Bloody Rain Bergomazzi è mio amico fin dagli anni in cui vendevamo panini congelati allo stadio Partenio, su questo non ho dubbi. Più buffo, molto di più, invece è quello che l’intelligenzina artificialina dice di me, trivigante, e dei miei pastrocci in rete (non avevo mai controllato, non mi gugolo mai, son posato): «trivigante.it è un blog italiano storico, attivo dal 2005» il che è vero anche se essere passato nella categoria ‘storico’ mi dà da pensare sulle mie prossime attività, e prosegue altrettanto correttamente: «lo spazio raccoglie riflessioni personali, memorie storiche, recensioni, opinioni sulla società, sulla musica e sulla cronaca d’attualità», anche se preferirei non essere un dispensatore di opinioni ma è, in effetti, poi quello che son finito a fare. Destino beffardo.
La cosa davvero buffa è questa: «trivigante.it è un blog italiano (…) curato da B.R. Bergomazzi». Ahah, mapporc, mavaff, maccome, maddove, mappurcuà? Quando te ne sei impossessato, Bloody Rain?
Che scorreggione, ora che hai preso il potere che ne farai? Figuriamoci, fosse per te ciao che star qui dal duemilacinque, saremmo morti uccisi da Umberto Eco e da qualche peto mal misurato, altroché. Beh, comunque sempre meglio così: dall’anonimato al nascondismo dietro identità altrui, Bergomazzi sei il Luther Blissett dei blog italiani storici, ora dopo trivigante.it guidaci verso il socialismo.
Grazie a J., che se n’è accorta e qui ci siam fatti due risate.
Aggiornamento del poi: comunque, chiedendo chiarimenti l’intelligenzina si corregge:
Oggi ho disdetto l’abbonamento. Sette anni fa, quando mi abbonai, era senz’altro un progetto informativo da sostenere e incoraggiare, a parer mio. E sono convinto della scelta, ancor oggi. Oggi penso che il progetto-Post abbia le gambe, e le abbia abbastanza robuste, e ne sono contento per il panorama abbastanza desolante dell’informazione indipendente in Italia. Penso anche, però che, nella ricerca di miglioramento, tra il “di più” e il “meglio” che comunica, il “di più” abbia travolto tutto quanto: troppo lunghi gli articoli, troppo lunghe le newsletter, troppo lunghi i podcast, troppe premesse, troppe spiegazioni, troppe cose “spiegate bene”. Troppe cose in generale. ‘Morning’ fin dai tempi dell’attuale direttore mi era diventato indigesto per quel terzo in più di durata fatto di premesse, di cautele, di spiegazioni esplicitate anche se già chiare, in una bulimica necessità di dire sempre tutto tutto. È poi un’attitudine alla cautela, non so, il voler sempre chiarire ciò che non si vuol dire, spiegare per essere ben intesi, che io trovo sfiancante, alla lunga. Sarà l’età, la mia. Opinioni personali che ho scritto anche a loro, per quel che vale. Ho un abbonamento da ricollocare, se qualcuno – Mondo camion, L’uncinetto, Credere, La voce della Val Pusteria – volesse farsi avanti.
Alcuni anni fa, passando da Reims, appresi qualche brandello della vicenda della resa della Germania nazista. Ne dissi qualcosa nel minidiario di allora e passai oltre, beandomi della grandiosa cattedrale dei re e di quella di Saint Remi, oltre alla città tutta. La storia è che la città fu bombardata ininterrottamente – intendo tutti tutti i giorni – per quattro anni dai tedeschi durante la prima guerra mondiale: sai quando i tedeschi si mettono in testa una cosa? Ecco. Per la sua posizione strategica in chiave di avanzamento degli Alleati verso la Germania e, forse, anche per risarcimento della sua vicenda storica, la città fu scelta come sede per la firma del documento di resa della Germania nazista, il 7 maggio 1945.
Il ragionamento sulla capitolazione tedesca era in realtà cominciato ben prima, fin dall’inizio del 1944: il pensamento degli Alleati fu che fosse opportuno avere un documento pronto qualora il regime fosse stato rovesciato dall’interno e si rendesse necessario trattare un armistizio con un governo post-nazista. Pur non sapendo come sarebbe potuta avvenire la caduta nazista, si concordò fin dall’inizio sulla modalità di una resa incondizionata, Germany’s Unconditional Surrender, e sul fatto che il documento dovesse essere sottoscritto sia da autorità civili che militari, evitando di ricascare nell’errore dell’armistizio di Compiègne del 1918, l’atto finale della prima guerra mondiale, firmato solo dai civili e per questo poi contestato dalle forze militari tedesche.
