minidiario scritto un po’ così di una breve villeggiatura nel giardino inglese: tre, a un certo punto spunta un tema in questo viaggio

Lasciato il non tanto riuscito lirismo del minidiario di ieri, lascio anche la costa e mi dirigo a Canterbury. Cose note: la cattedrale, normanna e poi gotica, grandiosa, e l’assassinio in essa contenuto; Christopher Marlowe, il motivo per cui venni molti anni fa, folgorato dalla vita avventurosa e appassionata; la scuola musicale, dai Soft Machine ai Matching Mole in giù, ovviamente Robert Wyatt; Chaucer e i suoi meravigliosi personaggi dei racconti, oggi in albergo mi hanno dato la stanza del Pardoner, l’indulgenziere; la via Francigena, che parte da qui, dalla cattedrale, e in milleottocento miglia arriva a Roma. Fatto meno noto, lo scopro ora, è qui sepolto, in un cimitero verde e composto, Joseph Conrad. L’ho salutato, come si deve. Venni a Canterbury molti anni fa, Marlowe doveva essere morto da poco, e poco ne ricordo, a parte la cattedrale. Ora so perché: la città, diciamo la parte entro le mura, è tanto graziosa e idilliaca quanto confondibile con, per dire, York o Cambridge o Oxford o Peterborough o Leicester e potrei andare avanti parecchio, pur non essendo molto cortese con chi al momento mi ospita. Allora, anni fa, andai sulle tracce di Marlowe dopo la lettura del Deptford di Burgess, il suo ultimo romanzo. La recensione di IBS è interessante (sic!): “Protagonista il poeta e drammaturgo Christopher Marlowe, scomparso per mano d’ignoti all’età di trent’anni. gato in una casa d’aste e il redattore di un giornale del cinodromo, si è sposato, ha avuto una figlia, si è separato, insegna gemmologia in un istituto di Roma”. Certo. A Roma, dovevo andare. Qui, a parte un paio di college sontuosi, nessuna traccia. Un teatro molto moderno e un monumentuccio dedicato, tutto qui. Ma la confusione sul tragediografo agente segreto regna massima, dall’inizio alla fine, nemmeno in una taverna come si dice spesso.

La cattedrale, centro di comando della chiesa anglicana, ora retta da una signora che reputo arcigna a prima vista, Sarah Mullally, autorità terrena e spirituale insieme, è sterminata come lo è il complesso in cui è inserita: le rovine di un immenso monastero benedettino la circondano, oltre a cimiteri, spazi funzionali, residenze, altre cose che non identifico. Il pathos sul drammone dell’omicidio, colpa di T.S. Eliot, è poderoso, una candela accesa indica il luogo dell’assassinio di Thomas Beckett, proprio lì e non là, la tomba che non c’è più, colpa di Enrico VIII, è rappresentata molte volte, chiaro che su quello ci si campi. Dopo un po’ sono stremato, tanto e troppo, ho una capienza limitata per chiese, castelli, palazzi, opere a carattere sacro, ceramiche, argenti, carrozze e così via, devo uscire e potrei passare davanti all’arcivescovo in persona senza accorgermene. Sulla facciata, che in pochi vedono perché si entra sul fianco, due belle statue bianche e nuove, Elisabetta II, a fianco della prima, e Filippo Nosferatu consorte, come a York ma con lui in più. Al di là della porta, Vittoria. Chissà chi hanno tolto per fare spazio. Mi ricreo al parco con il mio pranzo dei signori, panino all’aperto.

Il corso del fiumiciattolo di Canterbury, qualche monumento, gli smozzichi del castello e della chiesa di san Giorgio in cui fu battezzato Kit, la tomba di Conrad, certi meravigliosi giardinetti chiusi da muri su tre lati e sul ruscello il quarto, con tre panchine al massimo e di grande riposo e ricreazione, il museo romano, i resti del convento di Sant’Agostino – quello di qui – che riportò il cattolicesimo in Inghilterra, qualche casa Tudor, l’acquisto di una camicia a nove sterline fatta di tela di cocco, probabilmente fresca e in grado di prendere fuoco in un respiro, sono un po’ gli elementi della giornata in città. La sera si prepara, invece, dopo un certo numero di birre, al pub per la finale dei mondiali. Qui tutti tifano Spagna, avendo l’Argentina eliminato la nazionale inglese, e avendo quell’antipatia dai tempi delle Malvinas che non si risolve. Mi siedo al tavolo di un simpatico uomo, non ci sono altri posti, e i centoventi minuti più intervalli scorrono così: lui beve otto pinte di Guinness mentre io una e mezza dell’equivalente della Peroni e di nessun commento, nessuno, uscito dalla sua bocca io ho capito nemmeno il senso generale. Ho riso quando lui rideva, ho fatto mmm con la testa quando l’ha fatto lui, ho applaudito quando ho pensato servisse. Temo la cosa sia stata del tutto reciproca. La Spagna vince meritatamente e tutto il pub esulta, noi ci salutiamo amichevolmente dicendo cose che anche stavolta non capiamo.

