Ozzy come quell’Ozzy, di casa in città, il toro meccanico steampunk troneggiava in qualche piazza di Birmingham per i giochi del Commonwealth del 2022; poi, non credo sulle sue gambe ma chissà, si è accasato nella stazione nuova e principale, vero mostro in una buca nel centro e, da allora, se ne sta lì fermo, occhieggiando e ruotando il testone ogni tanto, come si vede da circa metà video.
Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.
Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più apatica dello spazio liminale, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.
Già il nome è omen, presagio, per quel ‘land’ che contiene e che rilancia in fantasie di viaggio e di racconto. Certo, quel ‘fat’- un po’ meno ma non è inglese, lei, è norvegese: Erika Fatland. Ora, per chi bazzica un po’ nei meandri della letteratura di viaggio il nome è più che noto, si tratta di una grande viaggatrice e narratrice dei nostri anni, forse della più grande a voler fare inutili classifiche, di sicuro una delle poche che si sia occupata così a fondo del mondo post-sovietico e che abbia avuto l’ardire di affrontare viaggi così complessi e difficili: uno nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e uno percorrendo tutto il confine esterno russo, in ogni direzione. Non sono ovviamente gli unici viaggi che abbia compiuto e di cui abbia scritto – è in uscita ora un suo racconto sulle ex colonie portoghesi – ma questi due sono quelli che intendo citare qui.
Ora lo dico, nonostante sia la frase dell’acqua calda, visto il suo successo e notorietà, lei è fantastica: immagina e realizza progetti di viaggio estremamente interessanti e complessi e poi ne scrive in maniera invidiabile – lo dico con cognizione, frequentando il ramo – per stile, modo, contenuti, profondità e ironia. Quello che rende ancor più complesso il suo modo di viaggiare, sola e per parecchi mesi, in realtà lei lo racconta come un vantaggio, ovvero la possibilità di interagire con persone che non si aprirebbero mai davanti a un uomo, vero e comunque bello spirito anche in questo. Queste non sono, dunque, recensioni né vogliono esserlo, direi più segnalazioni, condivisioni, sempre nello stesso spirito con cui riporto le cose qui: se a qualcuno servisse, bene; per me è un modo di porle su uno scaffale non tanto immaginario e averle in vista. Per questo il piccolo indice riepilogativo qui sotto, aggiornato man mano.
Quest’estate mentre percorrevo la mia transcaucasica sbirciando sul sedile davanti a me ho scorto un altro viaggiatore, R. con cui poi ho fatto amicizia anche, forse, grazie a questo, leggere (probabilmente rileggere) ‘La frontiera’ di Fatland nelle parti che stavamo attraversando in quelle ore, in particolare l’alta Svanezia in Georgia, e mi è tornata in mente lei e così ho prontamente fatto anch’io: ho ripreso ‘La frontiera’ e ho ripercorso passo passo con piacere il racconto dei posti che andavo vedendo. Non solo, oltre a essere donna e sola, è anche andata in posti in cui io non ho nemmeno osato: Abkhazia e Ossezia del sud, per restare a quell’area. Formidabile. Una parte del suo racconto mi è tornato in mente spesso negli ultimi anni, durante i viaggi: nel corso di una crociera negli impervi mari siberiani a nord della parte più inospitale della Russia – Fatland doveva pur percorrere tutto il confine esterno, anche sopra – incontrò un gruppo di viaggiatori con quel passaportino del centonovantatre paesi (dibattuti) i quali andavano a piantare la propria bandierina personale in uno dei luoghi più difficili da raggiungere del pianeta. Ora, esistono numerosi club che raggruppano coloro che hanno messo piede nel maggior numero di paesi al mondo, uno di questi è il ‘Most traveled people’ o il Travelers’ Century Club (TCC) per dirne due, per i quali conta la foto e il timbro sul passaporto e un qualche tipo di record. Come, per esempio, gli ottocentocinquantatre territori visitati dal campione del club. Fatland ne fa, giustamente, un racconto pietoso, ricordo anch’io con un po’ di pena di aver incontrato una ragazza giovanissima che aveva pianificato qualche mese sabbatico e un tot di soldi di papà per mettere piede – letteralmente, a volta si trattava di soli aeroporti – in tutti i paesi del mondo nel minor tempo possibile, diventando così la più giovane campionessa in questa demenziale attività. Chiarisco, la tentazione è grande, lo ammetto: è capitato anche a me a volte di pensare di mettere un piede al di là del confine non fosse altro per dirmi di esserci stato, anch’io ho la mia mappetta dei paesi visitati e quelli no, anch’io tengo conto di quante repubbliche ex-sovietiche mi manchino, è così. Non ho però mai, a onor mio, fatto il discorsetto del ‘viaggiatore e non turista’ ma insomma la distanza è quella che è. Il punto è, comunque, che quel racconto di Fatland di quel grottesco gruppo di persone a caccia della medaglietta mi torna alla mente ogni volta e mi riporta al senso delle cose e allo scopo della faccenda, mi fa rallentare e mi fa guardare intorno a me, pensando a ciò che sto vedendo e facendo. Non poco, per niente.
