In gran parte convincente e ben riuscita la serie ‘Amadeus’, a parer mio.
Fresca fresca di forno, riprende la vicenda raccontata da Forman nel suo memorabile film e da Shaffer nella sua opera teatrale e, se volessimo andare ancora più indietro, da Puškin nel suo dramma, ovvero come Salieri, invidioso di cotanta ingiustizia e allo stesso tempo rapito da tanto genio, abbia operato in modo fattivo per far fuori definitivamente Mozart, scegliendo così la memorabilità seppur nell’ignominia all’oblio. Difficile fare meglio del film e dell’interpretazione di Abraham di Salieri, vero protagonista allora e oggi, e così non è ma la serie aggiunge senza voler superare, dà spessore sia al tormento di Salieri che a quello, trascurato, di Mozart e, non secondari, di Constanze e dell’imperatore. Forse un piano in fiamme poteva essere evitato ma tutta la faccenda regge bene eccome, la consiglio invero. L’involuzione di Salieri e il suo declino, consapevole del fatto che lui e la sua musica saranno spazzati via dal giovane quanto immeritevole genio, lo scontro con il suo dio e la risoluzione battagliera hanno il tempo di essere rappresentati, è il vantaggio delle serie, come il logorio mentale e di conseguenza fisico di Mozart, forse un po’ tagliato via nel film. La fascinazione, la consapevolezza e insieme l’invidia e il fastidio di Salieri sono credibili, gli attori notevoli, serve dirlo che anche la colonna sonora non è male?
Non è una guida al rock-punk-wave quel che è dei paesi dell’est, non ne sarei in grado. Ancora. È piuttosto il resoconto di un’esplorazione che ho appena cominciato e di cui, mi dico, potrebbe aver senso dare resoconto. Sia per condivisione, chissà, sia per mia memoria futura, che almeno lo scrivo qui. Se poi si preferisce continuare a sentire i nuovi dischi dei Rollinz Stonel, prego.
Dell’arcipelago che girava attorno al Leningradskij rok-klub, noto club appunto in cui si suonava apertamente gestito dal KGB ma ‘con poca pressione’, raccontano, il nome più noto è quello dei Kino, anzi Кино a dirla corretta. Che sono, poi, tra quelli anche più conosciuti all’ovest e da cui è giusto cominciare. I Kino esistettero finché esistette il cantante, chitarrista, autore e leader Viktor Coj, cioè dal 1981 al 1990 (mica data casuale, eh?) e, non avendo per buona parte della storia un batterista valido, si caratterizzano per un suono più elettronico, con l’uso di drummachine. Che raramente erano Casio, perlopiù Ėlektronika, per dire il genere. Il loro disco da cui sono partito è Начальник Камчатки, translato Načal’nik Kamčatki, del 1984: tradotto starebbe per ‘Governatore della Kamčatka’ ma non è così, ‘Kamčatki‘ sta per caldaia, in gergo, e allude al lavoro di Coj, riparatore di caldaie. Così si dice.
Sebbene non fosse riuscito come desideravano e da alcuni sia stato considerato ‘noioso’, secondo me e secondo tutti coloro che lo apprezzarono in URSS nel 1984 è valido e contiene già alcune delle sperimentazione tipiche dei Kino, la loro inconfondibile allegria al cui paragone i Joy Division sono un gruppo di comici in libera uscita. Segnalerei anche il disco dell’anno successivo, Это не любовь (Ėto ne ljubov’), che tradurrei con ‘Questo non è amore’, e si apre con toni quasi smithsiani ed è piuttosto bello, e l’ultimo con Coj, del 1989, Звезда по имени Солнце (Zvezda po imeni Solnce, ‘Una stella chiamata sole’, con eclissi in copertina), lugubrino e bellissimo, secondo me (dritta: si compra facile su bandcamp a prezzo ragionevole o su quelli grossi a poco). Ebbero successo anche fuori, suonarono persino in un festival in Puglia e poi, come detto, con la morte di Coj la storia sostanzialmente finì. Con l’URSS.
Poche cose mi fanno ridere come gli svarioni linguistici. Le cadute sul ghiaccio, forse, le capocciate, i nomi buffi dei locali come ‘La stalla di Pegaso’, chi non riesce proprio a stare sveglio, le leggi della fisica secondo i Looney Tunes, insomma cose così. Sono una persona semplice.
