«Chi quel gong percuoterà / apparire la vedrà / bianca al pari della giada / fredda come quella spada / è la bella Turandot!». Nella Pechino del tempo delle favole, Turandot, figlia dell’imperatore Altoum, sposerà quel pretendente di sangue reale che abbia svelato tre indovinelli molto difficili da lei stessa proposti. Mentre Ping, Pong e Pang si lamentano di come, in qualità di ministri di corte, siano costretti ad assistere alle esecuzioni delle troppe sfortunate vittime di Turandot, mentre preferirebbero vivere tranquillamente nei loro possedimenti in campagna. Nel frattempo, a Napoli, rappresentano a modo loro.
Per carità, lo so che bisognerebbe vederla, e che non si giudicano i libri dalla copertina e, poi, a chi non piace Romeo in giacca di pelle? Comunque, il regista Vasily Barkhatov che allestisce la chiave moderna commenta serafico: «Le nuove proposte non sempre sono bene accolte». E ha ragione, seppur lapalissiano. A me spiace sempre non assistere ai momenti focali di certe riunioni, quel momento in cui uno si alza, schiocca le dita e dice: «Ci sono! E se appendessimo un’auto incidentata a testa in giù?» e lì scrosciano gli applausi, genio, genio. Ecco, mi spiace perdere quei momenti lì.
Un gruppo di ragazze si traveste da ragazzi per assistere alla partita di calcio della nazionale iraniana. Già, perché è loro proibito. È ‘Offside’, film del 2006 di Jafar Panahi.
Solo che le ragazze sono buffe e agguerrite e i soldati quando non sciocchi irrigiditi dalle regole ridicole, il problema è la segregazione di genere nel paese, cervellotica costruzione per evitare il più possibile il contatto tra donne e uomini e per limitare le libertà delle prime. ‘Kafka a Teheran’, appunto. Una pipì, uno sguardo di sguincio, e allora almeno racconta cosa vedi, guardia, la faccenda si sviluppa in un ridicolo recintino di transenne per esercitare il potere ottuso della proibizione. Persino nelle panetterie in Iran le code sono due, affinché non avvengano sguardi, figurarsi contatti. Panahi riesce nel difficile compito di parlare di cose serie con leggerezza e sguardo aperto, operazione complicata senza scivolare nella farsa o nel melodramma. La partita di calcio è reale, ha raccontato di avere due finali diversi a seconda di come fosse terminata. Film notevole, secondo me. E intanto buona parte del cinema europeo e americano si interroga sui drammi del cattivo cibo a cena.
Chiunque sia mai stato al cimitero Monumentale di Milano (consiglio, qui la mia vecchia guida) lo sa: al centro del famedio al piano superiore – ovvero dove sono le supercelebrità milanesi, vere e supposte e in cenotafio – troneggia lui, come primo indiscusso e imbattibile, Alessandro Manzoni. In ampia teca marmorea sopraelevata a perenne memoria, densa di retorica abbastanza, Fo, Gaber, Jannacci, Noorda, Pesce tutti al piano di sotto. Ah, Milano. Va bene. Se ne potrebbe anche discutere ma se ne potrebbe anche non discutere, altrimenti poi io dico che i ‘Promessi sposi’ sono un micidiale veicolo di ideologia familistica, poi qualcuno se la prende e poi tocca litigare. Ecco, tanto non è nemmeno l’oggetto né il luogo della presente guida.
Bisogna andare a Cormano. Oggi non so sinceramente perché qualcuno dovrebbe andare a Cormano tranne me ma anche qui non vorrei offendere alcuno. Per maggior precisione, più che Cormano, bisogna andare a Brusuglio, perché lì c’è, in via Manzoni angolo via Promessi sposi, davanti al centro odontoiatrico Manzoni e dopo il bar Manzoni, Villa Brusuglio Berlingieri. Oggi detta ‘Villa Manzoni’, ovviamente. Una volta era ‘Villa Imbonati’ perché, sensatamente, apparteneva a Carlo Imbonati e alla sua morte nel 1805 passò alla sua compagna Giulia Beccaria che, come si sa, era la madre dell’onnipresente. Tutta ’sta pappardella per dire due cose: una, che A.Manz. (d’ora in poi così per brevità) trascorse molte estati nella villa; due, che per questo ed essendo ancora della famiglia, molti parenti e successori vi abitarono e abitano e fecero di Brusuglio un luogo di buon ritiro.
