero distribuiti da addetti che li posavano direttamente nel baule, seimila auto per ricevere circa cinquecento tonnellate di cibo, due pacchi a testa per circa un mese. Vorrei mettere l’accento sul fatto che non si trattava di poveri, i poveri venivano indirizzati alle mense e di certo non avevano l’auto, bensì di lavoratori messi in crisi dalla pandemia, privati di un lavoro perché le aziende erano in lockdown e privi di risparmi propri, come tipicamente accade negli Stati Uniti, oppure in attesa di assegni di assistenza federale che ci avrebbero messo settimane ad arrivare.

9. i controlli

Pattuglie, droni, moto, quad, cellulari, elicotteri, polizia, guardia di finanza, vigili locali, carabinieri, le forze messe in campo per garantire il rispetto del lockdown sono state ingenti. Per liberare altre risorse, in alcuni comuni lombardi, tra cui Milano, Bergamo e Brescia, fu inviato l’esercito, per svolgere mansioni di controllo quotidiano. Controlli ripetuti, moduli su moduli di autocertificazioni, multe deliberate e ingiustificate, ammende e ramanzine sommimistrate a piacimento, nella prima metà di aprile la pressione sui cittadini fu davvero intensa. Una certa impressione fecero i droni dotati di sirena e faro, incaricati di sorprendere gli atleti in giro a correre, segnalandoli in maniera decisamente spinta. Nei centri abitati il rispetto delle norme fu sicuramente maggiore che in provincia, più abituati a una certa distanza e a consuetudini dure a morire, non c’era giorno in cui non fossero diffuse notizie di multe pittoresche ed evasioni creative, quasi tutte inventate come sempre. Serviva anche quello a ricreare le ore di reclusione. L’immagine dell’uomo che prendeva la tintarella a Rimini, incastrato dal drone e dalla pattuglia di poliziotti in quad, fece anch’essa il giro della rete, sia per la composizione della foto, indubitabilmente bella, sia per lo sforzo profuso, decisamente eccessivo. Sia, va detto, per una certa somiglianza con una scena di Star Wars.

Ne parleremo ancora, magari con frequenza settimanale o giù di lì, perché la situazione è tutt’altro che risolta, ma il minidiario, cominciato più di cento giorni fa, finisce qui. Grazie in particolare al signor F., che mi ha accompagnato con il suo personale e puntuale minidiario ogni giorno (per chi non se ne fosse accorto è il primo commento a ogni post del mio minidiario), con il quale mi sono confrontato e grazie al quale ho avuto una visione simile e diversa di giorno in giorno; grazie poi alla signora T., che ha condiviso qua e là il suo minidiario occasionale, e a tutti quelli che hanno voluto condividere un pensiero in questi mesi di pandemia. Infine, grazie a tutti coloro che hanno letto, non hanno lasciato segno scritto ma mi hanno riferito a voce di avere apprezzato (e, talvolta, riso). Grazie, non è stato sempre facile ma sapere che c’era qualcuno là fuori come me è sempre stato il pensiero più importante.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 101

