Perché allora, con l’inizio di mani pulite, Mario Chiesa e Craxi che schiumava, le elezioni fatte da poco con la DC che perdeva il cinque per cento, il muro, l’URSS, il PCI, pareva che davvero le cose potessero cambiare.
E invece no, saltò in aria l’autostrada, morirono Falcone, Morvillo, la scorta, e la reazione conservatrice si fece sentire eccome. Ricordo esattamente la sensazione di sconcerto e frustrazione.
Tutti coloro che furono obbligati dal ruolo e dalla circostanze espressero più o meno sentiti cordogli, per tutti gli altri, nel migliore dei casi, era morta «la strega». ‘Witch’, a volte cambiava l’iniziale. La signora scozzese che, intervistata alla televisione durante il funerale, disse che sarebbe stato meglio piantarle un paletto nel cuore e metterle una corona d’aglio al collo per essere sicuri che non tornasse, «they should put a stake through her heart and garlic ‘round her neck to make sure she never comes back», resta nel cuore di molti.
I funerali, che erano stati concordati con lei, la Thatcher non la signora scozzese purtroppo, furono sontuosi: la cattedrale di St. Paul, la regina Elisabetta, tutta la cricca di orrendi che ne condivideva la visione politica, da Netanyahu a Kissinger a Cheney, i messaggi da tutto il mondo. Ken Loach propose di «privatizzare il suo funerale» e il comico Frankie Boyle ironizzò sui costi della cermonia: «Per tre milioni di sterline si potrebbe dare una pala a ogni scozzese e potremmo scavare una buca così profonda da consegnarla a Satana in persona», «For £3 million you could give everyone in Scotland a shovel, and we would dig a hole so deep we could hand her over to Satan in person».
I Chumbawamba fecero di meglio: scrissero e registrarono un EP intitolato ‘In Memoriam: Margaret Thatcher‘ molti anni prima e lo vendettero a ogni concerto od occasione possibile, con l’avvertenza che, però, gli acquirenti avrebbero ricevuto copia del disco il giorno dopo la sua morte. So long, waiting for Margaret to go.
E così fu. Qui il disco. Canzoni come ‘Waiting for Margaret to Go’, ‘Pinochet Bids Farewell from Beyond the Grave’, ‘The Day the Lady Died’, ‘Ring the Bells!’ e citazioni da ‘Ding-Dong! The Witch Is Dead’ dal mago di Oz ancora oggi restituiscono una certa atmosfera di doglianza piuttosto vivace:
So long, so long, you kept me waiting so long, so long, let me serenade you with one last song you’ll back where you belong so long, so long,
Se il ‘posto cui appartieni’ è abbastanza chiaro, secondo alcuni era un’abitudine sentirla mentire:
good bye good bye… it’s so familiar seeing you lie bye bye
E l’addio sentito, addio, addio, leggi l’epitaffio, suona la campana, ecco il tuo biglietto di sola andata per l’inferno:
Farewell, farewell Read the epitaph, ring the bell, you’ve got a one-way ticket to hell farewell, farewell
A tutti i teneroni che da noi pensano che il declino sociale, morale ed etico sia iniziato con Berlusconi tocca ricordare che le cose erano purtroppo iniziate ben prima, Reagan compreso. Io stesso ho ancora una maglietta, nera, con scritta bianca: ‘I still hate Margaret Thatcher’. Più di una volta in Gran Bretagna mi hanno offerto una birra, grazie a quella.
Per una volta, storia personalina. Un paio di sere fa sono a casa che sistemo cose, c’è sempre da sistemare cose, e ascolto la radio, Radio popolare. C’è una trasmissione buffa speciale, in stile ‘Poveri ma belli’, in cui – essendo la settimana dell’abbonaggio – si sta svolgendo un’asta di cimeli della radio, per chi è presente nell’auditorium della radio e chi è a casa, il ricavato va ovviamente a sostegno della cooperativa. Alcuni golosi, per chi ascolta da un pezzo: la Garzantina di RP, gli adesivi del Border Trophy, la maglietta di “Milano fa male” (1999), il sapone “Mani Pulite” (1992) e così via. Asta ‘Povera ma bella’. A salire con i lotti, a un certo punto un po’ mi accendo con il lotto 4: le bandiere del Palacucco (1998/2004), maledetti rigori. Bei ricordi, però non basta.
