È ora di un altro giro, immagini stupidine in vendita o in libera licenza nei repertori di immagini. L’ho già detto, quando un grafico ha (aveva, diciamo poi) bisogno di un’immagine particolare, invece di assumere un costoso fotografo che scattasse ciò che gli serviva, faceva un costoso abbonamento a uno dei repertori di immagini disponibili – era un bel modo per i fotografi di guadagnare qualcosa – e si cercava il desiderato. Ora con le AI grafiche, andranno a farsi benedire sia i repertori che i fotografi, temo.
Bene, via. La madre protettiva:
Amici anche all’orinatoio:
Un hacker, immagino, più che un riparatore:
Non so, il Robocop degli anziani?
Patata? No, grazie. C’era già stata una curiosa Hitler-pelapatate, prima. Questa mi piacerebbe proprio vederla utilizzata:
Beh, chiaro. Che tenerezza, dei tempi dei masterizzatori (dove peraltro sono rimasto io):
Ancora una patata. Questa rischia anche l’incidente etnico, oggi:
Un bel giretto anche questo. Non so cosa darei per vedere dei pieghevoli che utilizzassero anche solo una di queste immagini.
Sono insegnanti, certe cose della vita e ancor più della politica le conoscono, sanno che passano le persone, i governi, le idee bislacche, le riforme della scuola, tutto passa.
Meglio quindi aggiungere una pecetta che cambiare la targa. Tanto durerà poco e così è. E, magari, lo scriviamo più in piccolo che la faccenda è una vera baggianata.
Sono quasi emozionato, il mio primo post o quasi a tema calcio dopo più di vent’anni: tema che peraltro padroneggio come la termodinamica, i materiali non newtoniani, l’economia su larga scala, la preparazione di alimenti, i componenti di un’auto. Comunque, vorrei esprimere questa mia opinione: se per rifondare il settore italiano, in crisi dopo tre mondiali saltati, si richiama uno, Mancini, che oltre ad aver fallito la qualificazione 2022 tre anni fa mollò di punto in bianco la nazionale con una PEC inviata dalle vacanze dandosi poi alla macchia per andare a incassare i soldi degli arabi, per me il discorso è davvero chiuso: spero che i mondiali saltati consecutivi diventino quattro, otto, sedici.
Qualche anno fa venne in Italia, a Milano tra l’altro, una solenne boiata: l’esposizione ‘Body Worlds’, una raccolta di veri cadaveri plastinati di esseri umani, mostrandone muscoli, scheletro e organi interni. Boiata per mille motivi. Sia perché non vi era alcuna ragione di esporre veri cadaveri, e qui il lato morboso della faccenda aveva il sopravvento, la curiosità anatomica si poteva soddisfare benissimo con dei manichini, sia perché i cadaveri stessi venivano messi in posa come, che so?, giocatori di football americano o acrobate sulla trave; sia perché, inoltre, c’era ovviamente il ciccione, il magrissimo, l’anziano e il giovane, la tettona, insomma tutto quello che serve per toccare le corde più deteriori del pubblico.
Già allora ne discussi con persone a me vicine che avevano manifestato l’intenzione di andare a vedere la boiata, stupidaggine allora come stupidaggine ora, a parer mio. Ora, l’anatomopatologo tedesco Gunther von Hagens, inventore della faccenda nonché inventore della tecnica di plastinazione, un procedimento per sostituire i liquidi e il grasso dei corpi umani con il silicone permettendo di conservarli e di vederne i particolari anatomici, ha raggiunto i suoi amici cadaveri.
Ma che grande occasione, dico io. Che von Hagens venga plastinato e raggiunga prontamente i suoi amici esposti, lo si metta a fianco del cadavere giocatore di tennis mentre, che so?, si fa un bidet o colloca piastrelle sul fondo di una piscina o, meglio ancora, guarda Tentescion ailand.
E che un visitatore impertinente a volte compia anche un modesto vilipendio al suo cadavere.