Speciale Venezia. Dopo cento giorni di proibizione e di pensamento, vado in gita e dove se non nella città che più di tutte, o quasi, ha a che vedere con le pestilenze e i contagi? Venezia, sicuro, la città che inventò i lazzaretti. La città in cui i mercanteggi erano tanti e tali che ogni giorno arrivava un tanghero da Bisanzio o dalle Cicladi o dall’Egitto con una tosse strana e un bubbone di là da venire nell’arco di un paio di giorni. Oltretutto, mi hanno detto, è un bel posto. E allora, treno. E naturalmente il mio amico C., gran conoscitore di Venezia e di cose in generale, che è pure bravissimo a dare una struttura e un perimetro ai miei pensieri occasionali. Gita in compagnia, avanti. Sono persino emozionato all’idea di prendere il treno, lo dico pure la sera prima agli amici, e racconto il viaggio verso Venezia come avrei descritto, più di tre mesi fa, un viaggio intercontinentale. «E il treno? Ci racconterai com’è il treno?» mi chiedono in anticipo gli amici, ma certo, l’esperienza dopo tre mesi di lockdown è talmente lontana e dimenticata che la curiosità è contagiosa. Il viaggio è pazzesco, fa caldo e i corpi sono accatastati nei vagoni con un puzzo orrendo fatto di morte e disinfettante, i controllori hanno i campanelli dei monatti al collo e le maschere a becco dei medici della peste, a ogni stazione ci vengono gettate addosso palate di calce… Ahah, occhei: il treno è occupato per metà, i posti disponibili sono in diagonale, uno sì uno no, con degli adesivoni rossi per avvertire, e Trenitalia con intento di rassicurazione consegna una borsina alla partenza con una lattina (lattina?) di acqua, una bustina con dentro mascherina, guanti (ah, troppo tardi, maledetto OMS che adesso li sconsiglia), gel per le mani e, infine, un poggiatesta monouso. Che non voglio mica prendere il covid-19 dai capelli di qualcun altro. E poi tanto non lo mette nessuno. La mascherina è un assioma per tutto il viaggio, il controllore lo ricorda, ma anche qui c’è chi la tiene e chi un po’ no. Le sbandierate misure di controllo dei biglietti contactless sono effettivamente messe in campo, cioè il biglietto cartaceo o il telefono con biglietto elettronico li tieni in mano tu e il controllore guarda, senza toccare. Ah, la tecnologia. Il vagone bar è chiuso, passa un signore con un carrettino e non grida «Gelati». Là dove non arriva la pestilenza ci arriva Trenitalia: ogni vagone ha una porta per la salita e una per la discesa, per non creare assembramento. Ma la porta da cui dobbiamo salire noi non va e indovina? Saliamo da quella della discesa del vagone a fianco, assembrandoci, scambiandoci fluidi corporei al punto che sembriamo una manifestazione della destra il due giugno. Ogni volta che un treno ferma in stazione muore un epidemiologo. Finalmente, Venezia. Ed è una vera favola.

Normalmente, a Venezia bastava girare l’angolo rispetto alla fiumana di turisti, compatta e sagomata per la larghezza della via, e ci si ritrovava in calli semideserte, tranquille e silenziose. Certo, poi bisognava stare attenti ogni volta che toccava intersecare di nuovo le vie più trafficate. E San Marco si saltava per troppa e sicura ressa. Oggi non è così: oggi sembra una città normale. Sembra, anzi, Venezia quei rari giorni di agosto, verso le due del pomeriggio, quando il sole a picco e il caldo hanno rispedito a casa o in albergo la maggior parte delle persone e in giro ci sono solo qualche coppia di giapponesi e qualche matto sparso. Si cammina tranquillamente, non c’è coda da nessuna parte, si può prendere il traghetto-gondola per il mercato del pesce avendo davanti tre persone, ci si può fermare senza essere trascinati dalla corrente. Si può andare dappertutto, con calma, ci si può sedere ovunque e contemplare. Non sono rare, anzi, le calli completamente deserte e i canali in cui non passa nessuno. Quelli che passano sono abitanti, muratori con sacchi di calce, postini, qualche fornitore vario, pare proprio una città come le altre. C’è il sole, fa caldo, l’aria ha l’odore robusto della laguna, quel misto di fango e acqua, ci sono pochi rumori. In Veneto, la mascherina non è obbligatoria all’aperto, a meno che non vi sia assembramento, però ce l’hanno quasi tutti. Non è male, però, poterla togliere per qualche minuto ogni tanto, per dare di naso e di bocca appieno. Quando incontriamo un posto che ci piace, ci fermiamo e prendiamo le ombre e i cichéti, con quei meravigliosi bicchierini di vetro che una volta avevano tutti, e che se cadevano non si rompevano. Mi tocca ripetermi ma è una dimensione veneziana nuova: niente coda. Si entra e ci si siede. O si sta sulla panca fuori, consuetudine pre-covid-19. Beh, bello.

