minidiario scritto un po’ così di una breve missione belga: uno, dire sì al padre e poi fare il contrario

Anversa. Un breve passaggio da Bruxelles, necessario, e poi a nord per poco, in mezzo alle Fiandre. Ci sono già stato, credo sia la quarta o la quinta volta, ne ho già detto un po’ diffusamente e ho raccontato anche del tempo che corre nella sua eclettica e meravigliosa stazione e di un film francamente stucchevole per promuoverne le bellezze. Questo per riepilogo, mio principalmente, ora mi attendo una visita di fino, per quartieri e strade meno ovvie e meno centrali, chissà se stavolta riuscirò a vedere il sole di là, chissà se esiste. Di certo Anversa, come Riga, Bruges, Amburgo, Lione, Cracovia, Tubinga, Bourges, Canterbury, Parma, lascia un’emozione di indistinta piacevolezza, un gradevole ricordo diffuso, non – come capita di solito nelle città turistiche – di una sequenza di punti notevoli e di un boh nel mezzo, bensì un luogo dove si torna (io torna) volentieri perché piacevole e accogliente, in generale. Sono città che non hanno luoghi particolarmente noti, ne hanno di certo belli, ma restituiscono un buon ricordo d’atmosfera complessiva. Anversa, come Amburgo in particolare, suscita questo sentimento pur essendo stata in buona sostanza rasa al suolo dai bombardamenti alleati, sempre per ragioni di porto (rispettivamente secondo e terzo d’Europa). Ecco, il porto, merita un approfondimento, stavolta.
Perché Anversa? Perché c’è un concerto che mi interessa. E poi perché ho bisogno di una pausa, di uno stacco anche di sole quarantotto ore, ho bisogno di camminare e di guardare senza necessariamente vedere, ho bisogno di un bel posto non troppo impegnativo, non troppo grande, non troppo frequentato ma non per questo meno bello e che garantisca soddisfazione. Ecco, Anversa. A me, almeno, dà quest’effetto.

Cozze, patatine fritte e cioccolata a iosa, a ogni angolo di strada, per quattro peschine ringrugnite e due prugnette rugose invece otto euro in un salone di lusso della frutta. È la cosa cui gli emigranti non pensano mai, pare solo una questione di spaghetti e olio d’oliva. Bruxelles è bella e varia e difficile, a quartieri protetti e leccati si alternano altri godibilissimi, popolari e di grande storia e, insieme, due strade più in là, alcuni ad altissima densità abitativa ed etnica, decisamente trascurati dalla gestione dell’amministrazione e dall’occhio dell’Unione europea, che non a caso sono stati il covo e il punto di partenza degli attentati parigini di dieci anni fa, Bataclan e Stade de France. Bella ma non ci vivrei? Non so, nemmeno, io penso di sì ma serve avere anime molteplici, fighetta per certi quartieri pieni di avocado, pancabbestia per sguazzare nel Marolles con disinvoltura, gandhiano per vivere a Molenbeek senza diventare Oriana Fallaci.

Anversa, oh bisticcio, è diversa. Compaiono le piste ciclabili e i ciclisti lanciati a bomba, diventa tutto più ordinato e pulito, cambia la lingua e sono Fiandre piene ma attenzione: bisogna sfatare il fatto che Anversa sia di là, è in Belgio. Vero che mancano pochi chilometri ai Paesi bassi e sembra stare più di là che di qua ma così è dal 1831, dalla rivolta dei Paesi meridionali. Sette volte. Anversa rendeva da sola sette volte quel che rendevano nel Cinquecento tutte le colonie americane all’impero e il saggio babbo Carlo V diceva al figliolo Filippo II di far quel che voleva ma di non toccare Anversa, nonostante quella cosa fastidiosa della religione: lasciali stare, Filippo. Ma no. Diceva sì sì e poi indovina? A ferro e a fuoco, quei maledetti protestanti, tasse o meno, il fiume Schelda chiuso con le catene e i cittadini passati a fil di spada, quelli che nei dieci giorni dell’ultimatum non lasciarono la città. Non che non fossero stati bravi, eh, gli assedianti: quel ponte di legno lungo settecentotrenta metri sul fiume ordinato da Alessandro Farnese fu leggendario ma lì, nel 1583, Anversa chiuse per sempre i battenti, o quasi. Pirlette di figli, mai che ascoltino un’ostia.

