Francis il muro parlante: die Artikel

Sono difficilini per tutti, sarà che c’è anche il neutro e soprattutto i casi: sono gli articoli in tedesco. Per carità, il congiuntivo è infinitamente peggio, comunque anche loro danno un po’ di filo da torcere. Il genitivo neutro? Basta, grazie a questo preciso e compassionevole scrittore di muri, andare in quella certa strada di Berlino, consultare la giusta casella tra ascisse e ordinate, tornare all’interlocutore e vualà, il gioco è fatto. Che ci vuole?

Scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono e lui, l’articolista, lo sa eccome, visto che non ha scelto la via del messaggio ma quella del servizio pubblico, io direi senza dubbio più meritevole. Grazie, Mann, der Artikel schreibt. Tutti gli altri, eunt domus.

le scritte sui muri:
a saperlo primaaggiuntearriva l’estateattualità stringenteavverbiunquebasta!bellalavitabellezza assolutabraccia restituite all’agricolturacacca al diavolodal libro dei Savi IV, 42dialettica politicadie Artikele tutto il restofatevi una vitafuori gli obiettorifuori gli obiettori (due)i cattivii lavoratori più disciplinatii tre comandamentiil benessereil cleroil generela lasagnala musica alternativale certezzele decorazionil’immigrazionel’indignazionemaledetta la fretta di far la rivoluzionemaria jessicamentalità aziendalenella strada e nella testapalumbopas de quartierperò servepio pio tutto io!politica contemporaneapossiamo smetterla?prima sopra, ora sottorubare ai richisintesi politicasintesi politica duesperanza per tuttisuperminimaltogliete quei maledetti calziniuomini al barvoce del verbo rapire

le allegre nonché inutili guide turistiche di trivigante: il miglior caffè di sempre (e, secondariamente, altre cose)

Caffè non la bevanda, caffè il posto dove lo si beve.
Orbene, il migliore di sempre per la mia esperienza è stato il Copperbox Coffee di Glasgow, eccolo in tutto il suo splendore:

Intanto è in ‘low emission zone’ e già sarebbe molto. Ian, il simpatico gestore, ha acquistato chissà come, forse occupato?, uno stabbiotto della polizia e ne ha fatto un caffè con tutte le sue cose giuste: Speciality Coffee, Luxury Hot Chocolate, Batch Brew, Herbal Tea e poi anche qualche bevanda, biscotti, i locali Tunnock’s dolci e con la bella stagione anche un tavolino con due sedie. Per ovvie ragioni vicino alla zona di passaggio, impossibile non fermarmi. Il dentro è suo, ci sta a malapena lui con qualche macchinetta e arnese tutto organizzato al decimetro. Dopo due chiacchiere, non ho avuto il coraggio di chiedergli una foto a viso aperto e gliel’ho fatta di sfroso e di sguincio, questa sopra. Ian e il suo caffè poliziottesco stanno al 2 di Cathedral Square a Glasgow, nel senso che dopo pochi metri si può visitare la cattedrale di San Mungo – lo so, viene anche a me da fare il pirla ogni volta ma sto zitto – e da lì il clamoroso cimitero monumentale vittoriano di Glasgow, la Glasgow Necropolis. C’è tutto l’armamentario romantico: la collina sulla città, l’erba rigogliosa, le tombe sontuose e quelle crollate, i vialetti fangosi senza ordine, il ponte dei sospiri e, come sempre accade, i sepolcri dicono molto del posto, ricchi armatori più di tutto in città, gente che fece fortuna con la rivoluzione industriale, indimenticabili mogli e figlie morte forse a sedici anni di tubercolosi o scarlattina ma con quante virtù, militari e ammiraglioni, infine il teologo scozzese Knox. Come si dice in città: «Glasgow è un po’ come Nashville: non si occupa più di tanto dei vivi, ma i morti li cura davvero». Scendendo dalla necropoli, c’è proprio sotto la fabbrica della Tennent’s, che sta lì a far la birra dal 1556 e se qualcuno lo desidera può venir via con un’autobotte di lager. Il marchio promosse un festival musicale, il ‘T in the Park’, dal 1994 al 2017. Faccio un esempio. Prima sera del 2002 sul palco principale in ordine inverso: Oasis, Primal Scream, Gomez, No Doubt, Starsailor, The Dandy Warhols, The Polyphonic Spree, Proud Mary e poi l’a-me-ignoto DJ Arthur Baker; sui palchi secondari, alla rinfusa: Badly Drawn Boy, Morcheeba, Basement Jaxx, Idlewild, Joe Strummer & The Mescaleros, The Coral, Groove Armada. Credo ci siamo capiti. Seconda sera: The Chemical Brothers, Foo Fighters, Green Day, The Hives, Jimmy Eat World, Mull Historical Society, Beverley Knight e l’ancora ignoto DJ Arthur Baker. E sui secondari: The Beta Band, Mercury Rev, Sonic Youth, Air, Orbital. Ma bisogna essere onesti e dirla tutta: anche certi Marco & Gaetano, va’ a sapere.