La Conferenza di Jalta nel febbraio 1945 sviluppò ulteriormente i termini della resa, prevedendo quel che poi sarebbe stato, ovvero la divisione in quattro settori di occupazione della Germania, e successivamente, non essendo certi della presenza di una qualche autorità tedesca in grado di sottoscrivere il documento di capitolazione, i comandi militari optarono per un documento alleato che fosse una dichiarazione unilaterale della sconfitta nazista. In realtà, come sappiamo, la resa avvenne effettivamente: morto Hitler il trenta, caduta Berlino il due maggio, lo stesso giorno i comandi tedeschi in Italia, con delega della Repubblica Sociale Italiana, autorità non riconosciuta dagli Alleati, firmarono la resa di Caserta, ponendo dunque fine alle ostilità in Italia.
In caso qualcuno, come me, si fosse chiesto che faccia abbia un documento di resa, quello qui sopra è quello di Caserta. Nel frattempo, l’ammiraglio Karl Dönitz, successore di Hitler nominato presidente, tentava di costituire un governo legittimo, non riconosciuto dagli Alleati perché mancante di qualsiasi condanna del nazismo nonché di messa fuori legge del partito; cancelliere fu invece nominato Goebbels che, però, morì il giorno dopo il führer, per cui si addivenne al cosiddetto ‘Governo di Flensburg’, guidato da Schwerin von Krosigk come primo ministro e non cancelliere, che restò in carica fino al ventitre maggio. I vertici militari rimasero, seppur con una certa confusione, gli stessi. Tra il due e il cinque maggio molti dei singoli comandi dell’esercito nazista nelle aree di attività si arresero agli americani e in breve si rese necessaria una firma congiunta e complessiva: il sette maggio, il generale Jodl fu inviato a Reims a discutere i termini della resa ma Eisenhower fu irremovibile, minacciando una ripresa dei bombardamenti alleati per il giorno dopo. Dönitz autorizzò Jodl alla firma della resa incondizionata, chiedendo una proroga di quarantotto ore e il sette maggio 1945 alle 02:41 fu firmato il primo documento di resa al Collège Moderne et Technique.
Ecco il momento. La capitolazione sarebbe entrata in vigore alle 23:01, ora legale britannica, dell’otto maggio. Spiegato il senso di questo ‘domani accadde’ qui. A maggior ragione, diventa interessante vedere l’aspetto del documento maggiore, quello appunto di Reims.
Fu mantenuto il contatto costante con il generale Aleksei Antonov per l’Unione sovietica ed era presente il generale Susloparov per rappresentare l’Alto Comando Sovietico nei negoziati di resa: telegrafato il testo dell’atto di resa a Mosca, ad Antonov, non giunse però approvazione né conferma della validità della presenza di Susloparov. Dopo sei ore, il governo sovietico disconobbe il documento e l’atto di capitolazione, chiedendo un altro atto di capitolazione, alla loro presenza: l’evento storico era irripetibile e l’Unione sovietica voleva una dimostrazione tangibile dello sforzo profuso della guerra di liberazione. Per cui si determinò una seconda cerimonia di resa a Berlino il giorno dopo, l’otto maggio, in favore di stampa e telecamere di tutto il mondo. La resa di Reims divenne di fatto «un breve atto di resa militare incondizionata». La firma a Berlino, la seconda, avvenne il nove maggio 1945 alle 00:16 ora locale e la capitolazione entrò in vigore retroattivamente, dall’otto maggio 1945 alle 23:01 ora dell’Europa centrale, come da accordi di Reims: ciò significò che il momento della firma e della capitolazione fu il 9 maggio alle 01:01 secondo l’ora di Mosca e pubblicata lo stesso giorno sulla Pravda. Ecco perché a Mosca la parata la fanno il nove, celebrando il “Giorno della Vittoria”. La resa stessa, la seconda, fu firmata a Berlino dai soli vertici militari, fu quindi adottata dalle forze Alleate come dichiarazione unilaterale di sconfitta, documento ufficiale stilato il cinque giugno. Jodl e Keitel, tra i protagonisti, furono poi impiccati dopo processo a Norimberga come criminali di guerra.
