il nostromo

Inaspettatamente, poiché non lo sapevo, a Canterbury ho scoperto che nel cimitero in città c’è la tomba di Józef Teodor Konrad Korzeniowski, a me noto come Joseph Conrad. Beh, vado, un omaggio è necessario, ho ancora dei bei ricordi di alcuni suoi romanzi e soprattutto de ‘Il giro di vite’.
Pensavo fosse sepolto chissà dove, associavo le navigazioni a una vita più girondola, come in effetti fu fino ai trentasei anni. Gli ultimi anni li passò qui vicino, a Bishopsbourne, amena parrocchietta del Kent, in cui la casa di Conrad è oggi la sala comune. Il cimitero di Canterbury è molto composto, verde, le tombe ottocentesche sono, come di consueto, cadute a terra e non rialzate, rotte, romanticamente consunte dal tempo. E così, giustamente, le lasciano. La tomba di Conrad, in fondo in un angolo, è impossibile da mancare: un cippone sbozzato, con aquila e bandiera polacca, fatto curioso, non credo rivendicasse l’origine in questo modo ma va’ a sapere. Il nome è pittosto storpiato, Joseph Teador Conrad Korzeniowski invece di Józef Teodor Konrad Korzeniowski, colpa dell’artigiano di paese, forse.

Ciò che conta è l’epitaffio, che immagino scelto da Conrad medesimo per sé, un verso del poeta rinascimentale Edmund Spenser: «Sleep after Toil, Port after stormy Seas, Ease after War, Death after Life, does greatly please». Bei versi, da ‘The Faerie Queene’. Gli stessi versi sono anche sulla tomba di Agatha Christie.

Tradotti un po’ così: «Il sonno dopo la fatica, un porto dopo mari tempestosi, la quiete dopo la guerra, la morte dopo la vita, quale grande soddisfazione…»; questa stessa epigrafe fu già adoperata da Conrad per il suo romanzo ‘The Rover’, gli era piaciuta.
Davanti alla tomba un pannelletto didascalico che dà conto di un paio di cose sullo scrittore, la sua vita e il motivo della sua presenza qui. Brutto ma necessario, forse. Nessun fiore fresco.

la lingua e la cultura italiana nelle canzoni straniere

Il caso più eclatante è quello di Frank Zappa che scrisse e cantò ‘Tengo Na Minchia Tanta’ nell’album ‘Uncle Meat’ del 1969, in italiano. Doveva aver conosciuto un nuovo amico siciliano: «Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’ / Devi usare un pollo, devi usare un pollo / e me la vuoi tastar» e olè. Ma Zappa è Zappa, quindi tutto va bene. E anche ‘Dio fa’ da ‘Civilization Phaze III’ che ha però solo il titolo in italiano, essendo un pezzo strumentale. Non c’è che da essere contenti di quanto della cultura italiana arrivi ai grandi artisti stranieri, niente male. Diciamo che, di sicuro, le espressioni idiomatiche, o sostenute tipo imprecazioni e bestemmie, colpiscono l’immaginario là fuori.

Non parlo di cover o di improvvide traduzioni italiane di pezzi stranieri, parlo di canzoni composte e cantate in italiano da cantanti stranieri. La casistica è ampia, non è che io voglia fare qui un compendio, però vado a memoria e mi vengono in mente gli Ada Oda, gruppo belga che canta in italiano, basta qui citare la micidiale ‘Un amore debole’, che ha però un gran riff iniziale e poi si finisce per ascoltarla lo stesso.
Oggi ho scoperto per caso la non memorabile ‘Cazzo di ferro’ dei Lemonheads – che sembravano così brave persone, salutavano sempre – da ‘Lick’ (1989), che ha suppergiù un testo del tipo: «Sei proprio un grasso menefreghista / Sei dal lontano il più / Coatto uomo nel mondo / Sei una testa di cazzo / Lato di ferro / Sei una testa di cazzo». Ottimo. Anche qui il riff è poderoso. E siamo a due membri, minchie, comincia a non essere più un caso, qui c’è da indagare cari i miei Scaruffi. Perché poi tutti questi avranno avuto un amico che ha detto loro: te lo scrivo io il testo, tranquillo. Ho io un bel tema. Ecco, il tema.

