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la letteratura di trivigante:
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trivigante 2006

ventotto

Le allegre nonché inutili guide di trivigante.it: Berlino in sei giorni.
Berlino in sei mosse. Berlino è una città difficile, da capire e da attraversare. In generale, i luoghi restituiscono in parte o per il tutto quello che uno va cercando, secondo la propria sensibilità. In particolare, Berlino rimanda memorie e suggestioni diverse a seconda del proprio grado di consapevolezza, è possibile andarsene in giro alla ricerca dei noinuntnoinluftballons e del kabaret oppure trovare l'orrore e la devastazione a ogni angolo di strada, come è ugualmente possibile seguire le orme di Alfred Döblin oppure di Totò e Peppino che, si sa, si divisero a Berlino. E' possibile, ovviamente, anche non vedere nulla.
Berlino restituisce a seconda di ciò che uno ha dentro.
Ho visto turisti ignari saltellare allegri sul memoriale dell'Olocausto, facendosi le foto e pensando a chissà quale bizzarra installazione, piuttosto che signori attempati un poco tremebondi sulla tomba di Hegel.
La consapevolezza non è obbligatoria, come sempre, ognuno colga e cerchi ciò che è in grado di trovare.
Tutto ciò è amplificato ed enfatizzato a Berlino, probabilmente perché è lì che la storia del Novecento è passata con cannoni e libri, mattoni, acqua, patate, stivali, crauti, teatri e un sacco di altre cose.
Prima di venire alla guida vera e propria, avete bisogno di un posto dove stare. Se Nina Hagen non vi ospita a casa sua, potete andare qui: pension Bismarck, interessante e topograficamente ben piazzata. Le panziòn sono i posti migliori in cui andare a dormire a Berlino e in Germania, secondo me: soffitti alti, carta da parati, pavimenti scricchiolanti, un vago odore di Prussia, finestre con le tende di velluto e una robusta colazione. Da non mancare, direi.
Per quanto riguarda una visita a Berlino in senso canonico, arrangiatevi con una guida cartacea, come al solito, per vedere, che so: Charlottenburg, il Kurfürstendamm, la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche, Kreuzberg, Mehringplatz, il Mitte, il Rotes Rathaus, la Fernsehturm, Alexanderplatz, la Marienkirche, la Neue Synagoge, la porta di Brandeburgo, la Staatsbibliothek Unter den Linden, Prenzlauer Berg, Schöneberg, Tiergarten, Spandau, il Reichstag, Potsdamer Platz, lo Schloss Bellevue, la Siegessäule, lo Zoo, Treptow, lo Schloss Wannsee, lo Jüdisches Museum, il Martin-Gropius-Bau, l'Olympiastadion eccetera.
Io, come di consueto nelle guide di trivigante.it, cadauno qualche posto che è stato interessante per me, che mi ha mandato in visibilio o mi ha reso tristanzuolo, a seconda. E basta. No, non ho detto gioia. O sì?
Ecco, dunque, qualche fugace suggerimento trascurato, magari, dalle guide (le foto a destra sono miemiemie, ma le persone buone possono - se desiderano - copiarsele e utilizzarle per scopi buoni):
La casa di Brecht e Weigel.
Meravigliosa, ancora meglio di come avessi tentato di immaginarla, Bertolt Brecht ed Helene Weigel all'ennesima potenza, commovente e forte, una casa apposta per fare lavori importanti, di quelli che cambiano le cose, una casa per parlare, recitare, provare e scrivere, davvero eccezionale. E, poi, l'emozione di vedere il letto di Brecht, il bastone di Brecht, il posacenere di Brecht. Non è un'entità astratta, non lo è più: ora è un uomo. La casa si trova al 125 di Chausseestraße, facile da trovare e ancor più facile da vedere, basta aspettare che la custode apra allo scoccare - preciso! - di ogni ora.
A nulla valgono le preghiere, son sempre tedeschi.
Dorotheenstädtischer Friedhof.
E' il cimitero a fianco di casa Brecht. Dal 1956 al 1971, Helene Weigel potè vedere il suo Brecht dalla finestra, ogni volta che voleva. Ed è in buona compagnia, visto che il tombarolo trivigante ha avuto grandissime soddisfazioni da questo cimitero, salutando in ordine Heinrich Mann, Marcuse, Fichte, Heartfield, e il non-più-entità Hegel, niente di meno. Un ottimo cimitero, in senso cittadino, confortevole, tranquillo, parecchio verde, vicinato di ottimo livello, presenza di numerosi innaffiatoi e rubinetti, sempre frequentato, consiglio.
Haus der Wannsee-Konferenz.
A Wansee, lago di svago a sud-ovest di Berlino, le SS comprarono una delle numerose ville sul lago per farne un "centro per conferenze", euf. Il 20 gennaio 1942 si riunirono quindici ufficiali di altissimo grado, tra cui Eichmann e Heydrich, per decidere come attuare la "Soluzione finale della questione ebraica" (Endlösung der Judenfrage). Essendo tedeschi, si rilegga Arendt, ne fecero anche una questione puramente burocratica e amministrativa, poiché Hitler chiedeva "un piano generale del materiale amministrativo e delle misure finanziarie necessari per l'avanzamento della desiderata soluzione finale della questione ebraica". Fa venire i brividi, se esiste un inferno dev'essere così, una villa gelida sulle rive di un lago grigio, nella quale si ritrovano allegri i burocrati del male.
A destra la sala in cui si tenne materialmente la conferenza. Qui il verbale della conferenza in italiano, con l'agghiacciante foglio numero 6, e la scansione dell'originale. Tutte le informazioni del caso sono disponibili qui.
Ho ancora i brividi.
Treptower park.
Lungo lo Spree si trova il Treptower park, enorme parco pubblico bellissimo come belli sono i parchi a Berlino. In mezzo al parco, si trova il Sowjetisches Ehrenmal, vale a dire il memoriale per i ventimila soldati dell'Unione Sovietica caduti nella guerra di liberazione di Berlino, aprile-maggio 1945. Ora, una considerazione: Daniel Libeskind, l'architetto più in voga a Berlino negli ultimi anni nonché autore tra gli altri del magnifico Jüdisches Museum di Berlino, sostiene che un certo tipo di architettura deve dare, attraverso la fruizione, un qualche tipo di esperienza, anche sgradevole se è il caso. E così succede se si ha modo di attraversare gli stretti corridoi del suo museo ebraico. E' un concetto interessante e ricco di ragionamenti. Ecco, nel caso del mausoleo sovietico di Berlino (e in quasi tutta l'edilizia monumentale sovietica) l'esperienza è questa: BAM! Un colosso alto venti piani, state zitti e buoni, lo sguardo basso e ricordatevi chi comanda.
Ora, al di là del fatto che a trivigante questo genere di cose piace, accludo a destra testimonianze del mausoleo fotografato con uno di quei cieli tipici di Berlino, che appaiono all'improvviso e in cinque minuti scaricano tonnellate d'acqua con tuoni da brivido. L'ambientazione perfetta per questa visita.
Zentralfriedhof Friedrichsfelde.
Sempre in tema allegrone, ma il tombarolo che è in me ha il sopravvento, un altro cimitero, noto anche come Gedenkstätte der Sozialisten, cioè il Memoriale dei Socialisti. A me interessava vederlo perché è qui che Mies Van der Rohe costruì la tomba-monumento di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht; come noto, il monumento fu distrutto dai nazisti e i corpi furono gettati nel Landwehrkanal. Ecco una foto, a destra, di ciò che ne resta. Inoltre, il cimitero divenne il cimitero dei socialisti tedeschi e venne costruito un memoriale che raccoglie le spoglie di molti di loro (compresi quelli non proprio raccomandabili, devo ammettere). A margine, volevo salutare Käthe Kollwitz, che è sepolta qui, per un doveroso omaggio (sempre a destra la foto).
Fritten.
In Oranienburger straße, poco prima della sinagoga, c'è il baracchino del superfritto, nel quale una tizia, antipatica come poche, però frigge frigge e non si vergogna, frigge qualunque cosa le venga in mente, dalle aringhe ai bratwurst.
Ora, io raccomando caldamente per uno spuntino di media mattina, per aggiungere carica al metabolismo del turista stanco e provato. Poi, magari, si muore, ma non è sempre detto. Provare.
Museo della Stasi.
Di questo museo, oggi nella vecchia, terrificante, sede della Stasi, ne farò un post apposito, perché vorrei approfondire qualche aspetto che mi ha colpito. Colpito duro. Buona visita a Berlino, per ora, a chi vorrà.

