Va a cena con Vannacci. La prima sera. Alemanno però poi dice: «Ma non chiedo candidature», aggiungendo «però secondo me è il volto nuovo e la speranza della politica italiana». Io l’avrei tenuto dentro ancora un po’. Quello che è veramente inspiegabile è il centinaio di sostenitori che lo aspettava fuori, e non per menarlo. Saranno tutti parenti di assunti all’ATAC? Può essere.
Dalle 10:24 di oggi, 21 giugno, come capita grossomodo quasi tutti gli anni, è arrivato il solfito d’estate, quel momento per cui l’emisfero bomboreale viene irraggiato dai raggi solari in maniera francamente spropositata, un po’ più di compostezza gioverebbe.
È permesso imprecare. L’arcoriflessione del globo terrestre, data una certa curvatura della terra e dell’orbita spaziale, raggiunge l’azimut e porta la lancetta in quel periodo che chiamiamo estate e chissà perché in cui la maggior parte delle persone sente di doversi scoprire i piedi in pubblico. Una volta con l’estate arrivava perlomeno un delitto e i giorni davvero fornace erano al massimo una decina, ora perché siamo deficienti i giorni sono circa novanta. E sono già cominciati da un bel po’, si sente gente straparlare da qualche giorno. Io niente, come al solito sudo e l’estate mi sta un po’ sulle balle. Buona estate, dunque, ai buoni di pensiero e di azione, agli altri il generale in pensione Vannacci.
Mi è toccato stare fermo e, quindi, la pleilista è di ottantuno brani, per cinque ore e tredici minuti di musica. Vedi? Meglio muoversi. Che poi sia anche una bella pleilista è tutta da vedere, non sarei così sicuro, chissà. Però gli elementi perché lo sia ci sono, diciamo in misura sufficiente, chiudo anche con un Mingus bellissimo per mostrare che sono colto, dopo aver aperto con gli apprezzabili James e passando da Cohen, DDT, Tears for fears, Kraftverk, Thrills per citare i classici, Dea Matrona, Weaver, MJ Lenderman e Sex Mask per dirne di più recenti. Trovare qualche altra canzone di qualche gruppo o singolo già ampiamente saccheggiato è una cosa che mi dà soddisfazione, direi sia capitato, per esempio Beta Band. Canzoni che stavano là da sempre e va’ a sapere perché non le avevo mai notate. Credo si migliori, in questo, col tempo.
Comunque con le cinque ore e tredici minuti ci si fanno un sacco di cose: per esempio andare da qui a lì e da lì a qui undicimila volte, oppure leggere un libro di cento pagine mediamente complesse. Ma non l’audiolibro, quello no, non si può fare. O uno o l’altro.
Ecco, ora è estate e vediamo se tornano i tormentoni e se tra essi ci sarà qualcosa di decente. Dubito, per quel che si sente qui. Trentaquattro stagioni e scavallata, finalmente, la soglia dei cento mesi, così non ci si pensa più per altri novantotto. Non si può dire che non abbia costanza.
La cosa che mi fa davvero ridere è che tanto sono tutte su Tidal che non ha nessuno, quindi letteralmente me la suono e me la canto. Ma come un po’ tutto, qua dentro. È il così che mi va bene lo stesso.
Per andare a vedere Orvieto bisogna, è una cosa che si sa, salire su un panettone rocceo sul quale sta appunto la città. E lo si può fare in due modi, principalmente: a piedi o con la funicolare. La funicolare che porta a Orvieto è a cavo e oggi a trazione elettrica, al tempo della sua costruzione, 1888, la vettura a monte veniva riempita d’acqua in un serbatoio alla base e poi il peso e la forza di gravità facevano il loro lavoro. Ingegnoso. Allora come oggi il percorso è di circa di seicento metri per centocinquanta di dislivello, il binario è unico e si sdoppia a un certo punto per far passare l’altra vettura, come si vede anche nei miei cinquantanove secondi di quattro anni fa. Non ovvio, si tiene la sinistra.
Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.
Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più litoranea della civiltà micenea, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.
Ho già raccontato della mia estasi per i coni in testa di Arthur Wellesley, primo ducaconte di Wellington. Ovvero, per chi non volesse leggere, di come gli abitanti di Glasgow fin dagli anni Ottanta mettano uno o più coni stradali sulla testa della statua di Wellington con humour fino e ribellione palese al potere inglese imposto. La sera i poliziotti tolgono, lasciando i coni lì vicino, la notte i cittadini rimettono. Non c’è autorità o autorevolezza che regga con un cono in testa. Politica, rivolta, umorismo e street art insieme, non potrei chiedere di meglio.
Ora gli scozzesi sono a Boston per le partite della nazionale ai mondiali, gruppo con il Brasile ma abbordabile, già battuta Haiti di misura. E il potere è potere sia a Glasgow che a Boston, probabilmente anche le statue le prendono un po’ in simpatia e così anche quelle di Boston si beccano il loro bel cono a casa propria.
Anche Colombo non è stato risparmiato:
Questo sopra sarà Edgar Allan Poe? Mah. E nemmeno Bill Russell e Red Auerbach dei Celtics si evitano il cono:
Ma gli scozzesi sono ironici e si prestano al cono anche da sé medesimi, si autoconizzano, bravi.
