Trimestre difficile, questo. Per me, si ripercuote sulla quantità di musica ascoltata, quindi sulle scelte, zero concerti visti, tre saltati: Selton, Kula shaker (maledizione), Suzanne Vega. Però la compila c’è lo stesso e secondo me nemmeno così male, viste le premesse e le condizioni. Comunque, bando alle ciance: ha la durata giusta per andare da Jyväskylä a Ylöjärvi col rallentato finlacchiese.
Beta Band, Frankie & the Heartstring, DDT, Dea matrona, Baseball project, Working’s Men Club, Last dinner party, persino Bob Vylan e poi che ne so io? Altre cose, mica sono una rivista di indie rock. Le stagioni musicali sono ormai trentatre, quindi novantanove mesi, mica male. Tra un po’ è il decennale, festeggerò con il fondatore di OnlyFans a bordo della cabinovia di Mercatale bevendo amaro del capo.
Alle millecinquecentoquarantasei di oggi la primavera è arrivata e con essa le allergie, la depressione stagionale, la stanchezza per qualcuno. Per altri le rivolte, io sto da questo lato. Anche quest’anno è il venti e non il ventuno, ovvero si spiega che le consuetudini non valgono una fava e, tantomeno, pensare che le cose funzionino per il comodo nostro. Gli epilaffi, le transmutazioni orbitali, le gravitazioni peridurali seguono leggi proprie che nemmeno Battiato capiva davvero.
La primavera è arrivata e si è già portata via qualcuno di fastidioso, ben fatto. Speriamo prosegua, una bella scopettona del pattume accumulato, sarebbe bello: si rifiorisce e il marciulento se ne va in mille rivoli d’acqua fresca. Per ora, contemplazione dalle panchine dei panorami, in attesa di votare a breve e chissà, non lo dico. Capire ora le perlocuzioni dei satellitari astrogotici sotto gli influssi medianici è difficile, non è che posso star qui a spiegare tutto io, ci sarà qualcuno in internet che ’ste cose le sa, no? Beh, andate là. Buona primavera a tutti i buoni e brutti, i belli no che li bacian tutti, gli altri si arrangino, che già rompono parecchio.
Come per ogni occasione, olimpiadi, pandemie, presidenti della repubblica, nello studiolo abbiamo fatto partire i pronostici, come sempre sulla porta della cucina:
Quanto le previsioni corrispondano ad analisi politica e quanto a speranze ed aspettative lo sapremo lunedì nel pomeriggio. Su bassa affluenza e risultato non troppo netto siamo tutti concordi, grossomodo. Impossibile non politicizzarlo, comunque, e non farne un fatto ideologico: sia perché non si capisce, sia perché sono trent’anni che si sentono certe argomentazioni a destra.
Sì, ho già messo la loro ‘Struck dumb’ nelleccanzoni ma siccome penso che loro, i Futureheads, lascino parecchio indietro molti loro brit-colleghi di genere che pure apprezzo, Kaiser chiefs, Maxïmo Park, Wombats, e se solo avessero avuto costanza e diligenza, invece che incidere a malapena sei dischi in vent’anni di cui uno a cappella, figurarsi, sarebbero i più grandi di tutti.
E allora ci metto la loro ‘Good night out’, bellissima. E un video in pieno stile Martin Parr, irresistibile. Forse mi piacciono ancor più e proprio per questa loro insensatezza e condotta sciagurata così inglese, so british, che mi aggradano così molto, coretti compresi. L’otto maggio sarebbero pure a Sunderland, ovvero a casa loro, talmente indolenti da nemmeno muoversi. Va’ a finire che compro e poi non ci posso andare, lo so fin da ora. Via con l’atto insensato, allora.
La comoda pleilista de leccanzoni del giorno esiste ancora, è a cinquantasette canzoni e adesso è su Tidal, che son passato di là per le note vicende, Trostfar ne era stato l’ispiratore oltre che autore della magnifica copertina, grazie, ora l’aggiorno e sta qui, per chi desideri.
