
Bucchi sempre bravo.

Bucchi sempre bravo.
Una massima del periodo imperiale zarista dello storico e scrittore russo Nikolaj Karamzin (1766-1826): «Non un centimetro a un amico né a un nemico». Inutile stupirsi. Evidente come lo spazio sia una vera e propria ossessione per il governo zarista, sovietico e russo ora, fin da Potëmkin e la Crimea, in senso espansivo – soprattutto – e restrittivo.
Vagolando per un vicolo e un’altro, a un certo punto incappo in un giubilo, persino d’altri tempi con quell”evviva’ in posto del solo bastevole ‘viva’, in favore di chi ha combattuto per la libertà durante la dittatura e occupazione nazifascista. Ma attenzione: non tutte, solo quelle più attempate. Non le nuove, evviva le vecchie. Dispiace per le altre ma è così, tocca farsene una ragione.

Scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono e lo scrittore, qui, lo sapeva eccome. Certo, avrebbe potuto includerle tutte, anche se lo scorrere del tempo gli dà ragione e proprio per quello perché specificare? Mah, la testa dei muralisti è spesso insondabile. E perché, poi, discutere o cercare il pelo nell’uovo? Evviva, evviva e basta, è pure aprile e periodo di rivolta.
le scritte sui muri:
a saperlo prima | aggiunte | arriva l’estate | attualità stringente | avverbiunque | basta! | bellalavita | bellezza assoluta | braccia restituite all’agricoltura | cacca al diavolo | dal libro dei Savi IV, 42 | dialettica politica | die Artikel | e tutto il resto | fatevi una vita | fuori gli obiettori | fuori gli obiettori (due) | i cattivi | i lavoratori più disciplinati | i tre comandamenti | il benessere | il clero | il genere | invito surreale | la lasagna | la musica alternativa | le certezze | le decorazioni | l’immigrazione | l’indignazione | le partigiane (quelle vecchie) | maledetta la fretta di far la rivoluzione | maria jessica | mentalità aziendale | nella strada e nella testa | palumbo | pas de quartier | però serve | pio pio tutto io! | politica contemporanea | possiamo smetterla? | prima sopra, ora sotto | rubare ai richi | sintesi politica | sintesi politica due | speranza per tutti | superminimal | togliete quei maledetti calzini | uomini al bar | voce del verbo rapire |
Un tempo l’UE pagava chi cominciava a coltivare la colza, si diceva per ragioni di carburante, allora sembrava che le auto potessero marciare con quella. Ora non so. Comunque almeno dal punto di vista dei colori di un certo momento dell’anno, questo, non è stata una cattiva idea.

Anzi.

Quali sono? Ecco i nomi: Danubio, Dnepr, Don, Duero, Elba, Garonna, Loira, Nemunas, Nistro, Oder, Po, Reno, Rodano, Senna, Tago, Tamigi, Tevere, Vistola, Volga.
Qui la soluzione. Io ho fatto un modesto quattordici su diciannove, vado a studiare i fiumi russi, ‘gnurante che sono.
E niente, ho fatto una foto.

Valle di Mestia, nello Svaneti. Chissà chi dà i permessi per costruire.
161,15 sterline per assistere al ritorno degli Strokes il 26 ottobre a Manchester in un’arena al secondo anello seduti? 171,80 a Newcastle? 98,85 a Londra praticamente dietro il palco? Uhm, no, grazie. Tanto non potevo. Dai, ci vediamo in giro. Intanto.
Nella campagna ungherese, nel bel mezzo della contea di Zala e non distante dal lago Balaton, c’è una comoda e bella rotonda.

Essa è percorribile nella sua interezza ma ogni strada porta alla rotonda, come è ovvio, e chi vi finisce è condannato a non uscirne più. Certo, finirci dentro non è facile ma può capitare con un po’ di impegno.

Tale incompiutezza, ben degna di certe meraviglie padane, è dovuta all’efficienza ungherese sviluppata negli ultimi sedici anni di progresso Orbánistico: il paese è diventato il più efficiente terminale di progetti finanziati dall’Unione Europea, circa cinquantaduemila nel periodo 2014-2020, proprio da quella UE poi ostacolata con ogni mezzo. Chiaro, fanno sempre così, da un lato denigrano con l’altra mano prendono, come i leghisti che ci stanno tra i piedi qui.
La rotonda, costata la bellezza di cinquecento milioni di fiorini, circa un milione e mezzo di euro, sarebbe dovuta essere un elemento di snodo in un imponente centro logistico legato alla ferrovia della quale, almeno se non mi sfugge qualcosa di grosso, non v’è traccia. Ciò non ha impedito al ministro degli esteri e del commercio di Orbán, Péter Szijjártó, di inaugurarlo – intendo il polo logistico – ponendo la prima e ultima pietra. Felicitazioni da tutti noi, qui, ben lieti di finanziare arditi progetti di sviluppo come questi.
E ora, considerata la rotonda l’‘elefante bianco’ della categoria, una top-four di altri bei progetti ungheresi finanziati dall’UE seguendo le indicazioni dell’incorrotto Orbán:
1) il punto di osservazione di Bodrogkeresztúr: centotremila euro per quaranta centimetri di cemento utili a osservare qualcosa oggi coperto dalle piante:

