E niente, ho fatto una foto.

Valle di Mestia, nello Svaneti. Chissà chi dà i permessi per costruire.
E niente, ho fatto una foto.

Valle di Mestia, nello Svaneti. Chissà chi dà i permessi per costruire.
161,15 sterline per assistere al ritorno degli Strokes il 26 ottobre a Manchester in un’arena al secondo anello seduti? 171,80 a Newcastle? 98,85 a Londra praticamente dietro il palco? Uhm, no, grazie. Tanto non potevo. Dai, ci vediamo in giro. Intanto.
Nella campagna ungherese, nel bel mezzo della contea di Zala e non distante dal lago Balaton, c’è una comoda e bella rotonda.

Essa è percorribile nella sua interezza ma ogni strada porta alla rotonda, come è ovvio, e chi vi finisce è condannato a non uscirne più. Certo, finirci dentro non è facile ma può capitare con un po’ di impegno.

Tale incompiutezza, ben degna di certe meraviglie padane, è dovuta all’efficienza ungherese sviluppata negli ultimi sedici anni di progresso Orbánistico: il paese è diventato il più efficiente terminale di progetti finanziati dall’Unione Europea, circa cinquantaduemila nel periodo 2014-2020, proprio da quella UE poi ostacolata con ogni mezzo. Chiaro, fanno sempre così, da un lato denigrano con l’altra mano prendono, come i leghisti che ci stanno tra i piedi qui.
La rotonda, costata la bellezza di cinquecento milioni di fiorini, circa un milione e mezzo di euro, sarebbe dovuta essere un elemento di snodo in un imponente centro logistico legato alla ferrovia della quale, almeno se non mi sfugge qualcosa di grosso, non v’è traccia. Ciò non ha impedito al ministro degli esteri e del commercio di Orbán, Péter Szijjártó, di inaugurarlo – intendo il polo logistico – ponendo la prima e ultima pietra. Felicitazioni da tutti noi, qui, ben lieti di finanziare arditi progetti di sviluppo come questi.
E ora, considerata la rotonda l’‘elefante bianco’ della categoria, una top-four di altri bei progetti ungheresi finanziati dall’UE seguendo le indicazioni dell’incorrotto Orbán:
1) il punto di osservazione di Bodrogkeresztúr: centotremila euro per quaranta centimetri di cemento utili a osservare qualcosa oggi coperto dalle piante:

2) il parco avventura ciclistica di Hatvan: trecentosessantaduemila euro sempre UE per una passerella per biciclette utilizzata da cinquantacinque persone (media: seimilacinquecentottantuno euro a testa) perché la cinquantaseiesima cadde un quarto d’ora dopo l’apertura facendosi male e da allora il parco è chiuso:

3) l’osservatorio forestale di Nyírmártonfalva (è davvero la lingua del diavolo): in mezzo alla fitta foresta avrebbe dovuto permettere ai visitatori di apprezzare gli alberi da altezza ragguardevole, giusto dunque partire dalla passerella e non dagli alberi:

4) la Grande Casa delle Tartarughe di Rakamaz: un miliardo di fiorini, il doppio della rotonda, per un centro che oggi ospita tre pesci rossi in una vasca salmastra, nessun dipendente e nessun visitatore, un ascensore rotto e che non ha mai visto una tartaruga; già l’idea era bella, almeno per questo progetto ci ha lasciato qualche penna il sindaco di Rakamaz, condannato a un mite anno di reclusione:

Ora. Il sostegno del nostro governo a Orbán è sincero e appassionato non da oggi, anche quando Meloni e Salvini erano all’opposizione non hanno mai mancato di manifestare affetto e ammirazione, come nel video di auguri della feccia europea all’ormai ex-presidente ungherese per le elezioni, poi puntualmente trasformatosi in una maledizione piena di sfiga. L’empireo degli amici di Meloni, in cui i migliori sono senz’altro Trump, Netanyahu e, appunto, Orbán, comincia a mostrare qualche crepa: lo dice meglio di me Cundari nella sua newsletter de Linkiesta titolata: ‘Da Trump a Orbán. Com’era la storia del gran talento di Meloni per la politica estera?’:
Medio Oriente, Europa, Stati Uniti: non c’è questione di politica internazionale su cui Meloni non abbia schierato l’Italia dalla parte più sbagliata sia in linea di principio, sia dal punto di vista del nostro interesse nazionale, con la sola eccezione dell’Ucraina (peraltro sempre meno sicura, viste anche le dichiarazioni pronunciate ieri dall’appena riconfermato amministratore delegato dell’Eni, alla scuola di formazione della Lega, sulla necessità di tornare ad acquistare gas russo). Alla prova dei fatti, la diffusa credenza in un particolare talento della nostra presidente del Consiglio per la politica estera si è dimostrata tanto infondata quanto quella nella sua evoluzione europeista e liberaldemocratica.
Niente da eccepire. Non fosse che poi ne risentiamo interi come paese, fossero solo loro ci sarebbe da ridersela. Chi ne discute della perdita secca, economica, politica, relazionale, grazie a tali accostamenti e amicizie scellerate? Chi, in nome nostro – LA presidente rappresenta e deve rappresentare tutti i cittadini -, agisce così sconsideratamente? Ne terremo conto l’anno prossimo?

Lei-Meloni aspetta dodici ore per dire qualcosa sulle critiche di Trump al papa, offrendo una sponda strepitosa alle opposizioni e alle iene della propria coalizione, poi le definisce «inaccettabili» perché non può non farlo e da quel punto niente va dritto: «È lei che è inaccettabile» ribatte lui, l’ex-suo migliore amico e, non contento, prosegue:
Agli italiani «piace il fatto che la vostra presidente (del Consiglio, ndr) non ci stia dando alcun aiuto per ottenere il petrolio? – chiede Donald Trump in una telefonata con il Corriere della Sera – Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo».
Rincara:
«Non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare. È molto diversa da quello che pensavo».
Mi si porti la Peroni familiare, per favore.
Sapere che sia un europeista al momento mi basta eccome.