Iddio perdoni loro anche i maiuscoli sconsiderati. Comunque: a stare parecchio nei posti, poi capita anche di morirvi e ciò accadde a parecchi dei congiunti di A.Manz. E morendo capita poi di andare a finire in un cimitero, specie dopo l’editto di Saint Cloud del 1804, e così nel caso specifico nel cimitero di Brusuglio, appunto. Che è poi l’oggetto di questa inutile guida turistica, la tomba di famiglia dei Manzoni:
Bruttarella invero. Nella base del piccolo Golgota sono incastonate le lapidi di alcune figure di primo piano non solo della storia manzoniana ma milanese tout court: Giulia Beccaria, figlia di Cesare Beccaria, moglie di Pietro Manzoni, compagna come detto di Carlo Imbonati e madre di A.Manz., figura vivace e interessantissima. Cito qui en passant Giovanni Verri, amore della giovane Giulia e con tutta probabilità padre di A.Manz., sciapò al carattere accomodante del conte Manzoni e un velo pietoso sul rapporto forse poco sano tra madre e figlio; Enrichetta Blondel, prima moglie di A.Manz. e madre dei suoi dieci – dieci! – figli in ventidue anni, nota per la celebre abiura del calvinismo in favore del cattolicesimo, per questo celebrata dal marito, citando Ginzburg: «L’esistenza di Enrichetta trascorse fra questi quattro punti cardinali: il matrimonio, la maternità, la malattia, la fede», che spasso.
Alla morte di Enrichetta, A.Manz. compose l’ode ‘Natale 1833’ ma, straziato, non riuscì a finirla, per mia fortuna che così non ho dovuto studiare un’altra ode mortale. Ma non lo dico, che se no poi mi tocca discutere con qualcuno che gli piacciono le odi manzoniane e si sente in dovere di spiegarmi in cosa io sbagli. Poi A.Manz. sposò Teresa Borri con cui la madre, sua di lui, begò mica male per un decennio. Infine, nel basamento della tomba di famiglia ci sono anche Giulia Claudia, primogenita di A.Manz. ed Enrichetta, poi moglie di Massimo D’Azeglio, depressa e scontrosetta, persino il padre che gongolava nei versi dolorosi non si spese più di tanto nell’epigrafe in mortem: «A Giulia D’Azeglio nata Manzoni / Morta nella pace del signore / Il giorno 20 di settembre 1834 / Il marito e i parenti desolati / La raccomandano alla misericordia di lui / E alle preghiere dei fedeli»; le altre due figlie, Cristina Manzoni Baroggi e Sofia Manzoni Trotti, e poi anche Pietro Luigi, secondogenito della coppia, uomo assennato e giudizioso, vera stampella del padre, se non per un paio di viziucci condannabili al tempo in casa, ovvero sbevazzare non poco e prendere poi una sbandata con matrimonio segreto per una ballerina milanese. Avrei voluto vedere voi in quella famiglia.
Infine, la moglie di Pietro Luigi, Giovanna Visconti Manzoni, e la loro figlia che dissennatamente chiamarono, disgraziati!, Alessandra. Condannandola quindi a un destino beffardo che sarà cominciato fin dalla scuola, scampata comunque fino al 1916. Quindi, in sostanza, rispetto ad A.Manz. la tomba racchiude madre, moglie, quattro dei figli, qualche nipote e nuora, mica pochi.
Ora: a me importa anche un fico secco di dove stiano i parenti di A.Manz., a parte Giulia Beccaria sulla cui levatura non si discute e viva suo padre, e mi importa ancor meno dello stato di incuria che caratterizza le tombe dei congiunti di cui sopra, ma se la retorica del famedio, con la cassona in cima a tutto, fa di A.Manz. il patrono laico (ehm, diciamo, almeno non in abito talare) di Milano e non si discute e viva il Manzoni e che bravo il Manzoni e tutta Milano gli deve qualcosa e ci si riempie la bocca in tutte le scuole del regno, allora se non si è ipocriti ci si prende cura anche delle figure laterali di cotanto splendore d’uomo, come minimo minimo rimettendo le letterine mancanti alla tomba della fondamentale madre: ecco, quello stridìo tra la retorica del poeta sommo e il disinteresse del resto mi dà fastidio, quello sì.