Poi arriva il primo lotto, il più importante:
LOTTO 1 — Nastro della diretta del 25 aprile 1994 Supporto originale dell’epoca con la diretta del corteo antifascista oceanico e molto bagnato, all’indomani dell’insediamento del primo governo Berlusconi.
Beh, qui sbarello. Che pioggia, solo un mese dopo la vittoria di Berlusconi, eravamo ancora tutti increduli, quanta gente, mi batte ancora il cuore a pensarci. Faccio un’offerta, si parte da due euro e rilanci di due in due. In breve qualcuno offre cinquanta, saliamo e poi diventa un testa a testa con il tenace Omar, entrambi da casa. In radio non ci sono più offerte, lui rilancia sempre la cifra tonda, io salgo ogni volta di quattro. Dai Omar, da bravo. Non molla. Ma nemmeno io. Fino a quanto sono disposto ad arrivare? Non lo so ma, tanto, sono soldi alla radio, va bene. Fatti sotto, Omar. A un certo punto tentenna, io assesto il colpo finale: centodue, superando la soglia psicologica. A questo punto Danilo De Biasio, non ricordo bene nel furore dei rilanci, ha l’idea giusta: chi offre 107,60 vince. Lo farei ma sto già vincendo, Omar per fortuna si deve essere distratto e, beh: il revox originale della diretta di quel giorno è mio.
Sono emozionato, che giorno quel giorno. E c’erano molti meno fascisti di oggi ma ancora non lo sapevamo. Che giorno. Non lo so come ascoltare il revox, non ne ho proprio idea, mi daranno una versione digitale, in radio, quando tra qualche giorno andrò a prenderlo. Chiederò a Disma, è stato gentile.
Omar, se e quando vorrai, ogni volta che vorrai, sarai mio ospite a casa per riascoltare insieme la diretta di quel giorno. Ma dai, forza: tutti, tutti quelli che vogliono, casa mia è aperta, ospito chiunque per l’ascolto originale del 25 aprile 1994. Perché si sappia, esistono solo due 25 aprili: quello del 1945 e quello del 1994. Grazie, RP, anche stavolta è stato bello.
E ‘Melania’, il documentario su Melania Knavs in Trump scritto, prodotto, curato, ambientato, musicato, saturato, effettato da essa sé medesima ma pagato con i vostri abbonamenti di Amazon, diventò il film con il voto più basso di sempre su IMDB.
Non tratteniamo lo stupore. Già ne avevo detto bene poco tempo fa, soprattutto della gara tra le major per aggiudicarselo a suon di milioni per ingraziarsi il presidente, versando nobilmente bava dove possibile. Sebbene Amazon, che spuntò la gara, dica dei grandi successi di pubblico e abbia pagato migliaia di recensioni positive sui siti specializzati, ora il documentario giace in fondo a ogni classifica possibile. Chi l’avrebbe mai detto? A onor del vero: fino a poche settimane fa, il voto su IMDB era pure inferiore, 1,1 su 10, nemmeno un film girato da un bambino di nove anni non vedente chiuso in un bidone che rotola giù per la collina sarebbe riuscito in un’impresa simile; ora però il voto è aumentato, passando da 1,3/10 all’attuale 1,6, bisogna dirlo. Il pubblico si sta ricredendo in ragione di uno ogni trenta oppure delle masse e prezzolate stanno votando in favore del documentario riuscendo però solo ad alzare la media di niente? Ma soprattutto e infine: chi se ne impippa? Giusto, nemmeno io dovrei. È che mi sta quasi venendo voglia di vederlo, ora che è lì ultimo di sempre, persino peggio di ‘The Room’ (3,6), il campione del trash, di ‘Sharknado’ (3,3) e addirittura di ‘The VelociPastor’, un film su un prete che si trasforma in dinosauro per combattere il crimine, voto 5,1/10.