Vagoliamo, tutto è più calmo. Per me è bellissimo, ovviamente, immagino che per un commerciante di gondole da mettere sul tvcolor l’idea sia un’altra, capisco, ma io mi godo il momento e la situazione. Il ghetto (ah, anche quello hanno inventato qui, oltre ai lazzaretti), Cannaregio, la tomba di Tintoretto alla Madonna degli Orti e il suo colossale Giudizio Universale, il mercato del pesce, la Quirini Stampalia, San Francesco della Vigna, Castello, l’Arsenale e le case popolari subito dietro, le Case Nuove, e poi tutto il resto. Mi duole dirlo, non ci sono più i delfini e i polpi nelle acque dei canali di Venezia. È tutto passato. Durante i mesi del lockdown non passava giorno in cui sui giornali non arrivasse una foto o un video delle cristalline acque di Venezia, nelle quali, in un crescendo parossistico, venivano via via avvistati polpi, delfini, cavallucci marini, sirene, unicorni, arcobaleni, poseidoni e avanti tutta. Ovviamente, buona parte dell’effetto era dovuta al fatto che mancavano le barche e, di conseguenza, il fondo limaccioso aveva avuto il tempo di depositarsi, rendendo trasparenti le acque. Non meno inquinate, anche se ovviamente settimane di nafta e scarichi in meno avranno fatto la loro parte, ma insomma mi sarei comunque guardato dal berla. Oggi no, i canali sono abbastanza normali per colore e odore ma non per frequentazione, davvero ridotta. A Campo San Giacomo dell’Orio, un bello spazio con addirittura delle piante che abbiamo scoperto oggi, fa addirittura caldo, sembra di essere davvero in vacanza. Beviamo qualcosa per celebrare la giornata, ci gustiamo il primo assaggio di estate come la conoscevamo e andiamo al treno.

Ci sono stati momenti, molti, durante la reclusione nei quali ci dicevamo che sarebbe stata lunga e nessuno di noi, dicendolo, sapeva quanto lo sarebbe stata. Dicevamo lunga ma speravamo corta. Ma cosa vuol dire lunga o corta? Settimane? Mesi? Oddio, anni? Se, come ho già detto, a fine marzo mi avessero detto che a giugno sarei stato in un campo a Venezia a guardarmi attorno beato, beh, mi sarei tranquillizzato parecchio. Sta andando bene, per fortuna, e di conseguenza bisogna approfittarne. Sia perché abbiamo passato dei periodi brutti, chi più chi meno ma complessivamente tutti i lombardi, piemontesi, veneti e liguri, almeno. Sia perché non sappiamo come andrà e, nel dubbio, meglio la gallina di oggi. Sia perché, e qui tertium datur, fa bene: fa bene al morale, fa bene alle gambe, fa bene alla testa e agli occhi. Per cui il mio consiglio è: andate a farvi un giro. Anche breve, come il mio, poche ore, in un posto al di là della regione o della provincia, che però sia gita. Una gita con aria di vacanza. Fatelo, non riprendete a lavorare, ostiare per un parcheggio e a pagare le spese condominiali e basta, fatevi un girello, andate a camminare lungo l’Adda o sul lago, uno qualunque, o a Venezia, appunto. Magari, come è capitato a me, in un posto che vale la pena vedere ora, che le condizioni sono ancora anomale, così da vederlo come, speriamo, non capiterà più. Durante le notti di quarantena, quando mi chiedevo quando sarebbe stato possibile di nuovo muoversi e vedersi, chissà perché ho pensato spesso a Venezia, alle calli, ai canali, e mi veniva da camminarci con l’immaginazione. Non so perché, non sono nemmeno un appassionato profondo o un conoscitore attento. Però capitava e, quindi, mi sono detto che ci sarei andato appena possibile, e così è stato. Oggi sono contento di averlo fatto, mi ha fatto bene e mi ha dato tranquillità e serenità, mi ha ubriacato di bellezza, come al solito, e mi ha mostrato un aspetto che non avevo mai visto in quella città, la normalità. Quella normalità di cui, tutti, abbiamo ora così bisogno. Fatevi un regalo, fate una gita.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 100