ventiquattro

Peter, lasino e la strada.

Un amico coraggioso, Peter, forse il più coraggioso tra i miei amici, "affettuoso e fedele, resistente, fatto per camminare, con orecchie lunghe per ascoltare e una grande memoria da non sottovalutare" si è messo in cammino dal Piemonte e sempre più giù, fin dove arriva, in compagnia di Soma, un'asina bella e forte, un animale "affettuoso e fedele, resistente, fatto per camminare, con orecchie lunghe per ascoltare e una grande memoria da non sottovalutare". Piano piano, a passo d'uomo e d'animale, arriveranno lontano. O vicino, non importa.
Per vedere cosa si può imparare senza il denaro, per conoscere quello che gli antichi pellegrini conoscevano, per parlare con le persone e ascoltare le storie antiche che raccontavano fatti e visi, per capire qualcosa di più di sé e di ciò che sembra dimenticato.
Non è una cosa facile, comporta fatica e tenacia, volontà e immaginazione, tutte cose di cui noi, che stiamo qui a dire "uhm, bellissimo, sarei lì con te ma proprio non posso", siamo un po' privi.
Peter racconta giorno per giorno quello che gli succede, racconta le storie che gli raccontano, baratta oggetti e ricambia l'ospitalità e la generosità con la sua generosità, ritrova vite sepolte e vite vivaci, le fa proprie e le condivide con chi ha voglia di imparare qualcosa.
Io vi invito, davvero, a leggere la sua storia, ogni giorno, nel suo blog,
lasino.
E' bellissimo, a tratti commovente, a tratti spensierato e giocondo, perché Peter è a tratti commovente e a tratti spensierato e giocondo. Ed è bravissimo: ha smesso di lamentarsi, come facciamo noi, e si è messo in strada, ha fatto quello che andrebbe fatto come andrebbe fatto. Poi è modesto e negherà quanto sto dicendo, sminuendosi. Vi basterà leggere quello che scrive per verificare che ho ragione io.
Non trascuratelo, ne vale la pena. E fategli sapere cosa ne pensate, è importante.

ventitre

Sacco e Vanzetti.