Inaspettatamente, poiché non lo sapevo, a Canterbury ho scoperto che nel cimitero in città c’è la tomba di Józef Teodor Konrad Korzeniowski, a me noto come Joseph Conrad. Beh, vado, un omaggio è necessario, ho ancora dei bei ricordi di alcuni suoi romanzi e soprattutto de ‘Il giro di vite’. Pensavo fosse sepolto chissà dove, associavo le navigazioni a una vita più girondola, come in effetti fu fino ai trentasei anni. Gli ultimi anni li passò qui vicino, a Bishopsbourne, amena parrocchietta del Kent, in cui la casa di Conrad è oggi la sala comune. Il cimitero di Canterbury è molto composto, verde, le tombe ottocentesche sono, come di consueto, cadute a terra e non rialzate, rotte, romanticamente consunte dal tempo. E così, giustamente, le lasciano. La tomba di Conrad, in fondo in un angolo, è impossibile da mancare: un cippone sbozzato, con aquila e bandiera polacca, fatto curioso, non credo rivendicasse l’origine in questo modo ma va’ a sapere. Il nome è pittosto storpiato, Joseph Teador Conrad Korzeniowski invece di Józef Teodor Konrad Korzeniowski, colpa dell’artigiano di paese, forse.
Ciò che conta è l’epitaffio, che immagino scelto da Conrad medesimo per sé, un verso del poeta rinascimentale Edmund Spenser: «Sleep after Toil, Port after stormy Seas, Ease after War, Death after Life, does greatly please». Bei versi, da ‘The Faerie Queene’. Gli stessi versi sono anche sulla tomba di Agatha Christie.
Tradotti un po’ così: «Il sonno dopo la fatica, un porto dopo mari tempestosi, la quiete dopo la guerra, la morte dopo la vita, quale grande soddisfazione…»; questa stessa epigrafe fu già adoperata da Conrad per il suo romanzo ‘The Rover’, gli era piaciuta. Davanti alla tomba un pannelletto didascalico che dà conto di un paio di cose sullo scrittore, la sua vita e il motivo della sua presenza qui. Brutto ma necessario, forse. Nessun fiore fresco.
Il caso più eclatante è quello di Frank Zappa che scrisse e cantò ‘Tengo Na Minchia Tanta’ nell’album ‘Uncle Meat’ del 1969, in italiano. Doveva aver conosciuto un nuovo amico siciliano: «Tengo na minchia tanta, tengo na minchia accussi’ / Devi usare un pollo, devi usare un pollo / e me la vuoi tastar» e olè. Ma Zappa è Zappa, quindi tutto va bene. E anche ‘Dio fa’ da ‘Civilization Phaze III’ che ha però solo il titolo in italiano, essendo un pezzo strumentale. Non c’è che da essere contenti di quanto della cultura italiana arrivi ai grandi artisti stranieri, niente male. Diciamo che, di sicuro, le espressioni idiomatiche, o sostenute tipo imprecazioni e bestemmie, colpiscono l’immaginario là fuori.
Non parlo di cover o di improvvide traduzioni italiane di pezzi stranieri, parlo di canzoni composte e cantate in italiano da cantanti stranieri. La casistica è ampia, non è che io voglia fare qui un compendio, però vado a memoria e mi vengono in mente gli Ada Oda, gruppo belga che canta in italiano, basta qui citare la micidiale ‘Un amore debole’, che ha però un gran riff iniziale e poi si finisce per ascoltarla lo stesso. Oggi ho scoperto per caso la non memorabile ‘Cazzo di ferro’ dei Lemonheads – che sembravano così brave persone, salutavano sempre – da ‘Lick’ (1989), che ha suppergiù un testo del tipo: «Sei proprio un grasso menefreghista / Sei dal lontano il più / Coatto uomo nel mondo / Sei una testa di cazzo / Lato di ferro / Sei una testa di cazzo». Ottimo. Anche qui il riff è poderoso. E siamo a due membri, minchie, comincia a non essere più un caso, qui c’è da indagare cari i miei Scaruffi. Perché poi tutti questi avranno avuto un amico che ha detto loro: te lo scrivo io il testo, tranquillo. Ho io un bel tema. Ecco, il tema.