Capita spesso che, al pagamento con la carta, il circuito chieda se si desideri pagare con la valuta locale o in euro. Capita altrettanto spesso che non ci si accorga della richiesta, mandando in timeout il pagamento. La cosa accade in un caffè e, quando sono seduto, la signora mi richiama perché il pagamento non è andato a buon fine. Riproviamo col ragazzo e capiamo il perché, la scelta della valuta. E lui, scoperta la ragione, lo dice trionfante alla signora: “He’s from Europe“, spiega. Che coltellata, tizio. Proprio un’altra entità, e c’eravate anche voi, pezzi di deficienti.

Non per questo, dichiaro il mio tempo a Canterbury terminato e mi muovo verso Londra, dove ci sarà alla fine un aereo. Ma ho tempo e la mia mappetta con i posti da vedere mi indica sulla strada Greenwich, di cui ho sempre usato il meridiano ma non vi sono mai stato. Certo, se questa cosa dell’ora l’avessero scoperta a Cinisello Baltico, ora sarei là e non qua. Greenwich è luogo con una storia importante: lungo il fiume, su un’ansa davanti all’isola dei cani, fu il posto prescelto per la costruzione di un sontuoso palazzo in stile Tudor, mattoni rossi, in cui nacquero sia Enrico VIII che sua figlia Elisabetta I. Poi cadde in rovina, i re erano cambiati, e alla fine del Seicento non so quale re decise di abbattere le rovine e di costruire lì l’Old royal naval college, l’università della guida delle navi e della battaglia per mare. Il paese già primeggiava, con navigatori ufficiali e corsari pagati sottobanco, ma con una scuola che sfornava decine di migliaia di ufficiali a decennio ne nacque la prima potenza navale al mondo. Da qui, per dire, uscì l’ammiraglio Nelson e qui tornò dopo la battaglia di Trafalgar, bello steso e freddo. Lo misero nella ‘Painted hall‘, mi piace quando chiamano le cose descrittivi, per gli onori del caso per venti giorni e la sala è ancora qui. Siccome sono più sportivi e scanzonati di noi, vedi la volta di Sant’Ignazio a Roma, non solo hanno disposto dei divani piatti per osservare il soffitto sdraiati ma invitano calorosi a farlo.

Nel cortile è giorno di lauree, sono molti e molte e hanno l’aria indiana, pakistana, iraniana, padri e madri orgogliose scattano foto in abiti molto eleganti. Immagino che il college abbia aperto ad altre discipline, dubito siano tutti futuri capitani di flotta. Lo intuisco anche dalla musica di violino che esce da una sala. Abbandono l’edificio, attraverso la strada, visito la Queen’s house di fronte, unico resto dell’antico palazzo, e salgo la collina fino all’osservatorio reale, sì, proprio quello del meridiano e, quindi, del fuso orario. Era un bel casino, prima. Con la latitudine ce la si cavava con il sole e le stelle ma con la longitudine non c’era proprio nulla da fare, senza orologi. Non che l’abbiano inventate loro, Quirico Filopanti gloria a te, ma come tante altre cose l’hanno perfezionate e prese, tant’è che, appunto, non sono a Cinisello Baltico ora. La foto classica è quella con un piede di qua e uno di là del meridiano.