Ottanta anni fa, oggi, venivano fulminati su una sedia elettrica Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, con una vicenda che mi fa orrore ancora oggi.
Gian Maria Volontè interpretò Nicola Sacco nel film di Montaldo del 1971 e, quando si trattò di recitare il lungo monologo in propria difesa ("la società nella quale ci costringete a vivere e che noi vogliamo distruggere, è tutta costruita sulla violenza: mendicare la vita per un tozzo di pane è violenza; la miseria, la fame a cui sono costretti milioni di uomini è violenza; il denaro è violenza; la guerra; e persino la paura di morire che abbiamo tutti ogni giorno, a pensarci bene, è violenza"), Volontè si preparò a lungo. Quando si dichiarò pronto, cominciò a recitare l'intera scena, come era solito fare.
Si racconta che dovette interrompersi e ricominciare perché una comparsa, che interpretava un poliziotto alle spalle di Nicola Sacco, scoppiò a piangere per il pathos e la carica dell'interpretazione di Volontè e ci volle un bel po' perché si riprendesse. Potere delle parole (e del magnifico Volontè).

quattordici

Un racconto attendibile.

Il comandante Giovanni Pesce (cfr. b.site 30 luglio 2007), gappista, combattente nella guerra di Spagna, eroe della resistenza, di cose ne aveva viste parecchie, di battaglie e guerre ne aveva combattute molte.
Per questi motivi, un suo breve racconto risulta ancora più impressionante: il 12 dicembre 1969 si trovava in stazione Centrale a Milano quando udì un tuono lontano, un colpo secco, un'esplosione.
Dalla stazione si precipitò in centro, riuscì a superare i cordoni della polizia in piazza Fontana: "Nella mia non breve vita sono stato in guerra più di una volta e ho partecipato a parecchie tremende battaglie, ma mai avevo osservato uno spettacolo tanto terribile: corpi insanguinati, brandelli di carne disarticolati.
Tornai nella strada non riuscendo a reggere quella vista
".
Che la memoria non muoia, perdono mai.

quattro

Ancora Bologna, ancora agosto.

1974, alle ore 1.30 del 4 agosto, una bomba esplose nel secondo scompartimento della quinta carrozza del treno Italicus, Roma-Monaco di Baviera, mentre transitava all'interno della galleria della Direttissima a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna.
Morirono dodici persone: Nunzio Russo di Merano, tornitore delle ferrovie, la moglie Maria Santina Carraro e Marco, il figlio quattordicenne. Nicola Buffi, 51 anni, segretario della Dc di San Gervaso (Fi) ed Elena Donatini rappresentante Cisl dell'Istituto Biochimico di Firenze. E poi Herbert Kontriner, 35 anni, Fukada Tsugufumi 31 anni, e Jacobus Wilhelmus Haneman, 19 anni. La bomba uccise anche Elena Celli, 67 anni e Raffaella Garosi, di Grosseto, 22 anni. Silver Sirotti, invece, non era stato coinvolto nell'esplosione. Aveva 24 anni ed era stato assunto dalle Ferrovia da dieci mesi, stava svolgendo servizio sul treno quella notte e, quando vide le fiamme in galleria, impugnò un estintore e incominciò a estrarre i feriti. Rimase anche lui bloccato tra le fiamme. Fu decorato con la medaglia d'oro al valor civile. L'incendio rese irriconoscibili molti corpi, tra cui quello di Antidio Medaglia, 70 anni, che venne riconosciuto dalla fede al dito.
L'attentato fu subito rivendicato. Fu fatto ritrovare un volantino di Ordine nero che proclamava: "Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti".
Poi qualcuno fece il nome di Tuti, qualche pista portò poi a Gelli (Arezzo è vicina), al SISMI e così via. Facile indovinarne la conclusione: nessun colpevole individuato.
E il 9 agosto 1974, Renato Zangheri, sindaco di Bologna, fece il discorso ai funerali delle vittime, senza sapere che gli sarebbe capitato di nuovo, ancor peggio, se possibile:
"Salutiamo le vittime della strage con dolore e con profonda amarezza, rivolgiamo alle famiglie colpite un affettuoso e commosso sentimento di cordoglio e solidarietà umana, ai feriti formuliamo l'augurio di tornare al più presto alla vita e al lavoro.
Su queste bare non diciamo vane parole, non esprimiamo buoni ed effimeri propositi; ma esprimiamo la dura determinazione, che è della schiacciante maggioranza degli italiani a combattere queste trame che insanguinano il Paese, per sconfiggerle e stroncarle per sempre.
L'omaggio di Bologna viene dal cuore di una città che è antifascista senza incertezza, civile e nemica della violenza e della sopraffazione: è un segno di lutto e di compianto intimamente sentito; e anche vuole essere atto di condanna ferma degli esecutori del delitto, dei mandanti, delle centrali interne interne ed internazionali che reggono le fila di una mostruosa strategia della tensione e del crimine
". Prosegue qui.

tre

La scatola del tempo: il millenovecentosettantasette.