2) il parco avventura ciclistica di Hatvan: trecentosessantaduemila euro sempre UE per una passerella per biciclette utilizzata da cinquantacinque persone (media: seimilacinquecentottantuno euro a testa) perché la cinquantaseiesima cadde un quarto d’ora dopo l’apertura facendosi male e da allora il parco è chiuso:

3) l’osservatorio forestale di Nyírmártonfalva (è davvero la lingua del diavolo): in mezzo alla fitta foresta avrebbe dovuto permettere ai visitatori di apprezzare gli alberi da altezza ragguardevole, giusto dunque partire dalla passerella e non dagli alberi:

4) la Grande Casa delle Tartarughe di Rakamaz: un miliardo di fiorini, il doppio della rotonda, per un centro che oggi ospita tre pesci rossi in una vasca salmastra, nessun dipendente e nessun visitatore, un ascensore rotto e che non ha mai visto una tartaruga; già l’idea era bella, almeno per questo progetto ci ha lasciato qualche penna il sindaco di Rakamaz, condannato a un mite anno di reclusione:

Ora. Il sostegno del nostro governo a Orbán è sincero e appassionato non da oggi, anche quando Meloni e Salvini erano all’opposizione non hanno mai mancato di manifestare affetto e ammirazione, come nel video di auguri della feccia europea all’ormai ex-presidente ungherese per le elezioni, poi puntualmente trasformatosi in una maledizione piena di sfiga. L’empireo degli amici di Meloni, in cui i migliori sono senz’altro Trump, Netanyahu e, appunto, Orbán, comincia a mostrare qualche crepa: lo dice meglio di me Cundari nella sua newsletter de Linkiesta titolata: ‘Da Trump a Orbán. Com’era la storia del gran talento di Meloni per la politica estera?’:
Medio Oriente, Europa, Stati Uniti: non c’è questione di politica internazionale su cui Meloni non abbia schierato l’Italia dalla parte più sbagliata sia in linea di principio, sia dal punto di vista del nostro interesse nazionale, con la sola eccezione dell’Ucraina (peraltro sempre meno sicura, viste anche le dichiarazioni pronunciate ieri dall’appena riconfermato amministratore delegato dell’Eni, alla scuola di formazione della Lega, sulla necessità di tornare ad acquistare gas russo). Alla prova dei fatti, la diffusa credenza in un particolare talento della nostra presidente del Consiglio per la politica estera si è dimostrata tanto infondata quanto quella nella sua evoluzione europeista e liberaldemocratica.
Niente da eccepire. Non fosse che poi ne risentiamo interi come paese, fossero solo loro ci sarebbe da ridersela. Chi ne discute della perdita secca, economica, politica, relazionale, grazie a tali accostamenti e amicizie scellerate? Chi, in nome nostro – LA presidente rappresenta e deve rappresentare tutti i cittadini -, agisce così sconsideratamente? Ne terremo conto l’anno prossimo?

Lei-Meloni aspetta dodici ore per dire qualcosa sulle critiche di Trump al papa, offrendo una sponda strepitosa alle opposizioni e alle iene della propria coalizione, poi le definisce «inaccettabili» perché non può non farlo e da quel punto niente va dritto: «È lei che è inaccettabile» ribatte lui, l’ex-suo migliore amico e, non contento, prosegue:
Agli italiani «piace il fatto che la vostra presidente (del Consiglio, ndr) non ci stia dando alcun aiuto per ottenere il petrolio? – chiede Donald Trump in una telefonata con il Corriere della Sera – Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo».
Rincara:
«Non vuole aiutarci con la Nato, non vuole aiutarci a sbarazzarci dell’arma nucleare. È molto diversa da quello che pensavo».
Mi si porti la Peroni familiare, per favore.
Sapere che sia un europeista al momento mi basta eccome.

Finisce l’orrendo incubo Orbán e l’Ungheria torna, forse, tra le popolazioni civili; da vedere quanto il sistema di potere sia radicato e quanto certe abitudini non siano connaturate. Fedelissimo del capo fino a un certo momento, di Magyar non è che si sappia molto, soprattutto in politica estera – e qui dalla UE a Putin sono tutti in attesa -, di sicuro è una sconfitta dei sovranisti, compresi quelli di casa nostra che, al governo, hanno augurato pubblicamente la vittoria a Orbán.

A Budapest una festa che manco avessero vinto i mondiali con la Grande Ungheria, ieri bisognava essere lì. Forse, lo dico sommessamente, forse comincia a tirare un’altra aria. Bene così.