La sala tutta vetri è inondata dalla luce del sole, si vede che il vento soffia fuori e le onde sono incessanti. La mia vicina legge, come me, facciamo due chiacchiere, non so nulla di ‘Strange weather in Tokyo’, si dev’essere seduta sulle scogliere gessose, ieri sera; chi entra poi nella stanza si profonde in esclamazioni di piacere per il sole che illumina tutto quanto. È un modo che apprezzo, lo faccio anch’io, godere del momento e dirlo, esprimerlo, con sé stessi o, se non molesto, con gli altri. Non è accontentarsi, tutt’altro. Lascio le chiacchiere sul tempo in Giappone e la colazione perché ho voglia di fare la camminata sul coastal path fino a Margate, circa tre ore sulle scogliere battute dal vento. Se girassi a destra, potrei andare fino in Cornovaglia, invece giro a sinistra.

La vegetazione sopra è bassa e qualunque cosa più alta di un metro è storta dal vento. L’avevo notato fin da ieri: nei luoghi in cui le fermate degli autobus hanno la parete davanti anzi che dietro qualcosa significa. E il mare che ieri pomeriggio e stanotte era qui sotto sotto, ora è distante sessanta metri almeno, le poderose maree di qua. I porticcioli delle cittadine di pescatori sono in secca. This is the coastal town / that they forgot to close down, mi ricorda con grande tempismo e memoria C., romanticona. Senza però dire quel che segue, che è: Armageddon come, Armageddon come, comprensibile. Una coppia è seduta su un parapetto di cemento a contemplare il mare e ciascuno ha in mano una mug di ceramica col caffè, o il lacce, abitano evidentemente qui vicino e questa è la loro sala da colazione. Stanotte, mentre tornavo, vedevo molte luci all’orizzonte, nel mare, tutte regolari come una costa e non capivo: la Francia non è da questa parte, altro non si dovrebbe vedere. Ora sì: sono le pale eoliche piantate in mare. Saranno anche utili, non discuto, ma che impatto, anche di notte.

Il fondo del mare è di un limo nero argilloso che sa di salmastro e sembra pece fangosa. Ogni tot di costa incontro vasche di cemento, centinaia di metri, di acqua marina per fare il bagno. E lo fanno, eccome, anche ora con il vento che tira e io che non mi decido a togliere la felpa. Capisco un bel po’ dopo come facciano a riempirle e come funzioni la faccenda, era ovvio. Basta la marea, è solo ora che sembrano lontane dal mare ed erano invisibili ieri, sotto l’acqua.

La storia di Dreamland, il parco divertimenti di ieri sera, è ovviamente molto interessante, vale per tutte le cose, a cercare. Fondato nel 1920 sull’onda dei parchi americani, tipo il luna park di Coney Island, dell’anno prima, aveva sale da ballo, enormi, ristoranti, le prime montagne russe inglesi, tutte di legno, carrelli compresi. Queste ultime, sebbene menomate da un paio di incendi nel secolo di vita, sono ancora lì. Nel 1940 il parco fu requisito per l’operazione di recupero della fanteria inglese da Dunkirk, come lo dicono qui. Il film di Nolan lo racconta piuttosto bene, fu un’operazione spericolata di salvataggio dei soldati inglesi accerchiati dai nazisti sulla costa francese: navi, barche e barchini di pescatori si lanciarono al recupero di centinaia di migliaia di soldati altrimenti destinati all’annientamento. Poi dopo la guerra le sorti di questi parchi fu calante, posso ben capire il senso di tristezza lugubre, dismal, che dava ai bambini degli anni Settanta: capitava anche a me con gli zoo, da noi, in cui animali pur esotici ma sedati e rassegnati, spesso strozzati dal caldo o dalle dimensioni delle gabbie, avevano sguardi pietosi che sembravano chiedere una rapida esecuzione.

Un magone che non mi è mai più passato, lo posso provare anche adesso, se lo evoco. Finisco la mia camminata sulle scogliere della costa con grande godimento, tranne una telefonata di spam da Forlì, domenica mattina, che spezza per un attimo l’incanto, sono senza parole.
C’è un’attitudine inglese, non sono sicuro della mia sintesi e di aver capito la sostanza, che mi pare andare nella direzione di badare alla sostanza delle cose, londinesi a parte. Ovvero, apparentemente, investire nella qualità delle relazioni personali più che nella rappresentazione di sé verso l’esterno. Generalizzando, sebbene passino per la popolazione per eccellenza che bada alle cortesie nelle forme, al limite del patologico, io li trovo invece piuttosto diretti e onesti, nella comunicazione e negli atteggiamenti. Addirittura, li trovo meno preoccupati di noi di esprimere i propri sentimenti in pubblico, intendo sentimenti personali, non il tifo da stadio o l’amore di una serenata, diciamo, intimi, non le rappresentazioni melodrammatiche in cui noi siamo maestri. In certi campi, poi, e la musica è uno di questi, come il teatro e la letteratura, tutte cose in cui sono eccellenti, il loro trasporto emotivo è così significativo che sono anzi contenti di trasmettere soddisfazione, felicità, commozione. Tantissimi gli uomini che ballano, che si mostrano apertamente agli altri, cosa che da noi non accade. Tutta ‘sta pappardella per dire che: ieri sera, ma non è certo la prima volta che li vedo esprimersi, durante il concerto i Flaming lips hanno suonato la loro ‘Do you realize??’ in cui, per farla breve, chiedono ai propri ascoltatori se abbiano messo a fuoco la caducità della vita – ‘Do you realize / That everyone you know someday will die?’ – e se siano in grado, invece di perdersi in salamelecchi – ‘And instead of saying all of your goodbyes’ – di agire e mostrare ciò che conta: ‘Let them know you realize that life goes fast / It’s hard to make the good things last’. Il cantante ci ha dunque invitati a mostrare i propri sentimenti per chi si avesse vicino in quel momento e, beh, sono stati tutti abbracci e lacrime e baci, con un trasporto sensazionale. Quello che da noi sarebbe stato liquidato come una banalità, nemmeno troppo a torto, ma che non avrebbe portato a nulla, qui è stata un’esplosione commovente. Sul serio, inaspettata. Certo, c’è la musica, che moltiplica il coinvolgimento emotivo e abbatte certe resistenze, un contesto protetto, tutti fan dei Flaming, la vacanza chissà. Le molte birre, probabilmente. Però c’è stato e io dubito che in Italia possa accadere una cosa simile, se non in un gruppo di persone ritrovatosi appositamente per quello.

D’accordo, nessuno ha abbracciato o baciato me, che ero da solo, ma non era quello il mandato e, se fosse accaduto, my nipples are exploding of delight, avrei deciso di fermarmi in questo paese per sempre.














