minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 10

Oggi spesa. Frutta e verdura, non supermercato, perché vivaddio non è possibile credere alle notizie che la vitamina C guarisce dal virus e non avere le arance. Parto con lo zaino da trenta litri, due borse giganti della coop, un bauletto, pronto al trasporto perché ho da rifornire almeno cinque persone/nuclei familiari, il che fa un sacco ma un sacco di frutta e verdura. Perché l’imperativo del periodo non è solo andare a fare la spesa uno per tanti ma è anche prendere un po’ di roba in modo da andarci il meno possibile. Il segno di come il messaggio sia stato ben compreso è una telefonata che arriva al mio amico fruttarolo appena entro: una persona anziana che richiede consegna a domicilio, salveee, vorreeeeei una mela… un pomodorooo… una testa d’aglio. Può venire subito? Il fanculo è sospeso nell’aria ma è palpabile, se ne sente il profumo. Ovviamente il signore chiama tutti i giorni per lo stesso tenore di ordine e come lui sono frotte, legioni, stormi, greggi sterminate. Ma verrà, mioddio, un virus che colpisce tutti tranne le persone anziane e dovranno andare loro a fare le cose? Accadrà? Guarda giù, o signore. Vorrei però vedere la scena, perché il fruttarolo resterebbe lo stesso, almeno fino al momento del plateale suicidio.
Serve anche in questo caso raziocinio e pianificazione: pare, per fare un esempio, che tra un po’ di tempo possano arrivare meno arance, sembra ci sia un problema con la raccolta, troppo vicini l’uno all’altro. Posso capire, immagino ci possa essere anche una soluzione agevole, nel dubbio prendo quaranta arance (se paiono tante ricordo che agisco per cinque nuclei oltre a me) e siccome io e i fruttaroli siamo amici, mi avviseranno per tempo e me ne terranno via qualcuna. Sì, privilegi, esatto! Come la parte migliore del macellaio di Moretti, esattamente. Ma me lo sono guadagnato a colpi di arance, non provo rimorso.

Poi il giro della consegna, breve ed efficace. Molta polizia, carabinieri, vigilanza in giro ma non ho ancora visto fermare quasi nessuno, in effetti i comportamenti in città mi paiono disciplinati e attenti, tendenzialmente. Chiaro che se una persona anziana gira in auto dà nell’occhio, se poi ha su un’altra persona e sono entrambe sedute davanti senza mascherina, allora la fermata è assicurata.
A proposito: come noto, serve l’autocertificazione per uscire di casa (lo sto rispiegando al me del futuro che non ricorderà) e poiché a me serve, raramente, per a) fare le spese per me e congiunti vari, b) andare occasionalmente in ufficio a prendere qualcosa che mi serve per lavorare a casa, c) andare in farmacia e quasi null’altro, allora ho diligentemente compilato tre certificazioni già pronte, cui mancano solo data e firme, e una generica compilata con la parte anagrafica. Ne ho stampate varie copie – andando appunto in ufficio, non essendo io dotato di stampante a casa – e così mi sono premunito. Quando il governo l’ha modificata, io ho rifatto tutta la pappardella, ristampando il tutto. Oggi siamo alla terza versione, quindi dovrei uscire di nuovo, andare in ufficio, stampare le quattro versioni in alcune copie. Lo farò, per carità, e come me molti altri. Siamo sicuri sia una buona idea ogni volta? Siamo sicuri che resti quella? Se no aspetto direttamente la quarta versione, per fare economia.
Comunque, ieri sono state denunciate ottomila persone uscite di casa senza un valido motivo, in aumento rispetto al giorno prima. C’è in giro parecchia gente che non ha capito con cosa abbiamo a che fare. Ma non solo stolti, anche avveduti. Non stavolta, però. Ne parliamo domani, magari.

