minidiario scritto un po’ così di una passeggiata londinese: due, I need some fine wine

Devo, devo sempre cominciare con una colazione da campioni: che sia una classica ‘full english’ o, come stamane, una ‘quicky butter’, ovvero sette etti di pane nero talmente imbevuti di burro da farmi barcollare ai trentotto gradi del giorno. C’è talmente tanto burro come fosse l’ultima occasione per assaggiarne. E probabilmente lo sarà. Ah, ecco, devo rivedere certe mie posizioni: fa un caldo bestia. Non per loro che non sono abituati, anche per me. Sarà che a casa con queste temperature uno non va in giro tutto il giorno a fare il bel turista con tre panetti di burro in corpo.

Ma i miei ventisei chilometri li faccio lo stesso. Un’occhiata che i trentanove Tiziano alla National gallery siano conservati nel modo giusto, lo sono, i più gettonati sono come sempre gli Arnolfini, portatori di chissà quali enigmi, e Holbein con il gioco del teschio, lì c’è da sgomitare. Al sarto di Moroni, che pure è di fianco, nessuno. Come agli Hals. Meglio. Buffo vedere Moroni qui dopo i Moroni di Moroni a Bergamo. Un giro al who’s who della Portraits gallery per vedere chi ci sia di nuovo, c’è coso, il cantante con i capelli rossi, la stessa gugolmap mi suggerisce i luoghi preferiti di Dua Lipa a Londra, scemo io a girare per conto mio. Devo rivedere anche un’altra posizione: è vero che nelle città grandi non c’è posto che non sia pieno di persone, non c’è mai un posto segreto e bellissimo, per esempio ora il giardino interno del Victoria & Albert Museum strabocca di gente coi piedi a mollo nella vasca e per avere una sedia ho dovuto lottare, però quel che si vede nelle città grandi ha di solito qualità assoluta. Per forza, le città grandi attraggono per gravitazione e rapinano quando serve le piccole. Ieri alla National ho passato sale intere con la sufficienza del turista scemo, sale che avrebbero da sole costituito musei sopraffini in provincia. O al V&A piani interi di giapponesate o al museo di scienze naturali intere ali di pietre preziose mai viste, se Dalmine ne avesse una sola ne farebbe il vanto dopo le acciaierie. Quindi cose meravigliose però non c’è mai un posto deserto, un ristorante buonissimo e a poco prezzo che nessuno conosce, un albergo bello e a buon prezzo e centrale. E c’è sempre qualcuno che è arrivato prima. Certo, una discarica o un’industria chimica in periferia senza turisti c’è sempre.

I musei sono sempre un ottimo luogo dove trovare generi di prima necessità, non in ordine: forme di espressione umana tra le più alte, bagni puliti, caffè o ristoranti, posti a sedere al fresco, ombra e giardini, buone temperature, belle librerie. Il tutto perlopiù gratis, perché si sa che a Londra i grandi musei sono gratuiti. Non è tanto che siano pubblici, è più che altro un modello culturale, la responsabilità sociale di mettere a disposizione arte e cultura per tutti. Non solo: la società stessa è tenuta a contribuire, quella parte che se lo può permettere. Ne ho già parlato a Gateshead. Naturalmente se l’ingresso è gratuito sono ben accette le donazioni anche minime, basta appoggiare il telefono. Non so se funzioni, con me sì. Un modello interessante è quello invece della membership di istituzioni culturali: associandosi con un certo sostegno annuale si ha accesso alle esposizioni in via primaria, sconto sui cataloghi, occasioni come convegni e conferenze riservate. Niente che precluda però il contenuto dei musei a tutti. Notevole, la valorizzazione di Franceschini ancora non l’ha capito, da noi se paghi ti pigli la galleria centrale degli Uffizi per fare la cenetta di compleanno, l’idea di fondo è quella dell’esclusività, del poterselo permettere perché gli altri no. Valorizzazione. Qui, per esempio al Victoria & Albert Museum ma anche in tutti gli altri, c’è un magnifico ristorante all’ultimo piano riservato ai sostenitori in cui ci si porta il numero di persone che la tessera di membership consente. Più è d’oro e più persone si invitano. Ma non è da stelle Michelin, si mangia molto bene, il posto è piacevolissimo e si spende il giusto. Al sodo. Anche perché – e sta qui l’onestà del discorso – il ristorante bellissimo è quello aperto a tutti, eccolo:

Lo stesso per sale studio a disposizione, la biblioteca, qualche salottino qua e là. Per dire, la membership qui al V&A costa ottantasei euro l’anno, mica bisogna essere Rothschild, e oltre a fare il proprio dovere si ha la possibilità di vivere il museo in modo più continuato e partecipato. Se io vivessi qui mi assocerei e porterei gli amici in visita sicuramente a pranzo qui, all’ultimo piano. Sicuro. Oppure ci verrei a studiare e scrivere, che sto a fare nella stanzina a casa?

Questi musei sono poi talmente grandi e variegati, frutto di collezioni unite, che si passa dagli arazzi ai manifesti teatrali alle tazzine Ming da tè ai cancelli in ferro battuto alle anticaglie egizie alle macchine fotografiche alle vetrate medievali al punto che non so più nemmeno dove mi trovi al momento e cosa abbia visto o no. Volevo vedere i cartoni di Raffaello, ho invece visto calchi in scala reale della colonna traiana, la collezione di fotografie di Elton John, sua, non di lui, l’argenteria che si usava sui galeoni di sua maestà, i chiostri medievali delle abbazie toscane. E non so più da che parte andare. Vuoi non venirci un quattro volte l’anno a fare un giretto? Ecco il senso della membership. Anche al Rijksmuseum e nei grandi musei europei questa cosa c’è, italiani poco o niente, però quelli sono tutti a pagamento all’entrata, qua no. Qua è più ardita perché implica un’assunzione di responsabilità, visto che ci si potrebbe venire ogni volta gratuitamente. Più interessante. Cadauno fotografia della sala della storia della fotografia a disposizione di chiunque voglia studiare un po’, nel V&A Museum.

