alla viva il parroco

Dopo qualche tornante, ci fermiamo al Bar Miravalle, sopra Sarche. Bel bar, di quelli che una volta erano dappertutto: collezione di fossili sparsa su ogni piano d’appoggio, oggettistica varia dalla tromba del bisnonno alle bottiglie di grappa dalla forma stramba, gli adesivi dei motociclisti, corri prima della demenza, una pelle di pitone, crocifissi intagliati nel legno, angioletti infantili, piccozze antidiluviane, ramponi di legno, adesivi e calamite di posti esotici, bottiglie di punt e mes vecchie di decenni e soprattutto l’immancabile: la luisona nella vetrinetta sul banco.

Poi, attratto da tutto, lo sguardo mi casca su un pannello lungo circa mezzo metro, stampa artistica di una composizione di un grafico amico di un amico, sempre in paese: il saluto a don Dino. Che, probabilmente, li ha lasciati per un’altra parrocchia, se non per il datore di lavoro. Beh, Dino è irresistibile: a quinti tra un cavaliere templare, un massone della loggia del leopardo, un capocosca di una ’ndrina calabrese, il principale sospettato di un delitto a sfondo carnale in una cattedrale abruzzese, un camionista serbo convertito alla fede in un oscuro monastero alle porte di ferro. Ovvio che me ne innamori immediatamente, fotografo senza farmi notare:

Le chiese volanti fanno il resto. Grazie, Don Dino. Grazie anche da me. Con un più laico ‘grazie di esistere’, a questo punto.

l’inizio di un film

Trovo una cartolina, di quelle con le scritte davanti a mano.

Comincio a farmi delle domande e subito dopo a fantasticare: “Scrivi a casa con libertà se vuoi…” e già la storia comincia. È una donna, sì, una donna, il suo compagno è a Roma e starà là per un po’. Ma non dice: “vieni”, dice “scrivi”, stanno in città diverse. Gli anni sono i Sessanta, a guardar la cartolina, la calligrafia, il lessico, il ‘compagno’ è affettivo, non politico. Ma come sarà andata? Cartolina riciclata e infilata sotto la porta o nella tasca della giacca appoggiata su una sedia dopo una notte? Così, così. Ecco.

Lui è di Brescia, le spedisce una cartolina dalla sua città, lei la riceve e la conserva per cara. Poi ci scrive davanti il suo messaggio e gliela ridà, mettendogliela nella giacca o nel cappotto, si sono appena visti, scrivi. La calligrafia è bella, lei ha grazia, e anche per quella non fa il nome di lui, dell’altro, richiamato a Roma. Sottolinea però quel che serve, i fatti rilevanti, il ‘compagno’ e il ‘richiamato’. ‘Scrivi, dunque, con libertà’, gli dice, e aggiunge con gentilezza, ‘se vuoi’, i puntini di sospensione aprono lo spazio dell’immaginazione e delle aspettative, avranno avuto soddisfazione? Avrà scritto, lui? Ci avrà messo molto? Sì, sì, ovviamente, altrimenti che film sarebbe? Le ha scritto, l’ha fatto subito, il compagno stava a Roma, che bello è stato vederti, sei già a Brescia?, quando ci vediamo?

Poi non resisto e più immagino gli indizi e più mi figuro il volto di lei, la vera protagonista della storia. Lui tipo un Salvadori, riccioli forse, ben messo, lei non riesco a non immaginarmela così:

Sì, è lei, così, ci diciamo con G. che sta giocando con me. Lei vede i tratti femminili, io indovino quelli più maschili. I compagni, poi, si potranno lasciare, non sono mariti. Forse, se questo è compagno, ce n’è stato uno prima, di marito, e allora la cosa si fa difficile per davvero. ‘Richiamato’ è militare, pochi dubbi pensiamo, ma che motivi ci sono stati per i richiami negli anni Sessanta? Forse una forza dell’ordine per i movimenti dei governi Tambroni? Potrebbe. Almeno, ne veniva qualcosa di buono, se questi due poi si vedevano o, almeno, scrivevano, non solo le botte in piazza.

una sola valigia

Una valigia, una sola, è quella che forse puoi portarti quando scappi da un paese. Per il peso, certo, ma più che altro per non dare l’idea della fuga, sembra si stia via poco.

Una sola valigia’ è un bel podcast, rielaborato da ‘Pack one bag’ di David Modigliani, che racconta la storia di suo nonno, facendo pure talvolta delle buffe imitazioni: Franco Modigliani. Nobel per l’economia nel 1985, fuggito dall’Italia per le leggi razziali. E non solo: è la storia di Serena Calabi, prima fidanzata e poi moglie, del padre di lei, grande imprenditore che fondò Messaggerie musicali e che intuì prima di tutti il pericolo e organizzò la fuga in Francia e poi negli Stati Uniti, del fratello Piero, rimasto bloccato a Roma, oltre ovviamente alla cornice grande. Una storia esemplare oltre che particolare, molto interessante, anche perché i protagonisti sono tutti di grande spessore e sostanza. A dimostrazione, un giorno molti anni dopo, Franco e Serena incontrarono un conoscente di lei, un ex fidanzato, e lui, Franco, un po’ geloso le disse poi: “Spero tu ti sia accontentata di sposare un premio Nobel” e lei, pronta:

A noi piace chiamarlo ‘il premio Nobel italiano per l’economia’, consultarlo quando si poteva in ogni evenienza della Banca d’Italia o delle Finanze, parlarne con orgoglio come un prodotto italiano. Ma non è così: dovette fuggire lasciando tutto, perdere la cittadinanza italiana e quando venne premiato era a tutti gli effetti americano, facendo tutta la carriera là. E quindi? Di che si parla? Lo diciamo mai che abbiamo cacciato un futuro premio Nobel?