Martin Parr, ancora. Troppo facile. In realtà Greenwich è solo una parte della storia, l’altra è Deptford. Che una volta era un paese e, ora, è un quartiere, rione, frazione, cantuccio della Grande Londra. È qui che un giorno di maggio del 1593 Christopher Marlowe, Kit, fu accoltellato in un occhio per un conto non pagato o in una vera e propria imboscata, non lo sappiamo. Fa parte del lato oscuro della sua vicenda. Sappiamo però che fu portato alla chiesa di St. Nicholas e lì sepolto in una tomba anonima. Io ne approfitto quindi per farmi una bella passeggiata di una mezz’ora dall’osservatorio verso Deptford, è una destinazione che puntavo da trent’anni. Troppo poco per farne una destinazione apposita ma se c’è un pretesto vicino, come oggi, allora è perfetto. L’entrata del giardino della chiesa è sormontata da due teschi, indica il camposanto, e della chiesa di allora resta il solo campanile. Ma le tombe ci sono, eccome, e una di queste sarà la sua. Impossibile saperlo, bisognerebbe esumarli tutti, andare a Canterbury a prendere il DNA di tutti i Marlowe attuali e confrontare. Francamente un po’ troppo, visto che non cambia niente. C’è una bella lapide a cenotafio e sopra alcuni devoti ammiratori hanno lasciato piccoli oggetti: una penna d’oca, una carta da gioco di metallo, un temperino, una matita, un portacandela, una bugia a dirla meglio, una corona d’alloro. Commovente.

Ho compiuto il percorso di Marlowe, dal battesimo alla sepoltura. Ai suoi tempi, non era meno di Shakespeare, il suo Faust bellissimo, come il Tamerlano. Cut is the branch that might have grown full straight. Vale per Faust come vale per Marlowe. Resto qui per un po’, ammetto che ci mangio anche un panino, nei camposanti rifiorisco. Poi percorro a piedi tutta High street di Deptford, dovrebbe essere successo qui suggeriscono gli studiosi, come se potessi scoprire chissà che. In realtà lo faccio solo per immaginare, la forma della strada e delle case non doveva essere radicalmente diversa, case basse e addossate. Meno fango, sicuro, e più auto. Va bene, è ora, un giretto al Barbican e lì attorno per i resti romani delle mura e dei forti, Wall street per la stessa identica ragione come a New York, piglio gli stracci e vado. Non è un ritorno a cuor leggero e mi chiedo quando mi ricapiterà di ripartire, forse presto, chissà. Mi chiedo anche, in senso più ampio e me lo chiedevo l’altra notte dopo altre tre ore di camminata notturna, fin quando riuscirò a camminare così, a girare con lo zaino e null’altro, fino a quando gambe e ginocchia e testa terranno. Poi mi dico che farò come quegli sportivi che non solo non smettono quando dovrebbero ma che, anzi, si trascinano sui campi dolenti e traballanti, un po’ pietosi ma orgogliosi della propria incapacità di dire basta. Ecco, farò così. Al momento sono nella fase-Djokovic, ovvero alle semifinali ci arrivo ancora con buon tono, tengo finché posso. Grazie a chi ha seguito.


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uno | due | tre

minidiario scritto un po’ così di una breve villeggiatura nel giardino inglese: due, ma guarda che espansivi

La sala tutta vetri è inondata dalla luce del sole, si vede che il vento soffia fuori e le onde sono incessanti. La mia vicina legge, come me, facciamo due chiacchiere, non so nulla di ‘Strange weather in Tokyo’, si dev’essere seduta sulle scogliere gessose, ieri sera; chi entra poi nella stanza si profonde in esclamazioni di piacere per il sole che illumina tutto quanto. È un modo che apprezzo, lo faccio anch’io, godere del momento e dirlo, esprimerlo, con sé stessi o, se non molesto, con gli altri. Non è accontentarsi, tutt’altro. Lascio le chiacchiere sul tempo in Giappone e la colazione perché ho voglia di fare la camminata sul coastal path fino a Margate, circa tre ore sulle scogliere battute dal vento. Se girassi a destra, potrei andare fino in Cornovaglia, invece giro a sinistra.

La vegetazione sopra è bassa e qualunque cosa più alta di un metro è storta dal vento. L’avevo notato fin da ieri: nei luoghi in cui le fermate degli autobus hanno la parete davanti anzi che dietro qualcosa significa. E il mare che ieri pomeriggio e stanotte era qui sotto sotto, ora è distante sessanta metri almeno, le poderose maree di qua. I porticcioli delle cittadine di pescatori sono in secca. This is the coastal town / that they forgot to close down, mi ricorda con grande tempismo e memoria C., romanticona. Senza però dire quel che segue, che è: Armageddon come, Armageddon come, comprensibile. Una coppia è seduta su un parapetto di cemento a contemplare il mare e ciascuno ha in mano una mug di ceramica col caffè, o il lacce, abitano evidentemente qui vicino e questa è la loro sala da colazione. Stanotte, mentre tornavo, vedevo molte luci all’orizzonte, nel mare, tutte regolari come una costa e non capivo: la Francia non è da questa parte, altro non si dovrebbe vedere. Ora sì: sono le pale eoliche piantate in mare. Saranno anche utili, non discuto, ma che impatto, anche di notte.