Poi, seratona al leggendario Hammersmith Apollo, la sala da concerti art déco del 1932 che è, di fatto, uno dei luoghi santi della musica, come il Paradiso di Amsterdam o i Fillmore, ci sono stati davvero tutti e in epoca senza incertezze, impossibile fare un elenco. Cito solo: la prima apparizione di Ziggy Stardust, la prima di ‘Quadrophenia’ o di ‘A night at the Opera’, le sei serate di fila dei Genesis, una grande serata di Kate Bush ancora su disco e le ventidue di residency più recenti, ultimo ma non ultimo, ‘Alchemy’ dei Dire Straits fu registrato qui. Direi che non è male. Io sono qui stasera per il ritorno dopo otto anni, in serata singola, dei Cardigans. Che i distratti potrebbero ricordare solo per una lagnetta, ‘Lovefool’, che è comunque più interessante di quel che sembra, e invece hanno fatto un sacco di cose notevolissime ed eclettiche, cominciare da ‘Gran Turismo’ e poi avanzare. Per esempio. Loro sono uno dei miei concerti mancati, uno dei maggiori, ora sano la mancanza. Certo, nel 1998 sarebbe stato meglio, lo so anch’io, ma mica potevo fare tutto io, allora. Se finora all’Hammersmith Apollo ci sono stati proprio tutti, evidentemente tranne me, ora siamo tutti tutti, eccomi amici.

E a seguire:

Enjoy.


L’indice di stavolta:

uno | due | tre

minidiario scritto un po’ così di una passeggiata londinese: uno, un sacco di roba prima di cominciare per davvero

Gli elementi di rilievo del momento sono due: l’ondata di caldo che ha investito paesi solitamente non abituati, Francia, Germania e Gran Bretagna, che sperimentano per la prima volta notti in cui la temperatura non scende e si scoprono privi di infrastrutture, da giardino d’Europa a paese meridionale; le dimissioni del premier che dopo quattordici anni aveva riportato i laburisti al governo britannico, dopo solo due anni di premierato. Intendiamoci, non hanno richiesto il mio intervento, né per la prima situazione tanto meno nella seconda; comunque peggio di Liz Truss non farei, anche ammazzando il re. Ma c’è già un leader in pectore, Andy Burnham, speranza laburista proveniente da quel nord mancuniano mai troppo compreso da Londra, individuato come argine al nazionalismo dilagante di Farage. La vicenda di Starmer è al limite del ridicolo, al punto che si è dimesso ma non ha ancora capito perché, d’altronde come dice lui: «I don’t get politics». Ha pure pianto. Un uomo decente al posto sbagliato, ha detto qualcuno probabilmente in maniera corretta, Starmer si è impelagato nell’immobilismo nonostante una maggioranza schiacciante, scelte deficienti di frequentazioni, il suo ministro con Epstein, legalismi, puntigli, irrisolutezza. Saprei fare di meglio, io? Direi di no ma finché non mi chiamano chi lo potrebbe veramente dire? Io intanto sto nei paraggi, che si sa mai.

Ho un paio d’ore prima dell’aereo, vado in città alta a vedere palazzo Moroni che è pieno di quadri di Moroni. Moroni è uno dei più grandi ritrattisti del cinquecento, portò in Italia dal nord il ritratto privato scevro, finalmente, delle connotazioni morali tipiche. Ma il Moroni del palazzo, il conte, non è il Moroni pittore, sono solo omonimi, anche se gli piaceva molto e così nelle stanze ce ne sono parecchi, basterebbe ‘il cavaliere in rosa’ per una visita. Oltre ai Moroni nel Moroni, il valore della visita è anche nel parco, un vero e proprio colle, il dieci per cento della città alta di Bergamo, un valore immobiliare osceno. L’ultimo conte Moroni, invece di vendere e con i sacchi di soldi andare a vivere su Marte con l’altro deficiente ben pensò nel 2009 di cedere tutto al FAI e lasciate così tutta la roba, verghianamente, alla comunità, a noi. Sciapò. Grazie, conte. Sono abbastanza divertenti le interviste alla figlia Moroni del conte Moroni, alla quale dicono sempre ma che bravo tuo padre e lei risponde sì che bravo io continuo la sua volontà e a me pare di cogliere sempre un po’ di affettazione nel sorriso, un mezzo ghigno forzato, e nelle parole amare che sottendono che je rode da matti che il vecchio abbia regalato quel po’ po’ di roba. Impressioni di giugno.

Ascolto ‘Alchemy’ in heavy rotation, c’è una ragione, ed è bello atterrare sulle grandi città di notte, non finiscono mai e nemmeno iniziano, non riesco mai a vedere la prima casa. A Londra, perché è qui che atterro, è da dieci anni che non vengo, colpa dei conservatori e della Brexit, mi sono arrabbiato. Non che sia del tutto passata, direi. L’ultima volta era a Hyde park a vedere Weller, Kaiser chiefs, Marr e ovviamente gli Who, pochi mesi dopo di ritorno da Dismaland una notte fugace. Poi, appunto, gli sciagurati votarono. Che, poi, a essere onesti in realtà Londra votò compatta per il remain, in effetti. Dovrei avercela con Boston e i rustici delle Midlands. Mah, anche Johnson che da Londra si faceva beffe degli italiani alle prese con la pandemia e andava alle festine mi aveva un po’ tolto la voglia.