Ecco, a proposito dei primi, mi ha fatto molto ridere un racconto di Paolo Nori. Era andato a Reggio Emilia a sentire Svetlana Aleksievič e «c’era una traduttrice che era la capa di un’associazione di badanti che lavoravano a Reggio Emilia che il russo lo sapeva benissimo, era russa, l’italiano così così» e via, la serata si fece indimenticabile:
A un certo punto l’Aleksievič aveva detto che tempo fa in Russia il cibo era più genuino, la traduttrice aveva tradotto che in Russia non c’era più il cibo Giannino. Dopo l’Aleksievič aveva detto che Flaubert diceva di sé di essere un uomo penna, lei invece era una donna orecchio, la traduttrice aveva tradotto che Flaubert diceva di sé di essere un uomo birro. Poi l’Aleksievič aveva detto che la sua poetica era come quella di Dostoevskij, che voleva sapere quanto di umano c’era nell’uomo, e la traduttrice aveva tradotto che l’Aleksievič voleva sapere quanti uomini ci sono in un uomo.
Già, chissà quanti uomini ci sono in un uomo, a volte molti a volte nemmeno uno.
Non molti, errando, conoscono i poeti russi immaginisti. Male. Essi, del cosiddetto periodo d’argento della poesia russa, tra il 1919 e il 1924 diedero inizio a una corrente così detta ‘Immaginista’, per reazione anarchica a quei destrorsi dei futuristi, con l’idea di fornire con la poesia un’immagine, figurativa e metaforica, spesso giustapponendo le due. Dei poeti, si ricordano Anatoly Marienhof, Vadim Shershenevich e Sergej Esenin. Di essi, ricorderei senz’altro Anatoly Borisovich Marienhof, o Mariengof a seconda di come si translitteri l’originale Мариенго́ф.
Mariengof è ricordato per il suo ‘Romanzo senza bugie’ del 1926 in cui racconta la sua amicizia con Sergej Esenin, poeta di ben più largo successo, rapido marito di Isadora Duncan e suicida l’anno prima, e per le brevi poesie, appunto, immaginiste. Non andò bene nemmeno per lui, con questo e il romanzo successivo, ‘I Cinici’, fu molto criticato dalla stampa sovietica per i suoi vividi racconti del tempo e del paese e fu relegato senza pubblicazioni a scriver cose per il teatro fino alla fine dei suoi giorni, negli anni Sessanta. Era bravo, Mariengof, Esenin gli dedicò molte delle sue opere e Mariengof, di suo, raccontò molto di Esenin come, per esempio, egli dicesse che bisogna trovarsela la fortuna, chiedendola con forza, facendo come quel vagabondo di Odessa che chiedeva l’elemosina così: «Cittadina, mi dia cinque copeche! Altrimenti le sputo in faccia: ho la sifilide». Bene, Mariengof. Cioè, insomma. Poi il fatto è che uno fa anche le proprie cose per benino, con decisione pure e rigore morale e intellettuale. Poi, per quali chissà fatti della storia, quella con la esse minuscolissima, la gente in giro ti ricorda così:
Ossignore, pof, pof, pof, C’è il poeta Mariengof. Molto beveva, molto mangiava, Senza mutande in giro andava.
Che poi lui le mutande non solo le aveva ma le teneva pure su, va’ a sapere. Saran faccende di rima, maledette.
Questo è un vecchio giochino dei tempi della tregenda che mi diverte ancora, per cui perché non giocarci di nuovo? Certo, rispetto ad allora – quindici anni fa – i motori di ricerca funzionano molto meglio e, direi, le persone cercano molto meno. Alla cavolo, perlomeno, o forse trovano quel che cercano molto prima. Di sicuro si usavano molte più parole e lo spasso veniva presto. E poi non c’è più tutto quel porno di allora, fagocitato da poche piattaforme. Ma qualcuno che cerca ancora c’è. Quindi, altro giro di motoscurreggia su: le migliori chiavi di ricerca dell’ultimo mese che qualche incauto ha digitato nei motori di ricerca e per le quali è finito su trivigante. Va’ a sapere. La rubrica più babbea di tutta la circoscrizione.