Il fondo del mare è di un limo nero argilloso che sa di salmastro e sembra pece fangosa. Ogni tot di costa incontro vasche di cemento, centinaia di metri, di acqua marina per fare il bagno. E lo fanno, eccome, anche ora con il vento che tira e io che non mi decido a togliere la felpa. Capisco un bel po’ dopo come facciano a riempirle e come funzioni la faccenda, era ovvio. Basta la marea, è solo ora che sembrano lontane dal mare ed erano invisibili ieri, sotto l’acqua.

La storia di Dreamland, il parco divertimenti di ieri sera, è ovviamente molto interessante, vale per tutte le cose, a cercare. Fondato nel 1920 sull’onda dei parchi americani, tipo il luna park di Coney Island, dell’anno prima, aveva sale da ballo, enormi, ristoranti, le prime montagne russe inglesi, tutte di legno, carrelli compresi. Queste ultime, sebbene menomate da un paio di incendi nel secolo di vita, sono ancora lì. Nel 1940 il parco fu requisito per l’operazione di recupero della fanteria inglese da Dunkirk, come lo dicono qui. Il film di Nolan lo racconta piuttosto bene, fu un’operazione spericolata di salvataggio dei soldati inglesi accerchiati dai nazisti sulla costa francese: navi, barche e barchini di pescatori si lanciarono al recupero di centinaia di migliaia di soldati altrimenti destinati all’annientamento. Poi dopo la guerra le sorti di questi parchi fu calante, posso ben capire il senso di tristezza lugubre, dismal, che dava ai bambini degli anni Settanta: capitava anche a me con gli zoo, da noi, in cui animali pur esotici ma sedati e rassegnati, spesso strozzati dal caldo o dalle dimensioni delle gabbie, avevano sguardi pietosi che sembravano chiedere una rapida esecuzione.

Un magone che non mi è mai più passato, lo posso provare anche adesso, se lo evoco. Finisco la mia camminata sulle scogliere della costa con grande godimento, tranne una telefonata di spam da Forlì, domenica mattina, che spezza per un attimo l’incanto, sono senza parole.

C’è un’attitudine inglese, non sono sicuro della mia sintesi e di aver capito la sostanza, che mi pare andare nella direzione di badare alla sostanza delle cose, londinesi a parte. Ovvero, apparentemente, investire nella qualità delle relazioni personali più che nella rappresentazione di sé verso l’esterno. Generalizzando, sebbene passino per la popolazione per eccellenza che bada alle cortesie nelle forme, al limite del patologico, io li trovo invece piuttosto diretti e onesti, nella comunicazione e negli atteggiamenti. Addirittura, li trovo meno preoccupati di noi di esprimere i propri sentimenti in pubblico, intendo sentimenti personali, non il tifo da stadio o l’amore di una serenata, diciamo, intimi, non le rappresentazioni melodrammatiche in cui noi siamo maestri. In certi campi, poi, e la musica è uno di questi, come il teatro e la letteratura, tutte cose in cui sono eccellenti, il loro trasporto emotivo è così significativo che sono anzi contenti di trasmettere soddisfazione, felicità, commozione. Tantissimi gli uomini che ballano, che si mostrano apertamente agli altri, cosa che da noi non accade. Tutta ‘sta pappardella per dire che: ieri sera, ma non è certo la prima volta che li vedo esprimersi, durante il concerto i Flaming lips hanno suonato la loro ‘Do you realize??’ in cui, per farla breve, chiedono ai propri ascoltatori se abbiano messo a fuoco la caducità della vita – ‘Do you realize / That everyone you know someday will die?’ – e se siano in grado, invece di perdersi in salamelecchi – ‘And instead of saying all of your goodbyes’ – di agire e mostrare ciò che conta: ‘Let them know you realize that life goes fast / It’s hard to make the good things last’. Il cantante ci ha dunque invitati a mostrare i propri sentimenti per le proprie persone importanti e, beh, sono stati tutti abbracci e lacrime e baci, con un trasporto sensazionale. Quello che da noi sarebbe stato liquidato come una banalità, nemmeno troppo a torto, ma che non avrebbe portato a nulla, qui è stata un’esplosione commovente. Sul serio, inaspettata. Certo, c’è la musica, che moltiplica il coinvolgimento emotivo e abbatte certe resistenze, un contesto protetto, tutti fan dei Flaming, la vacanza chissà. Le molte birre, probabilmente. Però c’è stato e io dubito che in Italia possa accadere una cosa simile, se non in un gruppo di persone ritrovatosi appositamente per quello.