In realtà non amo le città grandi. Grandi e con molti turisti e abitanti. Innanzitutto tocca fare le code e già mmm. O prenotare. In certi posti non si entra proprio se non si è programmato, nelle città grandi, e io non sono uno che programma. Poi, confesso, patisco sempre un po’ di complesso del provinciale in gita, paiono tutti più eleganti, più svegli, più decisi, più preparati alla vita tentacolare ed è di certo così. Sarà che vengo catalogato immediatamente come turista, mentre di solito mi piace annacquarmi nel miscuglio, mi dà un po’ fastidio. Poi bisogna essere più veloci: a ordinare, a prendere i mezzi, a decidere che strada prendere, a rispondere, più veloci. Reattivi. Si fa più fatica. Poi nelle grandi città ho sempre la sensazione, che è poi la realtà, che ci sia uno strato superiore con cui non è possibile interagire, fatto di clubs riservati, di luoghi non visibili, di appuntamenti dati chissà come o dove, di case inaccessibili. Si riesce, pagando, ad arrivare a qualcosa, a intuire, ma non molto oltre. Pagando, poi, mica tanto: alla ricerca di una stanza per due notti sulla mappa di booking non c’era niente sotto le trecentocinquanta sterline, e non si parla di attici, eh. Media tra le sei e le settecento sterline per due notti. Se no, tocca andare a Dover che poi il treno costa meno. Davvero la più inaccessibile tra le capitali europee. Avevo letto tempo fa una stima immobiliare che non ho mai più dimenticato: il valore degli immobili della City di Londra, il cuore economico della dimensione di un fazzoletto largo forse un chilometro e mezzo, è superiore al valore di tutti gli altri edifici della Gran Bretagna sommati. Poi le città grandi sono più difficili da capire, ci vuole più tempo, sono la somma di tante altre città più piccole, nello spazio e nel tempo. È anche difficile capire di chi siano le grandi città, chi dia le regole, di chi sia il territorio che si attraversa, intendo anche comunità, anche etniche. È più difficile capire se ci si stia mettendo nei guai, se si stia andando dove non si dovrebbe. Già, bella scoperta, sono più difficili. Sarà che poi in Europa non sono tantissime: Londra, appunto, Parigi – chi mai va a vedere le banlieue? Saint Denis o Belleville al massimo -, Mosca, Istanbul, Roma. Le altre no, cittadone, alla fine. Berlino è diversa, è stata rasa al suolo e poi è la più accogliente e tollerante e aperta, fa un effetto diverso. Se non sei turco.

Non è tanto mini questo diario, e non sono nemmeno atterrato. Lo sto facendo ora, con il tramonto nonostante siano le dieci di sera, a nord è così, abbiamo sorvolato l’intera città. La centrale di Battersea senza il maiale volante, qualcuno si sta divertendo ad Hyde park, Westminster dove c’è la nuova statua di Banksy, la vedrò, ovviamente il parlamento e la ruota, il fiumone in mezzo che è un piacere vederlo snodarsi, bello grigio, gli hanno impedito per sempre di tagliare le anse come sarebbe normale, la City carissima, Saint Paul ormai piccoletta al confronto dei grattacieli, i docks di fronte e poi case a perdita d’occhio. Quanta gente starà bevendo una birretta di fronte ad Haiti-Marocco in questo momento? Dai, atterra che devo raggiungerli.

Fa caldo, abbastanza, ma fa molto caldo per Londra. A differenza nostra, qui la notte rinfresca di buona misura ma, comunque, a mezzanotte ci sono ventisei gradi e i postumi dei trentacinque del giorno. Li vedo un po’ in crisi, buona parte delle donne e dei bambini hanno ventilatorini elettrici cinesi, uno è modello cuffie, con due eliche. Molti ventagli. Buona parte degli uomini si denuda e via. Sui mezzi pubblici le arie condizionate girano al massimo ma altrove non sono attrezzati e se la sono cavata finora con i ventilatori. Chi cammina per strada, sceglie il lato all’ombra, con buona pace di Lou Reed e di Eric Idle.

Dopo una ventina e rotti di chilometri, qualche museo, che è sempre una buona idea quando fa caldo, una centrale elettrica a carbone ora centro commerciale, è ora di trovare il posto giusto per riflettere sulla giornata e sul futuro: la scelta cade sul ‘the blue anchor’ ad Hammersmith, proprio sulla riva del fiume, anno di apertura dichiarato 1722. C’è un aria bellissima sul Tamigi, soffia un po’ di brezza, le persone sono contente di stare insieme. È pur sempre venerdì. Ogni volta che devo andare a ordinare poi devo cambiare posto, perché anche se chiedo di tenermelo poi non lo fanno. Perché inglesi o per il tasso alcolemico? Entrambi probabilmente. È l’unico piccolo disagio del viaggiare da soli: in due certe cose sono più comode, fare una fila, tenere un tavolo, prendere cose. Al terzo giro, finisco dentro e va bene, c’è una partita di cricket femminile che al momento è sul centoundici a tre ma non per questo la tensione diminuisce.


L’indice di stavolta:

uno | due | tre

il solfito d’estate, ’sto sfrontato

Dalle 10:24 di oggi, 21 giugno, come capita grossomodo quasi tutti gli anni, è arrivato il solfito d’estate, quel momento per cui l’emisfero bomboreale viene irraggiato dai raggi solari in maniera francamente spropositata, un po’ più di compostezza gioverebbe.