Le altre guide:

adda (risalire da trezzo) | amburgo (tre motivi) | amburgo (le cose vere) | berlino (in sei mosse) | bernina express | bevagna | budapest (gerbeaud) | edimburgo (tre cose per una notte) | ferrara (le prigioni esclusive del castello estense) | glasgow (caffè e tombe) | libarna | mantova (la favorita) | milano (cimitero monumentale) | milano (sala reale FS) | milano (tre abbazie) | monaco di baviera (nazismo e resistenza) | monza e teodolinda | tre giorni in nederlandia | oslo | pont du gard | prietenia: l’ultimo treno sovietico | roma (attorno a termini) | roma (barberini) | roma (mucri) | roma (repubblica) | roma (termini) | da solferino a san martino (indipendenza) | torino (le nuove) | velleia | vicenza (l’illusione della regolarità)

59 seconds of: Ozzy, steampunk mechanical bull of Birmingham

Ozzy come quell’Ozzy, di casa in città, il toro meccanico steampunk troneggiava in qualche piazza di Birmingham per i giochi del Commonwealth del 2022; poi, non credo sulle sue gambe ma chissà, si è accasato nella stazione nuova e principale, vero mostro in una buca nel centro e, da allora, se ne sta lì fermo, occhieggiando e ruotando il testone ogni tanto, come si vede da circa metà video.

Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.

Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più apatica dello spazio liminale, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

Tutti gli altri 59 secondi | pleilista

le allegre nonché inutili guide turistiche di trivigante: le cose vere della città nel porto di Amburgo

Ho già proposto una guidina con tre motivi per andare ad Amburgo, la città forse più vivace e affascinante della Germania a parer mio – ed è ancora così dopo esser stata rasa al suolo dagli Alleati, figurarsi prima -, in cui passare dei lieti giorni e sentire concerti a raffica. Oggi vorrei proporre una camminata lunghetta, a volte noiosa, a volte un filo impervia nel porto di Amburgo che però riserva soddisfazioni notevoli, ad aver gusto per queste cose. Se no, andare alle guide con le ‘cinque, sette cose imperdibili ad Amburgo’ e dilettarsi di là. Via.
Metropolitana fino alla fermata più bella e caratteristica del lungofiume, Landungsbrücken, poi qualche minuto a piedi verso ovest per imboccare il tunnel che passa sotto l’Elba: l’Alter Elbtunnel. Lungo mezzo chilometro, fu costruito per agevolare il percorso ai lavoratori del porto della città negli anni Dieci del Novecento: bellissimo, ancora ricoperto delle piastrelle originali, sì quelle che ogni ristorante di Manhattan ha copiato, e con ascensori, porte, maniglie, targhe originali. Ne vale la pena, bici o piedi. Da qualche anno, grazie, è chiuso alle auto.

Fedele alle mie funzioni di servizio, le mie foto. Niente filtri, era nuvoloso e grigio quel mio giorno, queste sono. Cosa peraltro molto affine al giro che vado proponendo. Usciti di là vi aspettano cinque bei chilometri di camminata lungo i canali e i capannoni del porto di Amburgo, il secondo o terzo d’Europa (chiedere ad Anversa), ancora perfettamente attivo. Eccitante? Non credo. Ricco di photo opportunities? Ma manco per caso. Un’occhiata da sotto, forse, al Köhlbrandbrücke, il colossale ponte, è l’unico momento che potrebbe apparire su una guida tradizionale. Ma è porto vero, enorme terminale in cui arrivano tutte le minchiate che gli europei comprano dalla Cina e dal mondo per poi essere distribuite, ogni container ne contiene parecchie.

