Se uno o una gli piace Rubens, Anversa è la città. Anche, che so?, Genova ma qui molto di più. Anche se non ne ha una vera passione, come me che trovo il barocco eroico un filo faticoso e i soggetti mitologici strazianti, la sua casa con lo splendido giardino è comunque formidabile e certe telone nella cattedrale o al museo reale davvero suggestive. Nel Cinquecento ad Anversa c’erano circa centomila pittori, non è un’iperbole. E se non c’erano, venivano. Come Dürer nel 1520 per l’incoronazione di Carlo V, fece salotto e vide l’aria che tirava con Quinten Massys, Bernard van Orley e Luca di Leida. Un appassionato fedele mi spiega che la pala d’altare di Rubens fu commissionata e realizzata proprio per stare nella cattedrale dov’è ora ed è un caso unico al mondo. A me un altro paio di casi vengono in mente ma mi piace vedere come ciascuno racconti il proprio contesto come originalissimo.

Se una o uno le piacciono i fiumi, qui lo Schelda sarà sette volte il Tevere in larghezza, almeno. E lo è talmente che qui in città non ha ponti, lo si attraversa o sotto con un magnifico tunnel, il Sint-Annatunnel, costruito nel 1933 con delle prodigiose scale mobili di legno che ancora funzionano a meraviglia, oppure sopra con il traghetto. Ed è oggi un traghetto elettrico, mai visto o preso prima, silenzioso e maneggevole. Non è che non fossero capaci di costruire un ponte, figuriamoci, l’aveva fatto Farnese nel 1583, quanto più temevano – e qui la dice lunga sugli obbiettivi dei tipi qui – che potesse ostacolare il traffico marittimo.

Se uno o una gli piacciono i porti, e io li piacciono, la triade Rotterdam, Anversa, Amburgo è d’obbligo, dette in ordine decrescente. Piglio come meta un catafalco di Zaha Hadid, gli uffici di governo portuale, e mi lancio in una lunga e salubre camminata tra bacini di carenaggio, impianti di stoccaggio, pale eoliche, ponti girevoli, depositi di carburante e carbone, relitti e magazzini fatiscenti. La camminata è robustosa, le distanze impegnative, il luogo non ospitale perché non pensato per passeggiate di diletto: a un certo punto smettono anche i marciapiedi e devo stare attento a non finire in vicoli ciechi con al fondo un mastino belga a guardia di materiali ferrosi belgi. Alla fine, la costruzione di Hadid, l’adeguamento del vecchio edificio delle autorità portuali, assomiglia, per quanto architettonicamente parlando, a una cosa sola: uno stupro. Figurato, certo. Non per ragioni estetiche, ciascuno ne pensi quel che vuole, quanto per regioni di dimensioni scomposte, di posizione sovrastante, di materiali di potenza diversa, di violenza dei volumi e delle forme. Pare che l’edificio nuovo si sia seduto sulla faccia di quello più vecchio e che lo tenga fermo supino sotto di sé.