Io propenderei per Lennon per il suo impegno politico, per la consapevolezza dei tempi, anche per certa musica un po’ più psichedelica. Poi in certe canzoni, come ‘Imagine’ o ‘Working class hero’, qua e là mi pare di cogliere certe furbizie e scivoloni, anche il carattere non era granché e il suo rapporto con le donne controverso, però lui è anche quello che restituì le medaglie alla regina, che assunse una dimensione internazionale andando in America, è quello del pacifismo e delle proteste. Come il Bed-In, per esempio, nel 1969 contro la guerra in Vietnam, nel letto con Yoko per due settimane ad Amsterdam e Montréal e fate entrare i giornalisti. La risonanza fu grande e il messaggio chiaro. Certo, erano pur sempre l’Hilton di Amsterdam e il Queen Elizabeth Hotel di Montréal e loro due milionari attenti all’immagine e se dovevano essere settimane anche il cambio delle lenzuola aveva la propria ragion d’essere. C’è però una foto che smonta tutto ben più di qualsiasi critica, in cui la cameriera, lei sì una working class people, rassetta il letto dei due che assistono immoti, in attesa di ricominciare la protesta.
E allora ritorno a McCartney, sir, più spiritoso e anticonformista, seppur meno impegnato. Almeno non è stato così pirla da farsi fotografare in un atteggiamento simile durante una protesta in favore dell’umanità.
Qualche giorno fa a Palazzo Chigi l’incontro tra Meloni e Rubio, segretario di stato americano, per provare a tornare amici. Pare non sia andata benissimo anche perché per questa amministrazione la parola del segretario non dà alcuna garanzia su quella del presidente. Ma come sempre, e anche stavolta, mi distraggo fatalmente e noto i dettagli, invece della sostanza. Qui sotto la fotografia ufficiale, pubblicata dal governo.
In ordine. A parte l’abito di Meloni che mi ha fatto scoppiare a ridere subito, sembra il grande David Byrne nei momenti migliori dei Talking Heads… Vabbè, mi interrompo subito e lo metto qui sotto, non posso resistere.
Fa fa-fa fa, fa-fa fa-fa fa-far better. Anche le bandiere parrebbero essere molto lunghe, sicuramente ci sarà una legge o regolamento che ne dispone le proporzioni rispetto all’asta, l’angolo deve toccare la base, così secondo me sono proprio un po’ buffe, sembrano certi tovaglioli piegati a cono in piedi in certe pizzerie sotto gli svincoli. Il modellino della facciata di Palazzo Chigi su piazza Colonna è curioso, perché esso stesso dentro Palazzo Chigi, azzardo sia stato ideato per far capire nelle fotografie dove ci si trovi; Perec ci sarebbe andato a nozze, con un palazzo dentro lo stesso palazzo dentro… Sembra un po’ piazzato lì, sproporzionato tendente al grande anch’esso tra i due monti stellati dei Chigi. Ma il meglio, il meglio assoluto è il Guttuso sopra, la Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio del 1860, Giuseppe Garibaldi a cavallo mentre guida i Mille in camicia rossa contro le truppe borboniche nei pressi di Palermo. Per carità, Guttuso, Garibaldi, il Risorgimento, chi sono io per dire qualsiasi cosa? Nessuno, chiaramente. Ma visto così, nell’inquadratura, a me non ricorda altro che, e provo a resistere, i dipinti murali della city hall di Pawnee, Indiana:
Il capo Wamapoke fu condannato a morte per il reato di essere indiano, comune nel 1830, e giustiziato. Ma non ci si dia pena, i soldati rappresentati qui sopra lo mancarono e il capo Wamapoke morì di vecchiaia nel suo letto molti molti anni dopo. Dai, metto anche il ‘sunday boxing’, bello altrettanto.