Finisce l’orrendo incubo Orbán e l’Ungheria torna, forse, tra le popolazioni civili; da vedere quanto il sistema di potere sia radicato e quanto certe abitudini non siano connaturate. Fedelissimo del capo fino a un certo momento, di Magyar non è che si sappia molto, soprattutto in politica estera – e qui dalla UE a Putin sono tutti in attesa -, di sicuro è una sconfitta dei sovranisti, compresi quelli di casa nostra che, al governo, hanno augurato pubblicamente la vittoria a Orbán.

A Budapest una festa che manco avessero vinto i mondiali con la Grande Ungheria, ieri bisognava essere lì. Forse, lo dico sommessamente, forse comincia a tirare un’altra aria. Bene così.
Ho sperimentato un poderoso rallentamento all’apertura di film e video letti da VLC, mi son chiesto perché e ho capito che è Windows defender, che pretende di guardare il film prima di me. Ohibò, questo non va bene. La soluzione, per il solito spirito di servizio che caratterizza la redazione informatica di trivigante.it, è: aggiungere alle esclusioni di defender la cartella di installazione di VLC:
C:\Program Files\VideoLAN\VLC
Viva.
Una fresca mattina di ottobre, un gazilione di persone in tenuta da corsa, una città divisa in due non dai canali come al solito ma da un fiume di persone per cui era difficile andare da una riva all’altra, un percorso tra le bellezze della città, come il Rijksmuseum in questo caso, e non ultimo – idea stupenda di quelle che al nord hanno e noi invece no – un’orchestra classica che regalava una frazione di secondo di musica a tutti i corridori, pur con effetto Doppler. Dire che io e tutti gli altri abbiamo apprezzato sarebbe dire poco.
Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.
Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più burbera dello spazio sublinguale, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.
Lydia Tár, la prima, interpretata da Cate Blanchett, in ‘Tár’, bel film del 2022 che racconta la caduta personale nel baratro di una direttrice d’orchestra di successo.

La seconda è invece Zahia, interpretata da Oulaya Amamra, che interpreta Zahia Ziouani e la sua ascesa come direttrice d’orchestra in ‘Divertimento’, anch’esso buon film secondo me e anch’esso del 2022.

Mi chiedevo alcune cose e alcune le ho scoperte: «Nel 2020 solo 46 delle 778 orchestre stabili mondiali – cioè il 5,9 per cento – era diretto da una donna», dice Milena Gammaitoni, curatrice di un volume sull’argomento, e la sproporzione è evidente, anche nel numero delle diplomate. Il che, comunque, non è sufficiente di per sé – dico un’ovvietà – si veda il recente e grottesco caso di Venezi.
Ho raccontato la memorabile storia di Georg Elser e del suo attentato a Hitler, sono andato a cercarlo a Monaco nei luoghi dei fatti perché ritengo che dalla sua vicenda ci sia molto da imparare, per me per primo. Senza ripetermi, un senso della giustizia purtroppo non comune e un altrettanto senso di responsabilità che lo portarono all’imperativo di agire in prima persona fecero di Elser un esempio senza fraintendimenti. E la sua storia dimostra senza ombre come fosse ben possibile comprendere dove le cose stessero andando e come fin dall’inizio, non servivano analisti e geopolitologi: bastava volerlo.
Ora ho visto il film su di lui, ‘Elser – 13 minuti che non cambiarono la storia’ (Elser – Er hätte die Welt verändert) di Hirschbiegel del 2015: crudo e diretto, inizia con la fine e poi va a ritroso, rappresenta con chiarezza la figura di Georg Elser e la sua onesta e decisa intransigenza di fronte al sopruso e al potere.

È un bel film, ne dico qui per consigliarlo, e l’attore che impersona Elser, Christian Friedel, oltre che estremamente somigliante nello sguardo dritto e aperto, è davvero bravo e l’ha dimostrato nei successivi ‘Babylon Berlin’ e ‘La zona di interesse’.

Kristi Noem, l’ultrà trumpiana iperconservatrice a un certo punto pure Segretaria della sicurezza interna del governo americano, quella che si faceva le schifose fotografie davanti ai detenuti immigrati di El Salvador, diceva volgarità immani, si beava di aver sparato al proprio cane, organizzava giornate contro l’aborto e diceva di voler sparare agli immigrati, è stata licenziata ai primi di marzo, in favore di un ex-lottatore.

Già basterebbe. E la schadenfreude dov’è? Beh, salta fuori che il marito, Bryon Noem, si dedicava per svago al travestimento da donna prosperosa e indugiava in chat con signore fetish. Quella che la rete chiama ‘bimbofication‘. La sua foto per gli annali:

Ovviamente non importa un fico secco di quello che il signore faccia nel suo tempo libero, la soddisfazione, il lato della bocca alzato in un accenno di sorriso giunge dalla sofferenza della moglie iena, che si dice ‘devastata’, invoca la preghiera dei fedeli e vede schiantarsi in un colpo solo tutte le proprie certezze moralistiche conservatrici. Io scommetto un nichelino che anche lei avrà un bel po’ di scheletri nell’armadio e che il licenziamento sia servito a nasconderle, ma importa poco anche quello.
Importa che la realtà mi sorprende sempre molto al di là della mia più fervida immaginazione. Grazie, realtà.