dall’impossibile al comodo in ciabatte

Nota Albert Frederick Mummery nel suo ‘My Climbs in the Alps and Caucasus‘ come ogni cima montana passi attraverso tre stadi:

Giusto e ‘lady‘ è da intendersi nel significato precipuo del 1895, ovvero dama inglese che si diletta in qualche ascensione pomeridiana con scarpette da passeggio e gonnellone. Il principio dei tre stadi vale senza dubbio per molte cose, una bella edizione del suo libro è qui.

sì, sono nemico dell’Italia (e sono Giovanni Urganti, come tutti voi)

Per fortuna questo paese non mi delude mai.
Come molti altri, ci sediamo a vedere la cerimonia di apertura delle olimpiadi invernali. Le mie aspettative sono alte, desidero vedere una piena espressione dell’italia – minuscola – che produce il ministero del made in italy, che mette la bandierina su ogni maledetto prodotto alimentare, con sfondo rigorosamente nero, che scrive su ogni prodotto ‘prodotto italiano’, non ‘in italia’, italiano, che bolla chiunque dissenta come ‘nemico del paese’.
Sono trepidante, vediamo come interpreteranno in chiave di cerimonia l’idea di paese di fratelli d’italia, dei nazionalistini che temono la concorrenza, di coloro che sono desiderosi di rivincita culturale dopo decenni nelle fogne. Son proprio curioso. E il paese non delude, grandissimo come sempre.

Una successione ubriacante: prima un balletto in tema Amore e Psiche o Piramo e Tisbe o VEmanuele e Rosina, non ho capito, tra teche illuminate al neon di busti canoviani alla rinfusa, perché ovviamente siamo i legittimi eredi e discendenti del classicismo romano che comandava il mondo – grazie, Cazzullo -, poi entrano in scena le due attività principali che ogni italiano compie quotidianamente da che nasce: la musica e la pittura.

Il trio di compositori prescelto, Verdi, Puccini, Rossini – irraggiungibile Paolo Petrecca, direttore di RaiSport, che commenta sulla RAI: «Se Puccini si fosse chiamato Bianchini avremmo avuto il tricolore: Rossini, Verdini, cioè Verdi, Bianchini» – figurati da tre ballerini che vestono enormi testone di cartapesta che ballano al ritmo delle proprie opere arrangiate in chiave contemporanea, e questo è colpa di Sorrentino, cui seguono i tre tubettoni di colori primari che animano una tavolozza con tutte le eccellenze italiane.

E io qui mi immagino sempre le riunioni prima, quelle in cui i creativi si siedono e progettano l’evento. Mettiamo le eccellente italiane, sì, quelle che il mondo ci invidia, sì, l’eleganza italiana. La moda, dice uno, bravo, bravo, e il cibo? Certo, perdio, il cibo. E il design? Epperforza, il design, siamo maestri in quello. E l’antichità? Roma? Ma sì, ma sì. E la musica? La pittura? Tutto, tutto, siamo il paese migliore del mondo. Applausi tra di loro, uno con l’altro. Bravissimi. Ed è così che sotto i tre tubettoni, diretti da una direttrice d’orchestra – ah, se lasciassero lavorare Venezi -, entrano ballerini colorati vestiti da note musicali, colosseo, duomo di milano, centurioni (mapporc) e, lo giuro, da moka. Da caffettiera.

Non so se farmela addosso dal ridere o chiedere il visto per la Buriazia. Riporto il commento di Gente, la mia rivista di riferimento: «Un mix eclettico che ha raccontato l’Italia in tutte le sue sfaccettature, dal quotidiano al sublime». ‘Eclettico’ è l’equivalente di ‘pittoresco’ nel settore immobiliare. È chiaro che sono io, travolto da quella che considero la banalità e il luogocomunismo più sfrenati accoppiati all’onestamente brutto.
Non manca l’omaggio a un’altra eccellenza italiana, Raffaella Carrà, poi Maraiah Cherei vestita da fatona tettona delle nevi (straniera, lo sapete?) canta Modugno, che eccitante novità, e sul gobbo per non farla sbagliare le mettono il testo nella sua fonetica – «Ai een-comb-een-chah-voh, voh-lah-reh, nell chay-lo een-fee-nee-toe» – e poi arriva Mattarella in tram guidato da VRossi, copiata dalle olimpiadi inglesi quando la regina e DCraig arrivarono col double decker.