La cosa che piace a me è vedere come veniamo apprezzati all’estero, quali aspetti più delicati e complessi della nostra cultura vengano recepiti là fuori, un’ottima rappresentazione. Non che la cosa si arresti qui, ci mancherebbe, serviranno aggiornamenti. Ma i Lemonheads mi hanno tirato una bella bordata, oggi, e direi che mi posso anche fermare qui, avendone già dedotto una ben solida teoria.

Schnabel, che è successo?

Un film che si configura come imperdibile fin dalla trama:

Un solitario e disilluso studioso viene ingaggiato dalla mafia per autenticare un misterioso manoscritto riemerso nei bassifondi di New York: l’originale perduto della Divina Commedia. Sconvolto dalla scoperta e in cerca di rivalsa, l’uomo decide di tradire i mandanti e fuggire con il prezioso volume insieme alla donna che ama. Il furto scatena una pericolosa caccia all’uomo e una cospirazione globale.

L’autografo della DC, il sogno di ogni studioso e cacciatore di ricchezza. E fin qui già basterebbe, sarebbe abbastanza per un film, una storia, una barzelletta da bar. Ma no, mettiamoci una trama parallela, immagino sempre le riunioni di produzione. Ottima idea!:

Parallelamente, la storia si sposta nell’Italia del XIV secolo. Un giovane Dante Alighieri, intrappolato in un matrimonio infelice e in piena crisi spirituale, fugge in Sicilia per inseguire l’ispirazione. Qui, guidato da un enigmatico mentore, dà forma alla sua visione poetica e scrive la Commedia. Due uomini, separati dai secoli ma legati dallo stesso destino, compiono un viaggio dalla dannazione alla salvezza, mossi dall’amore, dalla bellezza e dalla follia della creazione.

In un matrimonio infelice, signoreiddio.

È ‘La mano di Dante’ di Julian Schnabel, di cui resto un ammiratore per l’ottimo ‘Lo scafandro e la farfalla’, ed è con evidenza un film da non perdere. Qui l’appassionante trailer tra mafiosi e autografi. E non ci si faccia scoraggiare dalla recensione di Matteo Pivetti su Sentieri Selvaggi:

“Un’opera con ambizioni gigantesche, ma che non funziona sotto nessun punto di vista. Caotica, delirante e superficiale, sembra una parodia giunta prima del suo originale”.

E non siamo in tempi di recinzioni negative, figuriamoci. Ci terrei infine a segnalare che non si tratta di un film sottocosto prodotto in un minimarket con intenti parodistici, drammaticamente. Anzi, spese e Venezia Lido. Che poi: un enigmatico mentore? La Sicilia?

famolo strano

«Chi quel gong percuoterà / apparire la vedrà / bianca al pari della giada / fredda come quella spada / è la bella Turandot!». Nella Pechino del tempo delle favole, Turandot, figlia dell’imperatore Altoum, sposerà quel pretendente di sangue reale che abbia svelato tre indovinelli molto difficili da lei stessa proposti. Mentre Ping, Pong e Pang si lamentano di come, in qualità di ministri di corte, siano costretti ad assistere alle esecuzioni delle troppe sfortunate vittime di Turandot, mentre preferirebbero vivere tranquillamente nei loro possedimenti in campagna.
Nel frattempo, a Napoli, rappresentano a modo loro.

Per carità, lo so che bisognerebbe vederla, e che non si giudicano i libri dalla copertina e, poi, a chi non piace Romeo in giacca di pelle?
Comunque, il regista Vasily Barkhatov che allestisce la chiave moderna commenta serafico: «Le nuove proposte non sempre sono bene accolte». E ha ragione, seppur lapalissiano. A me spiace sempre non assistere ai momenti focali di certe riunioni, quel momento in cui uno si alza, schiocca le dita e dice: «Ci sono! E se appendessimo un’auto incidentata a testa in giù?» e lì scrosciano gli applausi, genio, genio. Ecco, mi spiace perdere quei momenti lì.

sorpresa: la cosa più elegante e proporzionata è lui

Qualche giorno fa a Palazzo Chigi l’incontro tra Meloni e Rubio, segretario di stato americano, per provare a tornare amici. Pare non sia andata benissimo anche perché per questa amministrazione la parola del segretario non dà alcuna garanzia su quella del presidente.
Ma come sempre, e anche stavolta, mi distraggo fatalmente e noto i dettagli, invece della sostanza. Qui sotto la fotografia ufficiale, pubblicata dal governo.