Il 1977, e son trent'anni, ebbe molti risvolti: per esempio, a Bologna c'erano scontri durissimi, nascevano le radio libere, studenti morivano in manifestazione, come a Roma, ed era la rivolta; a Milano e Torino sparavano le Brigate Rosse, come in Germania la RAF; in Francia usavano ancora la ghigliottina per l'ultima volta, in Spagna c'erano le prime elezioni libere e così via. Insomma, le cose erano piuttosto diverse tra di loro, mica voglio fare qui un'analisi sub-sociologica da minimarket di quell'anno. Non ne sono capace.
Però, negli Stati Uniti il clima era differente: usciva il primo Guerre Stellari, moriva Elvis, erano un pochino più spensierati e positivi, gli veniva la Febbre del Sabato Sera. Il Vietnam era finito, più o meno, e aleggiava una certa aria fricchettona di pace e fratellanza universale (vista sempre dall'alto di chi domina il mondo, chiaro), Kissinger permettendo. Si facevano anche strada idee nuove di insegnamento, modi nuovi di educazione e di formazione, metodi alternativi di concepire e trattare il sapere. Quell'anno negli Stati Uniti, con quello spirito, venne assemblata una vera e propria scatola del tempo, da consegnare non solo alle generazioni future ma a un futuro talmente lontano e indefinito da essere una poetica illusione, una speranza ottimistica dettata dall'entusiasmo di quel momento. Difficile farlo oggi.

Ora vorrei aprire quella scatola, guardarci dentro e capire che tipo di idea di noi avevano coloro che la assemblarono. Il 20 agosto e il 5 settembre 1977 furono lanciate le sonde gemelle Voyager 2 e Voyager 1 (in quest'ordine, chissà perché). Entrambe erano destinate a funzionare per un certo lasso di tempo, circa fino al 2020, per poi spegnersi e vagare nello spazio profondo. La Voyager 2, per esempio, raggiungerà l'Orsa Minore tra quarantamila anni, cioè quando io avrò scritto quattrocentottantamila b.site mensili, più o meno.
Poiché destinate a vagare nello spazio e, chissà, ad essere ritrovate da qualcuno o da qualcosa, in esse furono depositate alcune cose, identiche, che dovrebbero costituire una specie di nostro riassunto e sintesi, degli uomini, della terra, della vita, della storia, di tutto quanto.
L'idea è, come dicevo, poetica, un po' freak, di sicuro sincera, quasi commovente per quanto è speranzosa (lo dico senza ironia) ed è figlia, del tutto, di quegli anni. L'idea, credo, che sottendeva a tutto, non era di mostrare (ostentare) quello che abbiamo fatto o costruito, ma quello che siamo, senza preoccuparsi troppo di raccontare un'umanità che disegna, che gioca, che vive in mezzo agli animali, che prende l'aereo e che si dedica al bricolage. Nessuno si sognerebbe di farlo così oggi, questi son tempi complicati e pieni di prosa.