Poi così, debbotto, accazzodecane, entra Favino – che è veramente il trasferello di questi anni che si può incollare ovunque da Craxi a Montecristo – vestito da signorotto che va’ a sapere quale sia il legame si produce nella declamazione dell”Infinito’ del povero Leopardi, massacrato ancora una volta di più senza aver alcuna voglia di capirlo, vedo sempre la riunione di creativi sullo sfondo, che ricordano le belle feste di natale in cui la nipotina sale sulla sedia e declama la poesia. Ecco, inserendo nell’equazione i soldi pubblici salta fuori Favino e tutta la poderosa baracconata. Poi cose varie, migliaia e migliaia di modelle anoressiche vestite di rosso, bianco e verde, ovvio, con Armani che osserva dal paradiso, bandiere consegnate a corrazzieri e carabinieri – e anche qui una bella strizzata d’occhio come ogni volta alle forze dell’ordine ancora traumatizzate dai fatti incresciosi di Torino all’Askatasuna -, l’inno in playback, un bambino protagonista di chissà quale vicenda struggente che sta all’alzabandiera a Cortina a fianco delle carabiniere più fotomodelle mai viste e buona notte, a questo punto sono morto.

Cinque anni fa, un gruppo di gioviali russi dediti alla burla confezionarono uno show di un’ora tutto recitato in italiano che riproduceva una trasmissione canora italiana, a metà tra ‘Domenica in’ e ‘Sanremo’ di capodanno, in cui c’erano tutti i luoghi comuni del nostro paese: la conduttrice tettona svampita, il conduttore piacione, l’ospite pleiboi, gli ospiti musicali, tutto sopra le righe, tutto eccessivo, le acconciature sfrenate, gli abiti sfarzosi, l’estetica fatta di oro e velluti tra il sublime, come dice Gente, e lo straccione. Si intitolava ‘Ciao 2020’, poi replicata in ‘Ciao 2021’ l’anno dopo. Una presa per il culo sontuosa ma, soprattutto, una lettura di noi, di quel che siamo, visti da fuori. Soprattutto da un paese che ama la nostra musica più deteriore e che per estetica generale si sente a ragione molto vicino a noi. In via Montenapoleone sono loro e gli arabi che si divertono. Il governo si incazzò, pretese scuse e fece rimuovere i video da youtube ma, per fortuna, alcuni di noi continuano a rimetterli.

Ma noi no, non capimmo. Come con ‘Boris’, ridiamo come se parlassero d’altri. Perché noi siamo i figli di Leonardo, di Michelangelo, di Augusto accoppiato con Giulio Cesare, di Pininfarina, di Bialetti, di Valentino, di Mennea e avanti tutta. Il classico armamentario degli anziani in un paese anziano che rimpiangono i (supposti) bei tempi andati, in cui tutto era bello, luminoso, e vivaci erezioni mattutine rendevano la vita degna di essere vissuta in mezzo all’eleganza. Nella cerimonia di apertura nulla, NULLA, di quanto rappresentato aveva meno di settant’anni, probabilmente la cosa più recente era la Carrà, con l’articolo, in un’illusione del passato che, devo dirvelo, vecchiacci maledetti, non è solo passato ma non è mai nemmeno esistito per davvero. In Veneto mangiavano i topi e i gatti, Tambroni sparava sugli operai, il paese ammazzava il proprio miglior poeta mentre produceva la miglior criminalità organizzata del mondo che faceva saltare in aria le autostrade, ci piaceva mettere bombe sui treni, depistare indagini e annullare processi, mentre certamente due o tre industriali e designer a Milano e alcuni intellettuali a Torino si divertivano e facevano cose favolose, certo. Decenni fa, tutto distrutto.

