L’enorme facciata è sovrastata da un’aquila bicefala che tutto controlla, a destra e sinistra, su un nido di lance e cannoni, la gloria dell’impero. Venti piani più sotto il feldmaresciallo conte Radetzky a cavallo indica la direzione della battaglia, nel bronzo immortale.

Tanto eroe qui tanto matusalemme maligno crudele spietato da noi, irriducibile che se fosse stato vivo alla seconda guerra di indipendenza probabilmente ci avrebbe fatto un mazzo così, noi in balia ai dementi Savoia. Dove sta, dunque, la verità della Storia? Da che lato bisogna guardarla? Mentre son preso da queste profondità, passa un corteo di qualche centinaio che identifico come pro Ucraina, mi unisco.

Qualche canto che non distinguo, qualche coro che non comprendo, sono quasi tutte donne, ovvio, e la polizia che precede e segue il corteo ha delle uniformi su cui c’è scritto: ‘Polizei Dialogteam’, approccio amichevole. Schau, schau, der Kommissar geht um – oh, oh, oh. Certo, in Ucraina oggi come a Milano nel 1848 c’è un invasore e un invaso, poco da dire. Ma se si allarga lo sguardo appena appena, specie prima del concetto contemporaneo di nazione, è tutto più difficile: erano i piemontesi a invadere la Lombardia austriaca, formalmente. Che fossero guerre di indipendenza lo si è detto e saputo dopo, mica era chiaro che si sarebbe unito un paese prima inesistente.
Ma qual è il senso di quanto vado dicendo? Cosa voglio dire? E io che ne so? Devo sempre fare tutto io, qui? Ora sono molto preso nel confezionare un prodotto nuovo che unisca due specialità locali: un bratwurst ripieno di sachertorte. Lo chiamerò il ‘Radetzky’ e potrà essere utilizzato sia come prelibatezza che come arma per dirottare gli aerei su Teheran, a seconda.

La statua di Karl Lueger, sindaco cristiano tradizionalista e antisemita radicale, molto apprezzato da Hitler, troneggia in mezzo alla piazza omonima, circondata dal classico armamentario di lavoratori muscolosi a torso nudo che caratterizza l’omofilia di ogni regime destrorso e repressivo, in modo direttamente proporzionale, come lo sciagurato Vannacci da noi, sempre o in costume bagnato per imprese balneari o con caffettani colorati in attesa di toccare la mano di qualche nero. Diciamo che qui in Austria i conti col passato recente lì hanno fatti anche meno che da noi, la statua di Lueger è sì ricoperta di vernice rossa e di scritte ma è ancora lì, esattamente come la piazza, un cartello esplicativo invita all’esercizio della prospettiva storica. Mi chiedo perché anche il cartello non sia imbrattato.
Al museo del tesoro degli Asburgo gli sbrillocchi si buttano via come i secoli ma le mandibole prognate non passano. La coronona imperiale, simile a certi decori barocchi dei Cappuccini con le ossa e i denti o a certe torte fatte oggi con le gommosità, pare difficile da battere per accumulo, mi viene in mente la foto del soldato americano che nella miniera di sale se la pose in testa, stravaccato col sigaro sul trono imperiale, una giusta soddisfazione per un Billy Bob venuto a combattere chissà dove nella polverosa terra dei privilegi dei principi. Molto più genuino del furbo bagno di Lee Miller nella vasca del führer. All’Albertina il coniglio e il rinoceronte di Dürer troneggiano ma notevoli anche uno schizzo di un elefante di Rembrandt, mai visto prima, intendo lo schizzo, e un commovente autoritratto di Kollwitz. Più spassoso il luogo dove morì Mozart, si vede proprio che è originale d’epoca. Entra!

C’è una lapidina a destra, si intravede, che spiega paziente che il gruppo di case tra cui l’ultima di Mozart non esiste più ma il mercato turistico non si ferma a queste quisquilie e in un edificio forse anni Cinquanta forse anni Novanta, chissà, propone il percorso originale ma rinnovato nel mito di Mozart. Fosse in un capannone in periferia mi farebbe meno ridere ma ‘il posto dove è morto Mozart’ è notevole, è una coordinata, una geolocalizzazione. Ci fosse la macchia di sangue o la sagoma della polizia per terra, forse capirei di più.

Zonzolando di zona in zona, finisco poi in un enorme hof in cui, viennesemente, riproducono semplicemente musica, strumentale e un po’ evocativa, per circa tre ore. Le persone si siedono o sdraiano o accrocchiano come gli pare e si godono l’atmosfera, non è così alto da non parlare ma non così basso da essere sovrastata, non è necessario consumare, non è il centro della cosa, le sdraio al centro in circolo sono il posto privilegiato per ascoltare, quando uno si alza qualcun altro si siede. Tutti gli altri, dove pare loro. Beh, niente di che ma bello, persone che stanno insieme, magari socializzando, di sicuro facendosi accompagnare. Molto molto viennese, direi, là dove la musica è un po’ il fil rouge di questa città, dal quartetto alla consolle. Io che sono uno che ha sempre qualcosa da ridire e che a star fermo diventa pazzo, beh, dammi persone e musica e la cosa si può fare. E come me molti bambini. Grazie a chi ha seguito.



















