Prima incappo in un’interferenza seria ma media:

Poi in una bella grossa:

Sta peggiorando, mi pare. Quando arriva a cinque ci credo.
Prima incappo in un’interferenza seria ma media:

Poi in una bella grossa:

Sta peggiorando, mi pare. Quando arriva a cinque ci credo.
Nel filo che lega Jean-Louis Trintignant a Vanessa Paradis a un certo punto c’è Samuel Benchetrit, scrittore e poi attore e regista francese. Dalla sua autobiografia ‘Les Chroniques de l’Asphalte’, storie dalla banlieue, nel 2015 ha sceneggiato e diretto ‘Asphalte’, incautamente tradotto in italiano con ‘Il condominio dei cuori infranti’, scoraggiante.

E invece no, è un film fatto di niente e proprio per quello mi è molto piaciuto: di quelli nei gruppi condominiali desolati e poi invece un po’ di riscatto morale, affettivo, sociale c’è sempre. Le tre storie sono semplici e ricche di umanità, la ricerca di ciò che ciascuno desidera o necessita tra individui che si incontrano per caso.
Girato in un palazzone desolato che potrebbe essere in qualsiasi periferia francese è invece a Colmar, gioiello storico-architettonico ma solo in centro, fuori è proprio tutta un’altra storia: o ci si aiuta o si sprofonda.
Il ‘giardino persiano’, come il ‘giardino all’italiana’, è uno stile tradizionale specifico dell’impero achemenide di organizzare un giardino: oltre all’eleganza, la compostezza, la simmetria e l’armonia, una delle caratteristiche specifiche è la capacità di sopravvivere anche in condizioni climatiche avverse. Nove giardini persiani al mondo, i più famosi e conosciuti, sono patrimonio Unesco.
Ma il titolo originale del film, in persiano کیک محبوب من, è ‘La mia torta preferita’, non ‘Il mio giardino persiano’, come tradotto da noi. Certo, c’è un giardino, molto bello peraltro, e forse una certa qual allusione, e c’è pure una torta, tra l’altro, e forse una certa qual altra allusione: la settantenne Mahin, vedova con due figli all’estero, a un certo punto decide di riaprire alla vita, dopo anni ripetitivi e solitari, facendosi coraggio e attaccando bottone con il tassista Faramarz.

Da lì ne scaturirà una serata e notte imprevedibile. Uno dei punti focali è che la vicenda avviene in Iran, dove ovviamente le libertà femminili e quelle in generale relazionali non sono propriamente all’avanguardia. Quindi tutto deve avvenire al riparo di occhi indiscreti e in casa, dietro un rigoglioso giardino, appunto persiano. Che avrà pure un certo ruolo verso la fine.
La relazione tra i due è ovviamente timida e incerta ma voluta, entrambi colgono l’occasione e ne percepiscono gli sviluppi, la libertà che desiderano, i dialoghi e i modi sono delicati e gentili, era un attimo cadere nel trito o nel grottesco – bene i due registi, Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, quarantenni iraniani, in una co-produzione iranosvedesfranzostedesca – e i toni tragicomici non tradiscono il garbo di tutta la vicenda.
Perché allora, con l’inizio di mani pulite, Mario Chiesa e Craxi che schiumava, le elezioni fatte da poco con la DC che perdeva il cinque per cento, il muro, l’URSS, il PCI, pareva che davvero le cose potessero cambiare.

E invece no, saltò in aria l’autostrada, morirono Falcone, Morvillo, la scorta, e la reazione conservatrice si fece sentire eccome. Ricordo esattamente la sensazione di sconcerto e frustrazione.
Paul McCartney legge trivigante, è noto, e si è sentito in dovere di corroborare la mia tesi.

Grazie, Paul, ci sentiamo presto.
Madonna che casino con i temi, da ieri a modificare i css. Delinquenti.
L’8 aprile 2013 morì Margaret Thatcher.

