Immagino sempre le riunioni dei creativi in cui uno, o due, o hanno la geniale intuizione in corso d’opera, così debbotto, o arrivano orgogliosi con l’idea, che propongono coram populo: ed è trionfo.
Avremmo dunque pensato a sostituire le ‘o’ con delle wiener schnitzel, cioè proprio quelle per cui voi siete famosi a Vienna e nel mondo. Che ne pensate? Ovazione. Idea molto bella, leggibile, chiara soprattutto nella data (millenovecento-cotoletta-cinque), simpatica ma raffinata. Si proceda, dunque. Committente estasiato.
L’enorme facciata è sovrastata da un’aquila bicefala che tutto controlla, a destra e sinistra, su un nido di lance e cannoni, la gloria dell’impero. Venti piani più sotto il feldmaresciallo conte Radetzky a cavallo indica la direzione della battaglia, nel bronzo immortale.
Tanto eroe qui tanto matusalemme maligno crudele spietato da noi, irriducibile che se fosse stato vivo alla seconda guerra di indipendenza probabilmente ci avrebbe fatto un mazzo così, noi in balia ai dementi Savoia. Dove sta, dunque, la verità della Storia? Da che lato bisogna guardarla? Mentre son preso da queste profondità, passa un corteo di qualche centinaio che identifico come pro Ucraina, mi unisco.
Qualche canto che non distinguo, qualche coro che non comprendo, sono quasi tutte donne, ovvio, e la polizia che precede e segue il corteo ha delle uniformi su cui c’è scritto: ‘Polizei Dialogteam’, approccio amichevole. Schau, schau, der Kommissar geht um – oh, oh, oh. Certo, in Ucraina oggi come a Milano nel 1848 c’è un invasore e un invaso, poco da dire. Ma se si allarga lo sguardo appena appena, specie prima del concetto contemporaneo di nazione, è tutto più difficile: erano i piemontesi a invadere la Lombardia austriaca, formalmente. Che fossero guerre di indipendenza lo si è detto e saputo dopo, mica era chiaro che si sarebbe unito un paese prima inesistente.
Ma qual è il senso di quanto vado dicendo? Cosa voglio dire? E io che ne so? Devo sempre fare tutto io, qui? Ora sono molto preso nel confezionare un prodotto nuovo che unisca due specialità locali: un bratwurst ripieno di sachertorte. Lo chiamerò il ‘Radetzky’ e potrà essere utilizzato sia come prelibatezza che come arma per dirottare gli aerei su Teheran, a seconda.
La statua di Karl Lueger, sindaco cristiano tradizionalista e antisemita radicale, molto apprezzato da Hitler, troneggia in mezzo alla piazza omonima, circondata dal classico armamentario di lavoratori muscolosi a torso nudo che caratterizza l’omofilia di ogni regime destrorso e repressivo, in modo direttamente proporzionale, come lo sciagurato Vannacci da noi, sempre o in costume bagnato per imprese balneari o con caffettani colorati in attesa di toccare la mano di qualche nero. Diciamo che qui in Austria i conti col passato recente lì hanno fatti anche meno che da noi, la statua di Lueger è sì ricoperta di vernice rossa e di scritte ma è ancora lì, esattamente come la piazza, un cartello esplicativo invita all’esercizio della prospettiva storica. Mi chiedo perché anche il cartello non sia imbrattato.
Al museo del tesoro degli Asburgo gli sbrillocchi si buttano via come i secoli ma le mandibole prognate non passano. La coronona imperiale, simile a certi decori barocchi dei Cappuccini con le ossa e i denti o a certe torte fatte oggi con le gommosità, pare difficile da battere per accumulo, mi viene in mente la foto del soldato americano che nella miniera di sale se la pose in testa, stravaccato col sigaro sul trono imperiale, una giusta soddisfazione per un Billy Bob venuto a combattere chissà dove nella polverosa terra dei privilegi dei principi. Molto più genuino del furbo bagno di Lee Miller nella vasca del führer. All’Albertina il coniglio e il rinoceronte di Dürer troneggiano ma notevoli anche uno schizzo di un elefante di Rembrandt, mai visto prima, intendo lo schizzo, e un commovente autoritratto di Kollwitz. Più spassoso il luogo dove morì Mozart, si vede proprio che è originale d’epoca. Entra!
