Sono difficilini per tutti, sarà che c’è anche il neutro e soprattutto i casi: sono gli articoli in tedesco. Per carità, il congiuntivo è infinitamente peggio, comunque anche loro danno un po’ di filo da torcere. Il genitivo neutro? Basta, grazie a questo preciso e compassionevole scrittore di muri, andare in quella certa strada di Berlino, consultare la giusta casella tra ascisse e ordinate, tornare all’interlocutore e vualà, il gioco è fatto. Che ci vuole?
Scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono e lui, l’articolista, lo sa eccome, visto che non ha scelto la via del messaggio ma quella del servizio pubblico, io direi senza dubbio più meritevole. Grazie, Mann, der Artikel schreibt. Tutti gli altri, eunt domus.
Mi rispondo da solo: sì, dopo solo ventiquattro anni e spendendo 1,45 miliardi contro i 340 milioni stimati nel 1991. Peccato perché l’incompiutismo è l’unico vero prodotto culturale italiano del Novecento, a parte Primo Levi che però non è un prodotto.
Non so perché me ne occupi, sarà che non sopporto la deferenza leccacula o che, anche, in questi disgraziati periodi ho la creatività di un sottopentola. Così è. Dunque. Nel 2024, sull’onda più o meno della rielezione del marito a presidente, Melania Trump ha pubblicato un suo memoir, un’autobiografia, di quelli che per il formato si chiamano coffee table book nel mondo anglosassone, con una copertina che più che elegante e raffinata è funerea e lugubre. Vorrei Chanel ma ciccia.
Strano manchi l’oro, lei marca la distanza da quel cafone del marito, si vede. Immagino l’immane sforzo creativo nella scrittura, lei definisce tutto il processo come ‘enormemente gratificante’ e bon, il titolone e le centottanta pagine se le aggiudicano Skyhorse Publishing. E non va nemmeno male nelle vendite, sarà che i tavolini da caffè da riempire sono parecchi negli Stati Uniti, la critica è un filo impietosa e, comunque, manca tutto quanto relativo al marito e alla sua politica. Prevedibile. È lei che pensava di essere interessante di suo.
Poi, a elezione avvenuta, sempre del marito e non sua, lei fa trapelare il suo desiderio di produrre un documentario su di lei medesima e sulla sua mirabolante parabola da Novo Mesto alla Florida tratto appunto dal bel memoir: a questo punto, si scatena l’asta tra le maggiori case produttrici, Amazon, Disney, Netflix e Paramount, per accaparrarsi il privilegio e per ben quaranta milioni di dollari vince la prima, dell’amico Bezos che ricordiamo in prima fila accanto a Trump in quella deprimente cerimonietta dei tycoons e siliconvalleiani alla casa bianca. Sul piatto, Amazon mette anche una promozione poderosa, del valore di altri trentacinque milioni di dollari, e lascia all’autrice il controllo di tutto il processo di scrittura, sui contenuti, sul colore, sulla musica, sui trailers, disegna persino il logo. La regia no, Amazon ingaggia un regista, Brett Ratner, che ricorderemo per qualche X-Men, il documentario del 2017 The Man You Don’t Know su Trump ma più che altro per una quantità innumerevole di accuse di molestie sessuali. Che vogliamo che sia? Lei incassa ventotto milioni di dollari da Amazon, la cifra più alta mai vista per un documentario, e si diletta in alcune fasi della promozione, come questa sobria cerimonia alla casa bianca pochi giorni fa.
Un documentario ben promosso, per esempio RBG su Ruth Bader Ginsburg del 2018, pure bello e su una figura immensa al paragone, ha avuto un budget promozionale di tre milioni e mezzo di dollari. Detto fatto, il documentario è pronto ed esce il 30 gennaio, in una quantità incalcolabile di sale e spinto da circa 461 milioni di passaggi televisivi degli spot. Oltre a una bella cerimonietta privata di proiezione della premiere costellata dalla presenza di tutti i maggiorenti in quota, tra cui oltre ai capi delle maggiori tech industries anche Ragna di Giordagna, Tim Cook delle belle anime di Apple, il presidente della Borsa di New York eccetera. Megojoni, direbbe un poeta locale. Il tutto nei giorni dell’assassinio di Alex Pretti. Bastardi, direbbe l’altro poeta.
