A Palazzo Moroni a Bergamo hanno escogitato una forma di dissuasione cortese ma ferma, elegante ma chiara, dal sedersi o sdraiarsi sulla mobilia della casa:



Che bel garbo, quasi commovente. Ma provare a sedercisi.
A Palazzo Moroni a Bergamo hanno escogitato una forma di dissuasione cortese ma ferma, elegante ma chiara, dal sedersi o sdraiarsi sulla mobilia della casa:



Che bel garbo, quasi commovente. Ma provare a sedercisi.
Finalmente, Nicole Atkins.

Mi deve ancora un concerto dal 23 maggio 2020 al Tivoli di Utrecht, annullato, non recuperato e nemmeno rimborsato, a dirla tutta. Ma non è certo colpa sua, figuriamoci. Per ora solo USA ma arriverà, da qualche parte.
È vero che fa un disco ogni era glaciale ma, almeno, non ne sbaglia uno.
Per andare a vedere Orvieto bisogna, è una cosa che si sa, salire su un panettone rocceo sul quale sta appunto la città. E lo si può fare in due modi, principalmente: a piedi o con la funicolare.
La funicolare che porta a Orvieto è a cavo e oggi a trazione elettrica, al tempo della sua costruzione, 1888, la vettura a monte veniva riempita d’acqua in un serbatoio alla base e poi il peso e la forza di gravità facevano il loro lavoro. Ingegnoso. Allora come oggi il percorso è di circa di seicento metri per centocinquanta di dislivello, il binario è unico e si sdoppia a un certo punto per far passare l’altra vettura, come si vede anche nei miei cinquantanove secondi di quattro anni fa. Non ovvio, si tiene la sinistra.
Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.
Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più litoranea della civiltà micenea, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.
Ho già raccontato della mia estasi per i coni in testa di Arthur Wellesley, primo ducaconte di Wellington. Ovvero, per chi non volesse leggere, di come gli abitanti di Glasgow fin dagli anni Ottanta mettano uno o più coni stradali sulla testa della statua di Wellington con humour fino e ribellione palese al potere inglese imposto. La sera i poliziotti tolgono, lasciando i coni lì vicino, la notte i cittadini rimettono. Non c’è autorità o autorevolezza che regga con un cono in testa. Politica, rivolta, umorismo e street art insieme, non potrei chiedere di meglio.
Ora gli scozzesi sono a Boston per le partite della nazionale ai mondiali, gruppo con il Brasile ma abbordabile, già battuta Haiti di misura. E il potere è potere sia a Glasgow che a Boston, probabilmente anche le statue le prendono un po’ in simpatia e così anche quelle di Boston si beccano il loro bel cono a casa propria.



Anche Colombo non è stato risparmiato:


Questo sopra sarà Edgar Allan Poe? Mah. E nemmeno Bill Russell e Red Auerbach dei Celtics si evitano il cono:

Ma gli scozzesi sono ironici e si prestano al cono anche da sé medesimi, si autoconizzano, bravi.
Dicerie riferiscono che la birra, data la loro presenza, sia finita a Boston. Calma con le parole, è una diceria, di birra a Boston ce n’è molta. Ma è pur vero che ne sia stata consumata parecchia, dato il contesto, mondiale-estate-vacanza-scozzesi. Siccome è possibile che passati i gironi si incontrino Irlanda e Scozia allora sì, mi preoccuperei per le scorte di tutto il bevibile, acqua e sprite a parte.
Durante l’invasione degli Unni in Italia nel 452 d.C., Attila assediò per prima Aquileia, città ricca e importante, sede vescovile metropolitana con diritto da Costantinopoli.