C’è una lapidina a destra, si intravede, che spiega paziente che il gruppo di case tra cui l’ultima di Mozart non esiste più ma il mercato turistico non si ferma a queste quisquilie e in un edificio forse anni Cinquanta forse anni Novanta, chissà, propone il percorso originale ma rinnovato nel mito di Mozart. Fosse in un capannone in periferia mi farebbe meno ridere ma ‘il posto dove è morto Mozart’ è notevole, è una coordinata, una geolocalizzazione. Ci fosse la macchia di sangue o la sagoma della polizia per terra, forse capirei di più.
Zonzolando di zona in zona, finisco poi in un enorme hof in cui, viennesemente, riproducono semplicemente musica, strumentale e un po’ evocativa, per circa tre ore. Le persone si siedono o sdraiano o accrocchiano come gli pare e si godono l’atmosfera, non è così alto da non parlare ma non così basso da essere sovrastata, non è necessario consumare, non è il centro della cosa, le sdraio al centro in circolo sono il posto privilegiato per ascoltare, quando uno si alza qualcun altro si siede. Tutti gli altri, dove pare loro. Beh, niente di che ma bello, persone che stanno insieme, magari socializzando, di sicuro facendosi accompagnare. Molto molto viennese, direi, là dove la musica è un po’ il fil rouge di questa città, dal quartetto alla consolle. Io che sono uno che ha sempre qualcosa da ridire e che a star fermo diventa pazzo, beh, dammi persone e musica e la cosa si può fare. E come me molti bambini. Grazie a chi ha seguito.
Mi è stata assegnata una buffa camera in albergo. Cioè, la camera non ha nulla che non va, semplicemente il bagno è fuori, lungo il corridoio. Niente di che o di nuovo, cose da alberghi di altri tempi, se non fosse che il water è da una parte e la doccia in un’altra stanza dall’altra parte del piano. Quindi ho tre chiavi e tre ambienti a mia disposizione, dislocati su tutto il piano. La parte buffa è la pipì notturna che implica una piccola gita mentre mi domando confusamente se stia facendo la cosa giusta. A tal proposito, assisto a una vera e propria campagna di sensibilizzazione degli austriaci all’utilizzo del water: un cesso animato, uno scovolino, un rotolo di carta igienica e una cacca, tutti dotati di occhi e personalità, spiegano all’austriaco medio di non gettare i rifiuti nel water (fette d’anguria, cibo, di tutto) ma di usarlo per, appunto, le feci e, non contenti, di usare anche lo scovolino e soprattutto la carta. Ha anche senso, trattandosi di novità tecnologica forse non ancora recepita da tutti, qui. Devo stare più attento a stringere mani.
Siccome da un po’ di tempo mi occupo di abitare collettivo e sociale, è ora di affrontare il capitolo abitativo in Austria e in particolare a Vienna. Che è un po’ del perché sono qui. Nel paese il 24 per cento delle abitazioni sono pubbliche o di cooperative non profit, dato che supera il 40 per cento nel caso di Vienna. Grazie a queste proprietà pubbliche, più del 60 per cento dei viennesi vive in una casa con prezzo calmierato, all’incirca tra i 6 e 7 euro al metro quadro al mese. Il che permette di tenere i prezzi delle case sotto controllo. Ancor più interessante, è che i requisiti di accesso sono molto bassi, così che oltre il 75 per cento degli austriaci rientra nei criteri richiesti per accedere a un affitto calmierato. Per dire, se io risiedessi da almeno due anni a Vienna, potrei fare richiesta di un alloggio. Da non credere. Anche il meccanismo di finanziamento dello stato è molto interessante: una tassa dell’uno per cento su tutti i redditi, metà a carico del lavoratore e metà del datore, prestiti a interesse bassissimo e a lungo termine per i costruttori, prestito sociale degli abitanti e, infine, un fondo di rotazione che permette di alimentare continuamente il processo. Notevole. Il che permette, a differenza nostra, anche di recuperare l’esistente e, sempre a differenza, la concessione di permessi di costruire è molto meno disinvolta che da noi, per preservare zone di rispetto e terreni. Proprio da non credere, l’Austria in questo è un caso mondiale. Il che, per inciso, permette di mantenere i dintorni di Vienna e di ogni altra città o paesello così, con le vigne e la città là sotto.