Ora: non è che ad Amazon siano deficienti, lo sanno benissimo che costandone ottanta di milioni il documentario Melania ne guadagnerà probabilmente il cinque per cento, che sarà un flop nelle sale e che la critica lo valuterà, come è già successo, privo di alcun interesse e senza alcun rigore giornalistico, essendo quasi tutto il controllo in mano all’autrice. Non a caso Letterboxd, un social dedicato alla cinematografia, è stato bombardato di falsi commenti positivi, per anticipare i tempi. Ad Amazon continuano a non essere deficienti e fanno i propri conti, ingraziandosi il monarca compiacendo i suoi congiunti, tutti abbastanza impresentabili, ritardati e privi di contenuti ma comunque il vento ora tira di là. Il problema, se ce ne possa essere uno, è che Amazon tutto questo lo fa con i soldi degli abbonamenti, diretti all’azienda, o indiretti tipo Netflix che usa le piattaforme server di Amazon. Cioè i soldi tuoi, suoi, loro, miei, olè. Ma fa tutta ’sta differenza non tanto possedere un grattatesta quanto riceverlo in un giorno solo? Novità? Nessuna, ciascuno faccia come crede, magari dismettendo tutte le relazioni con Amazon possibili. Un secondo problema sarebbe certamente la rettitudine di certe schiene contemporanee e anche qui il panorama è desolante, Mammona regna sovrana, il tornacontismo anche e la paura idem. C’è un sacco di gente che scivola nella propria bava.
Sebbene il sapido documentario ancora non sia uscito, si registrano già i primi apprezzamenti del pubblico che non manca di salutare con favore le affissioni del manifesto del film, le uniche al momento raggiungibili per esprimere critica cinematografica diretta.
Resta, infine, un mistero alla fine di tutta questa sbrodolata – che nemmeno io riesco a capire perché mi ci sia imbarcato, mah, ho pure visto il trailer – che tale resterà: quale sia il significato del sottotitolo, ‘Twenty days to history‘. Inutile indagare, sarebbe anche in questo caso deludente. Con questi non c’è mai una sorpresa stupefacente o positiva o profonda nel significato. Nisba.
Che dire, dunque? Aggiungerei un’esortazione finale, a me prima di chiunque altro, a tenere la schiena ben dritta e lo sguardo in avanti, non cedendo a quei moti di rassegnazione cinica e orribile che contraddistinguono molti dei miei coetanei e conoscenti, che allargando le braccia continuano a ordinare e guardare minchiate online e, più che altro, a sentirsi sollevati da ogni pensiero al riguardo. E per una nota finale, oltre all’invito a guardare il documentario su Ruth Bader Ginsburg, a leggere se possibile la biografia che la riguarda, scritta da Shana Knizhnik and Irin Carmon, o, almeno come minimo, ad apprezzarne il titolo, il più bello di sempre: Notorious R.B.G.: The Life and Times of Ruth Bader Ginsburg.
Perché i nostri tempi, questi, sono anche quelli di Notorious R.B.G., mica solo di Melania e del bestia e dell’ICE e dello sterminio di Gaza: non è necessario farli vincere ovunque, siamo qui. Muoviamoci, senza alzare braccia e spallucce, ciascuno è responsabile del proprio.
Questa foto la scattai ad Auschwitz perché, pensavo, avrei voluto riguardare a lungo alcuni volti dei deportati e uccisi nel campo di sterminio, visti in modo irrispettoso camminando in fretta per i corridoi, volevo dare un volto e un nome almeno a uno o due di quei numeri che, ormai, li contraddistinguevano.
La cosa mi procurò un certo imbarazzo, non avrei voluto né fotografare né conservare a fianco delle foto delle vacanze, né – come cerco di fare di solito – pubblicare tra le mie scemenze. Ma oggi è il giorno della memoria e licet insanire semel in anno, no? Così poi, domani, pensiamo ad altro, che dobbiamo rilassarci.
