minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 55

Primo Maggio, su coraggio (quando la citazione è dotta). Già, niente cortei, niente concertone come si deve (cioè, si fa ma senza pubblico), niente piazze, niente primo maggio, in sostanza. Come niente 25 aprile una settimana fa o, meglio, lo festeggiamo così, da casa. Buon primo maggio, comunque. A proposito, invece, di concerti-non-concerti, in Danimarca l’hanno fatto: Mads Langer, che è un cantante danese che non conosco (lo sto ascoltando ora mentre scrivo e credo continuerò a non conoscerlo), ha tenuto un concerto con pubblico presente in modalità drive-in. La foto è qui sotto e pare, dal palco, un concerto in una concessionaria dopo una catastrofe nucleare. Ovvio che nessuno di questi elementi abbia senso se accostato agli altri. Immagino che più che applaudire si suoni il clacson, mah. Per carità, magari è la normale ritrosia di fronte alle novità, magari una volta dentro (l’auto) e dentro (l’arena) la cosa è bellissima. A parte una prima considerazione che mi pongo: se, per dire, io desiderassi andare a un concerto in un luogo diverso da quello in cui vivo, ci dovrei andare in macchina. O dovrei noleggiare un’auto per andare al concerto, ma non nel senso tradizionale che questa frase avrebbe: per entrare e per stare al concerto avrei bisogno di un’auto. E se fossimo, come mille volte, quattro amici? Tutti nella stessa auto o in quattro auto ciascuno da solo? E se, come sempre capita a un concerto, ho bevuto molta birra e devo andare a pisciare, ci vado a piedi o con l’auto? Perché non è mica semplice, vista la disposizione nella foto, sarebbe un bello sketch: scusate, scusate, devo andare in bagno, mentre prendo a sportellate tutte le auto tra me e il cesso. E poi, le auto in coda al cesso. Vabbè. Il punto, abbastanza drammatico per me e anche per questo settore, è che le previsioni più ottimistiche spostano parecchio in là il momento ipotetico in cui sarà possibile assistere a un concerto normalmente, come abbiamo fatto fino a febbraio scorso. Se siete amanti dei concerti, sedetevi: si parla di – ripeto: ottimisticamente – autunno 2021. Non è una stima a caso, è fatta dagli esperti del settore dell’organizzazione dei concerti. Impossibile garantire distanziamento, norme sanitarie e igieniche sufficienti. Era impossibile anche prima, che si poteva stare tutti attaccati, figuriamoci ora. Bella schifezza anche qui.

Una delle attività principali del periodo sono le videoconferenze. Io le odio, mi danno abbastanza fastidio e cerco di evitarle in ogni modo. Non capisco perché non bastino le audio- e sia necessario aggiungere il video-. Mi pare che poco aggiunga, considerando che siamo tutti a casa e nessuno è su una spiaggia caraibica o nella sede del MIT e, oltre a tutto, raramente mi trovo in una videoconferenza con Paul Newman o Margot Robbie, ovvero per cui valga davvero la pena vedere. Con le videoconferenze si assiste a cose di ogni tipo: cucine, tinelli, cantine e rimesse, gente senza pantaloni, computer appoggiati su assi da stiro, persone nude che passano sullo sfondo, bambini che intervengono, conversazioni interrotte dai gatti e così via.
Una delle ambientazioni che va di più durante le videoconferenze è senza dubbio quella per cui ci si inquadra con una libreria alle spalle. Con tutto quello che significa: cultura, preparazione, una bella casa con un ambiente raffinato, interessi diversi e molteplici e così via. Chiaro anche anche la libreria, a meno che non siate Umberto Eco, vada preparata un minimo. Perché ci dev’essere tutto ma l’aria deve sembrare naturale, non come la libreria alle spalle di Berlusconi nel video della discesa in campo, che era rada e piena di volumi in serie, probabilmente enciclopedie retaggio del bel periodo del porta-a-porta (nel senso di vendita). Ci devono essere libri impegnativi e meno, avere l’aria di essere stati letti o, quantomeno, aperti e consumati, ed essere interessanti. Non come le librerie alle spalle dei video di Salvini, in cui ci sono gagliardetti del Milan, sorpresine degli ovetti kinder, due libri striminziti sulle pratiche new age o sul complotto dell’11 settembre e una boule de neige di Portofino. Di librerie belle ne ho viste poche, più che altro Harry Potter e foto di famiglia. La migliore libreria in assoluto che ho visto, sempre in ambito videoconferenze nel periodo del covid-19, è senz’altro quella di Cate Blanchett. Non perché abbia avuto il piacere di avere una videoconferenza con lei (Cate, non la libreria), purtroppo, ma perché ho visto il video di un fortunato che era in videoconferenza con lei. Che si conferma, per quanto mi riguarda, una delle donne più affascinanti dell’universo mondo, anche in versione casalinga con occhialoni. La sua libreria, colta e usata al punto giusto, come dicevo, per cui il disegno dei bambini è una nota in più, mostra, attenzione: i venti volumi dell’Oxford English Dictionary, Moscow 1937 di Karl Schlögel e Postcapitalismo di Paul Mason, un bel saggione che ripercorre la storia del capitalismo e dei suoi critici, da Marx in poi. Voglio dire.