Ora – sono le quattro, teoria del monopasro – sto cenando in un posto a fianco della cattedrale di Anversa e l’ho scelto perché è tutto pieno di statue sacre, dai san Rocco con le pustole a certo san Giuseppe seraficoni, centinaia, e uno dei piatti forti del menu è il ‘Cheesus’.

Lo spirito generale non è quello della stretta osservanza. E ora io chiedo, caro il mio Filippo II: ne valeva la pena? È servito a qualcosa impuntarsi contro il consiglio dell’onnipotente babbo? Ovviamente no, savasansdir, ora ordino un piatto che in fiammingo significa in sostanza: ‘Grigliato da dio’ e prendo commiato per oggi, con un pensiero a tutti quei protestanti sterminati dal furore cattolico commerciante.


L’indice di stavolta:

uno | due | tre

foto, dediche e disegni in Comune in tempi di social

Nadia Battocletti – la ‘Batto’, come la chiama la mia amica G., ex atleta – ci ha dato grandi emozioni nelle gare degli ultimi mesi e in particolare a Birmingham, pochi giorni fa: le sue fughe matte sui 5.000 e sui 10.000 metri piani ci hanno emozionato e mi hanno riportato all’Alberto Cova di Los Angeles 1984. Lo sai che parte, lo sa lei e lo sanno le avversarie, che a volte provano a farle una scatola dei loro corpi intorno, chiudendola, poi la Batto a un giro dalla fine o poco meno indietreggia, esce a destra e parte come un missile lanciato verso l’avvenire. Quei cinquanta chili di corpo magrino e il volto concentrato e fisso in avanti danno la misura dello sforzo, che non si capisce dalla falcata imperiosa, lunghissima. Beh, emozionante anche a parlarne, qui gli ultimi tre chilometri dei diecimila, vai Batto.
Il mio pensiero va sempre a quelle due o tre disgraziate, sfatte dalla fatica, atlete eccezionali che corrono come nessuno al mondo che, mentre cominciano a intravedere l’arrivo, si vedono partire questo proiettile da dietro che corre come avesse appena iniziato un quattrocento metri e nei loro occhi si vede la delusione. Avessero una pistola la userebbero eccome.

La cosa bella, oltre alle gare e alle vittorie, è quanto racconta lei, la Batto: fan che, non sapendo dove scriverle, le mandano foto, dediche e disegni in Comune a Cavareno. Ed è bello che le scrivano, le mandino qualcosa di materiale, qualcosa di prodotto a mano e testa invece di pollici alzati su qualsiasi profilo. Questo mi piace, sa di antico e onesto, un po’ di fatica perdio.

Domani anch’io una cartolina alla Batto, in Comune. Bello.

trasformando momenti fugaci in ricordi indimenticabili

Roba un po’ da nerd: esce il Google Pixel 11 – è un telefono – con un’esagerazione, il 120x AI zoom. Proprio un po’ troppo, specie se si accompagna, oltre a un prezzo sconsiderato, alla durata della batteria risibile, al fatto che il processore scalda molto (‘potrà anche non essere il meglio come telefono ma come scaldamani è imbattibile’) e così via. Non proprio riuscito, come 9 e 10. Il 7 era invece un telefono bellissimo, riuscito, uno dei miei più cari.
Comunque, il superzoom della macchina fotografica aizza l’inventiva della rete:

Non male. Ma anche dall’interno del nostro universo:

Ed è talmente potente che spremendolo viaggia nel tempo. Avanti:

E ovviamente anche indietro:

E al dettaglio che crea una contorsione tale da mettere in crisi ogni ordine universale conosciuto finora:

Spassosetti.

alla viva il parroco

Dopo qualche tornante, ci fermiamo al Bar Miravalle, sopra Sarche. Bel bar, di quelli che una volta erano dappertutto: collezione di fossili sparsa su ogni piano d’appoggio, oggettistica varia dalla tromba del bisnonno alle bottiglie di grappa dalla forma stramba, gli adesivi dei motociclisti, corri prima della demenza, una pelle di pitone, crocifissi intagliati nel legno, angioletti infantili, piccozze antidiluviane, ramponi di legno, adesivi e calamite di posti esotici, bottiglie di punt e mes vecchie di decenni e soprattutto l’immancabile: la luisona nella vetrinetta sul banco.