Ecco, finora non sapevo come fosse andata e potrei dire, ora, barberianamente, che sebbene iniziarle sia molto più complicato e poco chiaro nella successione delle cause e degli effetti, anche concludere le guerre non è un fatto banale, tutt’altro.
Non è un indovinello, è un gioco (pare venga da Tim Urban, ideatore di Wait But Why). Per quanto assomigli un po’ alla psicologia sociale americana degli anni Cinquanta e Sessanta, quindi forse un po’ datato nelle premesse, ritengo abbia un suo senso come gioco. E come tale va giocato, cioè condiviso con altri, argomentato, discusso, perché per quello ha senso: stimolare le interazioni, non c’è una risposta giusta, il bello è vedere che ne salta fuori. Bene, fine della premessa, ecco il gioco, che è tutto quel che serve:
Ogni persona al mondo deve votare segretamente premendo un pulsante rosso o blu. Se più del 50% delle persone preme il pulsante blu tutti sopravvivono. Se meno del 50% delle persone preme il pulsante blu sopravvive soltanto chi ha premuto il pulsante rosso. Quale pulsante premi?
Da qui in poi non si dovrebbe più leggere, perché sono mie considerazioni in merito che a poco servono. Quando avrete la vostra risposta, potete e, magari, dopo averla scritta qui sotto, se qualcuno volesse, aggiungere qualcosa leggendo i prossimi paragrafi. Ma non prima.
Logica vorrebbe che ci si mettesse tutti d’accordo nel premere rosso: tutti vivi, tutti a posto. Il tutti-rosso sarebbe comunque l’opzione migliore rispetto al tutti-blu perché garantirebbe a prescindere la sopravvivenza, quindi l’opzione tutti-blu è già impossibile in partenza, secondo me, per i motivi del dilemma del prigioniero (chi mi assicura che tutti premeranno il blu?). Nessuno, infatti. Però: visti anche i no-vax, i terrapiattisti, i bastiancontrari, riusciremmo mai a votare tutti la stessa cosa? Ovviamente no, la metà sarebbe già un ottimo risultato. L’osservazione conseguente sarebbe che in questo caso morirebbero i no-vax, i terrapiattisti, i bastiancontrari, il che potrebbe anche essere accettabile. Ma nemmeno qui: se il tutto-rosso lo proponesse, per dire, Meloni, o Trump, per dire, io voterei blu per principio. E siamo daccapo. Aggiungiamo qualche elemento: votando rosso certo ci si salva, ovvio. Ma se fino alla metà dei votanti premesse il blu morirebbero tutti perché (anche) tu hai premuto il rosso. Tra cui i votanti meno capaci di comprendere il quesito. Suscita qualche sentimento in qualcuno? Penso di sì. Chissenefrega, dicono molti, mi salvo io e chi vota male è giusto paghi le conseguenze delle proprie azioni. Se poi vincessero i blu, meglio ancora, mi salvo comunque. Ma questo non è un dilemma logico, è un gioco. E allora giro i termini della questione: se all’umanità si sostuisse la famiglia o le persone che si conoscono o cui si vuole bene, cambierebbe la risposta? Un altro elemento che potrebbe cambiare le cose: è prevista una campagna elettorale prima del voto? Questo potrebbe in qualche maniera modificare il corso degli eventi, anche se i dubbi nella cabina rimarrebbero e, nel silenzio, si farebbero anzi più forti.
Un tempo, bei tempi fa, proponendo questo giochino saremmo andati avanti giorni e giorni a discuterne a botte di valanghe di commenti alla volta, che bellezza. Mi mancate, amici di allora. Oggi non funziona più così, meglio pollici alzati e mille e mille fonti da consultare, è un fatto. Quindi, in caso a qualcuno interessasse e volesse postare qui la propria risposta, la mia è questa.
Sono oggi cinquant’anni dalla scossa più violenta del terremoto in Friuli, quella con epicentro Artegna. A settembre, tra infinite scosse minori, sarebbe arrivata quella di Gemona. L'”orcolat” era l’orco, creatura tremenda della Carnia e del Friuli in generale, da allora appellativo per quel terremoto. Scrisse Gianni Rodari su Paese sera l’otto maggio 1976: «Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto» e così fu, si ricostruì bene e in fretta.