Noi, il paese degli eleganti e dei raffinati, produciamo bar arredati di finto oro e compensato vicini all’estetica polacca, tute da ginnastica col cavallo basso pigliamerda, tatuaggi da far schifo per soggetti e fattura, centri commerciali che nulla hanno da invidiare alla Bielorussia di Lukašėnka, palazzoni da periferia di Minsk, manifestazioni che sono un misto tra la sagra texana del maiale arricchito e la festa balcanica dello sposalizio festoso con le pistole, analfabeti funzionali che non reggono un medio articolo. Ma no, noi abbiamo le eccellenze che tutto il mondo ci invidia (e qui elencare brevemente: la Ferrari, ehm, la moda… uh, il cibo…), un altro classico degli anziani – l’anzianità è una categoria dello spirito, non un fatto anagrafico, mi ripeto -: avere una visione del tutto distorta di sé. Belli, sveglia: ci vedono così perché siamo così. Punto. Altro che Leonardo, altro che Fermi. Semmai siamo fermi, con la minuscola e costruiamo cose qualsiasi già vecchie alla nascita. Fermi ad almeno settant’anni fa, se non secoli.

Per carità, la cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi è per sua natura su un registro di pacchianeria girato al massimo, lo sappiamo, ci devono essere dentro tutti i luoghi comuni e i cliché del paese, questo lo so. Le olimpiadi stesse sono una recita anacronistica, a ben guardare. Ma si possono rendere con grazia, evitando la sagrona di paese e la pizzata serale ricca di barzellette, si potrebbe esercitare anche un po’ di un’arte dimenticata, l’ironia, o peggio ancora l’autoironia, bandita da ogni tavola di questo paese. La vicinanza tra me e Leon Battista Alberti, lo dico con rammarico, è la stessa medesima che passa tra un siberiano e Puškin, siderale, nessuna contiguità. Che ci dobbiamo dire, io e te, LBA?
Ora, però, bando alle tristezze, beviamoci un buon caffè all’ombra dei mille campanili, dipingiamo e componiamo musica prima di cena, una bella pizza e tante risate in compagnia, guardando magari la splendida festa delle olimpiadi, senza pensieri negativi. Perché «chi manifesta contro i Giochi è nemico dell’Italia», come dice Meloni.

Bravi, bravi tutti. Tranne me, sciocco nemico del popolo.
(La cerimonia era già pronta, bastavano i primi minuti di Ciao 2021, erano già lì belli girati).

un film già pronto, la nemesi

Dopo la storia sul temperatore di Venezia, anch’essa un film già pronto e praticamente scritto, un’altra storia già confezionata, pronta per diventare un film d’azione thriller politico: ‘Operazione Nemesis’. Persino il titolo c’è già.

Eccellenza, signor Produttore, maestà, ecco la storia in breve: a seguito del genocidio armeno da parte dell’impero ottomano e del massacro degli armeni a Baku nel 1918, la Federazione Rivoluzionaria Armena nel 1920 diede inizio all”Operazione Nemesis’, la punizione divina: un certo numero di ex personalità politiche e militari ottomane furono assassinate, così come varie figure di rilievo azere, poiché responsabili dei crimini contro il popolo armeno. Un po’ come l’operazione ‘Operazione Ira di Dio’ del Mossad dopo le Olimpiadi di Monaco del 1972, stessa enfasi, e lì il film l’hanno già fatto.

Sotto la guida di Shahan Natalie, politico, scrittore e giornalista, gli uomini dell’ARF, la Federazione Rivoluzionaria Armena, organizzarono l’omicidio di Fatali Khan Khoyski, Primo ministro dell’Azerbaigian, il 19 giugno 1920 a Tbilisi; il più importante di tutti, quello di Talaat Pasha, leader dei Giovani Turchi, Ministro dell’Interno e Gran Visir, a Berlino il 15 marzo 1921; poi quello di Behbud Khan Javanshir, Ministro degli interni dell’Azerbaigian il 18 luglio 1921 a Costantinopoli; e Said Halim Pasha, Gran Visir, il 5 dicembre 1921 a Roma; e Behaeddin Shakir, Membro fondatore del Comitato Unione e Progresso, il 17 aprile 1922 a Berlino e lo stesso giorno e luogo anche Cemal Azmi, Wali del Vilayet di Trebisonda; e per finire, l’eliminazione a Tbilisi il 25 luglio 1922 di Djemal Pasha, Governatore della Siria e Ministro della Marina. Sette morti e tutti i tre pascià ottomani scappati in Europa giustiziati.

