Devo, devo sempre cominciare con una colazione da campioni: che sia una classica ‘full english’ o, come stamane, una ‘quicky butter’, ovvero sette etti di pane nero talmente imbevuti di burro da farmi barcollare ai trentotto gradi del giorno. C’è talmente tanto burro come fosse l’ultima occasione per assaggiarne. E probabilmente lo sarà. Ah, ecco, devo rivedere certe mie posizioni: fa un caldo bestia. Non per loro che non sono abituati, anche per me. Sarà che a casa con queste temperature uno non va in giro tutto il giorno a fare il bel turista con tre panetti di burro in corpo.

Ma i miei ventisei chilometri li faccio lo stesso. Un’occhiata che i trentanove Tiziano alla National gallery siano conservati nel modo giusto, lo sono, i più gettonati sono come sempre gli Arnolfini, portatori di chissà quali enigmi, e Holbein con il gioco del teschio, lì c’è da sgomitare. Al sarto di Moroni, che pure è di fianco, nessuno. Come agli Hals. Meglio. Buffo vedere Moroni qui dopo i Moroni di Moroni a Bergamo. Un giro al who’s who della Portraits gallery per vedere chi ci sia di nuovo, c’è coso, il cantante con i capelli rossi, la stessa gugolmap mi suggerisce i luoghi preferiti di Dua Lipa a Londra, scemo io a girare per conto mio. Devo rivedere anche un’altra posizione: è vero che nelle città grandi non c’è posto che non sia pieno di persone, non c’è mai un posto segreto e bellissimo, per esempio ora il giardino interno del Victoria & Albert Museum strabocca di gente coi piedi a mollo nella vasca e per avere una sedia ho dovuto lottare, però quel che si vede nelle città grandi ha di solito qualità assoluta. Per forza, le città grandi attraggono per gravitazione e rapinano quando serve le piccole. Ieri alla National ho passato sale intere con la sufficienza del turista scemo, sale che avrebbero da sole costituito musei sopraffini in provincia. O al V&A piani interi di giapponesate o al museo di scienze naturali intere ali di pietre preziose mai viste, se Dalmine ne avesse una sola ne farebbe il vanto dopo le acciaierie. Quindi cose meravigliose però non c’è mai un posto deserto, un ristorante buonissimo e a poco prezzo che nessuno conosce, un albergo bello e a buon prezzo e centrale. E c’è sempre qualcuno che è arrivato prima. Certo, una discarica o un’industria chimica in periferia senza turisti c’è sempre.

I musei sono sempre un ottimo luogo dove trovare generi di prima necessità, non in ordine: forme di espressione umana tra le più alte, bagni puliti, caffè o ristoranti, posti a sedere al fresco, ombra e giardini, buone temperature, belle librerie. Il tutto perlopiù gratis, perché si sa che a Londra i grandi musei sono gratuiti. Non è tanto che siano pubblici, è più che altro un modello culturale, la responsabilità sociale di mettere a disposizione arte e cultura per tutti. Non solo: la società stessa è tenuta a contribuire, quella parte che se lo può permettere. Ne ho già parlato a Gateshead. Naturalmente se l’ingresso è gratuito sono ben accette le donazioni anche minime, basta appoggiare il telefono. Non so se funzioni, con me sì. Un modello interessante è quello invece della membership di istituzioni culturali: associandosi con un certo sostegno annuale si ha accesso alle esposizioni in via primaria, sconto sui cataloghi, occasioni come convegni e conferenze riservate. Niente che precluda però il contenuto dei musei a tutti. Notevole, la valorizzazione di Franceschini ancora non l’ha capito, da noi se paghi ti pigli la galleria centrale degli Uffizi per fare la cenetta di compleanno, l’idea di fondo è quella dell’esclusività, del poterselo permettere perché gli altri no. Valorizzazione. Qui, per esempio al Victoria & Albert Museum ma anche in tutti gli altri, c’è un magnifico ristorante all’ultimo piano riservato ai sostenitori in cui ci si porta il numero di persone che la tessera di membership consente. Più è d’oro e più persone si invitano. Ma non è da stelle Michelin, si mangia molto bene, il posto è piacevolissimo e si spende il giusto. Al sodo. Anche perché – e sta qui l’onestà del discorso – il ristorante bellissimo è quello aperto a tutti, eccolo:

Lo stesso per sale studio a disposizione, la biblioteca, qualche salottino qua e là. Per dire, la membership qui al V&A costa ottantasei euro l’anno, mica bisogna essere Rothschild, e oltre a fare il proprio dovere si ha la possibilità di vivere il museo in modo più continuato e partecipato. Se io vivessi qui mi assocerei e porterei gli amici in visita sicuramente a pranzo qui, all’ultimo piano. Sicuro. Oppure ci verrei a studiare e scrivere, che sto a fare nella stanzina a casa?

Questi musei sono poi talmente grandi e variegati, frutto di collezioni unite, che si passa dagli arazzi ai manifesti teatrali alle tazzine Ming da tè ai cancelli in ferro battuto alle anticaglie egizie alle macchine fotografiche alle vetrate medievali al punto che non so più nemmeno dove mi trovi al momento e cosa abbia visto o no. Volevo vedere i cartoni di Raffaello, ho invece visto calchi in scala reale della colonna traiana, la collezione di fotografie di Elton John, sua, non di lui, l’argenteria che si usava sui galeoni di sua maestà, i chiostri medievali delle abbazie toscane. E non so più da che parte andare. Vuoi non venirci un quattro volte l’anno a fare un giretto? Ecco il senso della membership. Anche al Rijksmuseum e nei grandi musei europei questa cosa c’è, italiani poco o niente, però quelli sono tutti a pagamento all’entrata, qua no. Qua è più ardita perché implica un’assunzione di responsabilità, visto che ci si potrebbe venire ogni volta gratuitamente. Più interessante. Cadauno fotografia della sala della storia della fotografia a disposizione di chiunque voglia studiare un po’, nel V&A Museum.

Poi, seratona al leggendario Hammersmith Apollo, la sala da concerti art déco del 1932 che è, di fatto, uno dei luoghi santi della musica, come il Paradiso di Amsterdam o i Fillmore, ci sono stati davvero tutti e in epoca senza incertezze, impossibile fare un elenco. Cito solo: la prima apparizione di Ziggy Stardust, la prima di ‘Quadrophenia’ o di ‘A night at the Opera’, le sei serate di fila dei Genesis, una grande serata di Kate Bush ancora su disco e le ventidue di residency più recenti, ultimo ma non ultimo, ‘Alchemy’ dei Dire Straits fu registrato qui. Direi che non è male. Io sono qui stasera per il ritorno dopo otto anni, in serata singola, dei Cardigans. Che i distratti potrebbero ricordare solo per una lagnetta, ‘Lovefool’, che è comunque più interessante di quel che sembra, e invece hanno fatto un sacco di cose notevolissime ed eclettiche, cominciare da ‘Gran Turismo’ e poi avanzare. Per esempio. Loro sono uno dei miei concerti mancati, uno dei maggiori, ora sano la mancanza. Certo, nel 1998 sarebbe stato meglio, lo so anch’io, ma mica potevo fare tutto io, allora. Se finora all’Hammersmith Apollo ci sono stati proprio tutti, evidentemente tranne me, ora siamo tutti tutti, eccomi amici.

E a seguire:

Enjoy.


















