Dopo un’oretta di cammino ad angoli retti – attenzione che a ogni ponte sbagliato equivale una mezz’ora in più, per aggirare i bacini di carenaggio o di scarico -, piuttosto gradevole per chi come me ha piacere dei cantieri e dei luoghi di lavoro industriali, si comincia a intravedere la destinazione, essendo piuttosto colossale: la flakturm V di Amburgo.

Ovvero una delle due gigantesche torri antiaeree di Amburgo. L’altra, quella fighetta della IV, sta a nord, ci vanno tutti, ci sono anche le camere affittabili per fare l’esperienza e, cosa divertente, c’era dentro un tekno-klub negli anni Ottanta che ovviamente non disturbava nessuno. Questa no, non ci viene quasi nessuno ed è lì, intonsa. Le flakturm, come dice il nome, sono enormi torri antiaeree costruite dai nazisti, tre a Berlino, tre a Vienna e due qui, talmente grandi e dai muri spessi di cemento armato compatto da essere pressoché indistruttibili. O, meglio, servirebbe tanto esplosivo da non valerne la pena: gli Alleati si cimentarono con una di quelle di Berlino e per raderla al suolo ci misero quantità spropositate di qualsiasi cosa. Le altre, quindi, stanno lì. Servivano non solo come difesa, sul tetto c’erano armi pesanti, ma anche come rifugio e custodia, specie di bunker emersi da terra.
Questa è stata riconvertita in una centrale energetica, mostrata spesso anche a scopo didattico, ed è al centro di un parco ricreativo in una zona non troppo confortevole per la residenza. In cima c’è un bar che mi ha dato grande soddisfazione una domenica mattina, per un caffè sul terrazzo della torre a scrutare l’orizzonte.

Per sua stessa natura e scopo, la flakturm è costruita come una torre-scatola vuota e il momento più divertente della salita al tetto è quando si prende l’ascensore:

A che piano?
Certe città si capiscono solo vedendo ciò che le caratterizza, in una città portuale bisogna vedere il porto. Sembra banale ma non lo è, alla fine spesso si cercano le stesse solite cose in ogni città e le città stesse tendono a proporle, inventandole se non le possiedono: i ristorantini, i localini, i museini, i negozietti, perché quello evidentemente chiediamo. Ma se volete capire un po’ di più Amburgo, come lo volevo io, allora una bella camminata addentro il porto con splendido tunnel e impressionante torre residuo del tremendo passato vi regalerà senz’altro ciò che cercate.

Le altre guide:

adda (risalire da trezzo) | amburgo (tre motivi) | amburgo (le cose vere) | berlino (in sei mosse) | bernina express | bevagna | budapest (gerbeaud) | edimburgo (tre cose per una notte) | ferrara (le prigioni esclusive del castello estense) | glasgow (caffè e tombe) | libarna | mantova (la favorita) | milano (cimitero monumentale) | milano (sala reale FS) | milano (tre abbazie) | monaco di baviera (nazismo e resistenza) | monza e teodolinda | tre giorni in nederlandia | oslo | pont du gard | prietenia: l’ultimo treno sovietico | roma (attorno a termini) | roma (barberini) | roma (mucri) | roma (repubblica) | roma (termini) | da solferino a san martino (indipendenza) | torino (le nuove) | velleia | vicenza (l’illusione della regolarità)

