c’è un sacco di gente che scivola nella propria bava (un documentario da non vedere)

Non so perché me ne occupi, sarà che non sopporto la deferenza leccacula o che, anche, in questi disgraziati periodi ho la creatività di un sottopentola. Così è.
Dunque. Nel 2024, sull’onda più o meno della rielezione del marito a presidente, Melania Trump ha pubblicato un suo memoir, un’autobiografia, di quelli che per il formato si chiamano coffee table book nel mondo anglosassone, con una copertina che più che elegante e raffinata è funerea e lugubre. Vorrei Chanel ma ciccia.

Strano manchi l’oro, lei marca la distanza da quel cafone del marito, si vede. Immagino l’immane sforzo creativo nella scrittura, lei definisce tutto il processo come ‘enormemente gratificante’ e bon, il titolone e le centottanta pagine se le aggiudicano Skyhorse Publishing. E non va nemmeno male nelle vendite, sarà che i tavolini da caffè da riempire sono parecchi negli Stati Uniti, la critica è un filo impietosa e, comunque, manca tutto quanto relativo al marito e alla sua politica. Prevedibile. È lei che pensava di essere interessante di suo.

Poi, a elezione avvenuta, sempre del marito e non sua, lei fa trapelare il suo desiderio di produrre un documentario su di lei medesima e sulla sua mirabolante parabola da Novo Mesto alla Florida tratto appunto dal bel memoir: a questo punto, si scatena l’asta tra le maggiori case produttrici, Amazon, Disney, Netflix e Paramount, per accaparrarsi il privilegio e per ben quaranta milioni di dollari vince la prima, dell’amico Bezos che ricordiamo in prima fila accanto a Trump in quella deprimente cerimonietta dei tycoons e siliconvalleiani alla casa bianca. Sul piatto, Amazon mette anche una promozione poderosa, del valore di altri trentacinque milioni di dollari, e lascia all’autrice il controllo di tutto il processo di scrittura, sui contenuti, sul colore, sulla musica, sui trailers, disegna persino il logo. La regia no, Amazon ingaggia un regista, Brett Ratner, che ricorderemo per qualche X-Men, il documentario del 2017 The Man You Don’t Know su Trump ma più che altro per una quantità innumerevole di accuse di molestie sessuali. Che vogliamo che sia? Lei incassa ventotto milioni di dollari da Amazon, la cifra più alta mai vista per un documentario, e si diletta in alcune fasi della promozione, come questa sobria cerimonia alla casa bianca pochi giorni fa.

Un documentario ben promosso, per esempio RBG su Ruth Bader Ginsburg del 2018, pure bello e su una figura immensa al paragone, ha avuto un budget promozionale di tre milioni e mezzo di dollari. Detto fatto, il documentario è pronto ed esce il 30 gennaio, in una quantità incalcolabile di sale e spinto da circa 461 milioni di passaggi televisivi degli spot. Oltre a una bella cerimonietta privata di proiezione della premiere costellata dalla presenza di tutti i maggiorenti in quota, tra cui oltre ai capi delle maggiori tech industries anche Ragna di Giordagna, Tim Cook delle belle anime di Apple, il presidente della Borsa di New York eccetera. Megojoni, direbbe un poeta locale. Il tutto nei giorni dell’assassinio di Alex Pretti. Bastardi, direbbe l’altro poeta.

Ora: non è che ad Amazon siano deficienti, lo sanno benissimo che costandone ottanta di milioni il documentario Melania ne guadagnerà probabilmente il cinque per cento, che sarà un flop nelle sale e che la critica lo valuterà, come è già successo, privo di alcun interesse e senza alcun rigore giornalistico, essendo quasi tutto il controllo in mano all’autrice. Non a caso Letterboxd, un social dedicato alla cinematografia, è stato bombardato di falsi commenti positivi, per anticipare i tempi. Ad Amazon continuano a non essere deficienti e fanno i propri conti, ingraziandosi il monarca compiacendo i suoi congiunti, tutti abbastanza impresentabili, ritardati e privi di contenuti ma comunque il vento ora tira di là. Il problema, se ce ne possa essere uno, è che Amazon tutto questo lo fa con i soldi degli abbonamenti, diretti all’azienda, o indiretti tipo Netflix che usa le piattaforme server di Amazon. Cioè i soldi tuoi, suoi, loro, miei, olè. Ma fa tutta ’sta differenza non tanto possedere un grattatesta quanto riceverlo in un giorno solo? Novità? Nessuna, ciascuno faccia come crede, magari dismettendo tutte le relazioni con Amazon possibili. Un secondo problema sarebbe certamente la rettitudine di certe schiene contemporanee e anche qui il panorama è desolante, Mammona regna sovrana, il tornacontismo anche e la paura idem. C’è un sacco di gente che scivola nella propria bava.

Sebbene il sapido documentario ancora non sia uscito, si registrano già i primi apprezzamenti del pubblico che non manca di salutare con favore le affissioni del manifesto del film, le uniche al momento raggiungibili per esprimere critica cinematografica diretta.

Resta, infine, un mistero alla fine di tutta questa sbrodolata – che nemmeno io riesco a capire perché mi ci sia imbarcato, mah, ho pure visto il trailer – che tale resterà: quale sia il significato del sottotitolo, ‘Twenty days to history‘. Inutile indagare, sarebbe anche in questo caso deludente. Con questi non c’è mai una sorpresa stupefacente o positiva o profonda nel significato. Nisba.

Che dire, dunque? Aggiungerei un’esortazione finale, a me prima di chiunque altro, a tenere la schiena ben dritta e lo sguardo in avanti, non cedendo a quei moti di rassegnazione cinica e orribile che contraddistinguono molti dei miei coetanei e conoscenti, che allargando le braccia continuano a ordinare e guardare minchiate online e, più che altro, a sentirsi sollevati da ogni pensiero al riguardo. E per una nota finale, oltre all’invito a guardare il documentario su Ruth Bader Ginsburg, a leggere se possibile la biografia che la riguarda, scritta da Shana Knizhnik and Irin Carmon, o, almeno come minimo, ad apprezzarne il titolo, il più bello di sempre: Notorious R.B.G.: The Life and Times of Ruth Bader Ginsburg.

Perché i nostri tempi, questi, sono anche quelli di Notorious R.B.G., mica solo di Melania e del bestia e dell’ICE e dello sterminio di Gaza: non è necessario farli vincere ovunque, siamo qui. Muoviamoci, senza alzare braccia e spallucce, ciascuno è responsabile del proprio.

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