Tkachenko è un fotografo e artista visuale russo e con il suo progetto ‘Restricted Areas’ ha vinto nel 2015 l’European Publishers Award for Photography. Come spiega, l’intento “is about utopian strive of humans for technological progress” e le fotografie sono scattate in centri tecnologici sovietici e limitrofi oggi abbandonati.
Il progetto è più complesso, c’è più sostanza, lo spiega. La scelta di farlo nella neve è ovviamente di grande effetto, incontrando anche il nostro immaginario occidentale al riguardo. Queste foto gli devono aver richiesto enormi quantità di tempo e di fatica, anche solo per raggiungere nel momento giusto decine di posti sperduti nei paesi del patto di Varsavia. E sono ispirate, a parer mio.
Ancora sul nobel per la pace al presidente americano Trump. Non avendolo vinto, ha ben pensato di invadere il paese della vincitrice di quest’anno, cioè del suo premio, così da averlo. Non è stato per il controllo dei pozzi, stolti commentatori, o per quello politico, matti, è stato per il nobel. A questo punto, a paese invaso e capo di Stato, che piaccia o no Maduro, rimosso illegittimamente e portato a processo negli Stati Uniti, la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado, vincitrice appunto del nobel, ha pensato di regalarlo al presidente invasore. Non è difficile capirne lo scopo, ha ben pensato di soddisfare il desiderio esplicito di un bimbominchia e di ottenere così il potere nel proprio paese, ora che è politicamente vacante.
E così ha fatto: nel corso di un incontro ha portato la medaglia del nobel bella incorniciata nell’oro, come a lui piace, con il suo-nome-di-lui bello grande in cima a tutto, e gliene ha fatto pubblicamente dono, rendendolo l’infante più contento del giorno. Ma ma ma, anzi due ma: il primo, il presidente americano ha ben incassato il dono tutto contento, il povero pirla, ma non ha minimamente considerato l’ipotesi di mettere al comando la furbetta; secondo ‘ma’, il comitato norvegese di assegnazione del nobel ha chiarito pubblicamente che: «non può essere revocato, condiviso né trasferito ad altri. La decisione è definitiva e vale per sempre» e ciao, niente albo d’oro. Vabbè, ma fa salotto.
Tra i precedenti gustosi di tentativi di trasferimento di nobel mi piace ricordare quello di Knut Hamsun, che il premio lo vinse nel 1920 per la letteratura. Poi, un paio di decenni dopo, conobbe una persona che gli piacque davvero molto e che si occupava anch’essa di cultura e di cui condivideva a fondo le idee e i progetti. E così, in segno di ammirazione e approvazione, le regalò la propria medaglia del nobel. Purtroppo anche in quel caso il premio non si trasferì, solo la medaglia cambiò di cassetto. Ed è per questo che il destinatario, il pur ben meritevole Joseph Goebbels, non figura tra i vincitori di nobel. Peccato. Ora, lungi da me fare parallelismi tra Goebbels-Trump e Machado-Hamsun, figuriamoci, rilevo solo come sia necessario che, perché accadano certe magie come queste, sia necessario che almeno il settantanove per cento delle persone coinvolte siano dei benemeriti coglioni predatori, che almeno il cinquantotto di esse siano dei criminali e che il trentanove per cento di queste siano degli scrittori con qualche alto e con dei rovinosi bassi, oltre a simpatie, ehm, discutibili.
In gran parte convincente e ben riuscita la serie ‘Amadeus’, a parer mio.