Bene, ecco cosa decisero di mettere in quella scatola destinata al futuro:
I saluti
Oltre ai saluti ufficiali, del neo-presidente Carter e del discutibilissimo presidente dell'ONU Waldheim, inserirono un saluto di augurio in 55 lingue diverse, del tipo: "Many greetings and wishes". Fantastico, non un "Popolazioni aliene, oggi è un grande giorno per l'universo tutto, siamo la popolazione della terra e baciamo le mani, sedetevi sulle nostre facce..." ma un meraviglioso e assurdo Nano-nano interstellare, un bigliettino di Natale piuttosto formale per alieni ignoti.
La versione italiana, poi, è ridicola, ha l'entusiasmo di una discarica al ciglio della strada, vien voglia di estrarre il pistolone fotonico e di sparare appena sentita. Altro che festoso saluto.
I suoni della Terra
Qui la cosa si fa molto più interessante. Si tratta di ventuno registrazioni di suoni che dovrebbero in qualche modo, secondo l'intuizione generale, rappresentare la Terra: tra tutti, ci sono, dunque, vulcani, terremoti e tuoni, accanto al fantastico suono di un trattore mescolato a un martello pneumatico, e poi cani, scimpanzè, uccelli, una iena, un elefante, un discorso con il rumore del fuoco sullo sfondo, il vento, la pioggia e la risacca, un treno, una nave e il codice morse (per curiosità, il messaggio morse dice: "per aspera ad astra", se questa non è poesia...). Niente male, ma non è mica finita qui.
Così sarebbe bello ma un poco banale, per fortuna l'immaginazione hard-core di chi doveva consegnare tutti noi alla storia infinita è andata oltre (iddiolibenedica, sul serio!): il suono di strumenti preistorici (uoah!), un bacio con tanto di madre e figlio, una pecora che bela su una sega (elettrica e non) con un fabbro di sfondo, una risata di uno che cammina e gli si sente il battito cardiaco. Fantastico, eccezionale davvero. L'alieno o chi per lui non capirà una beata cippa di tutto questo, ammesso che abbia delle orecchie, e probabilmente deciderà di annientarci. Ma a me piace da impazzire, è come sentire Pet Sounds dei Beach Boys mixato con il lato B di Atom Heart Mother e con Dangerous Kitchen di Frank Zappa. Il tutto mentre schiaccio i tasti della mia fattoria parlante.
Come dicevo, credo che l'intento sia di mostrarci per come siamo davvero, inutile mettere il suono di un muezzin o quello del concorde mentre supera MAC1, noi siamo gente che picchia col martello su una pecora belante che ha appena preso fuoco. La sostanza è questa, o quasi, io credo.
Le immagini della Terra
Anche le immagini, come i suoni, sono strepitose, cioè sono collazionate e raccolte con lo spirito giusto: si va da quelle di tipo scientifico (matematico, anatomico, geologico) a quelle che descrivono la nostra vita (un contadino guatemalteco, il russo Borzov, la scuola cinese, il supermercato, la costruzione di una casa, il traffico pachistano, un'edizione di Newton) a quelle che dovrebbero, in teoria, dare delle spiegazioni sulla biologia degli esseri umani e che, io credo, invece spaventeranno chiunque le vedrà mai (una famigliola del terrore, un feto chiaramente alieno, l'incredibile evoluzione dei vertebrati, si noti la signora che saluta, la caccia). Meravigliose. Infine, ma non ultime, due immagini del palazzo dell'ONU, di giorno e di notte, e la più incredibile, strepitosa delle immagini: la dimostrazione del mangiare, del bere e del leccare. Senza curarsi troppo dei dettagli, come la qualità, per esempio.
Trovo tutto questo eccezionale, alcuni sono disegni fatti a mano su un tavolo da cucina, e, concordo di nuovo con gli ideatori, lo spirito è quello giusto: chi se ne importa se passeremo per un pianeta di deficienti che stampa posters con le scimmie che giocano a poker, siamo proprio proprio fatti così. En passant, certo che nel '77 erano proprio tappi, comunque.
La musica
Ah, la musica, la musica, la musica, lammmusica... Ultimo capitolo della scatola  del Voyager, la musica.
27 pezzi, tra cui classiconi come Bach, Beethoven, Mozart, Stravinskj etc., alcuni un pochino meno ortodossi ma sempre-sul-sicuro come Armstrong, Chuck Berry, Blind Willy Johnson, e poi canti popolari, registrazioni occasionali e così via.
La cosa buffa, al di là della scelta intrinseca dei pezzi che, secondo me, è meno innovativa e divertente della scelta delle immagini e dei suoni, è che questi pezzi furono materialmente incisi su un disco d'oro, qui a sinistra, il famoso golden record, che era accompagnato da un'altra placca d'oro di istruzioni per l'uso. Il disco era un vero e proprio trentatre giri, un ellepi a tutti gli effetti. Costruito per durare, niente a che vedere con il premio.
Nel luglio 1983 la BBC Radio 4 produsse un documentario di 45 minuti, "Musica da un piccolo pianeta", nel quale gli autori spiegarono il processo di selezione della musica per il disco.
Ne fu stampato anche un LP per la terra, cioè venduto nei negozi, dal titolo "Murmurs of earth" che comprendeva anche i suoni che ho raccontato più sopra, non facilissimo da trovare.
Ed ecco, dunque, la pleilista interstellare che ci racconta:
1. Bach, Brandenburg Concerto No. 2 in F. First Movement, Munich Bach Orchestra, Karl Richter, conductor
2. Java, court gamelan, "Kinds of Flowers," recorded by Robert Brown
3. Senegal, percussion, recorded by Charles Duvelle
4. Zaire, Pygmy girls' initiation song, recorded by Colin Turnbull
5. Australia, Aborigine songs, "Morning Star" and "Devil Bird," recorded by Sandra LeBrun Holmes
6. Mexico, "El Cascabel," performed by Lorenzo Barcelata and the Mariachi México
7. "Johnny B. Goode," written and performed by Chuck Berry
8. New Guinea, men's house song, recorded by Robert MacLennan
9. Japan, shakuhachi, "Tsuru No Sugomori" ("Crane's Nest,") performed by Goro Yamaguchi
10. Bach, "Gavotte en rondeaux" from the Partita No. 3 in E major for Violin, performed by Arthur Grumiaux
11. Mozart, The Magic Flute, Queen of the Night aria, no. 14. Edda Moser, soprano. Bavarian State Opera, Munich, Wolfgang Sawallisch, conductor
12. Georgian S.S.R., chorus, "Tchakrulo," collected by Radio Moscow
13. Peru, panpipes and drum, collected by Casa de la Cultura, Lima
14. "Melancholy Blues," performed by Louis Armstrong and his Hot Seven
15. Azerbaijan S.S.R., bagpipes, recorded by Radio Moscow
16. Stravinsky, Rite of Spring, Sacrificial Dance, Columbia Symphony Orchestra, Igor Stravinsky, conductor
17. Bach, The Well-Tempered Clavier, Book 2, Prelude and Fugue in C, No.1. Glenn Gould, piano
18. Beethoven, Fifth Symphony, First Movement, the Philharmonia Orchestra, Otto Klemperer, conductor
19. Bulgaria, "Izlel je Delyo Hagdutin," sung by Valya Balkanska
20. Navajo Indians, Night Chant, recorded by Willard Rhodes
21. Holborne, Paueans, Galliards, Almains and Other Short Aeirs, "The Fairie Round," performed by David Munrow and the Early Music Consort of London
22. Solomon Islands, panpipes, collected by the Solomon Islands Broadcasting Service.
23. Peru, wedding song, recorded by John Cohen
24. China, ch'in, "Flowing Streams," performed by Kuan P'ing-hu
25. India, raga, "Jaat Kahan Ho," sung by Surshri Kesar Bai Kerkar
26. "Dark Was the Night," written and performed by Blind Willie Johnson
27. Beethoven, String Quartet No. 13 in B flat, Opus 130, Cavatina, performed by Budapest String Quartet.