Da noi il paesaggio sarebbe costellato di ville di ricchi in deroga a ogni regola o secondo, visto che siamo laschi in questo. Per dare concretezza a quanto detto, vado a vedere il Karl-Marx-Hof, l’edificio residenziale più lungo al mondo. Il KMH è un Gemeindebau, cioè un edificio di proprietà municipale di più di centocinquantamila metri quadri, costruito tra il 1926 e il 1930 a Heiligenstadt, a nord del centro di Vienna, dall’urbanista Karl Ehm, allievo del Wagner dell’ufficio di risparmio di ieri. Come suggerisce il nome, fu costruito durante il periodo detto della ‘Vienna rossa’, dunque il discorso dell’edilizia sociale parte da lontano. Con l’avvento del nazionalsocialismo, i ribelli dell’opposizione si asserragliarono qui e l’esercito bombardò l’edificio con l’artiglieria. Fu riparato negli anni Cinquanta e tornò al suo nome originario. Gli spazi verdi sono molti come lo sono gli spazi di servizio, lavanderie automatiche, un asilo, la casa del giovane, studi medici e dentistici, una biblioteca, un ufficio postale e uffici commerciali, oltre a spazi per biciclette e monopattini. Gli appartamenti sono più di milletrecento e mediamente di sessanta metri quadri. Davanti, la stazione della metropolitana dedicata. Beh, io un pensiero lo farei, anche pensando alla storia di resistenza che qui permane.
Con un certo grado di ironia, qualcuno ha battezzato il KMH ‘la Versailles dei lavoratori’, non del tutto inappropriato. L’Austria, come in tutti i sistemi chiusi e piccoli, le persone hanno privilegi per sé, condividono la presenza di uno stato sociale forte che aiuta economicamente e concretamente e, insieme, hanno atteggiamenti reazionari nei confronti di chi, venendo da fuori il sistema, minaccia la posizione acquisita. E votano Haider, ci si ricorda? Vedi Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, per fare altri esempi europei.
Ovunque ci sono colonnine che diffondono acqua nebulizzata, devono aver sofferto parecchio quest’estate. In effetti, anche ora qualche passaggio lo si fa, di tanto in tanto. Amenità. Volkswagen ha appena lanciato la Golf in edizione Falco, rock me rock me Amadeus, con rispetto ma morto trent’anni fa e due singoli per quanto belli all’attivo, auto prodotta immagino per la sola Austria e per qualche commissario nostalgico.
Poi ci si stupisce che VW sia in difficoltà, sento i cinesi che ridono. Ora sarebbe mezzogiorno e io avrei altre puntate da fare ma ne ho già dette parecchie per oggi, potrebbe andare tutto al prossimo minidiario. Mi dirigo dall’altra parte della città, dopo essere salito sulla Leopoldsberg che, come dice il suffisso -berg, è la collina che domina la città e da cui ho fatto la foto di prima. Devo andare a vedere la quinta e la sesta flakturm nazista, frequentare almeno un museo, riflettere profondamente a sera sugli errori commessi e le virtù esercitate.