Fresca fresca di forno, riprende la vicenda raccontata da Forman nel suo memorabile film e da Shaffer nella sua opera teatrale e, se volessimo andare ancora più indietro, da Puškin nel suo dramma, ovvero come Salieri, invidioso di cotanta ingiustizia e allo stesso tempo rapito da tanto genio, abbia operato in modo fattivo per far fuori definitivamente Mozart, scegliendo così la memorabilità seppur nell’ignominia all’oblio. Difficile fare meglio del film e dell’interpretazione di Abraham di Salieri, vero protagonista allora e oggi, e così non è ma la serie aggiunge senza voler superare, dà spessore sia al tormento di Salieri che a quello, trascurato, di Mozart e, non secondari, di Constanze e dell’imperatore. Forse un piano in fiamme poteva essere evitato ma tutta la faccenda regge bene eccome, la consiglio invero. L’involuzione di Salieri e il suo declino, consapevole del fatto che lui e la sua musica saranno spazzati via dal giovane quanto immeritevole genio, lo scontro con il suo dio e la risoluzione battagliera hanno il tempo di essere rappresentati, è il vantaggio delle serie, come il logorio mentale e di conseguenza fisico di Mozart, forse un po’ tagliato via nel film. La fascinazione, la consapevolezza e insieme l’invidia e il fastidio di Salieri sono credibili, gli attori notevoli, serve dirlo che anche la colonna sonora non è male?
E – non a volte, sempre – ritorna. Vedo una scuola e la fotografo.
Se in forma di farsa o meno, ai noi posteri la decisione. Secondo me no, in versione deteriore sicuro ma spesso con effetti peggiori perché su più vasta scala. Il passato dell’intitolazione di questa scuola è Costanzo Ciano, pezzo di farabutto quasi quanto il figlio, affarista trafficone fascista, violento, militare interventista imbarcato con D’Annunzio fin da Buccari, si distinse fin dal 1922 per i fatti violenti di Livorno, che considerava suo feudo, l’assassinio di alcuni consiglieri comunali, la devastazione di negozi e uffici e l’ottenimento con la violenza delle dimissioni del sindaco della città. Poi tutta la trafila fascista, deputato, ministro, presidente della Camera, persino conte, e dedito come quasi tutti all’appropriazione a titolo personale, con certi affaracci immobiliari tra Livorno e Roma, in zona Appia all’Acquasanta e titoli edilizi intestati furbescamente al fattore, e il desiderio di intitolazione di piazze, strade e scuole, come questa, ancora in vita. Si veda per esempio la povera Terrazza Mascagni, tanto bella quanto sfortunata al tempo di Terrazza Ciano, che nulla c’entrava con essa. Alla morte nel 1939, a cena ovviamente, facendo parte della razza dei magnaccia, nel senso di magnare che tutto si mangiano, il figlio dispose la costruzione del celebre mausoleo in vista di Livorno, incompiuto per la guerra di cui resta uno smozzicone tuttora irrisolto e le sezioni della statuona di Dazzi nella cava sull’isola Santo Stefano alla Maddalena, in Sardegna.
Il passato è ancora tutto lì. Come in Sardegna, a Livorno non sanno che farci, persino quando due ragazzini, 1962, ci cascano fatalmente dentro. Occasionalmente i paracadutisti ci fanno qualche prova di discesa in doppia corda, sarà che lì si sentono a casa, e un fumettista del Vernacoliere propose di farci, data la forma, un deposito di Paperon de’ Paperoni. La cosa che mi dà più fastidio di Livorno è che non solo al Cimitero della Purificazione siano ben esposte le tombe dei Ciano – che con Edda, figlia del suocero maledetto, sarebbero dovute finire nel mausoleo di cui sopra – senza che nessuno ci versi su della sciacquatura di piatti ma che, anche, siano non troppo distanti dal grande Piero Ciampi. Accidenti al passato che non passa e resta tra i piedi.
La scuola da cui all’inizio ho avviato questo percorso nemmeno molto tortuoso si trova ad Alseno, paesello in provincia di Piacenza che deve il suo nome, probabilmente, a una qualche ansa o andamento sinuoso appunto presso quelle parti. Nulla di particolare da segnalare, se non da un lato le vie d’accesso alle magnifiche salite appenniniche di quelle parti e dall’altra l’Abbazia di Chiaravalle della Colomba, con evidenza figlioccia anch’essa dei cistercensi di Clairvaux e di San Bernardo. Vale ovviamente una visita nonostante sia stata esposta fino a tempi recenti a ogni forma di saccheggio e predazione, conserva le imponenti strutture e un restauro fin troppo leccatino.
