Paese per paese europeo, l’anno in cui fu dato il voto alle donne.
I tanto bistrattati paesi socialisti tra i primi – in realtà fu verso la fine del 1917 che in Russia si votò per le elezioni dell’Assemblea costituente panrussa, riunitasi poi nel 1918 – e l’Italia, come di consueto e su tanti aspetti riguardanti non solo i diritti civili, tra gli ultimi, prima solo di Bulgaria, Grecia, Malta, Cipro, Monaco (ma per votare che?), Svizzera e Liechtenstein, piccolezze, figuriamoci.
Mantova è bella, mica devo dirlo io. E ha un sacco di cose da vedere, esistono le guide per quello. E un sacco di posti per mangiare bene e maialesco, arrangiatevi, si trovano facile. Tra le tante cose, e probabilmente almeno un’altra delle mie non-guide servirà oltre a quella sulla Favorita, quel che vorrei suggerire qui è un mini-itinerario mantegnesco, per cogliere due cose che da sole valgono il viaggio. Servirebbero, però, due parole su Mantegna prima di andare in giro e siccome servirebbero, facciamole: allievo del mio pittore prediletto del Quattrocento, lo Squarcione, pittore padovano che prediligo per il nome irresistibile, che altro?, Mantegna dopo aver fatto scuola e opere splendide tra Padova e Verona arrivò a Mantova come pittore di corte, diventando in breve l’artista più pagato del periodo. Il valore non si discute, basti ricordare il suo ‘Cristo’, quello visto dai piedi che ha cambiato le regole della visuale, il resto ai manuali d’arte. Si impegnò in tecniche e materiali diversi, dall’olio all’affresco, alle incisioni e alle sculture, si presuppone, andò a Roma a studiare arte classica come si addiceva, fu anche architetto e da persona sveglia qual era apprese molto dalle altre personalità in quel periodo presenti a Mantova, Leon Battista Alberti su tutti, LBA per noi amici.
Tra le opere più note e complesse di Mantegna, la ‘Camera degli sposi’, dicitura moderna impropria per l’allora ‘Camera picta’, una camera da letto di rappresentanza e studio, è una stanza del Castello di San Giorgio nella quale nel corso di più di trenta metri e un soffitto il grande pittore racconta numerose storie, di diletto del committente, Ludovico III Gonzaga detto ‘il Turco’: sulla parete nord, la ‘Corte di Ludovico Gonzaga’, su quella ovest, l’‘Incontro tra Ludovico e Francesco Gonzaga’, a sud varie lunette con ghirlande e stemma Gonzaga, a est lunette con ghirlande e imprese Gonzaga, sul soffitto, ‘Oculo, ghirlanda, busti dei Cesari e scene mitologiche’. Di tutto questo ricorderete, come tutti, la nana. Che vi ha guardato dritti, dentro.
Noi no, non siamo qui per questo. La grandezza di Mantegna e della sua pittura classicista è tutta lì da vedere ma a me interessa il genio, il colpo di genio, e Mantegna ne ha da vendere. Come altri, ritenne di inserire un proprio autoritratto nel ciclo pittorico, poteva ben farlo in modo tradizionale: un personaggio di secondo piano, sullo sfondo, che guardi dritto l’osservatore, ce ne sono molti. Lui no, si ritrasse con una piccola faccina nascosta ma che, una volta scorta, diventerà impossibile non fissare e ricordare ben prima della nana. Vorrei non dire dove si trovi e vorrei lasciare al visitatore l’onere di trovarla ma non mi trattengo dal mostrarla, eccola qua:
Magnifica. E autoironica, segno di grandezza d’animo. Dove sia, trovatela da voi, anche se così è molto più facile. Per correttezza, dovrei dire che questo volto si suppone sia l’autoritratto del pittore, non essendovene testimonianza scritta – curiosamente Vasari non vide la Camera – e mancando ritratti affidabili da confrontare ma per me, modestamente, è di tale chiarezza e corrispondente al tipo che è impossibile non pensare sia suo.
Secondo colpo mantegnesco. I Gonzaga tenevano ai propri artisti e ne raccolsero parecchi di altissimo profilo alla corte, Mantegna appunto, LBA, Baldassarre Castiglione, Giulio Romano, sovvenzionandoli con merito. Artisti residenti, li chiameremmo oggi, e così era: a ciascuno vennero date delle case di propria scelta, Giulio Romano per esempio scelse un bel palazzotto classicheggiante che sistemò a suo gusto. Posso dirlo? Niente di che, deludente, per quel che sapeva fare. Sontuosetto, niente di più. Niente genio. Mantegna no, Mantegna scelse la via virtuosa, una residenza più piccola ma perfetta, più che apta, armonicamente impeccabile: un quadrato elevato a parallelepipedo con all’interno un cilindro e, sopra questo, un’apertura al cielo quadrata. Con sezioni auree dappertutto, si dubitava?
Inarrivabile. La classicità unita all’umanesimo e al rinascimento, utilizzando – si badi che non è poco – materiali poveri, mattoni, formelle di terracotta, qualche soglia di marmo ma poca roba. Impossibile non essere più buoni, lì dentro, impossibile non avere buoni pensieri, impossibile non cercare di migliorarsi a fronte di tanta armonia e compostezza. Avrebbe potuto avere tutto, palazzi pieni di putti e ninfei, torri lanciate verso il cielo, residenze con centouno fontane e invece no, scelse di avere la casa perfetta.
