Lasciato il non tanto riuscito lirismo del minidiario di ieri, lascio anche la costa e mi dirigo a Canterbury. Cose note: la cattedrale, normanna e poi gotica, grandiosa, e l’assassinio in essa contenuto; Christopher Marlowe, il motivo per cui venni molti anni fa, folgorato dalla vita avventurosa e appassionata; la scuola musicale, dai Soft Machine ai Matching Mole in giù, ovviamente Robert Wyatt; Chaucer e i suoi meravigliosi personaggi dei racconti, oggi in albergo mi hanno dato la stanza del Pardoner, l’indulgenziere; la via Francigena, che parte da qui, dalla cattedrale, e in milleottocento miglia arriva a Roma. Fatto meno noto, lo scopro ora, è qui sepolto, in un cimitero verde e composto, Joseph Conrad. L’ho salutato, come si deve. Venni a Canterbury molti anni fa, Marlowe doveva essere morto da poco, e poco ne ricordo, a parte la cattedrale. Ora so perché: la città, diciamo la parte entro le mura, è tanto graziosa e idilliaca quanto confondibile con, per dire, York o Cambridge o Oxford o Peterborough o Leicester e potrei andare avanti parecchio, pur non essendo molto cortese con chi al momento mi ospita. Allora, anni fa, andai sulle tracce di Marlowe dopo la lettura del Deptford di Burgess, il suo ultimo romanzo. La recensione di IBS è interessante (sic!): “Protagonista il poeta e drammaturgo Christopher Marlowe, scomparso per mano d’ignoti all’età di trent’anni. gato in una casa d’aste e il redattore di un giornale del cinodromo, si è sposato, ha avuto una figlia, si è separato, insegna gemmologia in un istituto di Roma”. Certo. A Roma, dovevo andare. Qui, a parte un paio di college sontuosi, nessuna traccia. Un teatro molto moderno e un monumentuccio dedicato, tutto qui. Ma la confusione sul tragediografo agente segreto regna massima, dall’inizio alla fine, nemmeno in una taverna come si dice spesso.

La cattedrale, centro di comando della chiesa anglicana, ora retta da una signora che reputo arcigna a prima vista, Sarah Mullally, autorità terrena e spirituale insieme, è sterminata come lo è il complesso in cui è inserita: le rovine di un immenso monastero benedettino la circondano, oltre a cimiteri, spazi funzionali, residenze, altre cose che non identifico. Il pathos sul drammone dell’omicidio, colpa di T.S. Eliot, è poderoso, una candela accesa indica il luogo dell’assassinio di Thomas Beckett, proprio lì e non là, la tomba che non c’è più, colpa di Enrico VIII, è rappresentata molte volte, chiaro che su quello ci si campi. Dopo un po’ sono stremato, tanto e troppo, ho una capienza limitata per chiese, castelli, palazzi, opere a carattere sacro, ceramiche, argenti, carrozze e così via, devo uscire e potrei passare davanti all’arcivescovo in persona senza accorgermene. Sulla facciata, che in pochi vedono perché si entra sul fianco, due belle statue bianche e nuove, Elisabetta II, a fianco della prima, e Filippo Nosferatu consorte, come a York ma con lui in più. Al di là della porta, Vittoria. Chissà chi hanno tolto per fare spazio. Mi ricreo al parco con il mio pranzo dei signori, panino all’aperto.

Il corso del fiumiciattolo di Canterbury, qualche monumento, gli smozzichi del castello e della chiesa di san Giorgio in cui fu battezzato Kit, la tomba di Conrad, certi meravigliosi giardinetti chiusi da muri su tre lati e sul ruscello il quarto, con tre panchine al massimo e di grande riposo e ricreazione, il museo romano, i resti del convento di Sant’Agostino – quello di qui – che riportò il cattolicesimo in Inghilterra, qualche casa Tudor, l’acquisto di una camicia a nove sterline fatta di tela di cocco, probabilmente fresca e in grado di prendere fuoco in un respiro, sono un po’ gli elementi della giornata in città. La sera si prepara, invece, dopo un certo numero di birre, al pub per la finale dei mondiali. Qui tutti tifano Spagna, avendo l’Argentina eliminato la nazionale inglese, e avendo quell’antipatia dai tempi delle Malvinas che non si risolve. Mi siedo al tavolo di un simpatico uomo, non ci sono altri posti, e i centoventi minuti più intervalli scorrono così: lui beve otto pinte di Guinness mentre io una e mezza dell’equivalente della Peroni e di nessun commento, nessuno, uscito dalla sua bocca io ho capito nemmeno il senso generale. Ho riso quando lui rideva, ho fatto mmm con la testa quando l’ha fatto lui, ho applaudito quando ho pensato servisse. Temo la cosa sia stata del tutto reciproca. La Spagna vince meritatamente e tutto il pub esulta, noi ci salutiamo amichevolmente dicendo cose che anche stavolta non capiamo.