Ho invece scelto diversamente, ovvero di ritirare fuori, guardare intensamente, pubblicare, perché ho appena finito di guardare una breve serie sulla storia personale di Lali Sokolov e il suo amore, Gisela “Gita” Fuhrmannova. Sokolov, un imprenditore slovacco, si salvò facendo il tatuatore di numeri sugli avambracci dei deportati, scusandosi ogni volta e cercando di usare i privilegi della sua posizione in favore di altri deportati, Fuhrmannova su tutti, di cui si era innamorato nel campo. Che non ci si crede possa accadere. Comunque. La serie, miniserie, sebbene parli di storie personali e non abbia certo l’ampio respiro di un racconto come la vicenda storica meriterebbe, ha però parecchi pregi: innanzitutto mostra con chiarezza la vita nelle baracche e le vicissitudini del campo, senza cedere più di tanto ai nostri tempi così impressionabili in cui non si può mostrare il peggio; inoltre ha certi pregi di racconto, non nascondendo anche i comportamenti miserabili, talora, dei protagonisti o, per esempio, non nascondendo che alla liberazione il ‘vissero felici e contenti’ non accadde per nessuno, raccontandone gli incubi, o, infine, raccontando il dilemma del protagonista nel rapporto con una SS che, comunque, ebbe la propria parte nella sopravvivenza di Sokolov. Manca il titolo: ‘Il tatuatore di Auschwitz’ (The Tattooist of Auschwitz), ora è in streaming qui ma comunque girerà. Ecco, tutto quello che ho fatto oggi in relazione alla giornata della memoria: ho visto una cosa, l’ho consigliata. Bravo, davvero. Oh, trivigante, qua tocca far di meglio, eh.
In principio fu Cattelan con la sua banana e lo scotch che la teneva appesa al muro, ne dissi divertito qui. Fu vera arte? Ai posteri / L’ardua sentenza / Noi chiniam la fronte / siam pronti alla morte, siam pronti alla morte firulì firulà. Chi lo sa, se fu vera arte? Di sicuro ha scatenato un dibattito di proporzioni gargantuesca e, secondo me, già molto dell’obbiettivo è così raggiunto; ha poi avuto il merito di spingere tutti noi a chiederci ancora una volta di più di che si parli, cosa faccia dell’arte arte, cosa diavolo sia in definitiva questa cosa che così chiamiamo? Gli sviluppi, poi, furono molteplici e quasi tutti degni di menzione. Una delle tre banane originali, e già qui qualcosa da dire ci sarebbe, fu venduta per 6,2 milioni di dollari a un magnate delle criptovalute, cinquantuplicando il valore iniziale e miliardidivoltizzando il costo intrinseco iniziale, ma questo non conta. Poi l’artista newyorkese David Datuna mangiò la banana durante l’esposizione a Miami e nel maggio 2023 uno studente d’arte sudcoreano durante una mostra a Seul fece la stessa cosa. Lo stesso acquirente lo fece. Come scrivevo, ragioniamo sull’opera d’arte nell’epoca della sua mangiabilità. Furono sostituite, si poteva fare, per forza visto che smarciva da sola, l’opera, che veniva venduta corredata di un certificato di autenticità e le istruzioni per poterla sostituire. Uuh, chissà come si faceva. Una tra le cose che mi divertì di più, vera o meno che fosse, fu il fatto che il fruttivendolo sotto la galleria d’arte che metteva l’opera all’asta si incazzò non poco a sapere che la sua banana, venduta al giusto costo di qualche decina di centesimi, era stata poi venduta a un sacco di soldi, la banana da sei milioni di dollari. E ne pretese una parte, vanamente temo. La storia strappalacrime di Shah Alam, vabbè, sul NYT con tanto di intervista in cui esprime il suo sincero giramento.
Tra le infinite variazioni di quest’opera d’arte-meme quella qui sotto è una di quelle che apprezzo di più, nella sua semplicità. How the tapes have banana’d? ci si potrebbe chiedere ma anche in italiano, nel titolo, non viene male.