La cosa che piace a me è vedere come veniamo apprezzati all’estero, quali aspetti più delicati e complessi della nostra cultura vengano recepiti là fuori, un’ottima rappresentazione. Non che la cosa si arresti qui, ci mancherebbe, serviranno aggiornamenti. Ma i Lemonheads mi hanno tirato una bella bordata, oggi, e direi che mi posso anche fermare qui, avendone già dedotto una ben solida teoria.
Votazione promossa dall’UE per il nuovo aspetto degli euro, si vota qui.
Alcune davvero inguardabili, soprattutto i retri. Sfugge un po’ il senso dei temi a uccelli e fiumi, visto che in ampie zone ai primi spariamo e i secondi li inquiniamo. Altre non male, anche se il solito cliché degli europei curvi sui libri, nelle biblioteche e nei centri del sapere è un pochino inflazionato. Alcune, però, sono belle. Dai, votare.
Ma questa proposta combinata arte-architettura sì che sarebbe davvero riconoscibile come europea e bella (ah, venti e duecento):
Lasciato il non tanto riuscito lirismo del minidiario di ieri, lascio anche la costa e mi dirigo a Canterbury. Cose note: la cattedrale, normanna e poi gotica, grandiosa, e l’assassinio in essa contenuto; Christopher Marlowe, il motivo per cui venni molti anni fa, folgorato dalla vita avventurosa e appassionata; la scuola musicale, dai Soft Machine ai Matching Mole in giù, ovviamente Robert Wyatt; Chaucer e i suoi meravigliosi personaggi dei racconti, oggi in albergo mi hanno dato la stanza del Pardoner, l’indulgenziere; la via Francigena, che parte da qui, dalla cattedrale, e in milleottocento chilometri arriva a Roma. Fatto meno noto, lo scopro ora, è qui sepolto, in un cimitero verde e composto, Joseph Conrad. L’ho salutato, come si deve. Venni a Canterbury molti anni fa, Marlowe doveva essere morto da poco, e poco ne ricordo, a parte la cattedrale. Ora so perché: la città, diciamo la parte entro le mura, è tanto graziosa e idilliaca quanto confondibile con, per dire, York o Cambridge o Oxford o Peterborough o Leicester e potrei andare avanti parecchio, pur non essendo molto cortese con chi al momento mi ospita. Allora, anni fa, andai sulle tracce di Marlowe dopo la lettura del Deptford di Burgess, il suo ultimo romanzo. La recensione di IBS è interessante (sic!): “Protagonista il poeta e drammaturgo Christopher Marlowe, scomparso per mano d’ignoti all’età di trent’anni. gato in una casa d’aste e il redattore di un giornale del cinodromo, si è sposato, ha avuto una figlia, si è separato, insegna gemmologia in un istituto di Roma”. Certo. A Roma, dovevo andare. Qui, a parte un paio di college sontuosi, nessuna traccia. Un teatro molto moderno e un monumentuccio dedicato, tutto qui. Ma la confusione sul tragediografo agente segreto regna massima, dall’inizio alla fine, nemmeno in una taverna come si dice spesso.
La cattedrale, centro di comando della chiesa anglicana, ora retta da una signora che reputo arcigna a prima vista, Sarah Mullally, autorità terrena e spirituale insieme, è sterminata come lo è il complesso in cui è inserita: le rovine di un immenso monastero benedettino la circondano, oltre a cimiteri, spazi funzionali, residenze, altre cose che non identifico. Il pathos sul drammone dell’omicidio, colpa di T.S. Eliot, è poderoso, una candela accesa indica il luogo dell’assassinio di Thomas Beckett, proprio lì e non là, la tomba che non c’è più, colpa di Enrico VIII, è rappresentata molte volte, chiaro che su quello ci si campi. Dopo un po’ sono stremato, tanto e troppo, ho una capienza limitata per chiese, castelli, palazzi, opere a carattere sacro, ceramiche, argenti, carrozze e così via, devo uscire e potrei passare davanti all’arcivescova in persona senza accorgermene. Sulla facciata, che in pochi vedono perché si entra sul fianco, due belle statue bianche e nuove, Elisabetta II, a fianco della prima, e Filippo Nosferatu consorte, come a York ma con lui in più. Al di là della porta, Vittoria. Chissà chi hanno tolto per fare spazio. Mi ricreo al parco con il mio pranzo dei signori, panino all’aperto.