Vorrei sapere:
ne sento sempre parlare: dov’è l’olanda
ah, ma se lo trovo…: porco australiano
so usare i trucchi dei motori di ricerca: itaairwayswifi
cerco uno che lo sia: tipo
non ho sentito bene ma gugol lo saprà: coniugi andolfini
ne ho passione: rettangoli colorati
ma senza fucile non si capisce: quando un uomo incontra un uomo con pistola
trentamila lire?: il mio falegname con
ti trovo: bastardello
Loro: sciolgono trecce cavalli
non lo trovo più: il mio falegname
e io la troverò in rete: la fortuna esiste
credo ciascuno al suo posto: nord sud ovest est dove sono
quella con tutti e quattro: mappa nord sud est ovest
no, senza l’est: nord sud west
gli altri non mi interessano: est e ovest dove sono
povero Brian: eno significato
conosco i remoti complessi: essi piacquero
ho un bell’eloquio: me ne compiaccio
i punti cardinali sono un problema per molti: dove è est
conosco le lingue: scherzing
amo un certo cinema francese: films pornographie
mah: la eta
che vorrei comprarlo: camion più bello del mondo
in ordine personalizzato: est ovest nord e sud
ho sentito di una favola: strega mela
non liscia: una strada piena di solchi
eh, caro, son tante: film porno categorie
io uso solo quella valuta: costo della vita a chisinau in sterline
ma quando mai?: mafalda ottimista
li sento spesso nominare: cosa sono gli obelischi
sei nel posto giusto: forza sovrumana
ovviamente sotto: paesi bassi dove si trovano
chissà che vorrebbe sapere: abbiamo fatto centro
eh, a me piacciono: maschioni
perché lei ha le connessioni con lui: flavia vento poesia leopardi
chissà che voglio: ricevo una mail da me stesso
scountryty: scampagnata in inglese
democristiana?: moro etnia
non di Nazareth: il brian che ha lanciato by this river
tu li vorresti vedere: film pornografici
è Battisti ma da me c’è solo la bestia: però il rinoceronte
Alle 16:03 di questa domenica è accaduto il solstillio che ci proietta, grazie alla successione dei parallasse, in inverno. Tutte le persone di buona cultura sanno come funziona, inutile io lo spieghi per l’ennesima volta qui.
Da un’ora, dunque, siamo in inverno. A suo modo, perché fa drammaticamente caldino e a me non piace, ho ansie climatiche, vorrei il gelo che ci si confa. Quello che dà fastidio alla maggior parte delle persone, quello che fa scivolare con intramontabili scenette slapstick, quello che fa fare le cose matte ai deboli di mente. Vedremo quel che verrà, vieni avanti, dunque, inverno e travolgi i mostri.
La Patagonia è terra oltre ogni confine e là le regole sono a capo capovolto, il sopra è là e il sotto chissà. È per questo che il campionato patagonico di bugie, giunto alla diciottesima edizione, si svolge proprio in Patagonia: servono le persone della Patagonia, serve l’aria e servono le cose che accadono solo là. Io ci sono stato, sono stato anche al campionato, sono arrivato quarto una volta molti anni fa, tutti lo possono dire. Il campionato viene trasmesso da Radio Ventisquero e al vincitore, si sa, va una vitella Holsten. Ed ecco la prima bugia, Luis Sepùlveda, Feltrinelli e Guanda non me ne vogliano, comprate il libro:
Isidoro Cruz, di Las Heras, nella provincia del Chubut, manda giù un lungo sorso di vino prima di iniziare.