Tutti coloro che furono obbligati dal ruolo e dalla circostanze espressero più o meno sentiti cordogli, per tutti gli altri, nel migliore dei casi, era morta «la strega». ‘Witch’, a volte cambiava l’iniziale. La signora scozzese che, intervistata alla televisione durante il funerale, disse che sarebbe stato meglio piantarle un paletto nel cuore e metterle una corona d’aglio al collo per essere sicuri che non tornasse, «they should put a stake through her heart and garlic ‘round her neck to make sure she never comes back», resta nel cuore di molti.
I funerali, che erano stati concordati con lei, la Thatcher non la signora scozzese purtroppo, furono sontuosi: la cattedrale di St. Paul, la regina Elisabetta, tutta la cricca di orrendi che ne condivideva la visione politica, da Netanyahu a Kissinger a Cheney, i messaggi da tutto il mondo. Ken Loach propose di «privatizzare il suo funerale» e il comico Frankie Boyle ironizzò sui costi della cermonia: «Per tre milioni di sterline si potrebbe dare una pala a ogni scozzese e potremmo scavare una buca così profonda da consegnarla a Satana in persona», «For £3 million you could give everyone in Scotland a shovel, and we would dig a hole so deep we could hand her over to Satan in person».
I Chumbawamba fecero di meglio: scrissero e registrarono un EP intitolato ‘In Memoriam: Margaret Thatcher‘ molti anni prima e lo vendettero a ogni concerto od occasione possibile, con l’avvertenza che, però, gli acquirenti avrebbero ricevuto copia del disco il giorno dopo la sua morte. So long, waiting for Margaret to go.

E così fu. Qui il disco. Canzoni come ‘Waiting for Margaret to Go’, ‘Pinochet Bids Farewell from Beyond the Grave’, ‘The Day the Lady Died’, ‘Ring the Bells!’ e citazioni da ‘Ding-Dong! The Witch Is Dead’ dal mago di Oz ancora oggi restituiscono una certa atmosfera di doglianza piuttosto vivace:
So long, so long, you kept me waiting so long, so long,
let me serenade you with one last song
you’ll back where you belong so long, so long,
Se il ‘posto cui appartieni’ è abbastanza chiaro, secondo alcuni era un’abitudine sentirla mentire:
good bye good bye…
it’s so familiar seeing you lie
bye bye
E l’addio sentito, addio, addio, leggi l’epitaffio, suona la campana, ecco il tuo biglietto di sola andata per l’inferno:
Farewell, farewell
Read the epitaph, ring the bell,
you’ve got a one-way ticket to hell
farewell, farewell
A tutti i teneroni che da noi pensano che il declino sociale, morale ed etico sia iniziato con Berlusconi tocca ricordare che le cose erano purtroppo iniziate ben prima, Reagan compreso. Io stesso ho ancora una maglietta, nera, con scritta bianca: ‘I still hate Margaret Thatcher’. Più di una volta in Gran Bretagna mi hanno offerto una birra, grazie a quella.
Per una volta, storia personalina. Un paio di sere fa sono a casa che sistemo cose, c’è sempre da sistemare cose, e ascolto la radio, Radio popolare. C’è una trasmissione buffa speciale, in stile ‘Poveri ma belli’, in cui – essendo la settimana dell’abbonaggio – si sta svolgendo un’asta di cimeli della radio, per chi è presente nell’auditorium della radio e chi è a casa, il ricavato va ovviamente a sostegno della cooperativa. Alcuni golosi, per chi ascolta da un pezzo: la Garzantina di RP, gli adesivi del Border Trophy, la maglietta di “Milano fa male” (1999), il sapone “Mani Pulite” (1992) e così via. Asta ‘Povera ma bella’. A salire con i lotti, a un certo punto un po’ mi accendo con il lotto 4: le bandiere del Palacucco (1998/2004), maledetti rigori.
Bei ricordi, però non basta.
Poi arriva il primo lotto, il più importante:
LOTTO 1 — Nastro della diretta del 25 aprile 1994
Supporto originale dell’epoca con la diretta del corteo antifascista oceanico e molto bagnato, all’indomani dell’insediamento del primo governo Berlusconi.

Beh, qui sbarello. Che pioggia, solo un mese dopo la vittoria di Berlusconi, eravamo ancora tutti increduli, quanta gente, mi batte ancora il cuore a pensarci. Faccio un’offerta, si parte da due euro e rilanci di due in due. In breve qualcuno offre cinquanta, saliamo e poi diventa un testa a testa con il tenace Omar, entrambi da casa. In radio non ci sono più offerte, lui rilancia sempre la cifra tonda, io salgo ogni volta di quattro. Dai Omar, da bravo. Non molla. Ma nemmeno io. Fino a quanto sono disposto ad arrivare? Non lo so ma, tanto, sono soldi alla radio, va bene. Fatti sotto, Omar. A un certo punto tentenna, io assesto il colpo finale: centodue, superando la soglia psicologica. A questo punto Danilo De Biasio, non ricordo bene nel furore dei rilanci, ha l’idea giusta: chi offre 107,60 vince. Lo farei ma sto già vincendo, Omar per fortuna si deve essere distratto e, beh: il revox originale della diretta di quel giorno è mio.