Io, una volta, quando mi hanno chiamato per la videoconferenza ero al cassonetto.

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Un commento su “minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 55

  1. Fondata sul lavoro

    Fa una certa impressione, oggi che il calendario gira un’altra pagina e siamo a maggio, pensare che a breve saranno due mesi da che è iniziata questa nostra avventura.
    Da qualche tempo l’emergenza sanitaria pare essersi placata, come confermano anche i dati odierni, e quindi anche la nostra quotidianità risente tanto dell’evoluzione del covid quanto del passare del tempo e dunque anche dell’”indotto”, sia psicologico/sociologico (già ora) sia economico (già percepibile, ma solo in sedicesimi).
    Mi sembra di poter dire che del virus oggi si ha meno paura di ieri, ma questo per ragioni del tutto estemporanee. Non si sentono più risuonare continuamente le sirene delle ambulanze e le pale degli elicotteri di soccorso, va bene; gli ospedali sono fortunatamente meno ingolfati, a partire dai reparti di terapia intensiva, d’accordo; non siamo più come all’inizio bersagliati ora per ora dai comunicati e dalle conferenze stampa con il relativo “bollettino di guerra”, meglio così. I morti però, seppur meno, continuano ad esserci; i dati relativi al contagio sono molto migliorati, ma per effetto del lockdown; non si percepiscono significativi passi in avanti rispetto alle cure mediche (a proposito: qualcuno sente più parlare dei tanti farmaci presuntamente “miracolosi” che tanto sono stati pubblicizzati all’inizio dell’epidemia?); non si ha ancora un test rapido che secondo alcuni sarebbe stato disponibile fino dall’inizio di aprile; di vaccino, ovviamente, neanche a parlarne. Quindi meno paura, ma in relazione a cosa?
    La mia impressione è che per un verso ci stiamo abituando alla situazione e quindi, dopo un po’, ci si anestetizza anche al peggio, che ci impressiona di meno proprio in quanto parte della quotidianità. In fondo, come mi suggeriva qualche anno fa un amico medico, la prima volta che si assiste alla morte di una persona la cosa impressiona, alla centesima diventa routine. Per altro verso, molte persone si sono stancate a sufficienza della restrizione patita in questi mesi che preferiscono (inconsciamente) rimuovere gli elementi sgraditi, come appunto la paura, e semplicemente “guardare avanti”, proiettandosi verso un futuro di ripresa e libertà.
    Solo così mi spiego l’atteggiamento, tutt’altro che isolato, di attesa per la “grande riapertura” (ma di che, poi?) del prossimo 4 maggio. Una sorta di gigantesco sketch fantozziano alla rovescia, perché là si attendeva ai blocchi di partenza la sirena di uscita dal lavoro, mentre qui la gente freme per rientrare. Forse è l’unica volta che l’articolo uno della nostra Costituzione rispecchia almeno in parte la realtà sociale quando descrive l’Italia come «una Repubblica fondata sul lavoro». Vedremo tra qualche mese chi ancora l’avrà e se e cosa potremo festeggiare. Intanto, buon primo maggio!

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