“Quanto sto per raccontarvi è successo un po’ di tempo fa, l’anno in cui venne un inverno davvero da cani, lo ricorderete. Io ero povero e magro, così magro che non facevo neppure ombra, così magro che non potevo usare il poncho, perché appena infilavo la testa nel foro, il poncho mi scivolava giù fino ai piedi. Una mattina mi dissi: ’Isidoro, non si può continuare così, devi partire per il Cile’. Il mio cavallo era magro quanto me, per cui prima di montare gli chiesi: ’Ehi, matungo, pensi che ce la farai a portarmi?’. Lui mi rispose: ‘Sì, ma senza la sella. Accomodati qui, fra le costole’. Seguii il consiglio del cavallo e assieme ci dirigemmo verso la cordigliera. Mi stavo avvicinando al confine cileno quando, da qualche punto vicino, sentii una vocina debole, ma davvero debolissima, che diceva: ’Non ce la faccio più, io mi fermo qui’. Spaventato guardai in tutte le direzioni cercando il padrone della voce, ma non vidi nessuno. Allora mi rivolsi alla solitudine: ’Non ti vedo. Vieni fuori’. Di nuovo sentii quella vocina debole: ’Sotto la tua ascella sinistra, sono sotto la tua ascella sinistra’. Infilai una mano sotto la camicia e palpai qualcosa. Tirai fuori la mano, e aggrappato a un dito c’era un pidocchio magro quanto me e il mio cavallo. Povero pidocchio, pensai, e gli chiesi da quanto tempo viveva sul mio corpo. ’Da molti, molti anni. Ma è arrivato il momento di separarci. Anche se non arrivo neppure a un grammo, sono un peso inutile per te e per il cavallo. Lasciami a terra, compagno.’ Capii che il pidocchio aveva ragione e lo misi sotto un sasso, ben nascosto perché non se lo mangiasse qualche uccello delle vette. ’Se in Cile mi va bene, al ritorno ti cerco e lascio che tu mi pizzichi quanto vuoi,’ gli dissi salutandolo, poi ripresi il cammino.
In Cile mi andò bene. Aumentai di peso, e ingrassò anche il cavallo, e quando un anno dopo riprendemmo la via del ritorno, soldi in tasca, sella e speroni nuovi, cercai il pidocchio dove lo avevo lasciato. Lo trovai. Era ancora più magro, sembrava trasparente e si muoveva appena. ’Ehi, pidocchio, eccomi qua. Vieni. Pizzicami, pizzicami pure quanto vuoi,’ gli dissi prendendolo e mettendomelo sotto l’ascella. Il pidocchio mi pizzicò, prima pianino, poi con forza, con la voglia di succhiare il sangue. All’improvviso il pidocchio cominciò a ridere, e anch’io risi, e le mie risate contagiarono il cavallo. Attraversammo la cordigliera ridendo, ubriachi di felicità, e da allora quel passo di montagna si chiama il Passo dell’Allegria. Tutto questo è successo, come vi ho detto, un po’ di tempo fa, l’anno in cui venne un inverno davvero da cani…”
Isidoro Cruz finisce la sua bugia col volto serio. I gaucho esaminano la trama, la valutano, decidono che è una bella bugia, applaudono, bevono e promettono di non dimenticarla.
Emil Zatopek, mezzofondista e maratoneta cecoslovacco, detto appunto per la sua abilità ineguagliata nella corsa e perché sbuffava, era noto anche per una certa qual poca grazia nel correre. Non tutto, le gambe andavano bene, era il torso che sbandierava qua e là, le braccia in giro, la testa dondolante e un’espressione in agonia perenne.
Czech athlete Emil Zatopek (L) during the Humanite cross country run. He won the event. (Photo by Universal/Corbis/VCG via Getty Images)
Ognuno corre come vuole e se uno, poi, come lui vince quasi qualsiasi gara a volte doppiando il secondo, ha evidentemente ragione di fare quel che lo faccia sentire meglio. Alle olimpiadi del 1952 a Helsinki vinse 5mila, 10mila metri e maratona mentre la moglie Dana vinceva l’oro nel giavellotto femminile, per dire. Lui disse di averla ispirata, lei rispose: «Davvero? Prova a ispirare qualche altra ragazza e guarda un po’ se riesce a tirare un giavellotto a cinquanta metri». Niente male.