Allora, signor Produttore, c’è il film o no? La Turchia in reazione approvò la legge numero 882, che assegnava le proprietà ai parenti dei leader ottomani assassinati per il loro ruolo nel genocidio armeno e Recep Zühtü Soyak, segretario di Ataturk, commentò, rivolgendosi agli assassini: «potresti giustiziare un turco attraverso un assassinio! Ma cresceremo la sua prole con i tuoi soldi in modo che domani ti caverà un occhio e ti spezzerà la testa». Non manca nulla, tutti gli elementi ci sono.

Nel 2023, a ridosso della guerra con l’Azerbaijan, il governo armeno ha inaugurato un monumento a Yerevan dedicato ai partecipanti all”Operazione Nemesis’, facendo ovviamente incazzare anche la Turchia, con immediata chiusura degli spazi aerei. Gli armeni hanno tenuto duro e il monumento è ancora lì. Un secolo dopo queste storie sono ancora d’attualità, si respirano ovunque andando in giro per il Caucaso e, ancor più, parlando con un qualsiasi armeno. Ecco perché il film – a differenza di ‘Munich’ – non si farà mai, nonostante sia già qui, servito caldo.

il concetto di ‘espansione inevitabile’

Leggo un passaggio interessante nel saggio di Simona Merlo, Georgia. Una storia fra Europa e Asia, Trieste, Beit, 2017, che spiega le ragioni dell’espansione dell’impero russo in Georgia nel 1801, passaggio fondamentale «nella strategia di rafforzamento della presenza russa nell’area caucasica auspicato dall’entourage di Caterina, in particolare dal principe Grigorij Potëmkin, ispiratore della politica estera della zarina e convinto sostenitore della vocazione euro-asiatica della Russia». Le ragioni sono connesse più al concetto dell’esistenza del paese stesso e all’inevitabilità di tale espansione, legata a fattori di continuità, identità, comunanza e somiglianza, che a impulsi di conquista coloniale:

«La costituzione dell’Impero fu infatti un progressivo allargamento dei territori originari – il nucleo moscovita – secondo quel processo sintetizzato da Vasilij Ključevskij, di “un paese che colonizza se stesso”.1 Privo di frontiere naturali, lo Stato russo avvertì fin dalle sue origini la necessità di espansione come una condizione preliminare alla sopravvivenza. L’ampliamento dei confini riguardava l’esistenza stessa della Russia, non soltanto la sua estensione e potenza. Nel caso russo, a differenza di quanto avvenuto per i paesi dell’Europa occidentale, “la formazione dell’Impero non è succeduta alla costruzione dello Stato, ma l’ha accompagnata”.2 Per tale motivo, come ha messo in rilievo la studiosa Ljudmila Gatagova, all’Impero degli zar non si addice il classico modello di Impero coloniale. In riferimento al Caucaso l’utilizzo stesso del termine “colonia” è quanto mai improprio. La conquista del Caucaso non fu concepita come una campagna coloniale, ma come un’espansione inevitabile verso sud, così come il Caucaso non fu percepito come una colonia dell’Impero zarista, ma come un suo prolungamento, innanzitutto dal punto di vista geografico. A differenza degli Imperi coloniali – ad esempio le colonie britanniche con la madrepatria – Russia e Caucaso avevano continuità territoriale e frontiere comuni. Ciò non significa tuttavia, che l’Impero russo non abbia applicato nei confronti di questa regione politiche di tipo coloniale».