Caffè non la bevanda, caffè il posto dove lo si beve. Orbene, il migliore di sempre per la mia esperienza è stato il Copperbox Coffee di Glasgow, eccolo in tutto il suo splendore:
Intanto è in ‘low emission zone’ e già sarebbe molto. Ian, il simpatico gestore, ha acquistato chissà come, forse occupato?, uno stabbiotto della polizia e ne ha fatto un caffè con tutte le sue cose giuste: Speciality Coffee, Luxury Hot Chocolate, Batch Brew, Herbal Tea e poi anche qualche bevanda, biscotti, i locali Tunnock’s dolci e con la bella stagione anche un tavolino con due sedie. Per ovvie ragioni vicino alla zona di passaggio, impossibile non fermarmi. Il dentro è suo, ci sta a malapena lui con qualche macchinetta e arnese tutto organizzato al decimetro. Dopo due chiacchiere, non ho avuto il coraggio di chiedergli una foto a viso aperto e gliel’ho fatta di sfroso e di sguincio, questa sopra. Ian e il suo caffè poliziottesco stanno al 2 di Cathedral Square a Glasgow, nel senso che dopo pochi metri si può visitare la cattedrale di San Mungo – lo so, viene anche a me da fare il pirla ogni volta ma sto zitto – e da lì il clamoroso cimitero monumentale vittoriano di Glasgow, la Glasgow Necropolis. C’è tutto l’armamentario romantico: la collina sulla città, l’erba rigogliosa, le tombe sontuose e quelle crollate, i vialetti fangosi senza ordine, il ponte dei sospiri e, come sempre accade, i sepolcri dicono molto del posto, ricchi armatori più di tutto in città, gente che fece fortuna con la rivoluzione industriale, indimenticabili mogli e figlie morte forse a sedici anni di tubercolosi o scarlattina ma con quante virtù, militari e ammiraglioni, infine il teologo scozzese Knox. Come si dice in città: «Glasgow è un po’ come Nashville: non si occupa più di tanto dei vivi, ma i morti li cura davvero». Scendendo dalla necropoli, c’è proprio sotto la fabbrica della Tennent’s, che sta lì a far la birra dal 1556 e se qualcuno lo desidera può venir via con un’autobotte di lager. Il marchio promosse un festival musicale, il ‘T in the Park’, dal 1994 al 2017. Faccio un esempio. Prima sera del 2002 sul palco principale in ordine inverso: Oasis, Primal Scream, Gomez, No Doubt, Starsailor, The Dandy Warhols, The Polyphonic Spree, Proud Mary e poi l’a-me-ignoto DJ Arthur Baker; sui palchi secondari, alla rinfusa: Badly Drawn Boy, Morcheeba, Basement Jaxx, Idlewild, Joe Strummer & The Mescaleros, The Coral, Groove Armada. Credo ci siamo capiti. Seconda sera: The Chemical Brothers, Foo Fighters, Green Day, The Hives, Jimmy Eat World, Mull Historical Society, Beverley Knight e l’ancora ignoto DJ Arthur Baker. E sui secondari: The Beta Band, Mercury Rev, Sonic Youth, Air, Orbital. Ma bisogna essere onesti e dirla tutta: anche certi Marco & Gaetano, va’ a sapere.
Ozzy come quell’Ozzy, di casa in città, il toro meccanico steampunk troneggiava in qualche piazza di Birmingham per i giochi del Commonwealth del 2022; poi, non credo sulle sue gambe ma chissà, si è accasato nella stazione nuova e principale, vero mostro in una buca nel centro e, da allora, se ne sta lì fermo, occhieggiando e ruotando il testone ogni tanto, come si vede da circa metà video.
Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.
Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più apatica dello spazio liminale, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.
Già il nome è omen, presagio, per quel ‘land’ che contiene e che rilancia in fantasie di viaggio e di racconto. Certo, quel ‘fat’- un po’ meno ma non è inglese, lei, è norvegese: Erika Fatland. Ora, per chi bazzica un po’ nei meandri della letteratura di viaggio il nome è più che noto, si tratta di una grande viaggatrice e narratrice dei nostri anni, forse della più grande a voler fare inutili classifiche, di sicuro una delle poche che si sia occupata così a fondo del mondo post-sovietico e che abbia avuto l’ardire di affrontare viaggi così complessi e difficili: uno nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e uno percorrendo tutto il confine esterno russo, in ogni direzione. Non sono ovviamente gli unici viaggi che abbia compiuto e di cui abbia scritto – è in uscita ora un suo racconto sulle ex colonie portoghesi – ma questi due sono quelli che intendo citare qui.