Tutto il senso del mio giro al porto poggia su una cosa sola: un ponte. Non metaforico, reale, altrimenti mi toccherebbe percorrere il perimetro di un paio di bacini per circa quattromila chilometri, non meno, per tornare in città. Ma qual è il problema? Nessuno, appunto, i ponti stanno dove li si mette e quello fanno, uniscono rive opposte. Fanculo, e adesso? Il ponte non c’è. Cioè non è che non ci sia, lui c’è ma non serve a nulla: è sollevato. Stabilmente sollevato, non occasionalmente, come fanno qui nelle terre emerse. Considero le varie opzioni tra cui, non mento, quella di gettarmi in acqua piuttosto che rifare tutto il giro, saranno come minimo tre ore. Se si riuscisse a venir su dalle banchine con certezza, ci penserei davvero. Mentre ci rifletto, e sono passati una decina di minuti, vedo un locale in bici dell’altro lato che arriva e si mette ad aspettare. Buono. Capisco che c’è speranza. Ed è così, dopo circa cinquanta minuti, alla fine del turno portuale di sette ore, il ponte si abbassa. Mi è anche andata bene, avrei potuto aspettare ore. Ma quanto sono belle queste attese senza alternative? L’attesa di una nave sul molo, del traghetto alla foce del Danubio, dell’apertura di una frontiera nel centro-Asia, dell’arrivo di un meccanico o di un pezzo di ricambio o insieme quasi ovunque, del ritorno di un compagno di viaggio che si è incamminato verso un ipotetico telefono, dell’arrivo del carro attrezzi in Patagonia e così via. Momenti memorabili e magnifici, non ci sono altre vie e quel tempo di attesa diventa tempo assoluto, pieno, privo di ansie, puro, senza bisogno di impiegarlo in altro modo. Bellissimo, io ci ho scritto il minidiario di ieri e pensato cose molto importanti come, per esempio, il nome di una rivista che, a questo punto, talmente è bello da doverla fondare per forza.

A una o uno che gli piaccia l’art nouveau e l’architettura eclettica di primo novecento, ci sono tante gioie in Belgio, a Bruxelles in particolare e, non meno, ad Anversa. Due quartieri in particolare: Zuid, che è descrittivo e sta appunto a sud, e Zurenborg, che è da dove sto scrivendo ora. Insediamenti di primo novecento, sono oggi quartieri piacevoli e vivaci, non necessariamente a sola portata di bourgeois Beaujolais o Toskana fraktion. Non solo, almeno. Scampati a distruzione nel secondo dopoguerra, per volontà di edificazione produttiva, oggi questi quartieri stanno lì e sono molto richiesti oltre che sufficientemente visitati, espressione di un mondo che non trascurava affatto l’aspetto estetico oltre che funzionale delle cose, a differenza nostra.

Appena a nord di Zurenborg, tra Pelikaanstraat, Plantin-Moretuslei e il parco cittadino, in prossimità del quartiere dei diamanti – e la considerazione non è peregrina – vive la comunità ebraica di Anversa. Oltre a essere imponente per numero, ventimila e più, lo è anche per ortodossia, sfociando nella categoria dell’ultraortodossia, vivendo il quartiere come uno shtetl chiuso, con tanto di filo metallico a segnare il confine dove sia lecito premere un interruttore e dove no durante lo Shabbat. Sono tantissimi e si aggirano neri come corvi, i maschi con le tipiche trecce, i cappelli a cilindro di feltro come i padri pellegrini e certi cappotti bisunti, le donne intabarrate in gonne alla caviglia e complesse retine per i capelli, tutti neri e pallidi con sopracciglia folte e barbe irsute, trasmettono la joie de vivre di un cadavere semiaffondato nella brughiera. Ora, io che sono per la libertà di pensiero ma non di religione, se mi si passa la provocazione, non ho simpatia per le comunità chiuse in generale, ancor più se a base religiosa. E ancora meno ne ho per l’osservanza dei testi sacri che non siano Don Chisciotte o Gargantua. Nessuna differenza: che siano ebrei, raeliani, cattolici, islamici, mormoni, testimoni di Aiazzone, crudisti o fruttariani, a me stanno sulle palle. Vivetevi la vostra religiosità in maniera intima e, sopra tutto, non pretendere di dire agli altri cosa fare o non. Altrimenti anche io mi dovrei vestire anch’io di rosso con una falce e martello e andare… Ah già, l’ho fatto.

Ora vado a riflettere su ciò che ho detto tra le statue dei miei santi all’Elfde Gebod, il cui undicesimo comandamento,‘Gij zult genieten‘ sta per ‘tu godrai’, ma io no, no. Io rifletterò seriamente sulle mie azioni e pensieri e, nel caso, mi scuserò con i babbei ultraortodossi.


