È permesso imprecare.
L’arcoriflessione del globo terrestre, data una certa curvatura della terra e dell’orbita spaziale, raggiunge l’azimut e porta la lancetta in quel periodo che chiamiamo estate e chissà perché in cui la maggior parte delle persone sente di doversi scoprire i piedi in pubblico. Una volta con l’estate arrivava perlomeno un delitto e i giorni davvero fornace erano al massimo una decina, ora perché siamo deficienti i giorni sono circa novanta. E sono già cominciati da un bel po’, si sente gente straparlare da qualche giorno. Io niente, come al solito sudo e l’estate mi sta un po’ sulle balle.
Buona estate, dunque, ai buoni di pensiero e di azione, agli altri il generale in pensione Vannacci.

la musica delle stagioni, primavera 2026

Mi è toccato stare fermo e, quindi, la pleilista è di ottantuno brani, per cinque ore e tredici minuti di musica. Vedi? Meglio muoversi. Che poi sia anche una bella pleilista è tutta da vedere, non sarei così sicuro, chissà. Però gli elementi perché lo sia ci sono, diciamo in misura sufficiente, chiudo anche con un Mingus bellissimo per mostrare che sono colto, dopo aver aperto con gli apprezzabili James e passando da Cohen, DDT, Tears for fears, Kraftverk, Thrills per citare i classici, Dea Matrona, Weaver, MJ Lenderman e Sex Mask per dirne di più recenti.
Trovare qualche altra canzone di qualche gruppo o singolo già ampiamente saccheggiato è una cosa che mi dà soddisfazione, direi sia capitato, per esempio Beta Band. Canzoni che stavano là da sempre e va’ a sapere perché non le avevo mai notate. Credo si migliori, in questo, col tempo.

Comunque con le cinque ore e tredici minuti ci si fanno un sacco di cose: per esempio andare da qui a lì e da lì a qui undicimila volte, oppure leggere un libro di cento pagine mediamente complesse. Ma non l’audiolibro, quello no, non si può fare. O uno o l’altro.

Tutte le musiche delle stagioni, intendo i post:

estate 2020 | autunno 2020 | inverno 2020 | primavera 2021 | estate 2021 | autunno 2021 | inverno 2021 | primavera 2021 | estate 2021 | autunno 2021 | inverno 2021 | primavera 2022 | estate 2022 | autunno 2022 | inverno 2022 | primavera 2023 | estate 2023 | autunno 2023 | inverno 2023 | primavera 2024 | estate 2024 | autunno 2024 | inverno 2024 | primavera 2025 | estate 2025 | autunno 2025 | inverno 2025 | primavera 2026

Ecco, ora è estate e vediamo se tornano i tormentoni e se tra essi ci sarà qualcosa di decente. Dubito, per quel che si sente qui. Trentaquattro stagioni e scavallata, finalmente, la soglia dei cento mesi, così non ci si pensa più per altri novantotto. Non si può dire che non abbia costanza.

Le compile vere e proprie: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (92 brani, 6 ore) | estate 2018 (81 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (130 brani, 9 ore) | primavera 2019 (50 brani, 3 ore) | estate 2019 (106 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (126 brani, 8 ore)| primavera 2020 (101 brani, 6 ore) | estate 2020 (98 brani, 6 ore) | autunno 2020 (151 brani, 10 ore) | inverno 2020 (88 brani, 6 ore) | primavera 2021 (89 brani, 5,5 ore) | estate 2021 (55 brani, 3,25 ore) | autunno 2021 (91 brani, 5,8 ore) | inverno 2021 (64 brani, 3,5 ore) | primavera 2022 (73 brani, 4,46 ore) | estate 2022 (42 brani, 2,33 ore) | autunno 2022 (71 brani, 4,5 ore) | inverno 2022 (69 brani, 4,14 ore) | primavera 2023 (73 brani, 4,23 ore) | estate 2023 (51 brani, 3,31 ore) | autunno 2023 (89 brani, 6,9 ore) | inverno 2023 (76 brani, 4,5 ore) | primavera 2024 (60 brani, 3,4 ore) | estate 2024 (55 brani, 3,1 ore) | autunno 2024 (78 brani, 5 ore) | inverno 2024 (58 brani, 3,7 ore) | primavera 2025 (40 brani, 2,5 ore) | estate 2025 (95 brani, 6,2 ore) | autunno 2025 (56 brani, 3,8 ore) | inverno 2025 (59 brani, 3,75 ore) | primavera 2026 (81 brani, 5,25 ore).

La cosa che mi fa davvero ridere è che tanto sono tutte su Tidal che non ha nessuno, quindi letteralmente me la suono e me la canto. Ma come un po’ tutto, qua dentro. È il così che mi va bene lo stesso.

L’indice delle compile anche se è già detto tutto nel post.

59 seconds of: Orvieto’s funicular

Per andare a vedere Orvieto bisogna, è una cosa che si sa, salire su un panettone rocceo sul quale sta appunto la città. E lo si può fare in due modi, principalmente: a piedi o con la funicolare.
La funicolare che porta a Orvieto è a cavo e oggi a trazione elettrica, al tempo della sua costruzione, 1888, la vettura a monte veniva riempita d’acqua in un serbatoio alla base e poi il peso e la forza di gravità facevano il loro lavoro. Ingegnoso. Allora come oggi il percorso è di circa di seicento metri per centocinquanta di dislivello, il binario è unico e si sdoppia a un certo punto per far passare l’altra vettura, come si vede anche nei miei cinquantanove secondi di quattro anni fa. Non ovvio, si tiene la sinistra.

Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.

Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più litoranea della civiltà micenea, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

Tutti gli altri 59 secondi | pleilista

l’Inghilterra vittoriana

che lascia necessariamente il passo alla modernità.

