Per fortuna questo paese non mi delude mai.
Come molti altri, ci sediamo a vedere la cerimonia di apertura delle olimpiadi invernali. Le mie aspettative sono alte, desidero vedere una piena espressione dell’italia – minuscola – che produce il ministero del made in italy, che mette la bandierina su ogni maldetto prodotto alimentare, con sfondo rigorosamente nero, che scrive su ogni prodotto ‘prodotto italiano’, non ‘in italia’, italiano, che bolla chiunque dissenta come ‘nemico del paese’.
Sono trepidante, vediamo come interpreteranno in chiave di cerimonia l’idea di paese di fratelli d’italia, dei nazionalistini che temono la concorrenza, di coloro che sono desiderosi di rivincita culturale dopo decenni nelle fogne. Son proprio curioso. E il paese non delude, grandissimo come sempre.
Una successione ubriacante: prima un balletto in tema Amore e Psiche o Piramo e Tisbe o VEmanuele e Rosina, non ho capito, tra teche illuminate al neon di busti canoviani alla rinfusa, perché ovviamente siamo i legittimi eredi e discendenti del classicismo romano che comandava il mondo – grazie, Cazzullo -, poi entrano in scena le due attività principali che ogni italiano compie quotidianamente da che nasce: la musica e la pittura.

Il trio di compositori prescelto, Verdi, Puccini, Rossini – irraggiungibile Paolo Petrecca, direttore di RaiSport, che commenta sulla RAI: «Se Puccini si fosse chiamato Bianchini avremmo avuto il tricolore: Rossini, Verdini, cioè Verdi, Bianchini» – figurati da tre ballerini che vestono enormi testone di cartapesta che ballano al ritmo delle proprie opere arrangiate in chiave contemporanea, e questo è colpa di Sorrentino, cui seguono i tre tubettoni di colori primari che animano una tavolozza con tutte le eccellenze italiane.
E io qui mi immagino sempre le riunioni prima, quelle in cui i creativi si siedono e progettano l’evento. Mettiamo le eccellente italiane, sì, quelle che il mondo ci invidia, sì, l’eleganza italiana. La moda, dice uno, bravo, bravo, e il cibo? Certo, perdio, il cibo. E il design? Epperforza, il design, siamo maestri in quello. E l’antichità? Roma? Ma sì, ma sì. E la musica? La pittura? Tutto, tutto, siamo il paese migliore del mondo. Applausi tra di loro, uno con l’altro. Bravissimi. Ed è così che sotto i tre tubettoni, diretti da una direttrice d’orchestra – ah, se lasciassero lavorare Venezi -, entrano ballerini colorati vestiti da note musicali, colosseo, duomo di milano, centurioni (mapporc) e, lo giuro, da moka. Da caffettiera.

Non so se farmela addosso dal ridere o chiedere il visto per la Buriazia. Riporto il commento di Gente, la mia rivista di riferimento: «Un mix eclettico che ha raccontato l’Italia in tutte le sue sfaccettature, dal quotidiano al sublime». ‘Eclettico’ è l’equivalente di ‘pittoresco’ nel settore immobiliare. È chiaro che sono io, travolto da quella che considero la banalità e il luogocomunismo più sfrenati accoppiati all’onestamente brutto.
Non manca l’omaggio a un’altra eccellenza italiana, Raffaella Carrà, poi Maraiah Cherei vestita da fatona tettona delle nevi (straniera, lo sapete?) canta Modugno, che eccitante novità, e sul gobbo per non farla sbagliare le mettono il testo nella sua fonetica – «Ai een-comb-een-chah-voh, voh-lah-reh, nell chay-lo een-fee-nee-toe» – e poi arriva Mattarella in tram guidato da VRossi, copiata dalle olimpiadi inglesi quando la regina e DCraig arrivarono col double decker.