Però, prima, avendo molto parlato di abitare e di come il sistema, qui, sia particolarmente virtuoso, una testimonianza a caso da un’agenzia immobiliare a caso in una via a caso ma del centro, spero si legga:
Da 34 metri quadri in su, prezzo di partenza 135mila euro, appartamenti in centro, appena dietro il Belvedere. Fa poco meno di quattromila, confrontare Milano. Ed è un recupero architettonico. Tanto poi a chi interessa comprare, qui, quando puoi andare in affitto in un magnifico, centrale appartamento pubblico? Già.
Vienna, dunque. Oh, Vienna, sospiravano gli Ultravox, dai che ti aspetta cantava il più lirico e teorico Billy Joel, per lui significava pace e stabilità, ci dev’essere pure una canzone dei Pooh ma non indago. Di ogni cosa della vita, per quanto si punti in alto, c’è sempre una versione dei Pooh, voglio dire meno faticosa e di minor soddisfazione. Si può provare a raggiungere quel che si desidera o semplicemente diventare vecchi, diceva appunto Joel in quella vecchia canzone. This means nothing to me. Bisognerebbe anche andare al Zentralfriedhof a salutare Falco e il suo obelisco e, dai, Beethoven pure. Vienna leggera catturami un’altra volta, non è vero, sono andato a vedere ma mi viene più in mente il Waldheim di Lou Reed, Oh, is it true there’s no ground common enough for me and you?, proprio bravi questi austriaci. Oddio, anche le Nazioni Unite, eh. Musica, comunque, inevitabile. C’è anche Mozart, da qualche parte e Kruder & Dorfmeister pure. E andiamola a sentire battendo le mani a tempo questa marcia di Radetzky, dunque.
C’è un certo sollievo nel visitare città già viste, nel senso che si è sollevati dalla visita dei luoghi imperdibili, la torre Eiffel, il Colosseo, l’acciaieria di Dalmine. Così è più bello girare, alimentando il desiderio eventuale di musei secondari, vie meno centrali, luoghi meno scontati. Per esempio, a parte un’incursione all’Albertina, stavolta io vorrei stare il più possibile all’esterno del ring, ovvero dove sta il novanta per cento della città di Vienna e dei viennesi. Vedere le altre quattro flakturm che mi mancano, andare a nord a vedere certi esperimenti di abitazione sociale, qualche zona meno ovvia. Mi aiuta la mia solita mappetta che riporta i luoghi notevoli visti e quelli da vedere.
Dopo poco conosco P., romano arrivato qui trent’anni fa inseguendo un’ungherese, ah il cuore, e poi rimasto qui. Come tutti loro, quando accenno di aver vissuto a Roma, si aprono e diventa accoglienza al compaesano come fossi un corleonese appena uscito da Ellis Island. Chiacchieriamo, riassumiamo vite per sommi capi, mi dà alcuni suggerimenti notevoli, per stasera per esempio. Mi dò da fare per compiere il mio piano e mettere su qualche chilometro sulla giornata – che mi permetterà poi di eccedere in serata – e passo per enormi hof, condomini colossali con cortili altrettanto, tornerò su questo, viuzze deserte, il canale del Danubio, ben più interno del fiume, piccoli aggrumi di case medievali, una chiesa greca ortodossa, case dalle facciate liberty fantasiose, la casa viennese di Billy Wilder, l’ufficio centrale delle poste, un capolavoro modernista di Otto Wagner:
La tappa successiva è Augarten, un parcone residuo di una residenza, omonima, con castello e gran giardino. Nel parco, enorme, i nazisti ben pensarono di piantare due flakturm, torri di contraerea, alte decine di metri, sessanta credo, per milioni di tonnellate di cemento armato. Con muri spessi otto metri, sono pressoché indistruttibili, ne avevo già parlato per Amburgo. Restano a memoria, più che della guerra di una pervicacia devastante che spinge a impiegare tutte le risorse per catafalchi del genere e cose che esplodono invece che lavorare per un minimo di convivenza civile e armoniosa. Sono lì da vedere e soppesare, sarà una roba da stronzi?, per fortuna sotto le persone si dilettano.