I contenuti del disco e della scatola del tempo furono selezionati da una commissione presieduta da Carl Sagan, al quale, in rappresentanza, vanno i miei plausi per la lungimiranza nelle scelte. Non facili.
Sarebbe stato facile cascare nell'ovvietà e bearsi di quelli che sarebbero i nostri (supposti) progressi, magari mettere una Rolls Royce, che so, o un fantastico render 3d di un circuito di un processore da un milione di GigaHz o cacate del genere.
E invece no, furono saggi e scelsero le cose importanti, con una certa coerenza. Oggi ne saremmo capaci, a prescindere dal fatto che non è epoca per questo genere di cose? Temo di no, magari ci finirebbe un Ipod, una foto di Murdock, un film di Muccino, una tastiera cordless della Microsoft, forse. E probabilmente il mega-disco fisso contenitore darebbe problemi con la porta usb.
Meglio che ci conoscano con gli oggetti del Voyager, se deve essere.

due

Bologna, ottantacinque persone.

Un altro due agosto, di nuovo l'anniversario della strage di Bologna.
Qualche giorno fa è stato presentato un filmato inedito di quaranta minuti, girato subito dopo lo scoppio. Un'anticipazione di alcuni minuti, davvero terribile, è visibile qui. History Channel lo trasmetterà questa mattina alle 10.25, ora dello scoppio. La versione originale di questo filmato, che non è del tutto nuovo, senza l'aggiunta a posteriori dell'audio, è completamente disponibile qui.
Un documentario bellissimo sulla strage è "Il trentasette, memorie di una città ferita" di Roberto Greco, che prende spunto dall'autobus di linea che fu adibito al trasporto delle salme.
Un altro film, "Per non dimenticare" di Massimo Martelli, racconta l'ora immediatamente precedente all'esplosione della bomba alla stazione di Bologna, attraverso una serie di microstorie, interpretate tutte da attori piuttosto famosi. I proventi del film sono stati devoluti all'Associazione dei Familiari delle Vittime della Strage di Bologna, per le spese processuali.
Qui il racconto a fumetti di Alex Boschetti e Anna Ciammitti, dell'anno scorso.