Vista così, sembra quegli inquilini cinesi che dicono no voglio restare in casa mia e allora gli costruiscono l’autostrada attorno. Io dico un po’ peccato perché, oltre a piacermi di più, quello stile invecchia ed è invecchiato bene, quello che costruiamo oggi molto meno, tra dieci anni sarà già quasi da buttare.

È la stazione ferroviaria di Curzon Street a Birmingham, detta anche ‘Birmingham station’, terminale delle London and Birmingham Railway (L&BR) e Grand Junction Railway (GJR), aperta nel 1838 e chiusa nel 1966.

Ha una grande storia alle proprie spalle e, purtroppo, poco futuro, visto l’attorno.

Vedi invece a essere ignoranti? Da Birmingham mi spiegano che la stazione di Curzon Street sarà invece parte del nuovo terminale dell’alta velocità proveniente e per Londra, ristabilendo pure in qualche modo la primigenia funzione. Bene. Poi, certo, conoscendoli sarà incastonata in un megablob di acciaio e cemento, come quei restauri ridicoli con la cornicetta di mattoni, ma pazienza, così va il mondo tecnologico privo della componente umanistica. Basta guardare la Grand Central, sempre in città.

Francis il muro parlante: insieme si va più lontano

Camminando per vie ignote di Birmingham, ovvero praticamente tutte, incappo in un altro scrittore-muralista che si contraddistingue per il messaggio, raddoppiato, uno a sostegno dell’altro, e per il lettering, formidabile anche se direi a stencil. Prima egli parla del come, insieme, come non sottoscrivere?, e poi parla del cosa, la conoscenza, facciamola nostra, appunto. Il muro mattonato dipinto, poi, è una vera pagina a stampa con le scritte regolari.

Scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono e lo scrittore, qui, quasi uno street artist, lo sapeva eccome. L’erba incolta, i copertoni abbandonati danno un tocco in più davvero irresistibile al disegno e al messaggio, ed è un attimo essere in un film di Ken Loach.

le scritte sui muri:
a saperlo prima | aggiunte | arriva l’estate | attualità stringente | avverbiunque | basta! | bellalavita | bellezza assoluta | braccia restituite all’agricoltura | cacca al diavolo | dal libro dei Savi IV, 42 | dialettica politica | die Artikel | e tutto il resto | fatevi una vita | fuori gli obiettori | fuori gli obiettori (due) | i cattivi | i lavoratori più disciplinati | i tre comandamenti | il benessere | il clero | il genere | insieme al potere | invito surreale | la lasagna | la musica alternativa | le certezze | le decorazioni | l’immigrazione | l’indignazione | le partigiane (quelle vecchie) | maledetta la fretta di far la rivoluzione | maria jessica | mentalità aziendale | nella strada e nella testa | palumbo | pas de quartier | però serve | pio pio tutto io! | politica contemporanea | possiamo smetterla? | prima sopra, ora sotto | rubare ai richi | sintesi politica | sintesi politica due | speranza per tutti | superminimal | togliete quei maledetti calzini | uomini al bar | voce del verbo rapire |

minidiario scritto un po’ così di un breve giro nelle midlands: tre, da dove vengono i buoni?

C’è un titanosauro nella cattedrale di Peterborough. Buono, per carità, è persino vegetariano ma pur sempre un bestione.

Come sia finito qui è un mistero, stava forse cercando le erbette. Tra i più grandi animali mai vissuti sulla terra, non è il più grande: quello è il pagotitanosauro argentino, l’ho visto a Trelew l’anno scorso, un palazzo di dieci piani per ottanta tonnellate. Questo saranno poi sette piani, non proprio un cosino, eppure la cattedrale lo sovrasta di molto. La navata con il tetto di legno, impressionante, sta molto molto più su. Bravi questi normanni a far su le cattedrali, tra l’altro. Un’altra delle grande cattedrali normanne inglesi è a Durham, un’altra ancora a Ely, segnata sulla mappa, questa di Peterborough è davvero emozionante. Normanne o gotiche, si potrebbe fare un lungo giro per cattedrali, in questo paese, Salisbury, Lincoln e chissà quante altre, nulla da invidiare alle più note cattedrali francesi: compro il ‘Cathedrals of Britain‘ di Pepin, per studiare un po’ qualche futuro giro.

Inciampo nella tomba di Caterina d’Aragona, regina di grandi ascendenze e prima vittima di Enrico VIII, tutta ricoperta – la tomba, intendo – di disegni di bambini. Farà piacere evidentemente avere una regina in città. Una nota per loro mi fa riflettere: pensate, dice loro, che se Caterina avesse avuto un maschio invece della figlia femmina che ebbe, Maria Tudor, ora voi vi trovereste in una chiesa cattolica. Eh già, vero. E se così fosse, Anna Bolena e Catherine Howard avrebbero conservata la testa. E se e se allora le nonne sarebbero carriole. A Peterborough oltre alla cattedrale non c’è molto, qualche angolo incantevole, alcuni ponds gradevoli, canali sui quali camminare e alcune case basse medievali molto belle.

Raccatto quindi i miei stracci, prendo due treni che passano per curiose località come Biggleswade e Baldock, maledico come ogni volta la Thatcher per la privatizzazione dei treni e in un paio di placide ore arrivo nel luogo in cui, appena sceso, sarò il più pirla di tutti: Cambridge.