Comunque, il motivo per cui sto scrivendo qui di Zatopek, il calzolaio socialista poi regalato alla corsa, è per le descrizioni che i giornalisti sportivi e commentatori ne diedero, vedendolo correre. Jean Echenoz scrisse: «procede in maniera pesante, scomposta, sofferta, a scatti. Non nasconde la violenza di uno sforzo che gli si legge sul viso contratto, irrigidito, stravolto, continuamente distorto da un rictus penoso a vedersi. I lineamenti sono alterati, come dilaniati da una spaventosa sofferenza, a tratti ha la lingua fuori, come avesse uno scorpione in ogni scarpa». Per Gianni Brera faceva «le smorfie più angosciose e rattristanti» e «pare vecchio slombato e pronto a crepare sul margine del prato come un ronzino esausto». Pierre Magnan scrisse che era «l’uomo che correva come tutti noi», che non è esattamente un complimento. Per molti altri, era l’uomo che correva peggio di noi, alcuni commenti sparsi che ho trovato qui scrissero: correva come «che è stato appena accoltellato al cuore», ahah, come uno «che sta lottando contro un polpo su un nastro trasportatore», come uno con «un cappio attorno al collo», che si dimena per liberarsene. Come «un pugile che combatte contro la sua ombra», come «uno che stia per fare il proprio ultimo passo». Ahah, polpi, scorpioni e ronzini. Il New York Times in occasione della sua morte scrisse che era stato «forse il miglior corridore da lunghe distanze di sempre, di sicuro il più sgraziato».
Zatopek, dalla sua, ribatteva che «l’atletica non è il pattinaggio sul ghiaccio: non serve sorridere e fare delle belle facce per i giudici»; una volta smesso di correre si avvicinò a Dubcek e alle sue posizioni più libertarie che portarono alla Primavera di Praga. Con l’arrivo dei sovietici fu esiliato, punito e messo poi a fare lo spazzino. Si racconta che le persone per strada si fermassero ad aiutarlo a raccogliere la spazzatura, il grande Zatopek, la locomotiva umana. Fu riabilitato, ebbe qualche incarico di prestigio, fece una pubblicità dai toni insensati per Adidas. E la migliore risposta alle osservazioni dei commentatori la diede lui, riconoscendo quanto dicevano pur mantenendo il proprio orgoglio: «Non avevo abbastanza talento per correre e sorridere allo stesso tempo». Che poi non era poi nemmeno così vero. Il grande Zatopek.
Questa guida sarà meno inutile di altre, e probabilmente meno allegra, perché conterrà indicazioni precise per compiere il viaggio sull’ultimo treno sovietico d’Europa, il Prietenia. Fedele alle mie funzioni di servizio, condivido: chi vorrà cogliere e andare ne avrà congrua ricompensa. Va da sé che se qualcuno usasse queste informazioni e poi facesse il viaggio senza tornare qui e raccontarlo, allora l’ingrata peste moldava lo colga nelle parti più molli.
Il passato, anche se passa, lascia tracce, magari flebili e per trovarle bisogna saper guardare ma ci sono. Spesso anche la storia lo fa e, in questo caso, anche la Storia, nessuno si senta offeso: un paese glorioso, ricco di idee e di speranze, di tensione all’uguaglianza e alla giustizia, a lungo proiettato verso un trionfo ideologico dell’avvenire e poi crollato miseramente sotto un’affannata corsa che non poteva vincere con le matite, azzoppato anche da corruzione e potere scellerato. L’URSS ha lasciato molto e molto è stato cancellato e rifiutato, per chi ne abbia voglia serve cercare, a volte un simbolo, un edificio, una via, una statua, un relitto, un luogo abbandonato. Stavolta, un treno. Ecco come fare un viaggio nel tempo e, con calma, molta calma, nello spazio. Garantisco soddisfazione per i cuori puri.
Le indicazioni utili, perché la storia del mio viaggio l’ho già raccontata. Servono tre giorni per fare bene tutta la faccenda ma anche due, per i frettolosi, possono bastare. Bisogna prima arrivare a Bucarest. Ci si può arrivare in molti modi, c’è anche un lungo treno diretto Bratislava-Brașov per gli amanti del genere, e se no non saremmo qui a scriverne, per chi preferisce il volo suggerisco di scegliere come punto di arrivo il minuscolo, antico e magnifico nonché sovietico – quindi in perfetto pendant con il resto del viaggio – aeroporto Băneasa Aurel Vlaicu, praticamente in centro a Bucarest, bello e comodo, rispetto a quello internazionale più a nord, anonimo come tutti i non-luoghi contemporanei. Wizz air tra alcune altre vola lì.