Ho già proposto una guidina con tre motivi per andare ad Amburgo, la città forse più vivace e affascinante della Germania a parer mio – ed è ancora così dopo esser stata rasa al suolo dagli Alleati, figurarsi prima -, in cui passare dei lieti giorni e sentire concerti a raffica. Oggi vorrei proporre una camminata lunghetta, a volte noiosa, a volte un filo impervia nel porto di Amburgo che però riserva soddisfazioni notevoli, ad aver gusto per queste cose. Se no, andare alle guide con le ‘cinque, sette cose imperdibili ad Amburgo’ e dilettarsi di là. Via. Metropolitana fino alla fermata più bella e caratteristica del lungofiume, Landungsbrücken, poi qualche minuto a piedi verso ovest per imboccare il tunnel che passa sotto l’Elba: l’Alter Elbtunnel. Lungo mezzo chilometro, fu costruito per agevolare il percorso ai lavoratori del porto della città negli anni Dieci del Novecento: bellissimo, ancora ricoperto delle piastrelle originali, sì quelle che ogni ristorante di Manhattan ha copiato, e con ascensori, porte, maniglie, targhe originali. Ne vale la pena, bici o piedi. Da qualche anno, grazie, è chiuso alle auto.
Fedele alle mie funzioni di servizio, le mie foto. Niente filtri, era nuvoloso e grigio quel mio giorno, queste sono. Cosa peraltro molto affine al giro che vado proponendo. Usciti di là vi aspettano cinque bei chilometri di camminata lungo i canali e i capannoni del porto di Amburgo, il secondo o terzo d’Europa (chiedere ad Anversa), ancora perfettamente attivo. Eccitante? Non credo. Ricco di photo opportunities? Ma manco per caso. Un’occhiata da sotto, forse, al Köhlbrandbrücke, il colossale ponte, è l’unico momento che potrebbe apparire su una guida tradizionale. Ma è porto vero, enorme terminale in cui arrivano tutte le minchiate che gli europei comprano dalla Cina e dal mondo per poi essere distribuite, ogni container ne contiene parecchie.
Dopo un’oretta di cammino ad angoli retti – attenzione che a ogni ponte sbagliato equivale una mezz’ora in più, per aggirare i bacini di carenaggio o di scarico -, piuttosto gradevole per chi come me ha piacere dei cantieri e dei luoghi di lavoro industriali, si comincia a intravedere la destinazione, essendo piuttosto colossale: la flakturm V di Amburgo.
Ovvero una delle due gigantesche torri antiaeree di Amburgo. L’altra, quella fighetta della IV, sta a nord, ci vanno tutti, ci sono anche le camere affittabili per fare l’esperienza e, cosa divertente, c’era dentro un tekno-klub negli anni Ottanta che ovviamente non disturbava nessuno. Questa no, non ci viene quasi nessuno ed è lì, intonsa. Le flakturm, come dice il nome, sono enormi torri antiaeree costruite dai nazisti, tre a Berlino, tre a Vienna e due qui, talmente grandi e dai muri spessi di cemento armato compatto da essere pressoché indistruttibili. O, meglio, servirebbe tanto esplosivo da non valerne la pena: gli Alleati si cimentarono con una di quelle di Berlino e per raderla al suolo ci misero quantità spropositate di qualsiasi cosa. Le altre, quindi, stanno lì. Servivano non solo come difesa, sul tetto c’erano armi pesanti, ma anche come rifugio e custodia, specie di bunker emersi da terra. Questa è stata riconvertita in una centrale energetica, mostrata spesso anche a scopo didattico, ed è al centro di un parco ricreativo in una zona non troppo confortevole per la residenza. In cima c’è un bar che mi ha dato grande soddisfazione una domenica mattina, per un caffè sul terrazzo della torre a scrutare l’orizzonte.
Per sua stessa natura e scopo, la flakturm è costruita come una torre-scatola vuota e il momento più divertente della salita al tetto è quando si prende l’ascensore:
A che piano? Certe città si capiscono solo vedendo ciò che le caratterizza, in una città portuale bisogna vedere il porto. Sembra banale ma non lo è, alla fine spesso si cercano le stesse solite cose in ogni città e le città stesse tendono a proporle, inventandole se non le possiedono: i ristorantini, i localini, i museini, i negozietti, perché quello evidentemente chiediamo. Ma se volete capire un po’ di più Amburgo, come lo volevo io, allora una bella camminata addentro il porto con splendido tunnel e impressionante torre residuo del tremendo passato vi regalerà senz’altro ciò che cercate.
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