È esattamente come me la immaginavo, e come è Oxford: in un posto magnifico tra fiume, canali e parchi, piena di college neoclassici con prati che io non so come facciano, college medievali del re e del principe, gente che gioca a cricket, un numero spropositato di caffè, posti per brunch e sushi e matcha, magliette con frasi di Virginia Woolf e Harry Potter, parecchi turisti, molti molti selfie, giri della città in bus hop on hop off, in bici, in barchetta, serate a tema ‘Psychic dinner’ e storie di fantasmi, infradito, code, tatuaggi, tutto molto placido perché è domenica. E se devo dire la mia, infine, Cambridge è abbastanza noiosina. Ogni cosa è al proprio posto, ogni cosa invita a un divertimento in cui ti fai prendere e ti fanno fare qualcosa. Usano delle piccole barche di legno chiaro del tutto piatte, guidate alla maniera delle gondole con un lungo bastone di alluminio e che girano alla minima pressione per percorrere il fiume Carn e i suoi canali. Quelle le guiderei volentieri.

Tutti i grossi college sono chiusi, oggi, ma al Trinity c’è comunque una coda colossale per farsi una foto con una mela in mano sotto una pianta. Newton, esatto. Peccato non fosse questa la pianta, non fosse nemmeno qui e che l’aneddoto sia piuttosto ingeneroso nei confronti del grande scienziato, come non avesse mai visto cadere qualcosa. Importa? Sembrerebbe di no. In questi posti io mi estranio dalla lotta e faccio una cosa che mi piace molto fare, tra le preferite: prendo un panino e me lo vado a mangiare sdraiato al parco. Sto leggendo un bel libro, ‘La vita decente’ di Todd May, che mi sta aiutando a mettere a fuoco le ragioni e le modalità di certe scelte che faccio – paio essere incline all’imperativo categorico di Kant -, e così andrò avanti in un prato. Certo, poi stando un po’ qui immagino che una conferenza, un dibattito, un concerto si trovino senza troppa fatica ma il tutto sembra apparentemente svolgersi in meandri preclusi al grande pubblico.

Almeno oggi, roba da turisti. La mia domanda, application, per il King’s college non è stata accolta e lo stesso per gli altri trentadue college di Cambridge, non ho passato nemmeno l’esame di lingua. Niente, proverò con Eton, lì mi pigliano sicuro, così divento amico di tutti. C’è una certa distanza, non saprei dire se incolmabile, tra qui e Birmingham, Sheffield, Leeds, Glasgow, d’altronde qui si tirano su i quadri e là, quando capivo come andavano le cose, gli operai. Ma ci sono ancora gli operai? Laurearsi a Cambridge non garantisce solo un titolo e relazioni ma, anche, un collegamento vita natural durante con il mondo accademico di qui, l’accesso perenne a risorse e banche dati, collegamenti e informazioni. Accanto ai college medievali in cui studiarono Darwin e Carlo III c’è una miriade di scuole che prendono ragazzi e soprattutto ragazze fin dall’infanzia, immagino garantendo una discesa relativamente comoda verso l’università. È il pacchetto completo: studio, uno strumento o due, il teatro, le lingue, il modo di stare al mondo, lo sport, le relazioni, buoni compagni di classe, già di per sé figli di cotanti padri. Non c’è niente di male, anzi, è un meccanismo di perpetuazione del potere che esiste da sempre. Bisognerebbe piuttosto chiedersi se, anche qui, il livello non sia sceso di parecchio, sfornando politici e dirigenti spesso non all’altezza. Però bisogna essere onesti: Blair, Cameron, May, Johnson, Sunak, Truss vengono tutti da Oxford. A dire il vero, tutti Thatcher compresa dal 1937 vengono da Oxford. Da Cambridge sono venuti i Pink Floyd (Barrett e Gilmour) ed Emma Thompson, a essere onesti. C’è dunque una qualche cosa per cui da Oxford vengono i cattivoni e da Cambridge quelli buoni? Non lo so, da qui non si vede.

Io qui avrei anche finito. La mia cinquantina di chilometri a piedi li avrei fatti, le birrette assunte, il Frans Hals casuale al Fitzwilliam Museum visto, la lingua inglese sbrindellata a sufficienza, la pioggia presa, le città viste, le colazioni fatte, i libri letti, i minidiari scritti, le scemenze dette, direi che ci sono. E poi tre giorni avevo, quelli sono stati, cara grazia. Mi incammino verso il posto delle aeromobili e torno alle cose mondane senza rimpianti. È già molto averlo potuto fare, visto il periodo, quindi, tutto bene. Se avrò fortuna potrebbe ricapitare a breve, qui i pub si stanno scaldando, l’undici comincia la coppa del mondo di calcio, anche se in Italia non sappiamo cosa sia da dodici anni. Grazie a chi ha seguito.


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minidiario scritto un po’ così di un breve giro nelle midlands: due, la memoria degli uomini

La presenza in città di pakistani e indiani è poderosa, lo si percepisce fin dagli odori, c’è un po’ di curry ovunque. Ho un mio posto delle colazioni a Birmingham, la ‘Grand Central Kitchen’ proprio davanti alla stazione, dove non è che posso scegliere, devo proprio andare a prendere ogni volta una full english. Lì una schiera di indopakistani palestrati con barbe e capelli hipster molto divertenti preparano il pasto più importante della giornata per operai, artigiani e un turista, me, senza far sembrare la cosa troppo Village people. Non troppo, almeno.

Alle sette ho già assunto ottomila calorie – c’è una comunità di intenditori su Reddit sul quale posterò la foto qui sopra – e sono pronto per partire per l’ardito concatenamento di oggi, ovvero tre città medio-piccole senza prerogative particolari se non una cosa ciascuna. Visto che sono qui, tanto vale metterle a curriculum. La prima è talmente valevole di visita, ricca di cose da vedere e di storia che il suo nome è diventato un verbo che significa ‘radere completamente al suolo una città’: coventrizzare. Il 14 novembre 1940, come vendetta in risposta al bombardamento alleato di Monaco, la Luftwaffe rase al suolo Coventry, con un insieme micidiale di bombe incendiarie. Gli storici discutono ancora se, come sostengono alcuni, Churchill e il governo inglese sapessero del raid e abbiano preferito sacrificare la città pur di non disperdere i danni, oppure no.