Da questo momento in poi e come impiegherete la giornata a Bucarest non è affar mio, se sarete davvero fortunati ci saranno i Ricchi e poveri in città, l’appuntamento è alla Gara de Nord verso sera, perché il treno parte puntualissimo alle 19:10. Com’è noto, serve un biglietto per salire sul treno e, soprattutto in questo caso, è scelta saggia possederlo ben prima di arrivare in stazione. Ecco dunque il modo più semplice: andare sul sito delle ferrovie rumene, quello dei collegamenti internazionali (Bilete trafic international) perché ci sono due siti, e acquistare online il biglietto da Bucuresti Nord a Chişinău. C’è solo il treno internazionale 402, il leggendario Prietenia, il treno dell’amicizia ed è proprio quello. Ciascun decida per sé, io suggerisco cuccetta – ci sono scompartimenti da uno, due e quattro – e crepi l’avarizia anche la prenotazione, che è meglio avere un posto certo. È un treno di lavoratori transfrontalieri che, a fine settimana, finiscono il lavoro in Romania, quindi in UE, dove si guadagna molto di più, quindi ci sono anche i sedili senza prenotazione.
Ma voi, come me, siete ricchi europei in vacanza alla ricerca dell’esperienza autentica e i circa centonovanta lei rumeni per cuccetta in scompartimento da quattro e prenotazione, trentasette euro e qualcosa, ve li potete permettere. E il più è fatto. Unica attenzione particolare: il biglietto, una volta acquistato, va attivato sul sito, in un tempo variabile tra i due minuti e le ventotto ore verrà generato un pdf e da quel momento il biglietto non sarà più rimborsabile. Per il viaggio basta la carta di identità di un paese UE, purché elettronica e valida per l’espatrio.
Una volta saliti, verrete dotati di un pacchetto contenente le lenzuola, sopra e sotto, una federa e un asciugamanino dal potere assorbente pari a quello di un asse. Tutto pulito, tutto bene. In caso perdeste anche solo uno di questi oggetti di proprietà delle ferrovie moldave, verrete deportati su una piattaforma petrolifera al largo del Mar Nero. Il mio amico R. non trovava più l’asciugamanino e ha visto la sua intera vita di prima scorrergli davanti agli occhi mentre io gridavo prendetelo, prendetelo. La cuccetta è dotata di materasso svolgibile, probabilmente dell’età zarista ma è comodo e fa quel che deve. Idem il cuscino. Il treno è splendidamente riscaldato a legna e carbone, ha dei bagni funzionali, è ancora lussuoso in ambito sovietico e nulla manca. C’è anche il vagone ristorante e non ho dubbi che molti viaggiatori, per intoppi di lingua, ne abbiano fatto la sola esperienza-base, ovvero birre, vodka e snacks. In rete si possono trovare numerosi viaggiatori che consigliano di portarsi del cibo a bordo, sostenendo che non ve ne sia. Fossero comunque anche solo vodka e snacks sarebbe già comunque più che soddisfacente, consiglio birre locali di qua e di là, come Timiṣoreana e Chişinău, per non fare torti a nessuno. Ma trivigante, fedele alle proprie funzioni di servizio anche stavolta, vi offre l’occasione di una cena meravigliosa: ecco la fotografia di quello che non saprete chiedere e non sarà segnato su alcun menu, che nemmeno esiste, il piatto sontuoso del Prietenia. Vi basterà mostrare la fotografia al cuoco gestore del vagone ristorante facendo uscire appena la linguetta dalla bocca o ruotando più volte il palmo della mano sullo stomaco e vualà, buona cena.
Se il cuoco gestore del vagone ristorante è una persona gentile, solida che assomiglia un po’ al Syd Barrett degli anni finali, come ha notato l’attento R., mescolato a una premurosa massaia siberiana allora è il nostro stesso, siete stati fortunati. Si può pagare con carta, quando il treno aggancia un qualche tipo di connessione.