questa è sì una storia

E sarebbe una magnifica serie TV: apertura con piazza san Marco strapiena di duecentomila babbei tra cui il protagonista che spingono verso il canale per vedere, dopo ore, qualcosa di quello che accadrà da una piattaforma galleggiante lì davanti. Nessuna organizzazione, nessun servizio, manco i cessi perché deturpavano, non dico un panino, pure lo sciopero. L’eroe aveva fatto anche il viaggio in treno sdraiato sul portabagagli del corridoio, qualcuno lo ricorderà, per arrivare già strizzato. Calca, sudore, fetore, topexan, ormoni, trepidazione. Perché là, là in fondo, ih ih hu hu ho ho ci sono i pinfloi. Perché non te ne sei stato a casa tua? Già.
Stacco. Indietro, come si usa ora, all’arena di Verona, maggio, il concerto sempre di loro pinfloi. Lì c’ero. Che già serviva, con rispetto, il batterista di scorta. Ed era il gruppo di quello, non dell’altro, che non perdeva occasione per insultarli. Perché non te ne sei stato a casa tua? E poi due mesi di Venezia non è un luna park, sì lo è se no muore, de Michelis dappertutto, intervistiamo i veneziani, ah no son di Mestre, ma la musica unisce le persone, crolleranno i palazzi e il campanile, chi poi se li ciava quei tre babioni, ormai? Perché non te ne sei stato a casa tua? E la Venessia antagonista, quella civile nel senso che la abita, che si oppone e salta fuori un gruppo di lì, che canta nea lengua di là, che butta fuori la canzone: oi ndemo veder. Ma reggae, da saltare, mica Goldoni, che spasso.
Ultima puntata, si torna al concerto: non si vede e non si sente un casso, solo una gran spussa demerda e sudor. Questa sì un’esperienza autentica della città. Venezia sta su, solo quelli con la barchetta davanti se la sono goduta. Quanti in acqua? Mah. Ultimi cinque minuti della serie, salto in avanti di trentasei anni, corridoio del liceo Guggenheim di Venezia. Lui.

Questa è storia nazionale, altro che D’Annunzio su Raiplay. Il Grande Bidello. Vai, Skardy, che la pensione ti protegga. E grazie per tutto quanto, di pensione quattro sghei e a Venezia si dicono ancora quelle cose là, dai demosocialisti ai meloniani. Fine.

se cerchi, non trovi e finisci da me (settimana 52/25)

Questo è un vecchio giochino dei tempi della tregenda che mi diverte ancora, per cui perché non giocarci di nuovo? Certo, rispetto ad allora – quindici anni fa – i motori di ricerca funzionano molto meglio e, direi, le persone cercano molto meno. Alla cavolo, perlomeno, o forse trovano quel che cercano molto prima. Di sicuro si usavano molte più parole e lo spasso veniva presto. E poi non c’è più tutto quel porno di allora, fagocitato da poche piattaforme. Ma qualcuno che cerca ancora c’è.
Quindi, altro giro di motoscurreggia su: le migliori chiavi di ricerca dell’ultimo mese che qualche incauto ha digitato nei motori di ricerca e per le quali è finito su trivigante. Va’ a sapere. La rubrica più babbea di tutta la circoscrizione.

Vorrei sapere:

  • ne sento sempre parlare: dov’è l’olanda
  • ah, ma se lo trovo…: porco australiano
  • so usare i trucchi dei motori di ricerca: itaairwayswifi
  • cerco uno che lo sia: tipo
  • non ho sentito bene ma gugol lo saprà: coniugi andolfini
  • ne ho passione: rettangoli colorati
  • ma senza fucile non si capisce: quando un uomo incontra un uomo con pistola
  • trentamila lire?: il mio falegname con
  • ti trovo: bastardello
  • Loro: sciolgono trecce cavalli
  • non lo trovo più: il mio falegname
  • e io la troverò in rete: la fortuna esiste
  • credo ciascuno al suo posto: nord sud ovest est dove sono
  • quella con tutti e quattro: mappa nord sud est ovest
  • no, senza l’est: nord sud west
  • gli altri non mi interessano: est e ovest dove sono
  • povero Brian: eno significato
  • conosco i remoti complessi: essi piacquero
  • ho un bell’eloquio: me ne compiaccio
  • i punti cardinali sono un problema per molti: dove è est
  • conosco le lingue: scherzing
  • amo un certo cinema francese: films pornographie
  • mah: la eta
  • che vorrei comprarlo: camion più bello del mondo
  • in ordine personalizzato: est ovest nord e sud
  • ho sentito di una favola: strega mela
  • non liscia: una strada piena di solchi
  • eh, caro, son tante: film porno categorie
  • io uso solo quella valuta: costo della vita a chisinau in sterline
  • ma quando mai?: mafalda ottimista
  • li sento spesso nominare: cosa sono gli obelischi
  • sei nel posto giusto: forza sovrumana
  • ovviamente sotto: paesi bassi dove si trovano
  • chissà che vorrebbe sapere: abbiamo fatto centro
  • eh, a me piacciono: maschioni
  • perché lei ha le connessioni con lui: flavia vento poesia leopardi
  • chissà che voglio: ricevo una mail da me stesso
  • scountryty: scampagnata in inglese
  • democristiana?: moro etnia
  • non di Nazareth: il brian che ha lanciato by this river
  • tu li vorresti vedere: film pornografici
  • è Battisti ma da me c’è solo la bestia: però il rinoceronte
  • romo? ormo?: l’anagramma di moro
  • cerco piccoli: pippottini
  • tuttoattaccato: filmporno