Il sindaco Zangheri, il giorno dei funerali, tenne un discorso molto commosso e forte, che voglio riportare qui per celebrare anche quest'anno il ricordo della strage:
"Signor Presidente della Repubblica, torniamo su questa piazza dove di fronte ad altri morti avevamo detto che la strage dell'Italicus non avrebbe mai dovuto ripetersi. Se si è ripetuta, nonostante la lotta e la volontà democratica del nostro popolo, e in misura più grande e se possibile più atroce, questo è motivo per noi di amarezza e dolore più cocente.
Piangiamo le vittime di un delitto la cui infamia non sarà mai più cancellata dalla coscienza del nostro popolo e dalla storia. Inviamo ai feriti il nostro augurio, ma sappiamo il tormento e l'angoscioso futuro di numerosi fra loro. Alle famiglie esprimiamo la nostra solidarietà, sebbene un dolore come questo, di chi ha visto la morte dei propri congiunti più cari e di chi attende ancora l'esito di ricerche strazianti, come non ha ragione nell'ordine delle cose umane cosi non trova consolazione.
Duro è parlare oggi e riunirci in questa terribile circostanza, e si può essere colti da una rabbia desolata, perché non si vede per quale via possa farsi giustizia, una giustizia piena e finalmente rapida; e dunque può sopravvenire la sensazione dell'impotenza, la perdita della speranza.
Ma non è questo l'obiettivo degli istigatori e degli esecutori del crimine?
Eccoci di nuovo a interrogarci sulla barbarie, se abbia una logica, un filo conduttore, uno scopo percepibile.
Che cosa si è voluto? Seminare il panico, indebolire le difese della Repubblica, fino a soffocarla? Spostare l'asse politico su posizioni di cieca conservazione? O suscitare una reazione violenta, per poi, dopo averla provocata, preparare le condizioni della repressione? In queste ore di lutto non possiamo evitare le domande, lo sforzo di capire, se non vogliamo che l'angoscia si muti in disperazione.
E' necessario capire la logica del delitto per combatterlo.
Non si dica che la reazione popolare essendo stata forte e ordinata, ha subito dissolto il disegno della provocazione, e che questo doveva essere previsto dagli assassini. Costoro non conoscono e non prevedono la forza e la maturità del popolo.
L'hanno dimostrato a Milano, a Brescia, e per due volte a Bologna.
Non si dica che gli attentati sono allora opera solitaria di un gruppo di folli. Lo stesso copione che ha portato alla strage del 2 agosto è stato provato sull'Italicus. La stessa città, lo stesso nodo ferroviario, gli stessi giorni delle vacanze, quando i treni e le stazioni sono affollati dalla gente che parte, forse lo stesso proposito di recitare il crimine anche sul corpo di viaggiatori stranieri, e quindi di dimostrare ad altri popoli e governi la debolezza della nostra democrazia e forse, mi inoltro nella logica aberrante di questi nostri nemici, di giustificare futuri colpi liberticidi.
Il terrorismo nero, bloccato dalle grandi manifestazioni popolari del '74, è sembrato rintanarsi e cedere il passo. E' un caso che nel momento in cui si indeboliscono altre trame eversive, quella nera torni alla ribalta prima con avvisaglie purtroppo trascurate poi con tutta la sua carica omicida? Sono domande inquietanti, inevitabili. Gli autori della strage non hanno colpito questa o quella parte, ma l'umanità intera e il diritto elementare e sacro alla vita. Ma perché con questa insistenza a Bologna? Questo luogo di esperienze e di battaglie democratiche e di progresso è un ostacolo tale sulla loro via, da doverlo ad ogni costo travolgere?
Sarà travolto.
Gli impegni delle persone umane possono vacillare di fronte al convergere di eventi sempre prevedibili.
Ma noi bolognesi un impegno di fronte al Paese, alle memorie della Resistenza, fronte all'avvenire, ai giovani, a coloro che in tutta Italia attendono ancora una volta la nostra risposta, e che da tanti paesi stranieri ci hanno inviato parole di pietà, di amicizia e di incitamento, un impegno severo e fermo vogliamo prenderlo. Sulla linea che divide la democrazia dall'eversione non arretreremo, al contrario combatteremo con maggior vigore e più chiara
(incomprensibile) della posta in gioco.
E' una posta altissima.
Sono attaccate le conquiste della Costituzione, il diritto dei lavoratori a costruire una società giusta, le attese delle giovani generazioni, l'esigenza umana e politica del cambiamento. Ci batteremo duramente perché questa prospettiva non sia negata. Abbiamo forze e convinzioni che non si esauriranno nel giro dei giorni e degli anni. Altre domande incalzano. Quali complicità hanno accompagnato questa azione nefanda? Le scopriremo? I ritardi non saranno nuovamente esiziali? Signor Presidente, il dolore non può farci tacere.
Corpi straziati chiedono giustizia, senza la quale sarebbe difficile salvare la Repubblica; chiedono pronta identificazione e condanna dei colpevoli di tutti i delitti che hanno macchiato l'Italia in questi anni; chiedono la sconfitta della sovversione, e le condizioni di una vita e di una democratica ordinata.
Incertezze e colpevoli deviazioni hanno subito le indagini da Piazza Fontana ad oggi.
Troppe interferenze e coperture sono state consentite.
Ora la sincerità del dolore e della condanna si misurano sui fatti ed esclusivamente su di essi, sulla volontà e sulla capacità politica e giudiziaria di far luce sulle trame eversive e sui delitti che si susseguono in un crescendo inaudito.
Non spetta a noi indicare le linee della politica nazionale, ma è certo che è necessaria una prospettiva politica di fermezza e di chiarezza, che raccolga il consenso del popolo.
E' certo che coloro i quali hanno ricevuto le responsabilità di governo e parlamentari dal popolo, tutti coloro che esercitano funzioni pubbliche, dal popolo verranno giudicati per quello che faranno, con una vigilanza e sensibilità moltiplicate dall'angoscia di questi giorni e dalla gravità estrema del crimine che è stato commesso.
Ognuno dovrà compiere il proprio dovere, come l'hanno compiuto le donne e gli uomini accorsi alla stazione di Bologna nelle ore della strage, per soccorrere e salvare: semplici cittadini, personale sanitario, magistrati, dipendenti degli enti locali, ferrovieri, vigili del fuoco, militari, forze dell'ordine, e la moltitudine che è su questa piazza a raccogliere la sfida del terrorismo.
Grazie di essere venuti.
Assieme non potremo essere sconfitti.
Il saluto alle vittime è in questo momento, signor Presidente della Repubblica, una promessa morale e politica di fedeltà alle ragioni del progresso umano ed è fiducia in una giustizia che non può fallire perché poggia sull'animo di grandi masse di donne e di uomini.
Così noi affermiamo oggi la nostra difficile speranza e chiediamo a tutti di combattere perché la vita prevalga sulla morte, il progresso sulla reazione, la libertà sulla tirannia
".
Renato Zangheri, sindaco di Bologna, ai funerali delle vittime, 6 agosto 1980, Piazza Maggiore, Bologna.

uno

La London Valour.