Durante la notte verrete svegliati più volte, sia per il controllo di frontiera rumeno che per quello moldavo: un militare o simile o anche un tizio in tuta prenderà il vostro documento e sparirà nella notte per ore e ore, lasciandovi a chiedervi dove diavolo siate già prefigurandovi una lunga camminata nella notte per la pianura carpatica alla ricerca di un posto civile qualsiasi. Tornano, la maggior parte delle volte, non mi preoccuperei più del necessario. La sveglia più interessante della notte sarà invece poco dopo la frontiera moldava: con grande stupore e l’eccitazione dovuta a mille ruspe che scavano insieme, il treno verrà sollevato di circa un metro e mezzo con voi dentro, vagone per vagone, i carrelli sfilati da sotto e inseriti i nuovi carrelli con lo scartamento russo. A quel punto, il treno verrà fatto scendere e adagiato sulle nuove ruote a passo più largo. Beh, un’esperienza notevole che sarà molto difficile fare in altre occasioni. Io ancora me la sogno di notte, essere cullato dalla forza tecnologica sovietica su un treno sospeso.
Poi, dopo qualche ora di bella campagna moldava, l’arrivo a Chişinău; previsto per le nove meno un quarto, più facile sia due ore dopo, Ma cos’è il tempo a fronte dello scorrere potente delle forze della Storia? Chi siete, voi, io, per pretendere puntualità da cose molto più grandi di voi, noi? Infatti. Dalla capitale moldava, che merita comunque del tempo, sarà poi facile prendere un volo per una destinazione qualsiasi, è un aeroporto internazionale che offre molte tratte ed è facilmente raggiungibile in autobus. Soldi? Non è mai stato necessario cambiare o usare contanti, nemmeno ai tanti baracchini del caffè per strada, né in Romania né in Moldavia, quindi senza accollarsi monete da smaltire alla fine. Unico momento: sull’autobus a Chişinău, nessuna macchinetta per i biglietti, abbiamo pagato la signora controllora con degli euro, probabilmente dieci volte il costo effettivo, per avere in cambio un pezzo di rotolino di biglietto e un’espressione infastidita. Tanto ci avrebbe considerati dei ritardati in ogni caso, già si vedeva, niente di compromesso. Pernottamento? Se volete l’esperienza postsovietica completa, e noi la volevamo, essendo i leggendari alberghi Cosmos e Național chiusi definitivamente, come tutta la catena Intertourist sovietica, la soluzione perfetta è il Chișinău Hotel, splendido esempio rimasto di ospitalità sovietica. La prenotazione dal sito non funziona, probabilmente si può anche prenotare sulle piattaforme di ospitalità, io ritengo che comunicare con la reception sia il modo migliore e così abbiamo fatto: mail all’hotel in inglese (hotelchisinau@mail.ru), vi risponderanno solo ‘OK’ a ogni domanda ma gli accordi saranno presi. Cinquanta euro a camera doppia per una radiosa, spumeggiante e del tutto soddisfacente esperienza socialista. Una cosa essenziale? I tappi per le orecchie. R., non ti ringrazierò mai abbastanza. In caso un occupante (un’occupante) di una cuccetta del vostro scompartimento abbia, diciamo, qualche difficoltà di respirazione e non ve la sentiare di sopprimerlo/a. Credo sia tutto, dopo aver segnalato l’ottimo racconto dello stesso viaggio di R., per chi avesse voglia. Più di così, vengo a casa vostra e vi cucino una plăcintă. Buon divertimento.
Se l’obbiettivo era dunque celebrativo di coloro che sono tutela dei cittadini, presidio delle istituzioni, difensori della patria mi sento di certificare che non sia stato raggiunto.
Il volto ovale, il baffo cartoonesco, il braccio snodabile, la gamba tagliata, l’otre infiammato, la legnosità complessiva rimandano più a Pinocchio – e poi ti dichiaran pazzo – che all’Arma sugli attenti, nell’esercizio delle proprie funzioni. Certo, dovrebbero essere in coppia, due almeno, come le migliori barzellette raccomandano: uno fa una cosa, l’altro l’altra. E in due, fanno uno. Ma anche per la scorta, uno di qua e uno di là. Tra l’altro, oltre ad avere fattezze da disegno, questo carabiniere sembra pure di cioccolata, verrebbe voglia di dare uno sgagno. Che non sta bene, a un rappresentante dell’Arma. Dunque, nella mia bidecennale ricerca sull’estetica e la retorica patria applicata ai monumenti, più che altro ai caduti, questo momumento non si direbbe riuscito. Dal mio punto di vista personale, invece, riuscitissimo.
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