Il corso del fiumiciattolo di Canterbury, qualche monumento, gli smozzichi del castello e della chiesa di san Giorgio in cui fu battezzato Kit, la tomba di Conrad, certi meravigliosi giardinetti chiusi da muri su tre lati e sul ruscello il quarto, con tre panchine al massimo e di grande riposo e ricreazione, il museo romano, i resti del convento di Sant’Agostino – quello di qui – che riportò il cattolicesimo in Inghilterra, qualche casa Tudor, l’acquisto di una camicia a nove sterline fatta di tela di cocco, probabilmente fresca e in grado di prendere fuoco in un respiro, sono un po’ gli elementi della giornata in città. La sera si prepara, invece, dopo un certo numero di birre, al pub per la finale dei mondiali. Qui tutti tifano Spagna, avendo l’Argentina eliminato la nazionale inglese, e avendo quell’antipatia dai tempi delle Malvinas che non si risolve. Mi siedo al tavolo di un simpatico uomo, non ci sono altri posti, e i centoventi minuti più intervalli scorrono così: lui beve otto pinte di Guinness mentre io una e mezza dell’equivalente della Peroni e di nessun commento, nessuno, uscito dalla sua bocca io ho capito nemmeno il senso generale. Ho riso quando lui rideva, ho fatto mmm con la testa quando l’ha fatto lui, ho applaudito quando ho pensato servisse. Temo la cosa sia stata del tutto reciproca. La Spagna vince meritatamente e tutto il pub esulta, noi ci salutiamo amichevolmente dicendo cose che anche stavolta non capiamo.
Capita spesso che, al pagamento con la carta, il circuito chieda se si desideri pagare con la valuta locale o in euro. Capita altrettanto spesso che non ci si accorga della richiesta, mandando in timeout il pagamento. La cosa accade in un caffè e, quando sono seduto, la signora mi richiama perché il pagamento non è andato a buon fine. Riproviamo col ragazzo e capiamo il perché, la scelta della valuta. E lui, scoperta la ragione, lo dice trionfante alla signora: “He’s from Europe“, spiega. Che coltellata, tizio. Proprio un’altra entità, e c’eravate anche voi, pezzi di deficienti.
Non per questo, dichiaro il mio tempo a Canterbury terminato e mi muovo verso Londra, dove ci sarà alla fine un aereo. Ma ho tempo e la mia mappetta con i posti da vedere mi indica sulla strada Greenwich, di cui ho sempre usato il meridiano ma non vi sono mai stato. Certo, se questa cosa dell’ora l’avessero scoperta a Cinisello Baltico, ora sarei là e non qua. Greenwich è luogo con una storia importante: lungo il fiume, su un’ansa davanti all’isola dei cani, fu il posto prescelto per la costruzione di un sontuoso palazzo in stile Tudor, mattoni rossi, in cui nacquero sia Enrico VIII che sua figlia Elisabetta I. Poi cadde in rovina, i re erano cambiati, e alla fine del Seicento non so quale re decise di abbattere le rovine e di costruire lì l’Old royal naval college, l’università della guida delle navi e della battaglia per mare. Il paese già primeggiava, con navigatori ufficiali e corsari pagati sottobanco, ma con una scuola che sfornava decine di migliaia di ufficiali a decennio ne nacque la prima potenza navale al mondo. Da qui, per dire, uscì l’ammiraglio Nelson e qui tornò dopo la battaglia di Trafalgar, bello steso e freddo. Lo misero nella ‘Painted hall‘, mi piace quando chiamano le cose descrittivi, per gli onori del caso per venti giorni e la sala è ancora qui. Siccome sono più sportivi e scanzonati di noi, vedi la volta di Sant’Ignazio a Roma, non solo hanno disposto dei divani piatti per osservare il soffitto sdraiati ma invitano calorosi a farlo.