D’accordo, nessuno ha abbracciato o baciato me, che non conoscevo nessuno, ma non era quello il mandato e, se fosse accaduto, my nipples are exploding of delight, avrei deciso di fermarmi in questo paese per sempre.


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uno | due | tre

minidiario scritto un po’ così di una breve villeggiatura nel giardino inglese: uno, dall’asfalto a mille all’ora all’amore nei paesini inglesi

Dopo una serie infinita di ripensamenti, sensi di colpa, rimorsi, cambi di idea, di prospettiva e di approccio, decido di avere bisogno – anzi necessità – di quarantotto ore di ossigeno, di respiro se posso dire, e mi dileguo nella notte, lasciando istruzioni su come agire a persone che non ascoltano. Cosa potrà andare storto?
Il pretesto, come sempre, è un biglietto per un appuntamento scelto appositamente in un posto in cui altrimenti non andrei, costruendoci poi attorno una lieta, se possibile, se no eccentrica esplorazione. Il posto cardine, abbastanza assurdo, è Margate, località balneare di quelle inglesi ritratte da Martin Parr fatte di grandi maree, pontili, gente vestita in spiaggia e gente in costume nei parcheggi assolati, nella punta più a est del Kent e dell’Inghilterra del sud.
Il pretesto, tanto vale dichiararlo subito, è il concerto congiunto di The Beta Band e the flaming lips, chi sa comprende, in un buffo parco divertimenti, anch’esso di quelli inglesi quindi permeati di malinconia e aria da ex-DDR, chiamato opportunamente ‘Dreamland’.

Sono stato in poche altre località balneari inglesi, ricordo Bornemouth, Sidmouth, non ricordo se Brighton, di sicuro Weston-super-Mare per Dismaland di Banksy, più di dieci anni fa. Ecco, la similitudine: era un parco divertimenti tipicamente inglese, ‘dismal’ è ‘lugubre, deprimente’, come Banksy aveva di certo sperimentato nella sua infanzia. E così spero sia ‘Dreamland’, il nome è davvero promettente.
Non casualmente, dunque, ma io lo scopro solo ora, c’è un altro legame: a tre minuti a piedi da ‘Dreamland’ sempre Banksy ha realizzato la sua ‘Valentine’s Day Mascara’ a Margate, in cui una casalinga degli anni Cinquanta, visibilmente tumefatta per violenza domestica, getta il marito nel freezer di casa. Il grosso congelatore, come spesso accade nelle sue opere, era un rifiuto reale e fu prontamente rimosso il giorno dopo la segnalazione dell’intervento di Banksy con sorprendente celerità dalla ditta di smaltimento rifiuti ingombranti locale, fino a quel momento sorda alle richieste degli abitanti. Sempre così. Poi qualche amante dell’arte mise un bidone al posto del freezer svanito e poi, dice la leggenda, il mural fu asportato e collocato, indovina?, a ‘Dreamland’. Sarà vero? Beh, lo saprò presto.

La mia preparazione, come al solito, consiste nel leggere tre righe su wikipedia sul posto – e stavolta sono davvero tre righe – e poi non sapere nulla, imparando una volta sul luogo. Dalle tre righe apprendo che William Turner, favoloso pittore di luci tramontista, si recò spesso a Margate e, dunque, esiste un museino con alcune sue opere, molto bene, e secondariamente che la città di trova nell’Isola di Thanet (Isle of Thanet). Isola? Come isola? Leggo ancora: «L’isola di Thanet (in inglese Isle of Thanet) o semplicemente Thanet è una penisola (e un tempo isola) sul mare del Nord dell’Inghilterra sud-orientale», dunque l’isola è una penisola. Affascinante.
Detta Tanatus ai tempi di taluni chiamati Romanes, non è più un’isola da un millennio, ovvero da quando il fiume Wantsum si ostruì definitivamente. Esiste una copia di una mappa altomedievale che la rappresenta come isola.