Solitamente non capisco una togna del testo delle canzoni. E nemmeno mi preoccupo troppo del loro significato, lascio che suonino e mi suggeriscano un qualche tipo di pensiero a seconda del momento.
Ce n'è una, in particolare, che mi piace moltissimo, "Parlando del naufragio della London Valour" di De Andrè (qui il testo completo), il cui testo ha sempre scatenato la mia immaginazione, sebbene non ne abbia mai compreso alcun tipo di significato. Oggi, incomprensibilmente e senza motivo particolare, ho deciso di capire a cosa faccia riferimento o, almeno, di afferrarne qualche dettaglio in più.
Ecco, dunque, il risultato della mia mini-ricerca mescolato al testo della canzone.

La mattina del 9 aprile 1970 la London Valour, una nave costruita in Inghilterra nel 1956 come petroliera e poi riadattata come bulk carrier dieci anni dopo, attraccò a circa 1300 metri a sud della barriera frangiflutti del porto di Genova.

L'equipaggio era composto in gran parte da marinai filippini ("i marinai foglie di coca digeriscono in coperta"), dal comandante Edward Muir e dal radiotelegrafista Eric Hill, inglesi. A bordo era arrivata da poco la moglie del capitano ("il capitano ha un amore al collo venuto apposta dall'Inghilterra").

All'improvviso si abbattè sulla città una libecciata di enorme violenza, un fortunale con vento forza 7/8 e mare molto mosso ("e la radio di bordo è una sfera di cristallo / dice che il vento si farà lupo il mare si farà sciacallo"). Verso le 14.30, la nave iniziò a scarrocciare, cioè l'ancora non faceva più presa sul fondo ("e le ancore hanno perduto la scommessa e gli artigli"), e venne sbattuta dal vento contro gli scogli della diga frangiflutti.
Sul posto accorsero immediatamente i soccorsi, elicotteri e motovedette, oltre alla gente che osservava il disastro dal molo.
Alle 14.45 la nave si spezzò in due.
Fu allora che i soccorritori gettarono un doppio filo di nylon tendendolo tra la diga e il ponte della nave; si trattava di un cosiddetto va-e-vieni, sui fili di nylon scorreva una carrucola munita di imbragatura per permettere di trarre in salvo un naufrago alla volta. Questa soluzione si rivelò disastrosa: il filo di nylon, infatti, a causa dei movimenti della nave, si rilasciava per poi tendersi di botto, sbalzando così in aria i naufraghi imbragati sulla carrucola, alcuni dei quali finirono sfracellati sugli scogli ("
i marinai uova di gabbiano piovono dagli scogli").
La stessa cosa successe alla moglie del capitano, che venne sbalzata dall'imbragatura e catapultata in mare davanti agli occhi di tutti ("
e con uno schiocco di lingua parte il cavo dalla riva / ruba l'amore del capitano attorcigliandole la vita").
Il capitano, alla vista della morte della moglie, rifiutò i soccorsi, si slacciò il giubbotto di salvataggio e si gettò volontariamente in mare ("
e il pasticciere e il poeta e il paralitico e la sua coperta / si ritrovano sul molo con sorrisi da cruciverba / a sorseggiarsi il capitano che si sparava negli occhi").
Morirono in venti.
La nave finì incagliata e semi-affondata, soltanto la parte superiore delle sovrastrutture sporgeva ancora dalla superficie. Circa un anno dopo, il relitto venne trascinato via da due rimorchiatori con lo scopo di farlo affondare nell'abisso delle Baleari ma lo scafo affondò a sole novanta miglia al largo di Genova, dove si trova tuttora.
Tutta Genova poté assistere de visu alla vicenda, De Andrè compreso, probabilmente.
Esistono molte fotografie del naufragio della London Valour, tra cui queste, ed esiste anche un filmato, breve, girato in super8 da un testimone sul molo di Genova.
Una parte della canzone, la struttura, è più o meno svelata, ora. Restano molti versi che alludono ad altro, il che è difficile da ricostruire, almeno per me. Non importa, non è sempre necessario capire anzi, forse non è proprio il caso di ricercare una spiegazione a tutti i costi. "Parlando del naufragio della London Valour" resta una bellissima canzone triste che ha le sue premesse in un fatto vero. Probabilmente, il senso sta nel fatto che ognuno la sua personale tragedia se la sfanga del tutto da solo. Nient'altro.

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