Era un internet molto diverso, allora.

la musica delle stagioni, autunno 2025

Partito bene, finito male. Dico, nel senso che all’inizio c’era voglia ed energia per sentire musica, spesso nuova grazie a nuovi incontri e suggerimenti, ora le cose e i fatti che cosano nella vita mi tengono fermo, anche sulla musica. Però tutto sommato cinquantasei brani per poco meno di quattro ore di ascolto ci sono comunque, il lavoro è fatto e queste sono mie piccolezze. La durata giusta per andare ventiquattro volte da Durham a Newcastle on Tyne in treno.

Trentaduesima stagione musicale archiviata, via con la prossima. Restano qui, però, notevoli scoperte legate ai viaggi all’est, Kino (Кино), Siekiera, Neumis Rock Circus, cose nuove nate da scambi, Anna von Hausswolff, Silver Jews, Band of skulls, ritorni di cui uno in particolare per un concerto bellissimo, Boomtown Rats, in quello che è stato il mio giorno perfetto dell’anno, il completo, totale, entusiasmante perfect day. E come non citare la sempre ganzissima Liz Phair che sempre starà nelle mie pleiliste del cuore? Infatti c’è.

Tutte le musiche delle stagioni, intendo i post:

estate 2020 | autunno 2020 | inverno 2020 | primavera 2021 | estate 2021 | autunno 2021 | inverno 2021 | primavera 2021 | estate 2021 | autunno 2021 | inverno 2021 | primavera 2022 | estate 2022 | autunno 2022 | inverno 2022 | primavera 2023 | estate 2023 | autunno 2023 | inverno 2023 | primavera 2024 | estate 2024 | autunno 2024 | inverno 2024 | primavera 2025 | estate 2025 | autunno 2025

“Vediamo che ne esce questo autunno” mi dicevo alla penultima pleilista, eccomi. Secondo me non male, come dicevo almeno i primi due terzi, c’è anche una cosa superpop, che ha funestato tutti quanti, non solo me. Quando qualcuno, però, azzecca la melodia, il tema, la metrica, il ritmo bisogna riconoscerlo e togliersi il cappello, in questo caso diventando swifties occasionali anche qui.

Le compile vere e proprie: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (92 brani, 6 ore) | estate 2018 (81 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (130 brani, 9 ore) | primavera 2019 (50 brani, 3 ore) | estate 2019 (106 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (126 brani, 8 ore)| primavera 2020 (101 brani, 6 ore) | estate 2020 (98 brani, 6 ore) | autunno 2020 (151 brani, 10 ore) | inverno 2020 (88 brani, 6 ore) | primavera 2021 (89 brani, 5,5 ore) | estate 2021 (55 brani, 3,25 ore) | autunno 2021 (91 brani, 5,8 ore) | inverno 2021 (64 brani, 3,5 ore) | primavera 2022 (73 brani, 4,46 ore) | estate 2022 (42 brani, 2,33 ore) | autunno 2022 (71 brani, 4,5 ore) | inverno 2022 (69 brani, 4,14 ore) | primavera 2023 (73 brani, 4,23 ore) | estate 2023 (51 brani, 3,31 ore) | autunno 2023 (89 brani, 6,9 ore) | inverno 2023 (76 brani, 4,5 ore) | primavera 2024 (60 brani, 3,4 ore) | estate 2024 (55 brani, 3,1 ore) | autunno 2024 (78 brani, 5 ore) | inverno 2024 (58 brani, 3,7 ore) | primavera 2025 (40 brani, 2,5 ore) | estate 2025 (95 brani, 6,2 ore) | autunno 2025 (56 brani, 3,8 ore)

Benvenuto inverno, vediamo che porta.

laccanzone del giorno: Public Service Broadcasting, ‘Gagarin’