Due letture, oltre al podcast: Franco Modigliani, ‘Avventure di un economista. La mia vita, le mie idee, la nostra epoca’ e Piero Modigliani, ‘I nazisti a Roma. Dal diario di un ebreo’.

war cup

Yescka entra a gamba tesa sul mondiale, a San Andrés Cholula:

È Juanito, la mascotte dei mondiali ’70. Non nuovo a prese di posizione politiche, Yescka già dal 2006 fa parte dell’Asamblea de Artistas Revolucionarios de Oaxaca (ASARO Collective), e non è la prima volta che usa il calcio come metafora:

Le sue Frida punk sono abbastanza note. A Machete piacciono.

59 seconds of: Orvieto’s funicular

Per andare a vedere Orvieto bisogna, è una cosa che si sa, salire su un panettone rocceo sul quale sta appunto la città. E lo si può fare in due modi, principalmente: a piedi o con la funicolare.
La funicolare che porta a Orvieto è a cavo e oggi a trazione elettrica, al tempo della sua costruzione, 1888, la vettura a monte veniva riempita d’acqua in un serbatoio alla base e poi il peso e la forza di gravità facevano il loro lavoro. Ingegnoso. Allora come oggi il percorso è di circa di seicento metri per centocinquanta di dislivello, il binario è unico e si sdoppia a un certo punto per far passare l’altra vettura, come si vede anche nei miei cinquantanove secondi di quattro anni fa. Non ovvio, si tiene la sinistra.

Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.

Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più litoranea della civiltà micenea, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

Tutti gli altri 59 secondi | pleilista

coni, ancora coni (go scottish!)

Ho già raccontato della mia estasi per i coni in testa di Arthur Wellesley, primo ducaconte di Wellington. Ovvero, per chi non volesse leggere, di come gli abitanti di Glasgow fin dagli anni Ottanta mettano uno o più coni stradali sulla testa della statua di Wellington con humour fino e ribellione palese al potere inglese imposto. La sera i poliziotti tolgono, lasciando i coni lì vicino, la notte i cittadini rimettono. Non c’è autorità o autorevolezza che regga con un cono in testa. Politica, rivolta, umorismo e street art insieme, non potrei chiedere di meglio.

Ora gli scozzesi sono a Boston per le partite della nazionale ai mondiali, gruppo con il Brasile ma abbordabile, già battuta Haiti di misura. E il potere è potere sia a Glasgow che a Boston, probabilmente anche le statue le prendono un po’ in simpatia e così anche quelle di Boston si beccano il loro bel cono a casa propria.

Anche Colombo non è stato risparmiato:

Questo sopra sarà Edgar Allan Poe? Mah. E nemmeno Bill Russell e Red Auerbach dei Celtics si evitano il cono:

Ma gli scozzesi sono ironici e si prestano al cono anche da sé medesimi, si autoconizzano, bravi.

Dicerie riferiscono che la birra, data la loro presenza, sia finita a Boston. Calma con le parole, è una diceria, di birra a Boston ce n’è molta. Ma è pur vero che ne sia stata consumata parecchia, dato il contesto, mondiale-estate-vacanza-scozzesi. Siccome è possibile che passati i gironi si incontrino Irlanda e Scozia allora sì, mi preoccuperei per le scorte di tutto il bevibile, acqua e sprite a parte.

di pozzo in pozzo

Durante l’invasione degli Unni in Italia nel 452 d.C., Attila assediò per prima Aquileia, città ricca e importante, sede vescovile metropolitana con diritto da Costantinopoli.

Poi prese l’A4 ma quella è un’altra storia. Durante l’assedio i cittadini di Aquileia costruirono dei manichini da porre sugli spalti così da ingannare gli assedianti, scavarono un pozzo in cui gettarono gli ori e gli averi preziosi e si diedero alla fuga nottetempo verso l’isola di Grado e la laguna, al sicuro.
Attila, che è sempre dipinto come un mona – perché lo raccontiamo da invasi e non da invasori e poi Abatantuono ormai ne ha devastato definitivamente l’immaginario -, ci mise un po’ di tempo ad accorgersene, finché una cicogna non si poggiò su uno dei manichini, svelando l’inganno.
Dopo la distruzione della città, non si rinvenne traccia alcuna del pozzo con tutto l’oro e le gemme. Questa tradizione rimase tanto viva che ancora fin poco tempo fa, nei contratti di compravendita di un terreno in città, il venditore si riservava sempre il pozzo, se per caso venisse scoperto: “fatto salvo il pozzo d’oro”.

Il che, a margine, di clausola in clausola, di venditore in venditore, dovrebbe riportarci al proprietario primigenio, sedici secoli fa. A voler essere precisini, ecco. Son storie belle, queste.