I giorni precedenti:
giorno 9 | giorno 8 | giorno 7 | giorno 6

2 commenti su “minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 10

  1. Parole di guerra

    Della mia quotidianità non so bene cosa raccontare, essendo finora alquanto monotona e molto simile, salvo che per l’assenza di uscite, a quella di molte mie giornate standard di studio, letture e (blando) lavoro di concetto.
    Inizio però a provare l’esigenza (“intellettuale”, se mi si passa il parolone) di separare, nella gran massa di fenomeni che ogni giorno ci si parano davanti a livello mediatico, alcuni elementi dal tutto.
    Uno di questi elementi è il lessico “bellico” in cui siamo costantemente immersi: quella contro il virus è una “guerra”, e ci sono ovviamente coloro che combattono “al fronte”, alcuni addirittura “in trincea”; c’è un “nemico” che non ci concede “tregua” né “armistizio”; bisogna opporre (o essere la) “resistenza”; contro di lui le nostre uniche “armi” per vincere questa “battaglia” sono… e via dicendo.
    Ho sempre trovato molto fastidioso lo sfruttamento di questo àmbito semantico, che è stato applicato – in modo spesso ipertrofico – a qualsiasi oggetto: povertà, euro, denutrizione, cancro, vincoli di stabilità, giustizia, tasse, riforme costituzionali e chi più ne ha più ne metta. Il motivo del mio fastidio è duplice. Per un verso lo scopo (o comunque l’effetto) è di polarizzare in modo indistinto, con un appello emotivo: da una parte ci siamo noi, dall’altra “il nemico”. Per altro verso, la metafora bellica regge nella misura (che spesso manca) in cui i guerreggianti siano minimamente credibili come entità in reciproco conflitto. Se io dicessi di voler scatenare guerra contro la Cina (o contro una farfalla, una lampadina, l’uso scorretto del “piuttosto che”), risulterei nel migliore dei casi patetico.
    Come ben argomenta Alessandro Barbero (https://www.huffingtonpost.it/entry/tra-gli-italiani-eroi-e-cialtroni-ce-chi-si-rimbocca-le-maniche-e-chi-fa-il-furbo_it_5e6e4b5cc5b6dda30fcb1615), nella situazione attuale convivono aspetti di analogia e di disanalogia rispetto alla situazione evocata dalla metafora bellica.
    L’aspetto (di analogia) che in questi giorni inizia a farsi strada nei pensieri di tanti è quello della durata (non ben definibile, ma con ogni probabilità lunga) e quello delle conseguenze (non precisabili, ma sicuramente importanti) una volta che “tutto sarà finito”. Sempre che tale espressione abbia un senso con riferimento alla situazione attuale.
    Anche per questo – per il fatto di ricordarmi scenari e quesiti che inconsciamente vorrei rimuovere – scopro che il lessico bellico mi inquieta e mi disturba.

  2. Giorno 10. Nella mia vita non reale la mia casa brilla come mai prima, cucino meglio e dedico più tempo alla cura. Vedo i vicini aprire le finestre il mattino, sento la musica nelle loro case e qualcuno là difronte prende il sole sul balcone . Vedo bandiere alle finestre e il gatto nero che passeggia nel giardino al quale le bambine danno lo yoghurt cercando di addomesticarlo . Lui è un furbacchione, abita al primo piano , là dove ci sono le imposte azzurre , quando vede ke bambine in giardino arriva immediatamente, é giovane e ha gli occhi verdi . Le giornate mi sono sembrate lunghissime nel giorno 2 ma oggi , che giorno è? mi sembra che il tempo sia il solito tempo, quello di prima. Prima, prima però sembra lontanissimo. Gli amici anche quelli che abitano altrove da qui chiamano , chiedono come va, stai bene ? Io rispondo immediatamente si, sto bene . Ma dentro dentro non sto bene , bene, faccio finta di star bene e me lo ripeto continuamente “ devi esser forte, devi tenere a bada i pensieri subdoli, quelli che come schegge impazzite diventano incontrollabili ogni volta che ascolto un notiziario o sento una sirena là fuori . Fuori dalla corte in cui vivo, dove Elsa ogni mattino prende il sole seduta nella sua Panda, suo figlio pulisce , le fioriste annaffiano i vasi e la giovane famiglia che vive qui rende vivaci le giornate . Sembra tutto come sempre , come prima, però il mio studio che amo mi sembra un contenitore vuoto, é senza di me , senza quella di prima .

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