Ora lo dico, nonostante sia la frase dell’acqua calda, visto il suo successo e notorietà, lei è fantastica: immagina e realizza progetti di viaggio estremamente interessanti e complessi e poi ne scrive in maniera invidiabile – lo dico con cognizione, frequentando il ramo – per stile, modo, contenuti, profondità e ironia. Quello che rende ancor più complesso il suo modo di viaggiare, sola e per parecchi mesi, in realtà lei lo racconta come un vantaggio, ovvero la possibilità di interagire con persone che non si aprirebbero mai davanti a un uomo, vero e comunque bello spirito anche in questo. Queste non sono, dunque, recensioni né vogliono esserlo, direi più segnalazioni, condivisioni, sempre nello stesso spirito con cui riporto le cose qui: se a qualcuno servisse, bene; per me è un modo di porle su uno scaffale non tanto immaginario e averle in vista. Per questo il piccolo indice riepilogativo qui sotto, aggiornato man mano.
Quest’estate mentre percorrevo la mia transcaucasica sbirciando sul sedile davanti a me ho scorto un altro viaggiatore, R. con cui poi ho fatto amicizia anche, forse, grazie a questo, leggere (probabilmente rileggere) ‘La frontiera’ di Fatland nelle parti che stavamo attraversando in quelle ore, in particolare l’alta Svanezia in Georgia, e mi è tornata in mente lei e così ho prontamente fatto anch’io: ho ripreso ‘La frontiera’ e ho ripercorso passo passo con piacere il racconto dei posti che andavo vedendo. Non solo, oltre a essere donna e sola, è anche andata in posti in cui io non ho nemmeno osato: Abkhazia e Ossezia del sud, per restare a quell’area. Formidabile. Una parte del suo racconto mi è tornato in mente spesso negli ultimi anni, durante i viaggi: nel corso di una crociera negli impervi mari siberiani a nord della parte più inospitale della Russia – Fatland doveva pur percorrere tutto il confine esterno, anche sopra – incontrò un gruppo di viaggiatori con quel passaportino del centonovantatre paesi (dibattuti) i quali andavano a piantare la propria bandierina personale in uno dei luoghi più difficili da raggiungere del pianeta. Ora, esistono numerosi club che raggruppano coloro che hanno messo piede nel maggior numero di paesi al mondo, uno di questi è il ‘Most traveled people’ o il Travelers’ Century Club (TCC) per dirne due, per i quali conta la foto e il timbro sul passaporto e un qualche tipo di record. Come, per esempio, gli ottocentocinquantatre territori visitati dal campione del club. Fatland ne fa, giustamente, un racconto pietoso, ricordo anch’io con un po’ di pena di aver incontrato una ragazza giovanissima che aveva pianificato qualche mese sabbatico e un tot di soldi di papà per mettere piede – letteralmente, a volta si trattava di soli aeroporti – in tutti i paesi del mondo nel minor tempo possibile, diventando così la più giovane campionessa in questa demenziale attività. Chiarisco, la tentazione è grande, lo ammetto: è capitato anche a me a volte di pensare di mettere un piede al di là del confine non fosse altro per dirmi di esserci stato, anch’io ho la mia mappetta dei paesi visitati e quelli no, anch’io tengo conto di quante repubbliche ex-sovietiche mi manchino, è così. Non ho però mai, a onor mio, fatto il discorsetto del ‘viaggiatore e non turista’ ma insomma la distanza è quella che è. Il punto è, comunque, che quel racconto di Fatland di quel grottesco gruppo di persone a caccia della medaglietta mi torna alla mente ogni volta e mi riporta al senso delle cose e allo scopo della faccenda, mi fa rallentare e mi fa guardare intorno a me, pensando a ciò che sto vedendo e facendo. Non poco, per niente.
Tkachenko è un fotografo e artista visuale russo e con il suo progetto ‘Restricted Areas’ ha vinto nel 2015 l’European Publishers Award for Photography. Come spiega, l’intento “is about utopian strive of humans for technological progress” e le fotografie sono scattate in centri tecnologici sovietici e limitrofi oggi abbandonati.
Il progetto è più complesso, c’è più sostanza, lo spiega. La scelta di farlo nella neve è ovviamente di grande effetto, incontrando anche il nostro immaginario occidentale al riguardo. Queste foto gli devono aver richiesto enormi quantità di tempo e di fatica, anche solo per raggiungere nel momento giusto decine di posti sperduti nei paesi del patto di Varsavia. E sono ispirate, a parer mio.
facciamo 'sta cosa
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