E a Ulisse rimorde la coscienza – sia chiaro, è giusto così – per aver ingannato col cavallo gli abitanti di Troia e aver distrutto con l’inganno ciò che era sacro, qui volavano bombe dappertutto in nome dello spazio vitale e della supremazia. Per concludere sontuosamente, mi presento con una wiener schnitzel in corpo e largo anticipo sulla piazza del municipio, ottocentesco e nazionalista, un classico, per partecipare al Wien film festival 2026: schermo gigantesco, posti a non finire, compresi lettini per svaccarsi felicemente, birre e bratwurst, tutto gratuito tutto aperto, persino i piatti sono di ceramica e i bicchieri di vetro perché le persone li riportano, zero plastica. Stasera la Wiener Staatsopera nel Faust di Gounod, pieno zeppo e non di soli vecchioni. Si può fare?
Sì, si può fare (tuono). Sul quotidiano, anche qui vivono molto meglio di noi. Tutto il festival è a tema musicale, visto dove siamo, ma non necessariamente classico: a breve i Coldplay e Amy Winehouse, sempre in pellicola. Le persone sono contente, partecipano e io con loro.
Risultato del Trattato dei XXIV articoli o ‘di Londra’ del 1831 che ratificava la rivolta dei Paesi bassi meridionali e l’indipendenza e ancor più del Trattato di Maastricht del 1843 è il casino amministrativo della città di Baarle-Hertog e della municipalità di Baarle-Nassau. Ossia, per dirla visivamente, questo casino qua sotto sulla mappa:
Sì, quello così arzigogolato è un confine: in territorio nederlandico c’è un exclave belga – sono in realtà 22, a contare i rettangolini e cosagoni. Ma non basta: in territorio di exclave belga vi sono alcune exclaves di secondo livello, ovviamente nederlandiche, cioè circondate da territorio belga a sua volta incastonato in quello nederlandico. Una mappetta più chiara:
Tradotto in fatti concreti: una casa è in Belgio, quella vicina nei Paesi bassi; qualcuno ha il salotto da una parte e la cucina dall’altra; durante il covid uno era soggetto a certe restrizioni, l’altro ad altre; non parliamo delle leggi, evidentemente non del tutto sovrapponibili. L’Ottocento è vivo e vegeto tra noi e l’Europa unita un filino un boh.
Trovo una cartolina, di quelle con le scritte davanti a mano.
Comincio a farmi delle domande e subito dopo a fantasticare: “Scrivi a casa con libertà se vuoi…” e già la storia comincia. È una donna, sì, una donna, il suo compagno è a Roma e starà là per un po’. Ma non dice: “vieni”, dice “scrivi”, stanno in città diverse. Gli anni sono i Sessanta, a guardar la cartolina, la calligrafia, il lessico, il ‘compagno’ è affettivo, non politico. Ma come sarà andata? Cartolina riciclata e infilata sotto la porta o nella tasca della giacca appoggiata su una sedia dopo una notte? Così, così. Ecco.
Lui è di Brescia, le spedisce una cartolina dalla sua città, lei la riceve e la conserva per cara. Poi ci scrive davanti il suo messaggio e gliela ridà, mettendogliela nella giacca o nel cappotto, si sono appena visti, scrivi. La calligrafia è bella, lei ha grazia, e anche per quella non fa il nome di lui, dell’altro, richiamato a Roma. Sottolinea però quel che serve, i fatti rilevanti, il ‘compagno’ e il ‘richiamato’. ‘Scrivi, dunque, con libertà’, gli dice, e aggiunge con gentilezza, ‘se vuoi’, i puntini di sospensione aprono lo spazio dell’immaginazione e delle aspettative, avranno avuto soddisfazione? Avrà scritto, lui? Ci avrà messo molto? Sì, sì, ovviamente, altrimenti che film sarebbe? Le ha scritto, l’ha fatto subito, il compagno stava a Roma, che bello è stato vederti, sei già a Brescia?, quando ci vediamo?