In ordine. A parte l’abito di Meloni che mi ha fatto scoppiare a ridere subito, sembra il grande David Byrne nei momenti migliori dei Talking Heads… Vabbè, mi interrompo subito e lo metto qui sotto, non posso resistere.

Fa fa-fa fa, fa-fa fa-fa fa-far better. Anche le bandiere parrebbero essere molto lunghe, sicuramente ci sarà una legge o regolamento che ne dispone le proporzioni rispetto all’asta, l’angolo deve toccare la base, così secondo me sono proprio un po’ buffe, sembrano certi tovaglioli piegati a cono in piedi in certe pizzerie sotto gli svincoli.
Il modellino della facciata di Palazzo Chigi su piazza Colonna è curioso, perché esso stesso dentro Palazzo Chigi, azzardo sia stato ideato per far capire nelle fotografie dove ci si trovi; Perec ci sarebbe andato a nozze, con un palazzo dentro lo stesso palazzo dentro… Sembra un po’ piazzato lì, sproporzionato tendente al grande anch’esso tra i due monti stellati dei Chigi.
Ma il meglio, il meglio assoluto è il Guttuso sopra, la Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio del 1860, Giuseppe Garibaldi a cavallo mentre guida i Mille in camicia rossa contro le truppe borboniche nei pressi di Palermo. Per carità, Guttuso, Garibaldi, il Risorgimento, chi sono io per dire qualsiasi cosa? Nessuno, chiaramente. Ma visto così, nell’inquadratura, a me non ricorda altro che, e provo a resistere, i dipinti murali della city hall di Pawnee, Indiana:

Il capo Wamapoke fu condannato a morte per il reato di essere indiano, comune nel 1830, e giustiziato. Ma non ci si dia pena, i soldati rappresentati qui sopra lo mancarono e il capo Wamapoke morì di vecchiaia nel suo letto molti molti anni dopo. Dai, metto anche il ‘sunday boxing’, bello altrettanto.

Tornando dunque all’immagine iniziale e considerando il liceo del made-in-italy, lo stile che tutto il mondo ci invidia, l’innata eleganza che ogni italiano ha, le eccellenze, la cultura, il cibo, il vino, la culla e alè, avanti con tutto l’armamentario, è dunque quella immagine più vicina all’elegante compostezza di un Michelangelo Antonioni o, invece, a una contemporanea commistione trumpiano-russo-emiratoaraba cui si dovrebbe aggiungere solo un po’ d’oro qua e là e, se possibile, un qualche mitra?

il post

Oggi ho disdetto l’abbonamento.
Sette anni fa, quando mi abbonai, era senz’altro un progetto informativo da sostenere e incoraggiare, a parer mio. E sono convinto della scelta, ancor oggi.
Oggi penso che il progetto-Post abbia le gambe, e le abbia abbastanza robuste, e ne sono contento per il panorama abbastanza desolante dell’informazione indipendente in Italia. Penso anche, però che, nella ricerca di miglioramento, tra il “di più” e il “meglio” che comunica, il “di più” abbia travolto tutto quanto: troppo lunghi gli articoli, troppo lunghe le newsletter, troppo lunghi i podcast, troppe premesse, troppe spiegazioni, troppe cose “spiegate bene”. Troppe cose in generale. ‘Morning’ fin dai tempi dell’attuale direttore mi era diventato indigesto per quel terzo in più di durata fatto di premesse, di cautele, di spiegazioni esplicitate anche se già chiare, in una bulimica necessità di dire sempre tutto tutto.
È poi un’attitudine alla cautela, non so, il voler sempre chiarire ciò che non si vuol dire, spiegare per essere ben intesi, che io trovo sfiancante, alla lunga. Sarà l’età, la mia. Opinioni personali che ho scritto anche a loro, per quel che vale.
Ho un abbonamento da ricollocare, se qualcuno – Mondo camion, L’uncinetto, Credere, La voce della Val Pusteria – volesse farsi avanti.