Poi, attratto da tutto, lo sguardo mi casca su un pannello lungo circa mezzo metro, stampa artistica di una composizione di un grafico amico di un amico, sempre in paese: il saluto a don Dino. Che, probabilmente, li ha lasciati per un’altra parrocchia, se non per il datore di lavoro. Beh, Dino è irresistibile: a quinti tra un cavaliere templare, un massone della loggia del leopardo, un capocosca di una ’ndrina calabrese, il principale sospettato di un delitto a sfondo carnale in una cattedrale abruzzese, un camionista serbo convertito alla fede in un oscuro monastero alle porte di ferro. Ovvio che me ne innamori immediatamente, fotografo senza farmi notare:

Le chiese volanti fanno il resto. Grazie, Don Dino. Grazie anche da me. Con un più laico ‘grazie di esistere’, a questo punto.

la riunione dei creativi: la cotoletta

Immagino sempre le riunioni dei creativi in cui uno, o due, o hanno la geniale intuizione in corso d’opera, così debbotto, o arrivano orgogliosi con l’idea, che propongono coram populo: ed è trionfo.

Avremmo dunque pensato a sostituire le ‘o’ con delle wiener schnitzel, cioè proprio quelle per cui voi siete famosi a Vienna e nel mondo. Che ne pensate? Ovazione. Idea molto bella, leggibile, chiara soprattutto nella data (millenovecento-cotoletta-cinque), simpatica ma raffinata. Si proceda, dunque. Committente estasiato.

minidiario scritto un po’ così di una toccata e fuga viennese: tre, musica

L’enorme facciata è sovrastata da un’aquila bicefala che tutto controlla, a destra e sinistra, su un nido di lance e cannoni, la gloria dell’impero. Venti piani più sotto il feldmaresciallo conte Radetzky a cavallo indica la direzione della battaglia, nel bronzo immortale.

Tanto eroe qui tanto matusalemme maligno crudele spietato da noi, irriducibile che se fosse stato vivo alla seconda guerra di indipendenza probabilmente ci avrebbe fatto un mazzo così, noi in balia ai dementi Savoia. Dove sta, dunque, la verità della Storia? Da che lato bisogna guardarla? Mentre son preso da queste profondità, passa un corteo di qualche centinaio che identifico come pro Ucraina, mi unisco.

Qualche canto che non distinguo, qualche coro che non comprendo, sono quasi tutte donne, ovvio, e la polizia che precede e segue il corteo ha delle uniformi su cui c’è scritto: ‘Polizei Dialogteam’, approccio amichevole. Schau, schau, der Kommissar geht um – oh, oh, oh. Certo, in Ucraina oggi come a Milano nel 1848 c’è un invasore e un invaso, poco da dire. Ma se si allarga lo sguardo appena appena, specie prima del concetto contemporaneo di nazione, è tutto più difficile: erano i piemontesi a invadere la Lombardia austriaca, formalmente. Che fossero guerre di indipendenza lo si è detto e saputo dopo, mica era chiaro che si sarebbe unito un paese prima inesistente.

Ma qual è il senso di quanto vado dicendo? Cosa voglio dire? E io che ne so? Devo sempre fare tutto io, qui? Ora sono molto preso nel confezionare un prodotto nuovo che unisca due specialità locali: un bratwurst ripieno di sachertorte. Lo chiamerò il ‘Radetzky’ e potrà essere utilizzato sia come prelibatezza che come arma per dirottare gli aerei su Teheran, a seconda.

La statua di Karl Lueger, sindaco cristiano tradizionalista e antisemita radicale, molto apprezzato da Hitler, troneggia in mezzo alla piazza omonima, circondata dal classico armamentario di lavoratori muscolosi a torso nudo che caratterizza l’omofilia di ogni regime destrorso e repressivo, in modo direttamente proporzionale, come lo sciagurato Vannacci da noi, sempre o in costume bagnato per imprese balneari o con caffettani colorati in attesa di toccare la mano di qualche nero. Diciamo che qui in Austria i conti col passato recente lì hanno fatti anche meno che da noi, la statua di Lueger è sì ricoperta di vernice rossa e di scritte ma è ancora lì, esattamente come la piazza, un cartello esplicativo invita all’esercizio della prospettiva storica. Mi chiedo perché anche il cartello non sia imbrattato.