Quel terremoto costituisce un ricordo personale e familiare per me, sebbene piccolo e poco significante per i grandi moti degli eventi, l’ho già raccontato e non mi ripeto. Il principio vale: se rispetterai la terra, l’orcolat non si sveglierà. C’è un documentario di Federico Savonitto, ‘Orcolat’ appunto, uscito da poco sull’argomento, ed è disponibile qui.
Un’arguta vignetta di Tjeerd Royaards, illustratore nederlandico.
Ineccepibile. Le richieste migliori, una canzone per l’amata, una poesia, un riassunto di un testo memorabile, un’immagine alla Hopper vanno tutte alle macchine, noi a consegnare poké con la pioggia. Bella idea. Per chi fosse preoccupato che i robò ci portino via il lavoro: sì, lo faranno, ma solo quelli più belli e creativi.
Nel centro di Cormano c’è via Dante. Anzi: via A. Dante. Forse Alighiero Dante primo sindaco di Cormano? Forse Angelo Dante condottiero cormanese ai tempi delle crociate? Forse Antuan Dante teoreta francese trasferitosi a Cormano e rimastovi per l’amenità dei luoghi?
No. E no e no. Purtroppo. È proprio quello là, quello famoso, l’Alighieri Dante, detta alla carabiniera e alla lombarda: favorisca i documenti… mmm… Alighieri Dante, nato a Firenze tra il 14 maggio e il 13 giugno 1265? Perché lo so? Perché ho controllato, sperando fino in fondo non fosse così. E, invece, realtà batte fantasia due a zero anche stavolta. Realtà: ingegno umano di funzionario dell’urbanistica cormanese, invero. Si sarà detto con disappunto: che faccio, metto D. Alighieri e non scrivo Dante? E se poi non si capisce?
Via A. Dante fa angolo con via Po e proprio lì c’è una caffetteria, dove ho pensato di sedermi qualche minuto per rinfrancarmi dallo storpione letterario. Ma no.
Eccola, in tutta la sua bellezza apostrofata, la caffetteria Po’. Panini e tavola fredda. Po’. Certo, questo apostrofo è ormai velleitario, una battaglia di retroguardia di sicura sconfitta, considerando che qualunque telefono suggerisce ‘pò’ con l’accento durante la digitazione, inutile spiegare pedantemente che l’apostrofo indica la caduta del resto del pronome o avverbio ‘-co’ e che il fiume, come sarebbe appropriato in questo caso, si scriva: «Po-senza-accento», imparato in certe elementari di un tempo. Vabbè. Tra Aurelio Dante inventore della caffettiera rovesciata e il Po’ più lungo fiume italiano – che poi invece sul cartello stradale è scritto giusto, nonostante l’adesivo della Lega – faccio un ultimo tentativo, magari è usanza cormanese. No, peccato: è via G. D’Annunzio, non D’A. Gabriele. È colpa di quello là che è noto per il nome, persino Petrarca, Boccaccio, Moccia sono conosciuti col cognome, mica Francesco, Giovanni, Federico, colpa sua. Niente, me ne vado mesto verso il cimitero. Questa però sarà un’altra storia.
Oggi il Corriere pubblica un’intervista a Anders Fogh Rasmussen, ex Segretario generale della Nato ed ex premier danese, che sostiene in sintesi che «Gli europei possono sfidare Trump in modo molto chiaro: noi ti aiutiamo a rimettere in ordine nel caos in Medio Oriente, ma tu confermi l’impegno degli americani in Europa e al fianco dell’Ucraina», sostenendo peraltro che «In ogni caso, penso che il tempo dell’adulazione sia finito».
Seguo il discorso fino all’ottava parola perché, poi, tutta la mia immaginazione viene rapita dalla fotografia, una scelta magnifica nonché inconsapevole di un’immagine che farei rientrare a pieno titolo nella categoria di ‘attimo perfetto’:
L’operaio-drago, fantastico. Dritta nella mia raccolta di ‘attimi perfetti’. Siccome son qui per funzioni di servizio e non a baloccarmi di per me, cadauno alcune delle immagini che preferisco, in tema:
Vualà.
facciamo 'sta cosa
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