Non che ciò valga come giustificazione, figuriamoci, l’idea dell’espansione inevitabile rimanda a fatti novecenteschi terribili, ma questo discorso chiarisce alcuni aspetti dell’invasione attuale dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, in particolare là dove fin dall’inizio la posizione dell’invasore è stata che quei territori fossero di fatto Russia, il che è ancor più vero, da un certo punto di vista storico, visto che la componente ucraina nella formazione della cultura, letteratura e storia russa è di certo preponderante. Il senso, quindi, riassumendo brutalmente, è – al di là dei fatti che sono innegabili – l’invito a leggerli in un’ottica diversa dalle crude mire espansionistiche con cui in Europa occidentale siamo abituati a leggere questo tipo di azioni politico-militari, in cui non è secondaria la percezione di sé come «terza Roma», e alla luce di queste considerazioni immaginare possibili soluzioni all’attuale conflitto coerenti con le motivazioni scatenanti.

1 KLJUČEVSKIJ, V. O. Russkaja istorija. Polnyj kurs lekcij v 3 knigach. [La storia russa. Ciclo completo di lezioni in tre volumi], vol. 1, Moskva 1993, p. 20.
2 C. Mouradian, Les russes au Caucase, in Le livre noir du colonialisme: XVI-XXI siècles: de l’extermination à la repentance, a cura di M. Ferro, Paris 2003, p. 393.

trentatreanni

L’editoriale di Giovanni De Mauro su Internazionale del 27 giugno, glielo rubo perché la successione è utile:

È il 13 giugno 2025, Benjamin Netanyahu annuncia gli attacchi contro Teheran: “Negli ultimi anni l’Iran ha prodotto uranio altamente arricchito sufficiente a fabbricare nove bombe atomiche. Se non sarà fermato, potrebbe produrre un’arma nucleare in pochissimo tempo”. Maggio 2018, intervistato dalla Cnn, Netanyahu spiega: “C’è un’enorme quantità di informazioni che dimostrano quanto l’Iran sia avanti nella costruzione di bombe. Ha i mezzi per costruire una bomba molto rapidamente”. Settembre 2012, rivolgendosi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite: “Entro la prossima primavera l’Iran passerà alla fase finale. Da lì ci vorranno pochi mesi, forse settimane, prima che abbia abbastanza uranio arricchito per la prima bomba”. Dicembre 2009, appena diventato primo ministro, incontra una delegazione di deputati statunitensi in visita in Israele: “L’Iran ha la capacità di fabbricare una bomba, oppure potrebbe aspettare e fabbricarne più d’una nel giro di un anno o due”. Dicembre 2006, al Glenn Beck show, programma televisivo negli Stati Uniti, dice: “L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha trovato tracce di plutonio e uranio per la produzione di bombe atomiche: l’Iran si sta preparando a produrre venticinque bombe atomiche all’anno”. Febbraio 1995, intervistato da Cbs News: “L’Iran sarà in grado di produrre bombe nucleari entro tre-cinque anni”. Sempre nel 1995, pubblica un libro dal titolo Combattere il terrorismo: “Le stime più attendibili indicano che l’Iran impiegherà dai tre ai cinque anni per avere quello che serve a produrre armi nucleari”. È il gennaio 1992, trentatré anni fa, e Netanyahu è un dirigente del partito del Likud. Parlando alla Knesset, il parlamento israeliano, dice: “Entro tre o cinque anni possiamo presumere che l’Iran diventerà autonomo nella sua capacità di produrre una bomba nucleare. Questa minaccia deve essere sventata da un fronte internazionale guidato dagli Stati Uniti”. In Medio Oriente l’unico paese ad avere armi nucleari è Israele, probabilmente dal 1966.

tripolitania locale

Tutto ’sto menello per andare in Libia quando bastava andare vicino a Mantova:

Tripoli, frazione mantovana, è una delle memorie del periodo libico in Italia, mi viene in mente il quartiere Cirenaica di Bologna, bellissimo peraltro, e le case o i quartieri ‘dei libici’ in molte città italiane, ove per odonomastica o perché abitati da italiani nati in Libia e rientrati o libici proprio dopo la seconda guerra mondiale e la perdita della colonia.