Notevole che il toponimo ‘isola’ sia rimasto immutato (ma è un toponimo?). Dopo aver scoperto che Rick Astley avrebbe girato un video sulle spiagge di Thanet, nevergonnaletyoudown, quello che so termina qui. Termina al punto che non ho nemmeno pensato che, data la località balneare, sarebbe stato difficile trovare un posto dove dormire. Figuriamoci, non sono mica un uomo così, che si preoccupa del dove e del come e che vuole le mollezze. E infatti nessun posto dove dormire. Se non uno in un grazioso cottage a svariate miglia da ‘Dreamland’, sarà una bella camminata notturna di quasi tre ore nella periferia di Margate. Magnifico, se domani non scrivessi mi si ricordi così, impavido e pirla. La combinazione che più mi rappresenta.

Bene, fin qui le premesse, il contesto, le giustificazioni. Ora il viaggio. Che, non potendo largheggiare, mi richiede una certa celere precisione negli spostamenti, meno di tre ore, altrimenti arrivo tardi: meglio aeroporto, bus, Londra Stratford, Margate? aeroporto, treno, Londra Victoria, Margate? Boh, si può fare, vedremo. Dettagli. Atterro e rispetto a due settimane fa ci sono venti gradi di meno, cioè venti gradi, sono l’unico in maglietta o quasi, a parte una famiglia di tre con la maglia dell’Irlanda. A tempo record, ho un appuntamento al mare!, mi imbarco su una corrierona per Stratford dove pare ci sia una stazione dei treni che fa al caso mio. Sulla corrierona faccio il biglietto del treno SFA-MAR con il telefono e bon, ho finito: a parte compiere il cambio negli otto minuti disponibili, il resto è acqua che scorre. Troppo facile con i telefoni, oggi, una vera pacchia, ci scrivo anche il minidiario, tra l’altro. Avrò da correre a Margate ma ci penserà il me stesso del mare, quello più rilassato. Metto su ’23’ dei Lime garden e guardo fuori dal finestrino, faccio coachwindowing, la seconda attività di viaggio più bella.

Dopo gli otto minuti che si sono trasformati in quattro e una corsa furiosa, un’ora e mezza di trainwindowing e sono al mare. Bello, il Kent, che bello che è il Kent, se siete in mancanza di Duchi del, io ci sto. Non sono le Cotswold ma le colline dolci qui sono da favola, non a caso la zona è chiamata ‘il giardino d’Inghilterra’, ineccepibile. Scendo prima, a Broadstairs per vedere un altro paesello ed è il classico paesino di mare inglese, ovvero sul mare del Nord ma ancora tenue e dove tutti dicono lovely anche quando si compra il biglietto dell’autobus. E sono proiettato immediatamente in ‘Broadchurch’, la serie in cui Olivia Colman investigava su un delitto in un paesello dove erano tutti buoni e quindi impossibile il crimine proprio identico a questo, con solo più bianche scogliere. Inghilterra al cubo, questa, sorridenti e di grande cortesia, una successione clamorosa di inquadrature alla Martin Parr. Dickens ci veniva in vacanza, la sua casa è lì, quando scoprirono l’idea di villeggiatura.

In realtà le bianche scogliere ci sono, anche se meno maestose di quelle di Dover, preistoriche allo stesso modo. Stanotte andando verso il lontano letto le percorrerò sul bordo. Sono tutti in spiaggia, un vero e proprio sabato in riviera, non fosse che ci sono venti gradi, tira vento e la maggior parte degli spiaggiati ha una tenda. Ma è mare, quindi costumi, gente in acqua, giochi e superalcolici. Se quei babbei dei giocatori inglesi non si fossero fatti uccellare come dei beoti ancora dagli argentini l’altra sera, domani qui sarebbe una bolgia per la finale e io con loro. Invece no, una mesta finale stasera che, comunque, sono i francesi e vanno pure battuti. Però vedere Trump consegnare la coppa agli spagnoli potrebbe quasi essere meglio.

Vedo l’unico Turner in città, un olio strepitoso con la spiaggia e il cielo, giustamente, di Margate, vedo il posto in cui non c’è più il Banksy, lo rivedrò?, giro a zonzo come si fa nelle località di mare, non hanno l’anguria se no la avrei. Una birra, piuttosto, due scotch eggs in attesa del mio appuntamento serale, mentre scrivo queste righe. Per certi versi, o viste, sembra di essere a Danzica o Stettino negli anni Settanta, non fosse per il cibo e la musica. Margate deve avere avuto certi momenti di gloria in tempi non troppo recenti, quello ottocentesco lo intuisco dalle belle villette sulla costa e da certe strutture per la socializzazione di allora, quello un po’ più contemporaneo da Dreamland.