Non saprei, io sono incappato in un imperativo, appena sceso dall’aereo. La città è ovviamente recente e abbastanza, anche questa, disarticolata: ha la cattedrale più recente del paese, davvero brutta,  smozzichi di chiese oggi adibiti a spazi espositivi, piccoli resti qua e là di una cittadina medievale che vide cavalcare nuda lady Godiva; la rete dei canali c’è ancora, recuperata dopo decenni di rovina e le vecchie industrie e case vengono abbattute per costruire residenziale senza pause, devono avere un centoundici in vigore o un aumento vertiginoso della popolazione. Peccato perché sono tutti caseggiati un po’ tutti uguali.

Sì, quella in primo piano è l’auto dei viaggi nel tempo. Qui in città sono pazzi per le auto, c’è una mostra mercato enorme di automobili del Novecento, intendo fino a ieri, tutte lucidissime e orgogliosamente mostrate. D’altronde Coventry era il centro metalmeccanico delle Midlands, il centro di tutto quello che girava su ruote sull’asfalto, la Jaguar sopra tutto. Che oggi è Tatra, l’ho detto degli indiani. Ma anche MG, Triumph e così via. Non solo, è anche la città dello ska, qui nacquero e prosperarono Specials e Selecters, ovvero quel genere musicale caraibico – iddio benedica l’immigrazione – che si innestò con fortuna nell’Inghilterra dei mods, quella degli operai e dei punk, figliando variamente. Dopo le mie due ore di camminamento esplorativo per la città, devo proseguire, altrimenti non riuscirò nel programma del giorno.

Adesso c’è la tratta più complessa, prendo un localino per Nuneaton che attraversa una bella campagna non troppo aperta. Tira un vento oceanico e vien giù quella bloody rain in microgocce che è come avere un umidificatore puntato in faccia. Gelida. A Nuneaton, che non ho il piacere di visitare, cambio e prendo la corriera per Leicester, la mia seconda destinazione. Ci sono due storie e un fatto che mi portano qui. La prima storia: nel 2012 una ruspa mentre scavava in un parcheggio di Leicester urtò contro le fondamenta di una vecchia chiesa distrutta ai tempi della riforma e lì gli archeologi trovarono uno scheletro.

Capita, non è così raro. Meno raro è che lo scheletro sia sepolto in una chiesa, abbia i polsi legati, oltre undici ferite da combattimento e, soprattutto, una colonna vertebrale arricciata come una fisarmonica. Uh oh. Beh, ci misero poco a capire che quello era un re e non uno qualsiasi: quello era Riccardo III, ‘il fermo’, quello di Shakespeare, talmente fatto su a virgola che lo riconobbero subito, morto in battaglia alla fine del Quattrocento proprio a Leicester. Quindi, ancora una volta: si può essere re, imperatore, faraone, gran mogul ma prima o poi si finisce sempre sotto un parcheggio, transisce rapidamente la gloria del mondo, eccome. Ora l’hanno sepolto nella cattedrale, io voglio vedere il parcheggio.

La seconda storia è quella che nel 2015 vide Claudio Ranieri, allenatore testaccino, assunto dal Leicester City con il mandato di non retrocedere in Premier League, il campionato più difficile del mondo. Beh, lo vinse. Come vincere il campionato di calcio in Italia con Cagliari o Verona. La vittoria era data dai bookmakers cinquemila a uno, addirittura meno probabile della scoperta del mostro di Loch Ness, dello sbarco sulla terra degli alieni e dei fatti che Elvis Presley sia ancora vivo, che Kim Kardashian sia eletta presidente degli Stati Uniti d’America o che Bono degli U2 sia nominato papa. Fatto. Osannato, venerato, celebrato, incoronato dalla città, il Ranieri. Bravo ma non è questo il punto che mi interessa. Il punto è che l’anno successivo, quando poco dopo la metà della stagione il Leicester City venne eliminato dalla coppa e navigava a metà classifica, l’eroe sempiterno, quello che la città non avrebbe mai dimenticato, venne esonerato. Come per Churchill non bastò vincere la seconda guerra mondiale per vincere le elezioni successive, a Ranieri non bastò fare l’irripetibile. Quindi, ancora una volta: il genere umano non pratica la memoria e la riconoscenza. A Leicester, tra re e allenatore, ancor meno che negli altri luoghi, evidentemente.

Poi ci sarebbe il fatto, dopo le due storie: ovvero, Leicester è di strada per dove vorrei andare, mi serve per prendere il treno, ecco perché ci sono. Altrimenti le due storie, belle, non sarebbero bastate per venire qui. E invece, invece: molto graziosa, Leicester. Vivace, non piccola, già la visita alla tomba di Thomas Cook al Welford Road Cemetery è stata emozionante, alla fine è lui che ha dato inizio a tutto, non sarei qui. E poi le terme romane, la cattedrale, il parcheggio, un bel centro città e qualche bel parco, qualche pattuglia dell’Immigration reinforcement di troppo che controlla, qui si fa il festival caraibico più grande del paese. Bene, anche qui ho dato, ciao Les-tah. Treno, verso la terza tappa del giorno, Peterborough.