In questo momento di Iran, Gaza, Ucraina, medio oriente tutto, faccio mio ancora una volta di più ciò che disse Er Bibbitaro ormai quasi dieci anni fa:
Non esistono stranieri. Semo tutti soli come cani a vive un’esperienza piena de dolore che culminerà inevitabilmente co la morte e poi un atroce boh. Questo dovrebbe bastà a campá leggeri, avecce empatia, solidarietà, ma voi no: nazioni, governi, muri, pistole. Branco de cojoni.
Non c’è bibbia o talmud o manuale delle giovani marmotte che mi possa dire di più, in attesa dell’atroce boh.
Mantova è bella, mica devo dirlo io. E ha un sacco di cose da vedere, esistono le guide per quello. E un sacco di posti per mangiare bene e maialesco, arrangiatevi, si trovano facile. Tra le tante cose, e probabilmente almeno un’altra delle mie non-guide servirà oltre a quella sulla Favorita, quel che vorrei suggerire qui è un mini-itinerario mantegnesco, per cogliere due cose che da sole valgono il viaggio. Servirebbero, però, due parole su Mantegna prima di andare in giro e siccome servirebbero, facciamole: allievo del mio pittore prediletto del Quattrocento, lo Squarcione, pittore padovano che prediligo per il nome irresistibile, che altro?, Mantegna dopo aver fatto scuola e opere splendide tra Padova e Verona arrivò a Mantova come pittore di corte, diventando in breve l’artista più pagato del periodo. Il valore non si discute, basti ricordare il suo ‘Cristo’, quello visto dai piedi che ha cambiato le regole della visuale, il resto ai manuali d’arte. Si impegnò in tecniche e materiali diversi, dall’olio all’affresco, alle incisioni e alle sculture, si presuppone, andò a Roma a studiare arte classica come si addiceva, fu anche architetto e da persona sveglia qual era apprese molto dalle altre personalità in quel periodo presenti a Mantova, Leon Battista Alberti su tutti, LBA per noi amici.
Tra le opere più note e complesse di Mantegna, la ‘Camera degli sposi’, dicitura moderna impropria per l’allora ‘Camera picta’, una camera da letto di rappresentanza e studio, è una stanza del Castello di San Giorgio nella quale nel corso di più di trenta metri e un soffitto il grande pittore racconta numerose storie, di diletto del committente, Ludovico III Gonzaga detto ‘il Turco’: sulla parete nord, la ‘Corte di Ludovico Gonzaga’, su quella ovest, l’‘Incontro tra Ludovico e Francesco Gonzaga’, a sud varie lunette con ghirlande e stemma Gonzaga, a est lunette con ghirlande e imprese Gonzaga, sul soffitto, ‘Oculo, ghirlanda, busti dei Cesari e scene mitologiche’. Di tutto questo ricorderete, come tutti, la nana. Che vi ha guardato dritti, dentro.
Noi no, non siamo qui per questo. La grandezza di Mantegna e della sua pittura classicista è tutta lì da vedere ma a me interessa il genio, il colpo di genio, e Mantegna ne ha da vendere. Come altri, ritenne di inserire un proprio autoritratto nel ciclo pittorico, poteva ben farlo in modo tradizionale: un personaggio di secondo piano, sullo sfondo, che guardi dritto l’osservatore, ce ne sono molti. Lui no, si ritrasse con una piccola faccina nascosta ma che, una volta scorta, diventerà impossibile non fissare e ricordare ben prima della nana. Vorrei non dire dove si trovi e vorrei lasciare al visitatore l’onere di trovarla ma non mi trattengo dal mostrarla, eccola qua:
Magnifica. E autoironica, segno di grandezza d’animo. Dove sia, trovatela da voi, anche se così è molto più facile. Per correttezza, dovrei dire che questo volto si suppone sia l’autoritratto del pittore, non essendovene testimonianza scritta – curiosamente Vasari non vide la Camera – e mancando ritratti affidabili da confrontare ma per me, modestamente, è di tale chiarezza e corrispondente al tipo che è impossibile non pensare sia suo.