Dicerie riferiscono che la birra, data la loro presenza, sia finita a Boston. Calma con le parole, è una diceria, di birra a Boston ce n’è molta. Ma è pur vero che ne sia stata consumata parecchia, dato il contesto, mondiale-estate-vacanza-scozzesi. Siccome è possibile che passati i gironi si incontrino Irlanda e Scozia allora sì, mi preoccuperei per le scorte di tutto il bevibile, acqua e sprite a parte.
che lascia necessariamente il passo alla modernità.
Vista così, sembra quegli inquilini cinesi che dicono no voglio restare in casa mia e allora gli costruiscono l’autostrada attorno. Io dico un po’ peccato perché, oltre a piacermi di più, quello stile invecchia ed è invecchiato bene, quello che costruiamo oggi molto meno, tra dieci anni sarà già quasi da buttare.
È la stazione ferroviaria di Curzon Street a Birmingham, detta anche ‘Birmingham station’, terminale delle London and Birmingham Railway (L&BR) e Grand Junction Railway (GJR), aperta nel 1838 e chiusa nel 1966.
Ha una grande storia alle proprie spalle e, purtroppo, poco futuro, visto l’attorno.
Vedi invece a essere ignoranti? Da Birmingham mi spiegano che la stazione di Curzon Street sarà invece parte del nuovo terminale dell’alta velocità proveniente e per Londra, ristabilendo pure in qualche modo la primigenia funzione. Bene. Poi, certo, conoscendoli sarà incastonata in un megablob di acciaio e cemento, come quei restauri ridicoli con la cornicetta di mattoni, ma pazienza, così va il mondo tecnologico privo della componente umanistica. Basta guardare la Grand Central, sempre in città.
Disinvolto nell’intervenire al di fuori delle sue prerogative nella politica italiana, sempre in una direzione costante, la destra, intervenne su qualsiasi provvedimento dei governi Prodi e ogni avanzamento progressista negli ultimi trent’anni, soprattutto sui temi etici e sulle riforme per i diritti civili. Ostacolò le campagne e il referendum sulla fecondazione assistita, fece numerosi interventi contro il progetto di legge dei cosiddetti DICO, le coppie di fatto, la cosa più schifosa la fece come cardinale vicario di Roma, quando negò i funerali religiosi a Piergiorgio Welby. Riuscì perfettamente, non da solo, a tenere fermo questo cavolo di paese, quando a non farlo tornare indietro. Sprezzante, irrispettoso, grottesco quando difendeva in nome della Chiesa Berlusconi persino nel periodo delle ‘cene eleganti’ e disprezzava le battaglie per i diritti civili non concedendo pietà a Welby. Va’, miserabile, va’ al tuo posto all’inferno.
Durante l’invasione degli Unni in Italia nel 452 d.C., Attila assediò per prima Aquileia, città ricca e importante, sede vescovile metropolitana con diritto da Costantinopoli.
Poi prese l’A4 ma quella è un’altra storia. Durante l’assedio i cittadini di Aquileia costruirono dei manichini da porre sugli spalti così da ingannare gli assedianti, scavarono un pozzo in cui gettarono gli ori e gli averi preziosi e si diedero alla fuga nottetempo verso l’isola di Grado e la laguna, al sicuro. Attila, che è sempre dipinto come un mona – perché lo raccontiamo da invasi e non da invasori e poi Abatantuono ormai ne ha devastato definitivamente l’immaginario -, ci mise un po’ di tempo ad accorgersene, finché una cicogna non si poggiò su uno dei manichini, svelando l’inganno. Dopo la distruzione della città, non si rinvenne traccia alcuna del pozzo con tutto l’oro e le gemme. Questa tradizione rimase tanto viva che ancora fin poco tempo fa, nei contratti di compravendita di un terreno in città, il venditore si riservava sempre il pozzo, se per caso venisse scoperto: “fatto salvo il pozzo d’oro”.
Il che, a margine, di clausola in clausola, di venditore in venditore, dovrebbe riportarci al proprietario primigenio, sedici secoli fa. A voler essere precisini, ecco. Son storie belle, queste.
«A quei tempi non mi capacitavo cosa fosse questo crescere. Credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire».
Lo scrive Pavese ne “La luna e i falò” e lo fa dire al protagonista “Anguilla” che riflette sul significato profondo del diventare adulti. Per me lo stesso, ma davvero, pensavo fosse solo questione di prendere decisioni con risolutezza e non immaginavo che colpi sarebbero volati.
Camminando per vie ignote di Birmingham, ovvero praticamente tutte, incappo in un altro scrittore-muralista che si contraddistingue per il messaggio, raddoppiato, uno a sostegno dell’altro, e per il lettering, formidabile anche se direi a stencil. Prima egli parla del come, insieme, come non sottoscrivere?, e poi parla del cosa, la conoscenza, facciamola nostra, appunto. Il muro mattonato dipinto, poi, è una vera pagina a stampa con le scritte regolari.
Scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono e lo scrittore, qui, quasi uno street artist, lo sapeva eccome. L’erba incolta, i copertoni abbandonati danno un tocco in più davvero irresistibile al disegno e al messaggio, ed è un attimo essere in un film di Ken Loach.
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