Poi non resisto e più immagino gli indizi e più mi figuro il volto di lei, la vera protagonista della storia. Lui tipo un Salvadori, riccioli forse, ben messo, lei non riesco a non immaginarmela così:
Sì, è lei, così, ci diciamo con G. che sta giocando con me. Lei vede i tratti femminili, io indovino quelli più maschili. I compagni, poi, si potranno lasciare, non sono mariti. Forse, se questo è compagno, ce n’è stato uno prima, di marito, e allora la cosa si fa difficile per davvero. ‘Richiamato’ è militare, pochi dubbi pensiamo, ma che motivi ci sono stati per i richiami negli anni Sessanta? Forse una forza dell’ordine per i movimenti dei governi Tambroni? Potrebbe. Almeno, ne veniva qualcosa di buono, se questi due poi si vedevano o, almeno, scrivevano, non solo le botte in piazza.
Una valigia, una sola, è quella che forse puoi portarti quando scappi da un paese. Per il peso, certo, ma più che altro per non dare l’idea della fuga, sembra si stia via poco.
‘Una sola valigia’ è un bel podcast, rielaborato da ‘Pack one bag’ di David Modigliani, che racconta la storia di suo nonno, facendo pure talvolta delle buffe imitazioni: Franco Modigliani. Nobel per l’economia nel 1985, fuggito dall’Italia per le leggi razziali. E non solo: è la storia di Serena Calabi, prima fidanzata e poi moglie, del padre di lei, grande imprenditore che fondò Messaggerie musicali e che intuì prima di tutti il pericolo e organizzò la fuga in Francia e poi negli Stati Uniti, del fratello Piero, rimasto bloccato a Roma, oltre ovviamente alla cornice grande. Una storia esemplare oltre che particolare, molto interessante, anche perché i protagonisti sono tutti di grande spessore e sostanza. A dimostrazione, un giorno molti anni dopo, Franco e Serena incontrarono un conoscente di lei, un ex fidanzato, e lui, Franco, un po’ geloso le disse poi: “Spero tu ti sia accontentata di sposare un premio Nobel” e lei, pronta:
“Franco, non essere sciocco. Se l’avessi sposato, avrebbe vinto lui il Nobel”.
A noi piace chiamarlo ‘il premio Nobel italiano per l’economia’, consultarlo quando si poteva in ogni evenienza della Banca d’Italia o delle Finanze, parlarne con orgoglio come un prodotto italiano. Ma non è così: dovette fuggire lasciando tutto, perdere la cittadinanza italiana e quando venne premiato era a tutti gli effetti americano, facendo tutta la carriera là. E quindi? Di che si parla? Lo diciamo mai che abbiamo cacciato un futuro premio Nobel?
Due letture, oltre al podcast: Franco Modigliani, ‘Avventure di un economista. La mia vita, le mie idee, la nostra epoca’ e Piero Modigliani, ‘I nazisti a Roma. Dal diario di un ebreo’.
Che malinconia pensare che non ci sia. Lo incontrai una volta, all’università, tenne una lezione in aula magna, lo avvicinai come non faccio mai con nessuno per ringraziarlo, come penso abbiano fatto molti, per ‘Autogrill’. Mi fece un sorriso e mi chiese: «per ‘Autogrill’?». Stupito penso più di me, studente universitario, che della canzone. In effetti, che ne sapevo, ancora? E mi feci autografare il libro che avevo in mano, il ‘De vulgari eloquentia’, questo lo divertì. Devo averlo da qualche parte. Poi furono certamente concerti ma il punto è esserci cresciuto con, non insieme, nel senso che lui cresceva per i fatti propri, io no, anche con lui. Fondamentale nella mia formazione e composizione.