Cosmonauti di tutto il mondo, appassionati di Gagarin e di quel pazzo volo, uniamoci ai Public Service Broadcasting e balliamo insieme al ritmo di questo singolo irresistibile. Il singolo ‘Gagarin’ trainò il concept album del 2015, ‘The Race for Space‘, storia musicale delle missioni spaziali americane e sovietiche tra 1957 e 1972, con svariati inserti audio d’epoca.
Il video stesso è uno spasso, il coreografo ha centrato il punto, movenze disarticolate e buffe ma mai grottesche:

Stasera il duo è dal vivo a Toronto, mi sa che non ce la faccio. Ma li punto eccome.
Anche ‘Go!’, l’altro singolo trascinante del disco, non è da meno.

La comoda pleilista de leccanzoni del giorno esiste ancora, è a cinquantasei canzoni e adesso è su Tidal, che son passato di là per le note vicende, Trostfar ne era stato l’ispiratore oltre che autore della magnifica copertina, grazie, ora l’aggiorno e sta qui, per chi desideri.

candidature al premio Nobel per la pace (e cose che avevate provato a dimenticare)

Da dove cominciare? Bene specificare prima di iniziare che ricevere il premio Nobel per la pace, ancor più dopo la vittoria di Kissinger nel periodo d’oro, equivale sì e no a ricevere una di quelle coppette di plastica dedicate industrialmente al “papà migliore del mondo” dal proprio figlio. Affetto, molto per carità, ma valore intrinseco pochino. Tra l’altro, ricordo che il premio viene assegnato, unico tra essi, dai norvegesi.

Dunque, la piglio dalla cima. Il presidente americano Trump, non appena eletto, ha cominciato a far smettere guerre nel mondo con la sola imposizione delle mani. Russo-ucraina a parte, nonostante avesse detto che sarebbero bastate ventiquattro ore, qualcuno dice sette, qualcuno otto le guerre terminate grazie al suo intervento: i conflitti tra Israele e Iran, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, Cambogia e Thailandia, India e Pakistan, Serbia e Kosovo, Egitto ed Etiopia e Armenia e Azerbaigian. Ho capito, cosa vuol dire che tre giorni fa la Thailandia abbia attaccato la Cambogia e ci siano quattrocentomila persone in fuga in queste ore e che in Kashmir nulla si sia effettivamente fermato nonostante la tregua di facciata? E che il conflitto Israele-Iran sia più che altro congelato che risolto specie dopo il bombardamento americano proprio sull’Iran? Niente, cattiverie.
Grazie a questa sequela di successi, una bella teoria di buontemponi ha pensato di candidare la propria figura politica di riferimento, per tornaconto o per nettaculismo spontaneo, al Nobel per la pace 2025, cercando di affastellare successi il più rapidamente possibile in vista della votazione. Non è andata bene e il premio, si sa, è stato dato a María Corina Machado, sconosciuta ai più fino a quel momento.

Spiace, diciamo. Chiusa qui? Macché. Il presidente della FIFA Infantino, legato a quadruplo filo imprenditoriale con la famiglia Trump tra i mondiali in USA della prossima estate, la recente coppa del mondo per club sempre là e così via, si è inventato un premio mai esistito prima, il Fifa Peace Award, e l’ha consegnato in corso di cerimonia in mondovisione durante i sorteggi indoviniamo a chi? Esatto, proprio a Trump. Questo dice dando il premio: «In un mondo sempre più instabile e diviso, è fondamentale riconoscere l’eccezionale contributo di coloro che lavorano duramente per porre fine ai conflitti e unire le persone in uno spirito di pace», quello ricevendolo: «È uno dei più grandi onori della mia vita. Ringrazio la mia famiglia e la mia fantastica First Lady Melania. Oggi il mondo è un posto più sicuro». E gli amici del baretto? Che, come dice Cevoli, se volevo sentire dei coglioni, sentivo i miei.