Al museo del tesoro degli Asburgo gli sbrillocchi si buttano via come i secoli ma le mandibole prognate non passano. La coronona imperiale, simile a certi decori barocchi dei Cappuccini con le ossa e i denti o a certe torte fatte oggi con le gommosità, pare difficile da battere per accumulo, mi viene in mente la foto del soldato americano che nella miniera di sale se la pose in testa, stravaccato col sigaro sul trono imperiale, una giusta soddisfazione per un Billy Bob venuto a combattere chissà dove nella polverosa terra dei privilegi dei principi. Molto più genuino del furbo bagno di Lee Miller nella vasca del führer. All’Albertina il coniglio e il rinoceronte di Dürer troneggiano ma notevoli anche uno schizzo di un elefante di Rembrandt, mai visto prima, intendo lo schizzo, e un commovente autoritratto di Kollwitz. Più spassoso il luogo dove morì Mozart, si vede proprio che è originale d’epoca. Entra!

C’è una lapidina a destra, si intravede, che spiega paziente che il gruppo di case tra cui l’ultima di Mozart non esiste più ma il mercato turistico non si ferma a queste quisquilie e in un edificio forse anni Cinquanta forse anni Novanta, chissà, propone il percorso originale ma rinnovato nel mito di Mozart. Fosse in un capannone in periferia mi farebbe meno ridere ma ‘il posto dove è morto Mozart’ è notevole, è una coordinata, una geolocalizzazione. Ci fosse la macchia di sangue o la sagoma della polizia per terra, forse capirei di più.

Zonzolando di zona in zona, finisco poi in un enorme hof in cui, viennesemente, riproducono semplicemente musica, strumentale e un po’ evocativa, per circa tre ore. Le persone si siedono o sdraiano o accrocchiano come gli pare e si godono l’atmosfera, non è così alto da non parlare ma non così basso da essere sovrastata, non è necessario consumare, non è il centro della cosa, le sdraio al centro in circolo sono il posto privilegiato per ascoltare, quando uno si alza qualcun altro si siede. Tutti gli altri, dove pare loro. Beh, niente di che ma bello, persone che stanno insieme, magari socializzando, di sicuro facendosi accompagnare. Molto molto viennese, direi, là dove la musica è un po’ il fil rouge di questa città, dal quartetto alla consolle. Io che sono uno che ha sempre qualcosa da ridire e che a star fermo diventa pazzo, beh, dammi persone e musica e la cosa si può fare. E come me molti bambini. Grazie a chi ha seguito.


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minidiario scritto un po’ così di una toccata e fuga viennese: due, abitare

Mi è stata assegnata una buffa camera in albergo. Cioè, la camera non ha nulla che non va, semplicemente il bagno è fuori, lungo il corridoio. Niente di che o di nuovo, cose da alberghi di altri tempi, se non fosse che il water è da una parte e la doccia in un’altra stanza dall’altra parte del piano. Quindi ho tre chiavi e tre ambienti a mia disposizione, dislocati su tutto il piano. La parte buffa è la pipì notturna che implica una piccola gita mentre mi domando confusamente se stia facendo la cosa giusta. A tal proposito, assisto a una vera e propria campagna di sensibilizzazione degli austriaci all’utilizzo del water: un cesso animato, uno scovolino, un rotolo di carta igienica e una cacca, tutti dotati di occhi e personalità, spiegano all’austriaco medio di non gettare i rifiuti nel water (fette d’anguria, cibo, di tutto) ma di usarlo per, appunto, le feci e, non contenti, di usare anche lo scovolino e soprattutto la carta. Ha anche senso, trattandosi di novità tecnologica forse non ancora recepita da tutti, qui. Devo stare più attento a stringere mani.

Siccome da un po’ di tempo mi occupo di abitare collettivo e sociale, è ora di affrontare il capitolo abitativo in Austria e in particolare a Vienna. Che è un po’ del perché sono qui. Nel paese il 24 per cento delle abitazioni sono pubbliche o di cooperative non profit, dato che supera il 40 per cento nel caso di Vienna. Grazie a queste proprietà pubbliche, più del 60 per cento dei viennesi vive in una casa con prezzo calmierato, all’incirca tra i 6 e 7 euro al metro quadro al mese. Il che permette di tenere i prezzi delle case sotto controllo. Ancor più interessante, è che i requisiti di accesso sono molto bassi, così che oltre il 75 per cento degli austriaci rientra nei criteri richiesti per accedere a un affitto calmierato. Per dire, se io risiedessi da almeno due anni a Vienna, potrei fare richiesta di un alloggio. Da non credere. Anche il meccanismo di finanziamento dello stato è molto interessante: una tassa dell’uno per cento su tutti i redditi, metà a carico del lavoratore e metà del datore, prestiti a interesse bassissimo e a lungo termine per i costruttori, prestito sociale degli abitanti e, infine, un fondo di rotazione che permette di alimentare continuamente il processo. Notevole. Il che permette, a differenza nostra, anche di recuperare l’esistente e, sempre a differenza, la concessione di permessi di costruire è molto meno disinvolta che da noi, per preservare zone di rispetto e terreni. Proprio da non credere, l’Austria in questo è un caso mondiale. Il che, per inciso, permette di mantenere i dintorni di Vienna e di ogni altra città o paesello così, con le vigne e la città là sotto.

