La presenza in città di pakistani e indiani è poderosa, lo si percepisce fin dagli odori, c’è un po’ di curry ovunque. Ho un mio posto delle colazioni a Birmingham, la ‘Grand Central Kitchen’ proprio davanti alla stazione, dove non è che posso scegliere, devo proprio andare a prendere ogni volta una full english. Lì una schiera di indopakistani palestrati con barbe e capelli hipster molto divertenti preparano il pasto più importante della giornata per operai, artigiani e un turista, me, senza far sembrare la cosa troppo Village people. Non troppo, almeno.

Alle sette ho già assunto ottomila calorie – c’è una comunità di intenditori su Reddit sul quale posterò la foto qui sopra – e sono pronto per partire per l’ardito concatenamento di oggi, ovvero tre città medio-piccole senza prerogative particolari se non una cosa ciascuna. Visto che sono qui, tanto vale metterle a curriculum. La prima è talmente valevole di visita, ricca di cose da vedere e di storia che il suo nome è diventato un verbo che significa ‘radere completamente al suolo una città’: coventrizzare. Il 14 novembre 1940, come vendetta in risposta al bombardamento alleato di Monaco, la Luftwaffe rase al suolo Coventry, con un insieme micidiale di bombe incendiarie. Gli storici discutono ancora se, come sostengono alcuni, Churchill e il governo inglese sapessero del raid e abbiano preferito sacrificare la città pur di non disperdere i danni, oppure no.

Non saprei, io sono incappato in un imperativo, appena sceso dall’aereo. La città è ovviamente recente e abbastanza, anche questa, disarticolata: ha la cattedrale più recente del paese, davvero brutta, smozzichi di chiese oggi adibiti a spazi espositivi, piccoli resti qua e là di una cittadina medievale che vide cavalcare nuda lady Godiva; la rete dei canali c’è ancora, recuperata dopo decenni di rovina e le vecchie industrie e case vengono abbattute per costruire residenziale senza pause, devono avere un centoundici in vigore o un aumento vertiginoso della popolazione. Peccato perché sono tutti caseggiati un po’ tutti uguali.

Sì, quella in primo piano è l’auto dei viaggi nel tempo. Qui in città sono pazzi per le auto, c’è una mostra mercato enorme di automobili del Novecento, intendo fino a ieri, tutte lucidissime e orgogliosamente mostrate. D’altronde Coventry era il centro metalmeccanico delle Midlands, il centro di tutto quello che girava su ruote sull’asfalto, la Jaguar sopra tutto. Che oggi è Tatra, l’ho detto degli indiani. Ma anche MG, Triumph e così via. Non solo, è anche la città dello ska, qui nacquero e prosperarono Specials e Selecters, ovvero quel genere musicale caraibico – iddio benedica l’immigrazione – che si innestò con fortuna nell’Inghilterra dei mods, quella degli operai e dei punk, figliando variamente. Dopo le mie due ore di camminamento esplorativo per la città, devo proseguire, altrimenti non riuscirò nel programma del giorno.
Adesso c’è la tratta più complessa, prendo un localino per Nuneaton che attraversa una bella campagna non troppo aperta. Tira un vento oceanico e vien giù quella bloody rain in microgocce che è come avere un umidificatore puntato in faccia. Gelida. A Nuneaton, che non ho il piacere di visitare, cambio e prendo la corriera per Leicester, la mia seconda destinazione. Ci sono due storie e un fatto che mi portano qui. La prima storia: nel 2012 una ruspa mentre scavava in un parcheggio di Leicester urtò contro le fondamenta di una vecchia chiesa distrutta ai tempi della riforma e lì gli archeologi trovarono uno scheletro.

Capita, non è così raro. Meno raro è che lo scheletro sia sepolto in una chiesa, abbia i polsi legati, oltre undici ferite da combattimento e, soprattutto, una colonna vertebrale arricciata come una fisarmonica. Uh oh. Beh, ci misero poco a capire che quello era un re e non uno qualsiasi: quello era Riccardo III, ‘il fermo’, quello di Shakespeare, talmente fatto su a virgola che lo riconobbero subito, morto in battaglia alla fine del Quattrocento proprio a Leicester. Quindi, ancora una volta: si può essere re, imperatore, faraone, gran mogul ma prima o poi si finisce sempre sotto un parcheggio, transisce rapidamente la gloria del mondo, eccome. Ora l’hanno sepolto nella cattedrale, io voglio vedere il parcheggio.

La seconda storia è quella che nel 2015 vide Claudio Ranieri, allenatore testaccino, assunto dal Leicester City con il mandato di non retrocedere in Premier League, il campionato più difficile del mondo. Beh, lo vinse. Come vincere il campionato di calcio in Italia con Cagliari o Verona. La vittoria era data dai bookmakers cinquemila a uno, addirittura meno probabile della scoperta del mostro di Loch Ness, dello sbarco sulla terra degli alieni e dei fatti che Elvis Presley sia ancora vivo, che Kim Kardashian sia eletta presidente degli Stati Uniti d’America o che Bono degli U2 sia nominato papa. Fatto. Osannato, venerato, celebrato, incoronato dalla città, il Ranieri. Bravo ma non è questo il punto che mi interessa. Il punto è che l’anno successivo, quando poco dopo la metà della stagione il Leicester City venne eliminato dalla coppa e navigava a metà classifica, l’eroe sempiterno, quello che la città non avrebbe mai dimenticato, venne esonerato. Come per Churchill non bastò vincere la seconda guerra mondiale per vincere le elezioni successive, a Ranieri non bastò fare l’irripetibile. Quindi, ancora una volta: il genere umano non pratica la memoria e la riconoscenza. A Leicester, tra re e allenatore, ancor meno che negli altri luoghi, evidentemente.

Poi ci sarebbe il fatto, dopo le due storie: ovvero, Leicester è di strada per dove vorrei andare, mi serve per prendere il treno, ecco perché ci sono. Altrimenti le due storie, belle, non sarebbero bastate per venire qui. E invece, invece: molto graziosa, Leicester. Vivace, non piccola, già la visita alla tomba di Thomas Cook al Welford Road Cemetery è stata emozionante, alla fine è lui che ha dato inizio a tutto, non sarei qui. E poi le terme romane, la cattedrale, il parcheggio, un bel centro città e qualche bel parco, qualche pattuglia dell’Immigration reinforcement di troppo che controlla, qui si fa il festival caraibico più grande del paese. Bene, anche qui ho dato, ciao Les-tah. Treno, verso la terza tappa del giorno, Peterborough.
Tre settimane fa, qualcuno ha postato in rete una foto della facciata della cattedrale normanna di Peterborough e io, che non solo non l’avevo mai vista ma nemmeno ne sospettavo l’esistenza, di lei e della città, l’ho segnata sulla mappa delle cose da vedere, prima o poi. Poi è venuto il poi, piuttosto in fretta devo dire, visto che è abbastanza a tiro da Birmingham e così è stato. Eccola, la cattedrale, meravigliosa nel suo gotico perpendicolare e rara nelle sue tre facciate:

Riesco a vederla entro la chiusura e così la giornata si conclude. Ora è il momento dei pensamenti profondi in un qualche posto pubblico pieno di inglesi urlanti e della condivisione degli usi e costumi locali. Altri racconti a domani, che oggi è stata ed è divenuta lunga lunga.



