Sono emozionato, che giorno quel giorno. E c’erano molti meno fascisti di oggi ma ancora non lo sapevamo. Che giorno. Non lo so come ascoltare il revox, non ne ho proprio idea, mi daranno una versione digitale, in radio, quando tra qualche giorno andrò a prenderlo. Chiederò a Disma, è stato gentile.

Omar, se e quando vorrai, ogni volta che vorrai, sarai mio ospite a casa per riascoltare insieme la diretta di quel giorno. Ma dai, forza: tutti, tutti quelli che vogliono, casa mia è aperta, ospito chiunque per l’ascolto originale del 25 aprile 1994. Perché si sappia, esistono solo due 25 aprili: quello del 1945 e quello del 1994. Grazie, RP, anche stavolta è stato bello.
E ‘Melania’, il documentario su Melania Knavs in Trump scritto, prodotto, curato, ambientato, musicato, saturato, effettato da essa sé medesima ma pagato con i vostri abbonamenti di Amazon, diventò il film con il voto più basso di sempre su IMDB.

Non tratteniamo lo stupore. Già ne avevo detto bene poco tempo fa, soprattutto della gara tra le major per aggiudicarselo a suon di milioni per ingraziarsi il presidente, versando nobilmente bava dove possibile. Sebbene Amazon, che spuntò la gara, dica dei grandi successi di pubblico e abbia pagato migliaia di recensioni positive sui siti specializzati, ora il documentario giace in fondo a ogni classifica possibile. Chi l’avrebbe mai detto?
A onor del vero: fino a poche settimane fa, il voto su IMDB era pure inferiore, 1,1 su 10, nemmeno un film girato da un bambino di nove anni non vedente chiuso in un bidone che rotola giù per la collina sarebbe riuscito in un’impresa simile; ora però il voto è aumentato, passando da 1,3/10 all’attuale 1,6, bisogna dirlo. Il pubblico si sta ricredendo in ragione di uno ogni trenta oppure delle masse e prezzolate stanno votando in favore del documentario riuscendo però solo ad alzare la media di niente?
Ma soprattutto e infine: chi se ne impippa? Giusto, nemmeno io dovrei. È che mi sta quasi venendo voglia di vederlo, ora che è lì ultimo di sempre, persino peggio di ‘The Room’ (3,6), il campione del trash, di ‘Sharknado’ (3,3) e addirittura di ‘The VelociPastor’, un film su un prete che si trasforma in dinosauro per combattere il crimine, voto 5,1/10.
Io propenderei per Lennon per il suo impegno politico, per la consapevolezza dei tempi, anche per certa musica un po’ più psichedelica. Poi in certe canzoni, come ‘Imagine’ o ‘Working class hero’, qua e là mi pare di cogliere certe furbizie e scivoloni, anche il carattere non era granché e il suo rapporto con le donne controverso, però lui è anche quello che restituì le medaglie alla regina, che assunse una dimensione internazionale andando in America, è quello del pacifismo e delle proteste. Come il Bed-In, per esempio, nel 1969 contro la guerra in Vietnam, nel letto con Yoko per due settimane ad Amsterdam e Montréal e fate entrare i giornalisti. La risonanza fu grande e il messaggio chiaro.
Certo, erano pur sempre l’Hilton di Amsterdam e il Queen Elizabeth Hotel di Montréal e loro due milionari attenti all’immagine e se dovevano essere settimane anche il cambio delle lenzuola aveva la propria ragion d’essere. C’è però una foto che smonta tutto ben più di qualsiasi critica, in cui la cameriera, lei sì una working class people, rassetta il letto dei due che assistono immoti, in attesa di ricominciare la protesta.

E allora ritorno a McCartney, sir, più spiritoso e anticonformista, seppur meno impegnato. Almeno non è stato così pirla da farsi fotografare in un atteggiamento simile durante una protesta in favore dell’umanità.