Da noi il paesaggio sarebbe costellato di ville di ricchi in deroga a ogni regola o secondo, visto che siamo laschi in questo. Per dare concretezza a quanto detto, vado a vedere il Karl-Marx-Hof, l’edificio residenziale più lungo al mondo. Il KMH è un Gemeindebau, cioè un edificio di proprietà municipale di più di centocinquantamila metri quadri, costruito tra il 1926 e il 1930 a Heiligenstadt, a nord del centro di Vienna, dall’urbanista Karl Ehm, allievo del Wagner dell’ufficio di risparmio di ieri. Come suggerisce il nome, fu costruito durante il periodo detto della ‘Vienna rossa’, dunque il discorso dell’edilizia sociale parte da lontano. Con l’avvento del nazionalsocialismo, i ribelli dell’opposizione si asserragliarono qui e l’esercito bombardò l’edificio con l’artiglieria. Fu riparato negli anni Cinquanta e tornò al suo nome originario. Gli spazi verdi sono molti come lo sono gli spazi di servizio, lavanderie automatiche, un asilo, la casa del giovane, studi medici e dentistici, una biblioteca, un ufficio postale e uffici commerciali, oltre a spazi per biciclette e monopattini. Gli appartamenti sono più di milletrecento e mediamente di sessanta metri quadri. Davanti, la stazione della metropolitana dedicata. Beh, io un pensiero lo farei, anche pensando alla storia di resistenza che qui permane.

Con un certo grado di ironia, qualcuno ha battezzato il KMH ‘la Versailles dei lavoratori’, non del tutto inappropriato. L’Austria, come in tutti i sistemi chiusi e piccoli, le persone hanno privilegi per sé, condividono la presenza di uno stato sociale forte che aiuta economicamente e concretamente e, insieme, hanno atteggiamenti reazionari nei confronti di chi, venendo da fuori il sistema, minaccia la posizione acquisita. E votano Haider, ci si ricorda? Vedi Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, per fare altri esempi europei.

Ovunque ci sono colonnine che diffondono acqua nebulizzata, devono aver sofferto parecchio quest’estate. In effetti, anche ora qualche passaggio lo si fa, di tanto in tanto. Amenità. Volkswagen ha appena lanciato la Golf in edizione Falco, rock me rock me Amadeus, con rispetto ma morto trent’anni fa e due singoli per quanto belli all’attivo, auto prodotta immagino per la sola Austria e per qualche commissario nostalgico.

Poi ci si stupisce che VW sia in difficoltà, sento i cinesi che ridono. Ora sarebbe mezzogiorno e io avrei altre puntate da fare ma ne ho già dette parecchie per oggi, potrebbe andare tutto al prossimo minidiario. Mi dirigo dall’altra parte della città, dopo essere salito sulla Leopoldsberg che, come dice il suffisso -berg, è la collina che domina la città e da cui ho fatto la foto di prima. Devo andare a vedere la quinta e la sesta flakturm nazista, frequentare almeno un museo, riflettere profondamente a sera sugli errori commessi e le virtù esercitate.

Però, prima, avendo molto parlato di abitare e di come il sistema, qui, sia particolarmente virtuoso, una testimonianza a caso da un’agenzia immobiliare a caso in una via a caso ma del centro, spero si legga:

Da 34 metri quadri in su, prezzo di partenza 135mila euro, appartamenti in centro, appena dietro il Belvedere. Fa poco meno di quattromila, confrontare Milano. Ed è un recupero architettonico. Tanto poi a chi interessa comprare, qui, quando puoi andare in affitto in un magnifico, centrale appartamento pubblico? Già.


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