E fin qui i fatti degli ultimi tempi. Giusta indignazione per la candidatura al Nobel, la costituzione di comitati pro Trump a questo scopo, salamelecchi e fanfaronate a non finire. E il probabile stupore dei giovani, poco avvezzi, increduli davanti a cotanta spudoratezza. Ma essi non sanno e voi, invece, che qui leggete sì, lo sapete, come lo so io. È un fatto che sta dentro di voi, sta lì dal 2009, nonostante abbiate cercato di schiacciarlo come me sotto litri e litri di alcoolici e ricordi non migliori. E allora ritiriamolo fuori: nel 2009 in Italia un bel comitatone di nettaculi umani (come li chiamai sobriamente allora) sostenne con una certa vigoria la candidatura al premio Nobel per la pace, eh sì, di Silvio Berlusconi. Oh, la cosa andò avanti per mesi e non potreste credere, cari i miei virgulti, con quale veemenza essi difesero a spada tratta la propria figura politica di riferimento, per tornaconto o per nettaculismo spontaneo, sostenendo ci avesse salvati dai comunisti, tra l’altro. Non andò bene nemmeno allora, ed è strano perché i norvegesi sarebbero pure capaci di far coteste minchiate – Kissinger, ripeto, nel 1973 – senza troppi timori.

Ma i comitati furono forti e insistenti, le letterine raccomandate (letterale) verso Oslo numerose e sentite, i peones perlopiù giovanissimi esposti nell’improbabile campagna parecchi. Tra essi, ricordo la cantante Loriana Lana – legata da parentela con Giggi Zanazzo, poeta – che nel suo curriculum ricorda come fu lei a pronosticare a Bacalov la vittoria all’oscar per ‘il Postino’, puntualmente avvenuta. Lei, in collaborazione con Pino Di Pietro, scrisse un inno dedicato a Berlusconi in cui celebrava le sue gesta (di Berlusconi) in favore della pace: “La Pace Può”, poi cantata sempre da lei con Sergio Panajia. Se non conoscete nemmeno uno di questi nomi non vi preoccupate, è normale. E io che l’inno l’avevo già salvato allora, perché trivigante sa che le cose non durano e bisogna salvarsele in saccoccia, lo rimetto qua, perché come mi sono deturpato io ascoltandolo nuovamente ora vorrei lo faceste anche voi:

Il cenno all’Abruzzo è ancora da denuncia penale o da pubblico impalamento, meglio. E l’invocazione a Berlusconi con l’inversione del verbo in fondo alla tedesca da ancora scapottare.

Non ultimo, in questa vicenda miseranda, vorrei ricordare l’epico confronto tra il grande s|a, sogliadiattenzione, meraviglioso amico e blogger di quegli anni, e tal Emanuele Verghini, non solo animatore di uno dei comitati a sostegno di Berlusconi ma, anche, figura in grado di scrivere impudentemente la seguente frase: «A Silvio Berlusconi noi guardiamo come modello. A uomini come Angelino Alfano ed a Giuseppe Scopelliti noi guardiamo come sparanza per la creazione di una nuova classe dirigente» senza cagarsi addosso. Orbene, s|a scrisse un post ironico sull’insensata candidatura di Berlusconi al premio, interrogandosi sulle dinamiche decisionali interne a Forza Italia, e Verghini intervenne nei commenti, squadernando concetti a caso, di cui ci facemmo variamente beffe. Stanno ancora lì, sotto il post. Questo per dimostrare il clima di allora, surriscaldato da questi parecchi piccoletti cani rabbiosetti che imperversavano anche in rete sostenendo il loro capo contro ogni senso e verità.

Cosa voglio dire, dunque, caro giovane che leggi queste righe? Forse che certe cose esistevano già ai nostri tempi e che noi sì che ne abbiamo viste delle belle? Giammai. Forse che certe cose non cambiano e che dovresti dunque perdere ogni residua illusione? Maffiguriamoci. Ma che ne so, giovane, di quel che voglio dire? Anzi, vattene da qui che manco sai che fosse un blog e come ci divertissimo, allora. Va’ via, va’ dove ti pare e lasciaci qui, a riascoltare “La Pace Può”, a farci venire di nuovo il nervoso e a pensare, però, com’erano in fondo gloriosi quegli anni, in cui tutti noi eroi eravamo giovani e belli. Ma nemmeno, perdio. Viva noi, ora, oggi, viva s|a e viva tutti i superstronzi che verranno candidati in futuro al premio Nobel per la pace senza però vincerlo. Che dopo Madre Teresa di Calcutta (1979, ne ho detto il peggio qui) vale comunque come un premio per la partecipazione.