Altrimenti, al famedio A.Manz. sotto e Fo nel tecone, che avrebbe più senso per me. Quindi, io che ho veramente un treno merci di difetti e mancanze ma non quello dell’ipocrisia, un giro al cimitero di Brusuglio e alla villa l’ho fatto e lo consiglio. Certo, trovandosi in zona, non è esattamente il posto che consiglierei a chi si debba muovere apposta da millesettecento chilometri di comodo sterrato, ma se uno è in coda in tangenziale proprio al di là del muro, magari esca e passi cinque minuti a dare un’occhiata.
Certo che queste guide son proprio strane, nascono per conto proprio, mai avrei pensato di farne una su questo tema. Va così, le altre guide:
Quarantottesimo anniversario della strage, anche oggi in piazza.
Piazza piena, mal distribuita per cercare l’ombra, al centro resta vuota fino al momento importante, le 10:12.
Scuole, confederazioni sindacali, partiti, amministrazioni, centro sociale, radio, cittadini, la memoria non cade e molti ci sono, nonostante gli anni. Bene.
Nel filo che lega Jean-Louis Trintignant a Vanessa Paradis a un certo punto c’è Samuel Benchetrit, scrittore e poi attore e regista francese. Dalla sua autobiografia ‘Les Chroniques de l’Asphalte’, storie dalla banlieue, nel 2015 ha sceneggiato e diretto ‘Asphalte’, incautamente tradotto in italiano con ‘Il condominio dei cuori infranti’, scoraggiante.
E invece no, è un film fatto di niente e proprio per quello mi è molto piaciuto: di quelli nei gruppi condominiali desolati e poi invece un po’ di riscatto morale, affettivo, sociale c’è sempre. Le tre storie sono semplici e ricche di umanità, la ricerca di ciò che ciascuno desidera o necessita tra individui che si incontrano per caso. Girato in un palazzone desolato che potrebbe essere in qualsiasi periferia francese è invece a Colmar, gioiello storico-architettonico ma solo in centro, fuori è proprio tutta un’altra storia: o ci si aiuta o si sprofonda.
Il ‘giardino persiano’, come il ‘giardino all’italiana’, è uno stile tradizionale specifico dell’impero achemenide di organizzare un giardino: oltre all’eleganza, la compostezza, la simmetria e l’armonia, una delle caratteristiche specifiche è la capacità di sopravvivere anche in condizioni climatiche avverse. Nove giardini persiani al mondo, i più famosi e conosciuti, sono patrimonio Unesco.
Ma il titolo originale del film, in persiano کیک محبوب من, è ‘La mia torta preferita’, non ‘Il mio giardino persiano’, come tradotto da noi. Certo, c’è un giardino, molto bello peraltro, e forse una certa qual allusione, e c’è pure una torta, tra l’altro, e forse una certa qual altra allusione: la settantenne Mahin, vedova con due figli all’estero, a un certo punto decide di riaprire alla vita, dopo anni ripetitivi e solitari, facendosi coraggio e attaccando bottone con il tassista Faramarz.
Da lì ne scaturirà una serata e notte imprevedibile. Uno dei punti focali è che la vicenda avviene in Iran, dove ovviamente le libertà femminili e quelle in generale relazionali non sono propriamente all’avanguardia. Quindi tutto deve avvenire al riparo di occhi indiscreti e in casa, dietro un rigoglioso giardino, appunto persiano. Che avrà pure un certo ruolo verso la fine. La relazione tra i due è ovviamente timida e incerta ma voluta, entrambi colgono l’occasione e ne percepiscono gli sviluppi, la libertà che desiderano, i dialoghi e i modi sono delicati e gentili, era un attimo cadere nel trito o nel grottesco – bene i due registi, Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha, quarantenni iraniani, in una co-produzione iranosvedesfranzostedesca – e i toni tragicomici non tradiscono il garbo di tutta la vicenda.
Perché allora, con l’inizio di mani pulite, Mario Chiesa e Craxi che schiumava, le elezioni fatte da poco con la DC che perdeva il cinque per cento, il muro, l’URSS, il PCI, pareva che davvero le cose potessero cambiare.
E invece no, saltò in aria l’autostrada, morirono Falcone, Morvillo, la scorta, e la reazione conservatrice si fece sentire eccome. Ricordo esattamente la sensazione di sconcerto e frustrazione.
Madonna che casino con i temi, da ieri a modificare i css. Delinquenti.
facciamo 'sta cosa
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