Ma non aveva fatto i conti, anche lui, con le cose del mondo: troppo bella la casa, nel 1502 i Gonzaga gliela portarono via per farne una dépendance del vicino palazzo di San Sebastiano che, beffa, aveva al salone superiore i ‘Trionfi di Cesare’ proprio di Mantegna. Maledizione. Gli toccò passare gli ultimi quattro anni della sua vita, anni funestati da difficoltà economiche pressanti e da una visione sempre più malinconica del suo ruolo di artista, da qualche parte a Mantova. Albrecht Dürer, in quel momento a Venezia e che aveva l’intenzione di recarsi proprio a Mantova a conoscere lo stimato maestro, alla notizia della di lui morte disse di aver avuto: «il più grande dolore della mia vita». E un po’ ci dispiace anche qui, eccome.
Milano, Giambellino, ero andato per vedere dove stava il Cerutti, Cerutti Gino, e sono incappato in una scritta sul muro che è un atto sublime: scrivere sul muro è per sua natura un modo per attrarre attenzione e invitare a non farne, di attenzione, è gesto surreale. Il ‘me’ è poi così splendidamente impersonale da far pensare alla scritta in sé, ma non propendo, o all’autore, il che è ancor meglio: come badare a un ignoto e pure assente?
E io sto qui a scriverne, disgraziato, invece di non badare a lui. Però, scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono e lui, lo sfuggente, lo sa eccome, visto che ha reso esplicito un controsenso dell’attenzione. Da adesso non baderemo più a te, promesso. Anche se ho il sospetto che non è ciò che vuoi, caro il mio muralista.
Proprio la sera dell’attacco israelo-americano all’Iran, noi stavamo guardando un film su quel paese: ‘Kafka a Teheran’ di Ali Asgari e Alireza Khatami, del 2023.
Il titolo, da un verso della grande poetessa iraniana Forough Farrokhzad, allude ovviamente alle perversioni del potere del regime iraniano: in nove episodi, normali cittadini, che abbiano perso il cane o debbano rinnovare la patente, si ritrovano a subire colloqui assurdi in cui vengono messe in discussione la moralità, l’etica, i costumi e i comportamenti minimi, una raffica di scemenze. Non posso dire sia un bel film, sono talmente assurdi i dialoghi, le domande e le richieste formulate dai funzionari dello stato, mai visibili nel film, che danno il capogiro, a volte la nausea, a volte rasentano e superano la credibilità, per quanto uno ne pratichi la sospensione. Non fosse che è così, questa è la realtà iraniana, per quanto assurda o, appunto, kafkiana. Già che ci sia un corpo di Guardiani dà il voltastomaco. Ne vale comunque la pena, non manca di ironia qua e là, l’episodio del regista in cui mutila il proprio film mette una gran malinconia e rabbia ma, proprio per questo, per me ha senso vederlo.
No. Pedro Sánchez, premier spagnolo, l’ha detto meglio di me: «si può essere contro un regime odioso, come quello iraniano, ed essere allo stesso tempo contro un intervento militare ingiustificato, pericoloso e al di fuori della legalità internazionale, contro una guerra avviata senza l’autorizzazione del congresso degli Stati Uniti e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e che viola il diritto internazionale». Siamo in mano a uomini bianchi, anziani, sessuomani quando non pedofili, evidentemente disturbati, violenti e rancorosi. E siamo costretti a vivere nel mondo che creano per sé. O no?
Dovessi un domani darmi alla carriera di spia o di scrittore in cerca di un nom de plume o diventare il protagonista di uno sketch dei Monty Python, allora di certo il mio nome sarebbe: Vladzio Jaworowski d’Attainville. Imbattibile.
Per notare sorpreso ancora una volta come la realtà batta la fantasia, esistette per davvero un Vladzio Jaworowski d’Attainville, cappellista e modista franco-polacco molto noto, compagno storico di Cristóbal Balenciaga. Il suo volto corrisponde peraltro alle mie fantasie, scatenatesi non appena sentito il magnifico nome e cognome.
Intendiamoci, io per ogni Khamenei in meno sulla terra sono contento.
Ma se questo accade perché gli Stati Uniti e Israele si ergono a guardiani del mondo, il corrispettivo dei guardiani della rivoluzione iraniani, armati fino ai denti, questo non mi sta bene. Per nulla, per esperienza sappiamo che il dopo è solitamente peggio, Ali Larijiani potrebbe esserlo. L’operazione su Teheran gli americani l’hanno chiamata ‘epic fury‘, gli israeliani ‘il ruggito del leone’, questi sono del tutto dementi. E il Venezuela, la Groenlandia, Cuba per restare alle sole ultime settimane e alla politica aggressiva americana, niente di buono sotto il sole.
Nota Albert Frederick Mummery nel suo ‘My Climbs in the Alps and Caucasus‘ come ogni cima montana passi attraverso tre stadi:
It has frequently been noticed that all mountains appear doomed to pass through the three stages: An inaccessible peak – The most difficult ascent in the Alps – An easy day for a lady.
Giusto e ‘lady‘ è da intendersi nel significato precipuo del 1895, ovvero dama inglese che si diletta in qualche ascensione pomeridiana con scarpette da passeggio e gonnellone. Il principio dei tre stadi vale senza dubbio per molte cose, una bella edizione del suo libro è qui.
Cumuli di neve orlavano i marciapiedi: sotto c’erano sicuramente i cadaveri degli ubriachi, che sarebbero riaffiorati a primavera. In Russia li chiamano “i bucaneve”: annunciano il ritorno della buona stagione con la stessa infallibilità degli uccelli migratori.
Da ‘Beresina. In sidecar con Napoleone’ di Sylvain Tesson. Che popolazione, questi russi, che sensibilità, che lirismo. Non vedo l’ora di andare da loro.
facciamo 'sta cosa
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