Poi prese l’A4 ma quella è un’altra storia. Durante l’assedio i cittadini di Aquileia costruirono dei manichini da porre sugli spalti così da ingannare gli assedianti, scavarono un pozzo in cui gettarono gli ori e gli averi preziosi e si diedero alla fuga nottetempo verso l’isola di Grado e la laguna, al sicuro.
Attila, che è sempre dipinto come un mona – perché lo raccontiamo da invasi e non da invasori e poi Abatantuono ormai ne ha devastato definitivamente l’immaginario -, ci mise un po’ di tempo ad accorgersene, finché una cicogna non si poggiò su uno dei manichini, svelando l’inganno.
Dopo la distruzione della città, non si rinvenne traccia alcuna del pozzo con tutto l’oro e le gemme. Questa tradizione rimase tanto viva che ancora fin poco tempo fa, nei contratti di compravendita di un terreno in città, il venditore si riservava sempre il pozzo, se per caso venisse scoperto: “fatto salvo il pozzo d’oro”.
Il che, a margine, di clausola in clausola, di venditore in venditore, dovrebbe riportarci al proprietario primigenio, sedici secoli fa. A voler essere precisini, ecco. Son storie belle, queste.
La storia comincia a farsi lunga, vale la pena fare sintesi: prima Cattelan si inventa la banana attaccata con lo scotch al muro e con essa fa arte, si dice; poi la banana va a male e la si cambia, è lecito dice l’artista per chi la possiede e ha il patentino per farlo; poi molti emulano scocciando alle pareti di tutto; poi arriva un altro artista e mangia la banana, portandoci all’opera d’arte nell’epoca della sua mangiabilità; poi un altro e poi il possessore, dopo averla pagata più di cinque milioni di dollari, fanno lo stesso; poi il fruttivendolo sotto la galleria d’arte si incazza, perché lui vende caschi di banane a venticinque centesimi l’una e poi quelle finiscono al museo e vendute a milioni; il proprietario dell’opera dichiara che acquisterà centoventimila banane dallo scontento fruttarolo e poi non se ne sa più nulla; poi arriva uno e banana uno scotch, con altro atto artistico, tra le mille variazioni sul tema. Se valutassimo l’arte sul coinvolgimento e l’imitazione, beh, questa sarebbe arte al suo massimo.
Ora il presente. Sabato trenta maggio al museo Pompidou di Metz uno o più ignoti hanno rubato la banana.

Maledizione, dopo il Louvre un altro grande furto d’arte. O frutto d’arte, direi. I musei francesi non sono davvero all’altezza, dal punto di vista della sicurezza. Ora: persone di buon senso ma chiaramente digiune (eh, il tema) d’arte potrebbero obiettare che, dovendo cambiare la banana ogni tre giorni, il furto non sia poi tutta ’sta gran cosa. Eh no, sostiene il museo: «il valore dell’opera sta nel suo certificato di autenticità e nel protocollo che governa la sua presentazione», quindi un furto è un furto e parte la denuncia. E qui spiace non aver visto la scena al commissariato: sì, maresciallo, una banana. Ma non è solo una banana. Sì, ho capito che la cambiamo ma è la banana autenticata. Sì, certo, sarà marcita ora ma che c’entra?
Ritrovare la banana, a questo punto, assume le caratteristiche di una grande indagine della Sûreté guidata da Jacques Clouseau, fossi io andrei da un fruttivendolo e ne comprerei una. Il colpevole? Fuggito. Troppo scaltro, nella tradizione dei ladri d’arte francesi, da Arsenio Lupin a ‘Il fantasma’. Ne restano altre due, di banane: l’opera di Cattelan, il cui titolo è ‘Comedian’, è stata realizzata in tre, ehm, originali, con certificato, attestazione e istruzioni per il cambio della banana più di frequente e dello scotch dopo un po’. Ma tra un po’, scommetto, anche il Pompidou di Metz riavrà la sua opera, non la vedo proprio impossibile, riportando così l’esposizione a trentasette opere di Cattelan.

Questa banana crea veri cortocircuiti nei meccanismi del mercato e dell’esposizione delle opere d’arte, smascherando un po’ le regole del funzionamento dell’arte contemporanea e già di per essa, per questo, ha senso. Se poi sia arte se ne può e deve parlare, altra cosa che la banana e lo scotch hanno innescato da ormai sette anni. Come già dissi, ah se avessimo Roland Barthes a parlarne che bello sarebbe, è comunque un tema da buon libro divertito, secondo me. Io continuo a seguire la vicenda in modo appassionato, gli ulteriori sviluppi non potranno che essere soddisfacenti.
Un gruppo di ragazze si traveste da ragazzi per assistere alla partita di calcio della nazionale iraniana. Già, perché è loro proibito. È ‘Offside’, film del 2006 di Jafar Panahi.