Dopo i logorii degli ultimi tempi, ci voleva questo universo divergente, fatto di fascino decadente, estetica un po’ deprimente, gente che si svaga in modo sincero, mare grigioverde, belle scogliere e parchi eolici al largo, krapfen da spiaggia e tiri alla fine, divertimento vero. Stamane presto guidavo sulla A4, tutta un’altra cosa, non ne sento la mancanza.


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feudalesimo (le bimbe di Barbero)

Ma se proprio cerchi un feudalesimo vero, concreto, ben funzionante… guarda fuori dalla finestra. O meglio: apri l’app.
Perché oggi lavori su piattaforme che ti concedono server, visibilità e dati in cambio di ore della tua vita, mentre paghi l’affitto per beni, servizi e immobili che non possiedi, generando valore per qualcun altro.
Quel valore – il frutto del tuo tempo, della tua attenzione, del tuo lavoro – finisce nelle tasche di una nuova aristocrazia globale: pochi rentier ben connessi, che vivono mettendo in leasing gli asset su cui la plebaglia pendolarica costruisce il proprio sostentamento.
Ecco, quello sì che è feudalesimo.
Solo con meno cavalli e più notifiche push.

Lo spiega Guido Damini in un passaggio di Quasi Sapiens. Dalla scimmia a Trump. Tutto risaputo, e detto e ridetto, ma azioni di conseguenza nessuna. O quasi. Allora piace, o non interessa fico secco, e ciò è un pochino deprimente.

le combinazioni delle persone

È del tutto vero che, in determinati ambienti sociali, culturali, geografici siamo tutti abbastanza simili e le nostre scelte si discostano di poco, almeno macroscopicamente. Ciò però – ed è alla base dell’errore di percezione comune che abbiamo quasi tutti – non è vero negli aspetti più di dettaglio che rivelano, anzi, una frammentazione maggiore e più variegata di quanto siamo soliti pensare.

Riprendo dall’editoriale di De Mauro su Internazionale, Atoms vs bits ha proposto un test di sette domande ai propri lettori americani:

  • Hai una laurea?
  • Sei sicuro che dio esista?
  • Hai una pistola in casa?
  • Pensi che i rapporti sessuali tra due adulti dello stesso sesso siano sbagliati?
  • Entrambi i tuoi genitori sono nati negli Stati Uniti?
  • Hai dei figli?
  • Il reddito annuo del tuo nucleo familiare è di almeno 110mila dollari?

Rispondendo alle domande si verifica facilmente con quante persone si sia in sintonia, considerando tutte le combinazioni possibili. Il risultato sorprendente è che uno statunitense può essere in sintonia con al massimo circa il 7 per cento dei suoi concittadini, perché avere una pistola in casa, per esempio, non porta automaticamente con sé l’essere contrari ai rapporti omosessuali. Come, per fare un altro esempio, credere in dio e al tempo stesso condannare le persone omosessuali (cioè come la pensa il 29,5 per cento degli statunitensi) è diverso da credere in dio e non condannarle (20,3 per cento). Non male.

La combinazione più frequente delle sette risposte è:

  • nessuna laurea,
  • dio esiste,
  • una pistola in casa,
  • le relazioni omosessuali sono sbagliate,
  • entrambi i genitori nati negli Stati Uniti,
  • figli e reddito sotto i 110mila dollari.

Bella combinazione di persone, da andarci in vacanza. Però, pur essendo la più frequente, ritorna solo nel 6,4 per cento dei casi. Le generalizzazioni, verso cui siamo sempre portati per razionalizzare e spiegare il mondo, sono un trappolone, è necessario sempre fare lo sforzo di confrontarsi con la complessità.

rosso?

Terrorismo rosso? Ma quale? Ma chi? Ma dove? C’è un khmer rimasto nella giungla cui non hanno detto niente? Un anarchico insurrezionalista rimasto chiuso in casa negli ultimi cinquant’anni?
Ma magari, dico io, ma magari ci fosse tutto questo comunismo in giro, che insidia le leadership di tutto il mondo, semina zizzania negli ordini mondiali, minaccia perennemente la democrazia. Ma magari.
Certo che lo spauracchio, l’argomento-pretesto funziona sempre. Resta solo da ricreare la realtà.

Schnabel, che è successo?