Nel cortile è giorno di lauree, sono molti e molte e hanno l’aria indiana, pakistana, iraniana, padri e madri orgogliose scattano foto in abiti molto eleganti. Immagino che il college abbia aperto ad altre discipline, dubito siano tutti futuri capitani di flotta. Lo intuisco anche dalla musica di violino che esce da una sala. Abbandono l’edificio, attraverso la strada, visito la Queen’s house di fronte, unico resto dell’antico palazzo, e salgo la collina fino all’osservatorio reale, sì, proprio quello del meridiano e, quindi, del fuso orario. Era un bel casino, prima. Con la latitudine ce la si cavava con il sole e le stelle ma con la longitudine non c’era proprio nulla da fare, senza orologi. Non che l’abbiano inventate loro, Quirico Filopanti gloria a te, ma come tante altre cose l’hanno perfezionate e prese, tant’è che, appunto, non sono a Cinisello Baltico ora. La foto classica è quella con un piede di qua e uno di là del meridiano.
Martin Parr, ancora. Troppo facile. In realtà Greenwich è solo una parte della storia, l’altra è Deptford. Che una volta era un paese e, ora, è un quartiere, rione, frazione, cantuccio della Grande Londra. È qui che un giorno di maggio del 1593 Christopher Marlowe, Kit, fu accoltellato in un occhio per un conto non pagato o in una vera e propria imboscata, non lo sappiamo. Fa parte del lato oscuro della sua vicenda. Sappiamo però che fu portato alla chiesa di St. Nicholas e lì sepolto in una tomba anonima. Io ne approfitto quindi per farmi una bella passeggiata di una mezz’ora dall’osservatorio verso Deptford, è una destinazione che puntavo da trent’anni. Troppo poco per farne una destinazione apposita ma se c’è un pretesto vicino, come oggi, allora è perfetto. L’entrata del giardino della chiesa è sormontata da due teschi, indica il camposanto, e della chiesa di allora resta il solo campanile. Ma le tombe ci sono, eccome, e una di queste sarà la sua. Impossibile saperlo, bisognerebbe esumarli tutti, andare a Canterbury a prendere il DNA di tutti i Marlowe attuali e confrontare. Francamente un po’ troppo, visto che non cambia niente. C’è una bella lapide a cenotafio e sopra alcuni devoti ammiratori hanno lasciato piccoli oggetti: una penna d’oca, una carta da gioco di metallo, un temperino, una matita, un portacandela, una bugia a dirla meglio, una corona d’alloro. Commovente.
Ho compiuto il percorso di Marlowe, dal battesimo alla sepoltura. Ai suoi tempi, non era meno di Shakespeare, il suo Faust bellissimo, come il Tamerlano. Cut is the branch that might have grown full straight. Vale per Faust come vale per Marlowe. Resto qui per un po’, ammetto che ci mangio anche un panino, nei camposanti rifiorisco. Poi percorro a piedi tutta High street di Deptford, dovrebbe essere successo qui suggeriscono gli studiosi, come se potessi scoprire chissà che. In realtà lo faccio solo per immaginare, la forma della strada e delle case non doveva essere radicalmente diversa, case basse e addossate. Meno fango, sicuro, e più auto. Va bene, è ora, un giretto al Barbican e lì attorno per i resti romani delle mura e dei forti, Wall street per la stessa identica ragione come a New York, piglio gli stracci e vado. Non è un ritorno a cuor leggero e mi chiedo quando mi ricapiterà di ripartire, forse presto, chissà. Mi chiedo anche, in senso più ampio e me lo chiedevo l’altra notte dopo altre tre ore di camminata notturna, fin quando riuscirò a camminare così, a girare con lo zaino e null’altro, fino a quando gambe e ginocchia e testa terranno. Poi mi dico che farò come quegli sportivi che non solo non smettono quando dovrebbero ma che, anzi, si trascinano sui campi dolenti e traballanti, un po’ pietosi ma orgogliosi della propria incapacità di dire basta. Ecco, farò così. Al momento sono nella fase-Djokovic, ovvero alle semifinali ci arrivo ancora con buon tono, tengo finché posso. Grazie a chi ha seguito.
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