Solo che le ragazze sono buffe e agguerrite e i soldati quando non sciocchi irrigiditi dalle regole ridicole, il problema è la segregazione di genere nel paese, cervellotica costruzione per evitare il più possibile il contatto tra donne e uomini e per limitare le libertà delle prime. ‘Kafka a Teheran’, appunto.
Una pipì, uno sguardo di sguincio, e allora almeno racconta cosa vedi, guardia, la faccenda si sviluppa in un ridicolo recintino di transenne per esercitare il potere ottuso della proibizione. Persino nelle panetterie in Iran le code sono due, affinché non avvengano sguardi, figurarsi contatti.
Panahi riesce nel difficile compito di parlare di cose serie con leggerezza e sguardo aperto, operazione complicata senza scivolare nella farsa o nel melodramma. La partita di calcio è reale, ha raccontato di avere due finali diversi a seconda di come fosse terminata. Film notevole, secondo me.
E intanto buona parte del cinema europeo e americano si interroga sui drammi del cattivo cibo a cena.
Un po’ di altri filmini e qualche serie: 11.22.63 | A Gentleman in Moscow | Ad ovest di Paperino | Amadeus (serie) | Appunti di un giovane medico | Better off Ted | Boris | Brooklyn nine-nine | Castle | C’è ancora domani | Cosmonauta | Denial | Deutschland 83 | Divertimento | Dracula | Dramma della gelosia | Elser | Gone girl | Goodbye Lenin | I Durrell | House of cards | I guerrieri della notte | Il condominio dei cuori infranti | Il mio giardino persiano | Il paradiso probabilmente | Il sol dell’avvenire | Il tatuatore di Auschwitz | Il terzo uomo e L’altro uomo | Io capitano | Io sono Li | Kafka a Teheran | L’armata Brancaleone | La chimera | Lo chiamavano Jeeg Robot | Lunchbox | Luther | Mars | Mindhunter | Mozart in the jungle | Musica per vecchi animali | Narcos | Offside | Ogro | Oppenheimer | Parks and Recreation | Patrick Melrose | Planet earth I e II | Po | Radioactive | Rick and Morty | Roadies | Romanoffs | Rosencrantz e Guildernstern sono morti | Sacco e Vanzetti | Scipione detto anche l’Africano | Super Pumped | Santa Maradona | Scrubs | Sherlock | Succession | Tár | Tenet | The departed | The Disaster Artist | The night manager | The Old Oak | The playlist | The wolf of wall street | The young pope | Uno, due, tre! | Van Gogh | Volevo nascondermi |
Nel filo che lega Jean-Louis Trintignant a Vanessa Paradis a un certo punto c’è Samuel Benchetrit, scrittore e poi attore e regista francese. Dalla sua autobiografia ‘Les Chroniques de l’Asphalte’, storie dalla banlieue, nel 2015 ha sceneggiato e diretto ‘Asphalte’, incautamente tradotto in italiano con ‘Il condominio dei cuori infranti’, scoraggiante.

E invece no, è un film fatto di niente e proprio per quello mi è molto piaciuto: di quelli nei gruppi condominiali desolati e poi invece un po’ di riscatto morale, affettivo, sociale c’è sempre. Le tre storie sono semplici e ricche di umanità, la ricerca di ciò che ciascuno desidera o necessita tra individui che si incontrano per caso.
Girato in un palazzone desolato che potrebbe essere in qualsiasi periferia francese è invece a Colmar, gioiello storico-architettonico ma solo in centro, fuori è proprio tutta un’altra storia: o ci si aiuta o si sprofonda.
Il ‘giardino persiano’, come il ‘giardino all’italiana’, è uno stile tradizionale specifico dell’impero achemenide di organizzare un giardino: oltre all’eleganza, la compostezza, la simmetria e l’armonia, una delle caratteristiche specifiche è la capacità di sopravvivere anche in condizioni climatiche avverse. Nove giardini persiani al mondo, i più famosi e conosciuti, sono patrimonio Unesco.
Ma il titolo originale del film, in persiano کیک محبوب من, è ‘La mia torta preferita’, non ‘Il mio giardino persiano’, come tradotto da noi. Certo, c’è un giardino, molto bello peraltro, e forse una certa qual allusione, e c’è pure una torta, tra l’altro, e forse una certa qual altra allusione: la settantenne Mahin, vedova con due figli all’estero, a un certo punto decide di riaprire alla vita, dopo anni ripetitivi e solitari, facendosi coraggio e attaccando bottone con il tassista Faramarz.