Un film che si configura come imperdibile fin dalla trama:

Un solitario e disilluso studioso viene ingaggiato dalla mafia per autenticare un misterioso manoscritto riemerso nei bassifondi di New York: l’originale perduto della Divina Commedia. Sconvolto dalla scoperta e in cerca di rivalsa, l’uomo decide di tradire i mandanti e fuggire con il prezioso volume insieme alla donna che ama. Il furto scatena una pericolosa caccia all’uomo e una cospirazione globale.

L’autografo della DC, il sogno di ogni studioso e cacciatore di ricchezza. E fin qui già basterebbe, sarebbe abbastanza per un film, una storia, una barzelletta da bar. Ma no, mettiamoci una trama parallela, immagino sempre le riunioni di produzione. Ottima idea!:

Parallelamente, la storia si sposta nell’Italia del XIV secolo. Un giovane Dante Alighieri, intrappolato in un matrimonio infelice e in piena crisi spirituale, fugge in Sicilia per inseguire l’ispirazione. Qui, guidato da un enigmatico mentore, dà forma alla sua visione poetica e scrive la Commedia. Due uomini, separati dai secoli ma legati dallo stesso destino, compiono un viaggio dalla dannazione alla salvezza, mossi dall’amore, dalla bellezza e dalla follia della creazione.

In un matrimonio infelice, signoreiddio.

È ‘La mano di Dante’ di Julian Schnabel, di cui resto un ammiratore per l’ottimo ‘Lo scafandro e la farfalla’, ed è con evidenza un film da non perdere. Qui l’appassionante trailer tra mafiosi e autografi. E non ci si faccia scoraggiare dalla recensione di Matteo Pivetti su Sentieri Selvaggi:

“Un’opera con ambizioni gigantesche, ma che non funziona sotto nessun punto di vista. Caotica, delirante e superficiale, sembra una parodia giunta prima del suo originale”.

E non siamo in tempi di recinzioni negative, figuriamoci. Ci terrei infine a segnalare che non si tratta di un film sottocosto prodotto in un minimarket con intenti parodistici, drammaticamente. Anzi, spese e Venezia Lido. Che poi: un enigmatico mentore? La Sicilia?

war cup

Yescka entra a gamba tesa sul mondiale, a San Andrés Cholula:

È Juanito, la mascotte dei mondiali ’70. Non nuovo a prese di posizione politiche, Yescka già dal 2006 fa parte dell’Asamblea de Artistas Revolucionarios de Oaxaca (ASARO Collective), e non è la prima volta che usa il calcio come metafora:

Le sue Frida punk sono abbastanza note. A Machete piacciono.

«Cristo regna»: scommesse sui mondiali

Nel giorno dell’arresto del catto-talebano Mario Adinolfi per un giro di scommesse che ha portato a un’evasione fiscale e truffa allo Stato colossale, molto bravo, noi ci lanciamo nei soliti pronostici per qualsiasi cosa, mondiali stavolta.

La storia è che Adinolfi e i suoi compagni di scommessine avevano escogitato questo sistema infallibile per non farsi beccare: nella causale del bonifico (!) delle scommesse scrivevano: «Cristo regna», il che ci dice un paio di cose sui soggetti, sulla loro ineffabile astuzia e sul rispetto, ma questa non è una novità, per la loro stessa fede professata con così tanta veemenza. Complimenti.

Ma per non lasciar cadere anche un po’ di pettegolezzo e di ironia inopportuna sul suo comportamento sfasciato, vorrei ricordare che Adinolfi era un cliente abituale della pasticceria sotto casa mia, la leggendaria ‘Linari’ di Testaccio, ove era uso – ne fui testimone oculare più volte – consumare sette dico sette cornetti per colazione, lasciandone meno per tutti gli altri dei diciannove municipii. Golosone.
Ora pare chiaro che il fatturato della pasticceria sia in grave pericolo, dato l’arresto, e allo stesso modo il bilancio dello Stato sarà messo in crisi per la medesima ragione, ora che è a carico nostro. Di cornetti ne mangerò due d’ora in poi ma qualcuno mi deve aiutare.

Chi volesse scommettere, anche qui come Adinolfi, scriva nei commenti il proprio pronostico sulla vincitrice del mondiale, scrivendo però, mi raccomando, «Cristo regna» a fianco. Inafferrabili.


Aggiornamento del quindici luglio, dopo la prima semifinale in cui i robusti, quaccini e concreti spagnoli hanno annientato i turbinosi franzosi che non si sono rivelati tali:

Se stasera ne mando a casa tre, poi a domenica la partita vera. Che, magari…