Cen-to cen-to cen-to! Gira la ruota. Direi che ci siamo, o quasi, con la fine di questo minidiario, le frontiere sono più o meno riaperte, l’Austria riaprirà domani, la Grecia chiede un test veloce (se sarete positivi dovrete però fare la quarantena di due settimane là, a spese del governo greco; dubito su una spiaggia o in una bella isola dell’Egeo, quindi fate bene i vostri conti prima di leccare una persona positiva), la Spagna rimanda di una settimana, la Gran Bretagna mantiene la quarantena, l’Islanda pure a meno che non ci si sottoponga a tampone ma, insomma, ci siamo quasi: la prigionia è finita. E siccome fin dal titolo, «minidiario dei giorni di reclusione», intendevo raccontare i giorni assurdi del lockdown, ora posso uscire, possiamo tutti, e andare a vedere com’è la fuori. Domani, per esempio, andrò a Venezia. Con il treno. Lo so, sono pure un po’ emozionato, perché dal 7 di marzo tutto ciò era proibito o se non lo era esplicitamente non lo si poteva fare comunque. Ora no, si può, seppur con cautela e con condizioni. Quali siano queste condizioni è tutto da vedere e io, modestamente, lo voglio vedere. Il tempo di chiudere un po’ di cose e vado. Poi racconto, per chi vorrà. Perché adesso viene il bello, adesso bisogna venirne fuori da tutti i punti di vista, adesso bisogna farsi venire le idee e, magari, non ricominciare come prima ma in un modo nuovo (o diverso, almeno). Perché se avevate un bar vicino a degli uffici e ora gli uffici lavorano da casa in smart working qualche idea bisogna farsela venire per forza. Se avevate un negozio di minchiate e ora le persone hanno meno soldi da investire nelle minchiate, qualcosa dovrete pur fare. Se prima eravate gli unici in città a produrre mascherine sanitarie e le vendevate a un sacco l’una, adesso serve cambiare registro. Se, purtroppo, avevate un lavoro e ora non ce l’avete più, mi spiace molto. Tocca ricominciare, ancora una volta.

Per esempio, ecco un brevissimo viaggio nella fantascienza più spinta: per agevolare la ripresa, in Germania hanno abbassato l’IVA. Abbassato. Sì. Anch’io non credevo fosse possibile, credevo fosse proibito per legge e invece no: si può. Non hanno fatto Stati generali per deciderlo, l’hanno fatto, per la comunità. Già vedo le spallucce e il sospiro, eh ma loro possono, eh lo so, ma mica per grazia divina, magari stanno più attenti al debito pubblico e alla corruzione, per dire una roba da ignorante. Vedremo. Nel frattempo, Immuni è attiva in tutte le regioni e io non ho ancora ricevuto nemmeno una notifica. Possibile che non ci sia nessuno che finga per vedere se va? A sera, pizza con familiari e amici nella stessa pizzeria dove avevamo mangiato l’ultima volta prima della reclusione forzata, un po’ per riprendere il giro da dove l’avevamo lasciato. Speriamo sia di buon auspicio e che non sia un’altra ultima volta. Domani e dopodomani un po’ di sospesi del minidiario, così come vengono.

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laccanzone del giorno: Pink Floyd, ‘San Tropez’

Pubblicata nel 1971 in Meddle, San Tropez è una meraviglia di poco più di tre minuti che c’entra poco non solo con il disco ma, anche, con quanto fatto in generale dai Pink Floyd, sia dal punto di vista musicale che di contenuti. Forse proprio per quello spicca ai miei occhi, parrebbe quasi un divertissement, e probabilmente lo è: Waters la scrisse durante un soggiorno in Costa Azzurra, appunto, I’m drinking champagne / Like a good tycoon, sostanzialmente annoiandosi e criticando l’aspetto turistico e lussuosetto del luogo, poi arrivò in studio con la canzone pronta, cosa che non era in uso in un gruppo abituato alla collaborazione, e se la suonò e la cantò. Sebbene sembri di una semplicità disarmante, è un po’ il suo bello, a causa della melodia accattivante e circolare, ha alcuni elementi più complessi, tra cui i due assoli, quello al piano pare improvvisato e, in effetti, è abbastanza di genere. Ha una sua piccola perfezione che io apprezzo molto. Cosa piuttosto curiosa, per un disco dei Pink Floyd, in Meddle le canzoni eterogenee sono ben due, l’altra è ovviamente Seamus. Che, però, è più vicina ai suoni e allo stile del gruppo, latrati compresi.

Serve poi sfatare una cosa: non vi è alcun riferimento a Rita Pavone, nonostante lei lo vada dicendo da cinquant’anni. Il motivo è una discutibile assonanza con il verso «later by phone» e molto probabilmente l’origine della cosa è da far risalire a una pubblicazione di quegli anni. Rita Pavone si sarebbe quindi limitata a riportare molte volte la notizia negli anni per promozione personale, come peraltro fa spesso entrando in polemica con artisti e gruppi ben più grandi di lei, vedi Pearl Jam di recente. Recidiva. Il bello è che c’è pure chi le dà corda, vabbè.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.