Da lì ne scaturirà una serata e notte imprevedibile. Uno dei punti focali è che la vicenda avviene in Iran, dove ovviamente le libertà femminili e quelle in generale relazionali non sono propriamente all’avanguardia. Quindi tutto deve avvenire al riparo di occhi indiscreti e in casa, dietro un rigoglioso giardino, appunto persiano. Che avrà pure un certo ruolo verso la fine.
La relazione tra i due è ovviamente timida e incerta ma voluta, entrambi colgono l’occasione e ne percepiscono gli sviluppi, la libertà che desiderano, i dialoghi e i modi sono delicati e gentili, era un attimo cadere nel trito o nel grottesco – bene i due registi, Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, quarantenni iraniani, in una co-produzione iranosvedesfranzostedesca – e i toni tragicomici non tradiscono il garbo di tutta la vicenda.
L’8 aprile 2013 morì Margaret Thatcher.

Tutti coloro che furono obbligati dal ruolo e dalla circostanze espressero più o meno sentiti cordogli, per tutti gli altri, nel migliore dei casi, era morta «la strega». ‘Witch’, a volte cambiava l’iniziale. La signora scozzese che, intervistata alla televisione durante il funerale, disse che sarebbe stato meglio piantarle un paletto nel cuore e metterle una corona d’aglio al collo per essere sicuri che non tornasse, «they should put a stake through her heart and garlic ‘round her neck to make sure she never comes back», resta nel cuore di molti.
I funerali, che erano stati concordati con lei, la Thatcher non la signora scozzese purtroppo, furono sontuosi: la cattedrale di St. Paul, la regina Elisabetta, tutta la cricca di orrendi che ne condivideva la visione politica, da Netanyahu a Kissinger a Cheney, i messaggi da tutto il mondo. Ken Loach propose di «privatizzare il suo funerale» e il comico Frankie Boyle ironizzò sui costi della cermonia: «Per tre milioni di sterline si potrebbe dare una pala a ogni scozzese e potremmo scavare una buca così profonda da consegnarla a Satana in persona», «For £3 million you could give everyone in Scotland a shovel, and we would dig a hole so deep we could hand her over to Satan in person».
I Chumbawamba fecero di meglio: scrissero e registrarono un EP intitolato ‘In Memoriam: Margaret Thatcher‘ molti anni prima e lo vendettero a ogni concerto od occasione possibile, con l’avvertenza che, però, gli acquirenti avrebbero ricevuto copia del disco il giorno dopo la sua morte. So long, waiting for Margaret to go.

E così fu. Qui il disco. Canzoni come ‘Waiting for Margaret to Go’, ‘Pinochet Bids Farewell from Beyond the Grave’, ‘The Day the Lady Died’, ‘Ring the Bells!’ e citazioni da ‘Ding-Dong! The Witch Is Dead’ dal mago di Oz ancora oggi restituiscono una certa atmosfera di doglianza piuttosto vivace:
So long, so long, you kept me waiting so long, so long,
let me serenade you with one last song
you’ll back where you belong so long, so long,
Se il ‘posto cui appartieni’ è abbastanza chiaro, secondo alcuni era un’abitudine sentirla mentire:
good bye good bye…
it’s so familiar seeing you lie
bye bye
E l’addio sentito, addio, addio, leggi l’epitaffio, suona la campana, ecco il tuo biglietto di sola andata per l’inferno:
Farewell, farewell
Read the epitaph, ring the bell,
you’ve got a one-way ticket to hell
farewell, farewell
A tutti i teneroni che da noi pensano che il declino sociale, morale ed etico sia iniziato con Berlusconi tocca ricordare che le cose erano purtroppo iniziate ben prima, Reagan compreso. Io stesso ho ancora una maglietta, nera, con scritta bianca: ‘I still hate Margaret Thatcher’. Più di una volta in Gran Bretagna mi hanno offerto una birra, grazie a quella.