Bella zona, qui, tra Hammersmith e Shepherd’s Bush, popolare come sanno esserlo gli inglesi, mescolando alto e basso e vestendosi come gente appena uscita dalla DDR o insensatamente eleganti. Ieri sera tutti amici dopo la qualificazione al primo posto del girone dell’Inghilterra, in giro stamane con il primo sole la concentrazione di etnie è altissima, prevale come avevo già avuto modo di notare quella caraibica, non è raro che sia anche il tipo di cucina prevalente in parecchi pub inglesissimi per arredamento.
Storie varie, vagolando per la città. Nel negozio del British Museum vendono riproduzioni in scala reale di teste greche, un Afrodite di Satala in resina vien via alla bellezza di millesettecentocinquanta euro, stesso prezzo per un Apollo di Chatsworth. Se il perché è d’obbligo, almeno pensando a qualcuno che se le metta sul tavolino in soggiorno, è forse più comprensibile se un direttore di museo disgraziato possa pensare di acquisire qualche visitatore in più. O, forse, per un Vezzoli che poi ci faccia arte contemporanea. Se no non si spiega.
Poco dopo incappo in un piccolo deposito di cabine telefoniche rosse, tutti modelli diversi, conservate – come dice il cartello – per le future generazioni. Giusto. Se ne possono anche adottare, immagino lasciandole qui, oppure in tutto il regno per una sterlina: sono quelle piccole cose in cui gli inglesi sono maestri, costano poco e rendono molto.

Poi alla cabina ci deve pensare l’affidatario, privato o ente o comunità.
Attaccare bottone nelle grandi città, si sa, è molto più difficile: troppo alta l’offerta, bassissima la domanda. Bisogna farlo, volendo, con le figure semipubbliche che si offrono, per esempio i buskers. Faccio due parole con un uomo sul lungotamigi che, seduto con un libro aperto, ha davanti a sé una macchina da scrivere. Lo si può affittare, poet for hire, è un poeta e scriverà rime d’occasione per chi lo vorrà, si paga quel che si vuole. Immagino a casa si stufi. Ovviamente ha la barba.
Una grande idea, meravigliosa, è quella di vendere un po’ di frutta, qualche mela, o arancia, nei caffè, una sterlina a pezzo. Io, allora, riesco a ottenere la combinazione che preferisco: espresso e banana. Che soddisfazione, che civilità, che popolazione questi inglesi.

Attraverso il Tamigi e all’andata lo faccio sul Millennium bridge, volevo farlo perché pedonale e va dritto dentro la nuova Tate gallery, la ‘modern’. Di questa gente si potrà dire di tutto, e a ragione, ma se la dichiarazione di intenti di un grande museo della capitale, tanto da scriverlo in facciata, è: “gratis e aperto a tutti”, beh, tocca levarsi il cappello secondo me.