un disastro annunciato persino da me

Come avevo capito persino io, la tranquillità in Libia – se così si può dire – è durata il battito di un niente: ucciso l’altro ieri Abdel Ghani Al-Kikli, conosciuto come Ghaniwa e accusato di abusi, torture e crimini contro l’umanità, e la sconfitta del suo gruppo, l’Apparato di Supporto alla Stabilizzazione (Ssa), a opera della 444esima brigata combattente di Mahmoud Hamza ed eseguito dal capitano Musaab Zariq. Al-Kikli, vedi com’è, qualche settimana fa era stato avvistato in Italia, anche lui incurante del mandato di arresto internazionale. Gli scontri che ne sono seguiti, tra la Brigata 444, allineata con il presidente Dbeibah, e la Forza di Deterrenza Speciale (Rada), l’ultima grande fazione armata di Tripoli non ancora schierata con il premier e che fa capo, vedi, allo sciagurato Usāma al-Maṣrī Nağīm, conosciuto come Al Masri, anche lui ricercato e liberato prontamente dal governo Meloni mesi fa. Ne raccontavo qui.
Il presidente Abdulhamid al Dbeibah, primo ministro del Governo di Unità Nazionale (Gnu), ha colto la palla al balzo per provare a eliminare Al Masri e la sua milizia, la Rada, così da togliersi dai piedi un oppositore. Ma non basta, da ovest sono converse su Tripoli le fazioni armate provenienti da Az Zawiyah, luogo dove partono i barconi, ci sono i centri di detenzione, parte il gasdotto per l’Italia, dove operano i gruppi dei clan a cui apparteneva Abdurahman al-Milad (“Bija”) ucciso a settembre in un agguato nei pressi della città e, come avevo intuito pure io che nulla so, il comandante della Cirenaica Khalifa Haftar e il suo Esercito Nazionale Libico (Lna) hanno cominciato a muovere verso Sirte, in direzione di Tripoli, cogliendo l’occasione per farsi trovare pronti a pigliarsi tutto.

Alcune fonti parlano di novanta morti a Tripoli, le immagini sono preoccupanti, anche in centro città nella piazza dei martiri, e la tregua attuale – il ministero della Difesa: «ha invitato tutte le parti a rispettare pienamente il cessate il fuoco e ad astenersi da dichiarazioni provocatorie o da qualsiasi movimento sul campo che possa riaccendere le tensioni» – pare fatta di nulla. Un po’ ridicola, la procura di Tripoli ha emesso un avviso di garanzia per Al Masri per i crimini commessi dalla sua polizia giudiziaria, per abusi e crimini nella gestione delle carceri. Cioè gli stessi motivi per cui è ricercato dalla polizia internazionale – non quella italiana -, cosa che finora andava bene, evidentemente. Al Masri a questo punto è l’obbiettivo e in mancanza di protezione o si adeguerà al presidente o verrà ucciso come Bija e tutti gli altri spazi verranno occupati dalle forze in campo, impossibile fare previsioni adesso. Il territorio è delle bande che si camuffano da milizie fedeli al regime, tutto sta nella forza esercitata o dimostrata. Il bottino sono i soldi che derivano dal traffico di migranti e dal possesso dei pozzi di petrolio ma la partita è ben più grande: Haftar pochi giorni fa era a Mosca, sempre interessata a tutta la Cirenaica come zona di influenza e per il porto a Tobruk, e sia Haftar che Dbeibah nelle settimane scorse hanno incontrato Trump, per negoziare lo sblocco dei fondi di Gheddafi, venti miliardi di dollari, in cambio di contratti con l’industria americana. E non mancano Turchia ed Egitto, interessati per ragioni economiche e geopolitiche. E l’Italia, con Eni che in Libia è dappertutto da decenni. Giusto per dare un’idea del movimento, una mappetta già vecchia delle aree di influenza delle milizie e del numero di forze in campo nella sola Tripoli:

Il centro, come sempre, è l’aeroporto, strategico, ora chiuso e si vola su Misurata. Si vola per venir via, chiaro.