Determinante per me il decennio, suo, tra il 1978 e il 1987, con: ‘Amerigo’, ‘Metropolis’, ‘Guccini’, ‘Signora Bovary’. Un disco più bello dell’altro, consecutivi, e molte canzoni essenziali, per quel che sono ora: ‘Van Loon’, ‘Scirocco’, ‘Amerigo’, ‘Autogrill’ appunto, ‘Argentina’, ‘Bisanzio’, ‘Antenòr’, ‘Bologna’, quella perla che è ‘Black-out’, ‘Eskimo’ e così via, e tante anche negli altri dischi, diciamo ‘Il pensionato’ per dirne una sopra tutto e il suo Gozzano de ‘L’isola non trovata’, due. Certo, altri erano più sognanti ed evocativi, stimolavano certe corde del cuore, ma lui era poetico, colto, diceva chiaramente con la bella forma, sicuramente più vicino alle mie, di corde. E poi divertente, a sentirlo, ogni racconto una battuta, una chiosa, una trovata, anche se non passava per un burlone.
Una volta, in treno, guardando fuori dal finestrino scrissi mentalmente le mie personali ‘Croniche epafàniche’ nella mia lingua individuale, proprio tutto un libro intero. Avrei potuto pubblicarlo in stazione. Poi me lo dimenticai, ricordando solo il momento e il sentimento. Come sempre. Non lo seguii più di tanto negli album successivi, ne avevo già molto di cui nutrirmi, né nella retorica del tempo perduto, aveva pur sempre alcune decine di anni più di me. Ma sentirlo parlare era sempre una gioia, una pietra miliare in tempi balordi pullulanti di scalzacani e mentecatti, persino il suo sconcerto mi produceva consolazione, beh, se lo è lui, figurati io.
E poi, santoddio, in certe pose assomigliava a mio padre, ogni volta un tuffo al cuore. Che malinconia, Guccini. E grazie per ‘Autogrill’.
‘E andrà davvero, ed un suo luogo o una sua storia / Con tutti i libri che la vita gli ha proibito / Con vecchi amici di cui ha perso la memoria / Con l’infinito’.
1974, alle ore 1.30 del 4 agosto, una bomba esplose nel secondo scompartimento della quinta carrozza del treno Italicus, Roma-Monaco di Baviera, mentre transitava all’interno della galleria della Direttissima a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna. Morirono dodici persone: Nunzio Russo di Merano, tornitore delle ferrovie, la moglie Maria Santina Carraro e Marco, il figlio quattordicenne. Nicola Buffi, 51 anni, segretario della Dc di San Gervaso (Fi) ed Elena Donatini rappresentante Cisl dell’Istituto Biochimico di Firenze. E poi Herbert Kontriner, 35 anni, Fukada Tsugufumi 31 anni, e Jacobus Wilhelmus Haneman, 19 anni. La bomba uccise anche Elena Celli, 67 anni e Raffaella Garosi, di Grosseto, 22 anni. Silver Sirotti, invece, non era stato coinvolto nell’esplosione. Aveva 24 anni ed era stato assunto dalle Ferrovie da dieci mesi, stava svolgendo servizio sul treno quella notte e, quando vide le fiamme in galleria, impugnò un estintore e incominciò a estrarre i feriti. Rimase anche lui bloccato tra le fiamme. Fu decorato con la medaglia d’oro al valor civile. L’incendio rese irriconoscibili molti corpi, tra cui quello di Antidio Medaglia, 70 anni, che venne riconosciuto dalla fede al dito.
L’attentato fu subito rivendicato. Fu fatto ritrovare un volantino di Ordine nero che proclamava: “Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti”. Poi qualcuno fece il nome di Tuti, qualche pista portò poi a Gelli (Arezzo è vicina), al SISMI e così via. Facile indovinarne la conclusione: nessun colpevole individuato.
Questo è un post di dieciundicidodicitredicisedicidiciassette diciannove anni fa. E la cosa tragica è che non fa nessuna differenza, perché questa strage non se la ricorda mai nessuno.
facciamo 'sta cosa
Questo sito utilizza dei cookies, anche di terze parti, ma non traccia niente di nessuno. Continuando la navigazione accetti la policy sui cookies. In caso contrario, è meglio se lasciamo perdere e ci vediamo nella vita reale. OccheiRifiutaCookies e privacy policy
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.