Oltre ad avere uno dei loghi più assurdi e belli della storia della grafica. Io ritorno al di là del Tamigi lo faccio sul ponte che mi racconta più storie, il London bridge. Per millecinquecento anni fu l’unico ponte sul fiume, perché è bene ricordare che mentre a Roma si uccideva un Giulio Cesare qui si girava ancora con le pelli di pecora sulle spalle. Divenuto poi nel tempo una specie di ponte vecchio fiorentino con superfetazioni di negozi e magazzini, fu ricostruito completamente a fine Ottocento. Bastò poco perché con l’evoluzione tecnologica il peso di auto e camion e bus lo facesse sprofondare nel fango e lo rendesse obsoleto e necessario di rifacimento. E fu così che nel 1967 fu approvato il nuovo ponte e, chissà come gli venne, fu proposto di metterlo in vendita. E qualcuno lo comprò: un imprenditore americano se lo fece impacchettare, spedire pezzo per pezzo via Panama fino in Arizona, dove si può vedere ancora oggi. La storia l’ho già raccontata qui e vorrei citarmi, parlando appunto del ponte: “Che uno quando va a Londra e gli vien voglia di vedere il famoso London Bridge delle canzoni ci va e poi commenta: ‘apperò, bel cesso, me lo immaginavo meglio'”. Questa è la ragione.
Una buona parte del vecchio London bridge bruciò nel grande incendio del 1666, in particolare i mulini. L’incendio fu furioso e distrusse due terzi della città medievale e rinascimentale. Un monumento ottocentesco, un colonnone dorico alto tanto così, lo ricorda. E proprio sotto c’è un pub che si chiama, bravi, The Hydrant. Nel senso che ci si idrata tutti. È una specie di variante vivente, questo pub, del ‘keep calm and have a drink’, se riscoppia l’incendio ci siamo. Parlando dell’incendio, bisogna guardare i quadri di Turner per questo.
Poi, dopo varie escursioni nei parchi e parchetti e giardinetti, grazie a iddio la città ne è piena e visto il clima ci si può accampare un po’, numerosi acquisti di liquidi refrigerati, un po’ di zonzo per vedere cose mai viste prima, e sono moltissime, in realtà tocca anche tornare a casa, per quanto uno desideri stare in giro. Tra le cose non dette finora, sicuramente il consiglio di non andare a vedere da vicino la centrale di Battersea, se la si ha nel cuore per quella copertina (lo dico: a parte la psichedelia, il loro disco migliore). Ovviamente non solo non c’è più il maiale volante ma la centrale, tutta, dopo anni di abbandono, è stata recuperata ed è un enorme centro commerciale sovrastato da appartamenti esclusivi. Non solo, non c’è più nemmeno quella visuale, visto che è stata avvolta da condominii vetrificati che la conchiudono, tipo organismo assassino.

L’altra considerazione che mi viene l’ho già fatta un sacco di volte ma è sempre sorprendente: oltre ad avere una cultura musicale di molto superiore al resto d’Europa, almeno diciamo in ambito pop-folk-rock, generi moderni per dire tutto, hanno anche un’attitudine all’ascolto consolidata nel tempo e, di conseguenza, hanno i luoghi adatti per sentirla, la musica. Ieri sera ero in un posto che è stato progettato, pensato, costruito nel 1932 appositamente per la musica, non a caso si chiama ‘Odeon’. Il nome lo dice, noi l’abbiamo imparato dai greci che l’hanno insegnato ai romani e via via fino a loro. Da noi questa cosa esisteva ed esiste per la musica classica, quella moderna la sentiamo nei palasport. Ora: senza voler fare il sofistico, però sentire bene la musica fa una certa, buona, differenza. Anche se è rock melodico non troppo complesso. Alla fine, l’unico genere che ben tollera i palasport è il metal, qualsiasi altra perde in ritmica o parti soffuse o troppo basse. Qui, anche i posti costruiti di recente, magari piccoli, hanno ottime acustiche e sono stati ideati proprio per quello, non sono riciclati. Beh, vuol dire molto. E anche la gioia di sentire un bel concerto, stavolta i Cardigans, sentito bene come si deve, valorizzando anche il lavoro di arrangiamento del gruppo per la serata, vale il prezzo del biglietto. E della trasferta, nel mio caso. Uno, al bar, mi spiegava che è venuto fin da Cardiff per questo concerto e che ‘For the boys’ è la sua canzone preferita in assoluto, non solo dei Cardigans. Non l’han fatta.

Un ultimo sguardo al tramonto sul Tamigi dal ponte di Hammersmith con ancora nelle orecchie l’amabile conclusione del concerto di Persson: «Lovely day at work, today» e via, di ritorno a certe rotture che mi eviterei volentieri, alla vita quotidiana un po’ ripetitiva di questi mesi che un po’ mi sminchia. Ma vabbuò, cose buone si sono fatte, guai a lamentarsi. Piuttosto, meglio provare a guadagnarsi qualche altra occasione.
Comunque, Londra è troppo piena di italiani, soprattutto in certe, sempre le stesse, zone. Li si riconosce dai tatuaggi fatti a caso, adesso. Una volta per il casino e l’abbigliamento, inconfondibili, ora anche per quello. Quattro ragazze italiane, stamane, al tavolo a fianco al mio al baretto, si dicevano il programma del giorno: andare a vedere gli scoiattoli al parco. Che tenerezza, i venti sono i nuovi otto, brave.
Alla prossima, grazie a chi ha seguito.
























