Secondo colpo mantegnesco. I Gonzaga tenevano ai propri artisti e ne raccolsero parecchi di altissimo profilo alla corte, Mantegna appunto, LBA, Baldassarre Castiglione, Giulio Romano, sovvenzionandoli con merito. Artisti residenti, li chiameremmo oggi, e così era: a ciascuno vennero date delle case di propria scelta, Giulio Romano per esempio scelse un bel palazzotto classicheggiante che sistemò a suo gusto. Posso dirlo? Niente di che, deludente, per quel che sapeva fare. Sontuosetto, niente di più. Niente genio. Mantegna no, Mantegna scelse la via virtuosa, una residenza più piccola ma perfetta, più che apta, armonicamente impeccabile: un quadrato elevato a parallelepipedo con all’interno un cilindro e, sopra questo, un’apertura al cielo quadrata. Con sezioni auree dappertutto, si dubitava?
Inarrivabile. La classicità unita all’umanesimo e al rinascimento, utilizzando – si badi che non è poco – materiali poveri, mattoni, formelle di terracotta, qualche soglia di marmo ma poca roba. Impossibile non essere più buoni, lì dentro, impossibile non avere buoni pensieri, impossibile non cercare di migliorarsi a fronte di tanta armonia e compostezza. Avrebbe potuto avere tutto, palazzi pieni di putti e ninfei, torri lanciate verso il cielo, residenze con centouno fontane e invece no, scelse di avere la casa perfetta.
Ma non aveva fatto i conti, anche lui, con le cose del mondo: troppo bella la casa, nel 1502 i Gonzaga gliela portarono via per farne una dépendance del vicino palazzo di San Sebastiano che, beffa, aveva al salone superiore i ‘Trionfi di Cesare’ proprio di Mantegna. Maledizione. Gli toccò passare gli ultimi quattro anni della sua vita, anni funestati da difficoltà economiche pressanti e da una visione sempre più malinconica del suo ruolo di artista, da qualche parte a Mantova. Albrecht Dürer, in quel momento a Venezia e che aveva l’intenzione di recarsi proprio a Mantova a conoscere lo stimato maestro, alla notizia della di lui morte disse di aver avuto: «il più grande dolore della mia vita». E un po’ ci dispiace anche qui, eccome.
Milano, Giambellino, ero andato per vedere dove stava il Cerutti, Cerutti Gino, e sono incappato in una scritta sul muro che è un atto sublime: scrivere sul muro è per sua natura un modo per attrarre attenzione e invitare a non farne, di attenzione, è gesto surreale. Il ‘me’ è poi così splendidamente impersonale da far pensare alla scritta in sé, ma non propendo, o all’autore, il che è ancor meglio: come badare a un ignoto e pure assente?
E io sto qui a scriverne, disgraziato, invece di non badare a lui. Però, scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono e lui, lo sfuggente, lo sa eccome, visto che ha reso esplicito un controsenso dell’attenzione. Da adesso non baderemo più a te, promesso. Anche se ho il sospetto che non è ciò che vuoi, caro il mio muralista.
Stile Etsy, sì. Scherzo, non le ho fatte io, le ho fatte facili qui con base Operstreetmap, bravo lo sviluppatore. Sono ottimizzate per il web, te pareva, se da stampare vanno schiarite, consiglio.
Un pezzo sufficientemente classico, con l’orchestra come si deve, il balletto e tutto quanto: Léo Delibes, ‘Sylvia’, in particolare l’Atto 3: No. 14, Marche et cortège de Bacchus.
In quel movimento, che si può sentire qui, già dal trentunesimo secondo per chi era adolescente negli anni Ottanta c’è un passaggio che richiama immediatamente tutt’altra cosa, una sigla. Non lo dico, la cosa è nota, chi vuole provi e sarà un tuffo al cuore. La soluzione è questa, dal secondo venticinque. Grandissimo arrangiamento. A me piace anche la versione supercafona e quella punjabi. La cosa più terrificante di tutte era il titolo spagnolo.
facciamo 'sta cosa
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