Tre settimane fa, qualcuno ha postato in rete una foto della facciata della cattedrale normanna di Peterborough e io, che non solo non l’avevo mai vista ma nemmeno ne sospettavo l’esistenza, di lei e della città, l’ho segnata sulla mappa delle cose da vedere, prima o poi. Poi è venuto il poi, piuttosto in fretta devo dire, visto che è abbastanza a tiro da Birmingham e così è stato. Eccola, la cattedrale, meravigliosa nel suo gotico perpendicolare e rara nelle sue tre facciate:

Riesco a vederla entro la chiusura e così la giornata si conclude. Ora è il momento dei pensamenti profondi in un qualche posto pubblico pieno di inglesi urlanti e della condivisione degli usi e costumi locali. Altri racconti a domani, che oggi è stata ed è divenuta lunga lunga.


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minidiario scritto un po’ così di un breve giro nelle midlands: uno, di nuovo in giro, riproposizioni

Dopo molti mesi mi muovo di nuovo. Giro breve, una fine settimana, luoghi per metà nuovi e per metà no, benissimo così, è tutto grasso insperato che cola copioso. Sono un po’ emozionato, è un po’ che non capitava e quindi sento un po’ la novità, e sono meno allenato delle altre volte, sia fisicamente che organizzativamente: ho alcune sacchette sempre pronte, quella dei cavi e dei caricabatterie, quella della pulizia, quella dei cambi, solitamente stavano sempre a portata di mano per essere buttate di corsa nello zaino, ora devo cercarle. Dov’è il passaporto? Sarà ancora valida l’ETA? Negli ultimi otto anni non ero mai stato stanziale in questo modo e non ero stato così privo di momenti solitari, ho cercato di trarne il meglio possibile; ora ho una piccola gita da godersi, è una buona occasione.
Mentre sono stato via sono crollati i valori dell’anidride carbonica nell’atmosfera?

Torno a Birmingham, era un anno e mezzo fa, ci avevo visto i Jet. È che Birmingham è comoda, sta al centro del paese per l’alto e per il largo, da lì si va ovunque, succedono parecchie cose in città, ci sono un paio di posti che mi piacciono. Certo, non è esattamente una città memorabile, tutt’altro, anzi piuttosto sconnessa e disarticolata per le vicissitudini degli ultimi decenni di trasformazione produttiva, non ci va quasi nessuno per turismo e i biglietti costano niente, se però come a me piacciono le zone industriali vittoriane, quelle che diedero alla Gran Bretagna la supremazia tecnologica e produttiva dalla metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, beh il posto è questo. Oltre a Manchester, Liverpool, Sheffield, Leeds, Newcastle e così via, ne ho già ampiamente detto, basta andare all’indice.
Il motivo per cui sono qui è un concerto, nel paese dei concerti: Leo Kottke. Chitarrista americano molto virtuoso, della scuola di Fahey e Basho per la steel guitar, ho ancora la cassetta del suo ‘That’s what’, comprato nel 1990, e l’apertura di ‘Little snoozer’ ancora mi dà gioia. E così, fuori tempo massimo, forse, ho deciso di venirlo a sentire, una volta nella sua e mia vita, comprando il biglietto circa un anno fa. Poi, due giorni fa, due, arriva una mail con oggetto: ‘LEO KOTTKE update 123091433′, argh già il maiuscolo, e “Dear customer, We regret to inform you that…” che mi informa che il concerto non si terrà. Due giorni prima, che carucci voi, mica abito a Birmingham. Poi però ci sono buone notizie: “The good news is that all shows have been successfully moved to new dates in June 2027”, tra un anno, quasi stessa data. Ci sarò, perdio, ci sarò se sarò ancora in vita (e anche lui non è esattamente di primo pelo). Cercheremo. Oppure potrei fermarmi qui un anno. Mmm, tentaszija. Troppo tardi per smontare la giterella, voglio dire riprogettarla in altra destinazione più inedita, ho una sera libera in più e so già dove la passerò.

L’entrata poteva essere più amichevole, se hai l’ebola vai di là, ma basta poco, un po’ di musica di qui, certi Religious overdose e Eyeless in Gaza, i nipotini di ELO, Plant, BSabbath, FYC, DMRunners, tutti di qui. Tira un certo vento e le nuvole corrono, approdo a New Street, che si chiama così proprio perché il centro di Birmingham ha un buco al centro riempito tra l’altro da una stazione nuova e assurda che disconnette tutto il senso delle strade, grattacieli che fagocitano la vecchia città industriale, un enorme centro commerciale tutto collegato che non si capisce dove finisca. Basti guardare la piccola cattedrale sormontata dal blob di Selfridge’s.

Non è una bella città, Birmingham. Non in senso toscano, almeno. È passata, come tutte in queste zone, dall’essere una graziosa cittadina inglese nel Settecento – si vede dalle dimensioni delle cattedrali, minuscole – a un colosso industriale nell’Otto, la zona tecnologicamente più avanzata del pianeta. E probabilmente più ricca. I canali, prima del treno, lo testimoniano: una rete artificiale di trasporto su acqua attraversa il centro nord della Gran Bretagna per portare carbone, acciaio, tessuti e ogni materia prima o manifattura possibile. Camminarci è una meraviglia e ora un paio d’ore di costeggio non me le toglie nessuno.

Due ciclisti col viso coperto stile Daft punk ma vestiti di bandiere palestinesi mi incrociano veloci, ci salutiamo con entusiasmo, qualcuno corre, il venerdì sera all’inglese si avvicina. Le fabbriche pian piano scompaiono sostituite da condomini senza troppo carattere o soluzioni abitative un filo alienate, neo-casette a schiera che già preludono allo psicofarmaco, al centro città secondo me pagano gli Emirati arabi e appena fuori ognun per sé.

Il per sé è quello che sto per fare io, vado all’Old Joint, ex biblioteca poi banca ora posto delle birre. Un pork scotch egg insieme e mi fermo qui a riflettere sul passato e meditare sul futuro.

Gradatamente con sempre meno risultati, man mano che la serata avanza.


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