lo pseudonimo perfetto

Dovessi un domani darmi alla carriera di spia o di scrittore in cerca di un nom de plume o diventare il protagonista di uno sketch dei Monty Python, allora di certo il mio nome sarebbe: Vladzio Jaworowski d’Attainville. Imbattibile.

Per notare sorpreso ancora una volta come la realtà batta la fantasia, esistette per davvero un Vladzio Jaworowski d’Attainville, cappellista e modista franco-polacco molto noto, compagno storico di Cristóbal Balenciaga. Il suo volto corrisponde peraltro alle mie fantasie, scatenatesi non appena sentito il magnifico nome e cognome.

Chiamatemi Vladzio.

se il mio nemico uccide un altro mio nemico allora diventa mio amico?

Intendiamoci, io per ogni Khamenei in meno sulla terra sono contento.

Ma se questo accade perché gli Stati Uniti e Israele si ergono a guardiani del mondo, il corrispettivo dei guardiani della rivoluzione iraniani, armati fino ai denti, questo non mi sta bene. Per nulla, per esperienza sappiamo che il dopo è solitamente peggio, Ali Larijiani potrebbe esserlo. L’operazione su Teheran gli americani l’hanno chiamata ‘epic fury‘, gli israeliani ‘il ruggito del leone’, questi sono del tutto dementi. E il Venezuela, la Groenlandia, Cuba per restare alle sole ultime settimane e alla politica aggressiva americana, niente di buono sotto il sole.

dall’impossibile al comodo in ciabatte

Nota Albert Frederick Mummery nel suo ‘My Climbs in the Alps and Caucasus‘ come ogni cima montana passi attraverso tre stadi:

Giusto e ‘lady‘ è da intendersi nel significato precipuo del 1895, ovvero dama inglese che si diletta in qualche ascensione pomeridiana con scarpette da passeggio e gonnellone. Il principio dei tre stadi vale senza dubbio per molte cose, una bella edizione del suo libro è qui.

che popolazione, che cultura (la primavera russa)

Da ‘Beresina. In sidecar con Napoleone’ di Sylvain Tesson. Che popolazione, questi russi, che sensibilità, che lirismo. Non vedo l’ora di andare da loro.

ascoltavo tranquillo quando tutto a un tratto…

Un pezzo sufficientemente classico, con l’orchestra come si deve, il balletto e tutto quanto: Léo Delibes, ‘Sylvia’, in particolare l’Atto 3: No. 14, Marche et cortège de Bacchus.

In quel movimento, che si può sentire qui, già dal trentunesimo secondo per chi era adolescente negli anni Ottanta c’è un passaggio che richiama immediatamente tutt’altra cosa, una sigla.
Non lo dico, la cosa è nota, chi vuole provi e sarà un tuffo al cuore. La soluzione è questa, dal secondo venticinque. Grandissimo arrangiamento. A me piace anche la versione supercafona e quella punjabi. La cosa più terrificante di tutte era il titolo spagnolo.

spegnete la luce

Strepitoso questo manifesto sovietico del 1987 che invita, semplicemente, a spegnere la luce quando si esce dalla stanza.

Braccio spegni esci gamba. Irraggiungibile per sintesi, chiarezza e bellezza.
«Уходя, гаси свет!», «Quando esci, spegni la luce!», СССР, 1987, autore ignoto⁠. Evidentemente non tutti spegnettero la luce e poco dopo l’URSS collassò.

vidi raccolto in volume ciò che nell’universo si squaderna

Ricordo questa ripresa di Umberto Eco che, cercando un libro specifico, camminava nel labirinto della sua biblioteca – non so quanti appartamenti uniti in Foro Bonaparte a Milano – per andare esattamente a prenderlo in un punto in fondo in fondo. Trentaduemilacinquecento volumi, e doveva essersene letti la gran parte, alcune collezioni complete immagino, si intravedevano numerosi scaffali solo di Adelphi; la struttura era labirintica, con angoli retti, e ovviamente viene in mente Borges.

Eco chiese che per dieci anni dalla sua morte non si organizzassero convegni su di lui, immagino per raffreddare il pensiero critico, e così incredibilmente è stato. Ma il 19 febbraio scorso è scoccata l’ora ed è il momento di ripensare l’intellettuale, il critico, il semiologo, il romanziere, di capirne a fondo e celebrarne la grandezza: a Bologna aprirà a maggio la ‘Biblioteca Moderna Umberto Eco’ che ne riproduce quella di casa, una parte più antica dei volumi è invece andata alla Braidense, com’è giusto, e poi avanti con i convegni: ‘Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo’ a Bologna, in occasione dell’apertura della biblioteca, per citarne uno.