Poi così, debbotto, accazzodecane, entra Favino – che è veramente il trasferello di questi anni che si può incollare ovunque da Craxi a Montecristo – vestito da signorotto che va’ a sapere quale sia il legame si produce nella declamazione dell”Infinito’ del povero Leopardi, massacrato ancora una volta di più senza aver alcuna voglia di capirlo, vedo sempre la riunione di creativi sullo sfondo, che ricordano le belle feste di natale in cui la nipotina sale sulla sedia e declama la poesia. Ecco, inserendo nell’equazione i soldi pubblici salta fuori Favino e tutta la poderosa baracconata. Poi cose varie, migliaia e migliaia di modelle anoressiche vestite di rosso, bianco e verde, ovvio, con Armani che osserva dal paradiso, bandiere consegnate a corrazzieri e carabinieri – e anche qui una bella strizzata d’occhio come ogni volta alle forze dell’ordine ancora traumatizzate dai fatti incresciosi di Torino all’Askatasuna -, l’inno in playback, un bambino protagonista di chissà quale vicenda struggente che sta all’alzabandiera a Cortina a fianco delle carabiniere più fotomodelle mai viste e buona notte, a questo punto sono morto.
Cinque anni fa, un gruppo di gioviali russi dediti alla burla confezionarono uno show di un’ora tutto recitato in italiano che riproduceva una trasmissione canora italiana, a metà tra ‘Domenica in’ e ‘Sanremo’ di capodanno, in cui c’erano tutti i luoghi comuni del nostro paese: la conduttrice tettona svampita, il conduttore piacione, l’ospite pleiboi, gli ospiti musicali, tutto sopra le righe, tutto eccessivo, le acconciature sfrenate, gli abiti sfarzosi, l’estetica fatta di oro e velluti tra il sublime, come dice Gente, e lo straccione. Si intitolava ‘Ciao 2020’, poi replicata in ‘Ciao 2021’ l’anno dopo. Una presa per il culo sontuosa ma, soprattutto, una lettura di noi, di quel che siamo, visti da fuori. Soprattutto da un paese che ama la nostra musica più deteriore e che per estetica generale si sente a ragione molto vicino a noi. In via Montenapoleone sono loro e gli arabi che si divertono. Il governo si incazzò, pretese scuse e fece rimuovere i video da youtube ma, per fortuna, alcuni di noi continuano a rimetterli.

Ma noi no, non capimmo. Come con ‘Boris’, ridiamo come se parlassero d’altri. Perché noi siamo i figli di Leonardo, di Michelangelo, di Augusto accoppiato con Giulio Cesare, di Pininfarina, di Bialetti, di Valentino, di Mennea e avanti tutta. Il classico armamentario degli anziani in un paese anziano che rimpiangono i (supposti) bei tempi andati, in cui tutto era bello, luminoso, e vivaci erezioni mattutine rendevano la vita degna di essere vissuta in mezzo all’eleganza. Nella cerimonia di apertura nulla, NULLA, di quanto rappresentato aveva meno di settant’anni, probabilmente la cosa più recente era la Carrà, con l’articolo, in un’illusione del passato che, devo dirvelo, vecchiacci maledetti, non è solo passato ma non è mai nemmeno esistito per davvero. In Veneto mangiavano i topi e i gatti, Tambroni sparava sugli operai, il paese ammazzava il proprio miglior poeta mentre produceva la miglior criminalità organizzata del mondo che faceva saltare in aria le autostrade, ci piaceva mettere bombe sui treni, depistare indagini e annullare processi, mentre certamente due o tre industriali e designer a Milano e alcuni intellettuali a Torino si divertivano e facevano cose favolose, certo. Decenni fa, tutto distrutto.
Noi, il paese degli eleganti e dei raffinati, produciamo bar arredati di finto oro e compensato vicini all’estetica polacca, tute da ginnastica col cavallo basso pigliamerda, tatuaggi da far schifo per soggetti e fattura, centri commerciali che nulla hanno da invidiare alla Bielorussia di Lukašėnka, palazzoni da periferia di Minsk, manifestazioni che sono un misto tra la sagra texana del maiale arricchito e la festa balcanica dello sposalizio festoso con le pistole, analfabeti funzionali che non reggono un medio articolo. Ma no, noi abbiamo le eccellenze che tutto il mondo ci invidia (e qui elencare brevemente: la Ferrari, ehm, la moda… uh, il cibo…), un altro classico degli anziani – l’anzianità è una categoria dello spirito, non un fatto anagrafico, mi ripeto -: avere una visione del tutto distorta di sé. Belli, sveglia: ci vedono così perché siamo così. Punto. Altro che Leonardo, altro che Fermi. Semmai siamo fermi, con la minuscola e costruiamo cose qualsiasi già vecchie alla nascita. Fermi ad almeno settant’anni fa, se non secoli.

Per carità, la cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi è per sua natura su un registro di pacchianeria girato al massimo, lo sappiamo, ci devono essere dentro tutti i luoghi comuni e i cliché del paese, questo lo so. Le olimpiadi stesse sono una recita anacronistica, a ben guardare. Ma si possono rendere con grazia, evitando la sagrona di paese e la pizzata serale ricca di barzellette, si potrebbe esercitare anche un po’ di un’arte dimenticata, l’ironia, o peggio ancora l’autoironia, bandita da ogni tavola di questo paese. La vicinanza tra me e Leon Battista Alberti, lo dico con rammarico, è la stessa medesima che passa tra un siberiano e Puškin, siderale, nessuna contiguità. Che ci dobbiamo dire, io e te, LBA?
Ora, però, bando alle tristezze, beviamoci un buon caffè all’ombra dei mille campanili, dipingiamo e componiamo musica prima di cena, una bella pizza e tante risate in compagnia, guardando magari la splendida festa delle olimpiadi, senza pensieri negativi. Perché «chi manifesta contro i Giochi è nemico dell’Italia», come dice Meloni.

Bravi, bravi tutti. Tranne me, sciocco nemico del popolo.
(La cerimonia era già pronta, bastavano i primi minuti di Ciao 2021, erano già lì belli girati).