Tornando dunque all’immagine iniziale e considerando il liceo del made-in-italy, lo stile che tutto il mondo ci invidia, l’innata eleganza che ogni italiano ha, le eccellenze, la cultura, il cibo, il vino, la culla e alè, avanti con tutto l’armamentario, è dunque quella immagine più vicina all’elegante compostezza di un Michelangelo Antonioni o, invece, a una contemporanea commistione trumpiano-russo-emiratoaraba cui si dovrebbe aggiungere solo un po’ d’oro qua e là e, se possibile, un qualche mitra?
Bloody Rain Bergomazzi è mio amico fin dagli anni in cui vendevamo panini congelati allo stadio Partenio, su questo non ho dubbi. Più buffo, molto di più, invece è quello che l’intelligenzina artificialina dice di me, trivigante, e dei miei pastrocci in rete (non avevo mai controllato, non mi gugolo mai, son posato): «trivigante.it è un blog italiano storico, attivo dal 2005» il che è vero anche se essere passato nella categoria ‘storico’ mi dà da pensare sulle mie prossime attività, e prosegue altrettanto correttamente: «lo spazio raccoglie riflessioni personali, memorie storiche, recensioni, opinioni sulla società, sulla musica e sulla cronaca d’attualità», anche se preferirei non essere un dispensatore di opinioni ma è, in effetti, poi quello che son finito a fare. Destino beffardo.
La cosa davvero buffa è questa: «trivigante.it è un blog italiano (…) curato da B.R. Bergomazzi». Ahah, mapporc, mavaff, maccome, maddove, mappurcuà? Quando te ne sei impossessato, Bloody Rain?
Che scorreggione, ora che hai preso il potere che ne farai? Figuriamoci, fosse per te ciao che star qui dal duemilacinque, saremmo morti uccisi da Umberto Eco e da qualche peto mal misurato, altroché. Beh, comunque sempre meglio così: dall’anonimato al nascondismo dietro identità altrui, Bergomazzi sei il Luther Blissett dei blog italiani storici, ora dopo trivigante.it guidaci verso il socialismo.
Grazie a J., che se n’è accorta e qui ci siam fatti due risate.
Aggiornamento del poi: comunque, chiedendo chiarimenti l’intelligenzina si corregge:
Oggi ho disdetto l’abbonamento. Sette anni fa, quando mi abbonai, era senz’altro un progetto informativo da sostenere e incoraggiare, a parer mio. E sono convinto della scelta, ancor oggi. Oggi penso che il progetto-Post abbia le gambe, e le abbia abbastanza robuste, e ne sono contento per il panorama abbastanza desolante dell’informazione indipendente in Italia. Penso anche, però che, nella ricerca di miglioramento, tra il “di più” e il “meglio” che comunica, il “di più” abbia travolto tutto quanto: troppo lunghi gli articoli, troppo lunghe le newsletter, troppo lunghi i podcast, troppe premesse, troppe spiegazioni, troppe cose “spiegate bene”. Troppe cose in generale. ‘Morning’ fin dai tempi dell’attuale direttore mi era diventato indigesto per quel terzo in più di durata fatto di premesse, di cautele, di spiegazioni esplicitate anche se già chiare, in una bulimica necessità di dire sempre tutto tutto. È poi un’attitudine alla cautela, non so, il voler sempre chiarire ciò che non si vuol dire, spiegare per essere ben intesi, che io trovo sfiancante, alla lunga. Sarà l’età, la mia. Opinioni personali che ho scritto anche a loro, per quel che vale. Ho un abbonamento da ricollocare, se qualcuno – Mondo camion, L’uncinetto, Credere, La voce della Val Pusteria – volesse farsi avanti.
facciamo 'sta cosa
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