Ricordo mio padre, che con Eco ci aveva lavorato un po’ ai tempi di Urbino, che snob qual era – mio padre, dico – alzava il sopracciglio quando lo si citava. Sbagliando, era però sintomatico di un atteggiamento molto italiano, citando Stanis La Rochelle, per cui la stazza critica e intellettuale di Eco viene percepita complessivamente e pienamente più all’estero che da noi, se non nel ristretto ambito accademico. Il successo dei romanzi, la rosa e Foucault sopra tutti, all’estero è una cosa che non si percepisce in Italia, la fortuna critica, le quaranta lauree ad honorem in tutto il mondo, la versatilità del suo pensiero, la leggerezza anche – le bustine di Minerva erano le mie preferite, mi sembrava di ricevere molto in poco -, un amico ucraino costretto a lasciare casa a Kharkiv mi diceva che la cosa che gli manca di più sono i romanzi di Eco, rimasti là. Da noi la parte dei romanzi viene quasi percepita come un’incursione commerciale alla ricerca del facile, tutti sul pulpito perché capaci di scrivere romanzi di enorme successo, ovviamente.

Io ho spesso pensato che eravamo molto fortunati, quando c’era, ad avere Eco. Non ad averlo avuto, certo anche quello, ma ad averlo nei tempi correnti, in cui ci siamo anche noi. Una propaggine luminosa di un mondo che va scomparendo che si è spinta fino al 2016, una fortuna. A me poi piaceva la sua critica più sottile, come quando definiva l’imperatore Costantino «un grande figlio di puttana», sintesi peraltro abbastanza calzante, oppure le sue indicazioni leggere su ‘Come dire parolacce in società’ o ‘Come riconoscere un film porno’, che poi a guardar bene tanto leggere non erano. Adesso potremo capirlo meglio ma a posteriori è sempre un gran peccato anche se, purtroppo, è così che spesso va, anche con gli affetti personali.

Comunque, la passeggiata di Eco nei meandri della sua casa-biblioteca che ricordavo all’inizio è nei primi minuti di La biblioteca del mondo di Davide Ferrario, bel documentario su di lui. E il libro che andava a prendere, in fondo in fondo, era intonso. Quindi aveva anche la biblioteca del possibile, ovvero sapeva di avere molti testi senza averli letti, da utilizzare alla bisogna. È questa la grandezza della preparazione, avere gli strumenti per poi richiamare quel che ti serve, non il dettaglio spicciolo.

il Tati palestinese

Da qualche tempo ho deciso di interessarmi un po’ di più ai paesi che, secondo me e non solo me per fortuna, oggi racchiudono le energie del mondo: Iran, Turchia, medio oriente, alcuni stati centroasiatici, alcuni nordafricani. Tutti in condizioni pessime dal punto di vista democratico e di sopravvivenza o, per alcuni, addirittura non riconosciuti, il che probabilmente è alla base delle energie stesse che vengono liberate. Meno interessanti i paesi su cui mi sono concentrato finora, il cosiddetto Occidente, vecchio, ossessionato, ripetitivo, in calo verticale e in preda alla paura, allo zero demografico in cui anche i ventenni ragionano come anziani. Aggrappati a una vita dispendiosa che ci sentiamo sfuggire dalle mani.

«Non ho una patria per poter dire che vivo in esilio… vivo in postmortem… vita quotidiana, morte quotidiana», dice Elia Suleiman, regista e attore palestinese con cittadinanza israeliana di cui ho appena visto ‘Il paradiso probabilmente’, il mio primo suo film e di cui ho scoperto l’esistenza da due ore.

Apolide, Suleiman racconta uno sguardo sul mondo intero ironico e stralunato, alla Tati direi, spesso guarda in camera e non risponde alle domande, inespresso mentre il mondo attorno fa piccoli gesti insensati. Alcune inquadrature in una Parigi deserta sono meravigliose e le scene in cui attende in sale d’attesa sfolgoranti sono ridicole. Infatti, nel film il regista peregrina tra studi di produzione francesi e americani alla ricerca di finanziamenti per il suo nuovo film, nel film. Il tassista nero americano che scopre che è palestinese è un vero spasso e la scena con l’uccellino sul tavolo è Tati al cubo. Forse non un film di peso ma, dico, un film grazioso, assurdo e delicato. Fine del Mereghetti, vado a imparare arabo e russo.