Capita spesso che, al pagamento con la carta, il circuito chieda se si desideri pagare con la valuta locale o in euro. Capita altrettanto spesso che non ci si accorga della richiesta, mandando in timeout il pagamento. La cosa accade in un caffè e, quando sono seduto, la signora mi richiama perché il pagamento non è andato a buon fine. Riproviamo col ragazzo e capiamo il perché, la scelta della valuta. E lui, scoperta la ragione, lo dice trionfante alla signora: “He’s from Europe“, spiega. Che coltellata, tizio. Proprio un’altra entità, e c’eravate anche voi, pezzi di deficienti.
Non per questo, dichiaro il mio tempo a Canterbury terminato e mi muovo verso Londra, dove ci sarà alla fine un aereo. Ma ho tempo e la mia mappetta con i posti da vedere mi indica sulla strada Greenwich, di cui ho sempre usato il meridiano ma non vi sono mai stato. Certo, se questa cosa dell’ora l’avessero scoperta a Cinisello Baltico, ora sarei là e non qua. Greenwich è luogo con una storia importante: lungo il fiume, su un’ansa davanti all’isola dei cani, fu il posto prescelto per la costruzione di un sontuoso palazzo in stile Tudor, mattoni rossi, in cui nacquero sia Enrico VIII che sua figlia Elisabetta I. Poi cadde in rovina, i re erano cambiati, e alla fine del Seicento non so quale re decise di abbattere le rovine e di costruire lì l’Old royal naval college, l’università della guida delle navi e della battaglia per mare. Il paese già primeggiava, con navigatori ufficiali e corsari pagati sottobanco, ma con una scuola che sfornava decine di migliaia di ufficiali a decennio ne nacque la prima potenza navale al mondo. Da qui, per dire, uscì l’ammiraglio Nelson e qui tornò dopo la battaglia di Trafalgar, bello steso e freddo. Lo misero nella ‘Painted hall‘, mi piace quando chiamano le cose descrittivi, per gli onori del caso per venti giorni e la sala è ancora qui. Siccome sono più sportivi e scanzonati di noi, vedi la volta di Sant’Ignazio a Roma, non solo hanno disposto dei divani piatti per osservare il soffitto sdraiati ma invitano calorosi a farlo.

Nel cortile è giorno di lauree, sono molti e molte e hanno l’aria indiana, pakistana, iraniana, padri e madri orgogliose scattano foto in abiti molto eleganti. Immagino che il college abbia aperto ad altre discipline, dubito siano tutti futuri capitani di flotta. Lo intuisco anche dalla musica di violino che esce da una sala. Abbandono l’edificio, attraverso la strada, visito la Queen’s house di fronte, unico resto dell’antico palazzo, e salgo la collina fino all’osservatorio reale, sì, proprio quello del meridiano e, quindi, del fuso orario. Era un bel casino, prima. Con la latitudine ce la si cavava con il sole e le stelle ma con la longitudine non c’era proprio nulla da fare, senza orologi. Non che l’abbiano inventate loro, Quirico Filopanti gloria a te, ma come tante altre cose l’hanno perfezionate e prese, tant’è che, appunto, non sono a Cinisello Baltico ora. La foto classica è quella con un piede di qua e uno di là del meridiano.

Martin Parr, ancora. Troppo facile. In realtà Greenwich è solo una parte della storia, l’altra è Deptford. Che una volta era un paese e, ora, è un quartiere, rione, frazione, cantuccio della Grande Londra. È qui che un giorno di maggio del 1593 Christopher Marlowe, Kit, fu accoltellato in un occhio per un conto non pagato o in una vera e propria imboscata, non lo sappiamo. Fa parte del lato oscuro della sua vicenda. Sappiamo però che fu portato alla chiesa di St. Nicholas e lì sepolto in una tomba anonima. Io ne approfitto quindi per farmi una bella passeggiata di una mezz’ora dall’osservatorio verso Deptford, è una destinazione che puntavo da trent’anni. Troppo poco per farne una destinazione apposita ma se c’è un pretesto vicino, come oggi, allora è perfetto. L’entrata del giardino della chiesa è sormontata da due teschi, indica il camposanto, e della chiesa di allora resta il solo campanile. Ma le tombe ci sono, eccome, e una di queste sarà la sua. Impossibile saperlo, bisognerebbe esumarli tutti, andare a Canterbury a prendere il DNA di tutti i Marlowe attuali e confrontare. Francamente un po’ troppo, visto che non cambia niente. C’è una bella lapide a cenotafio e sopra alcuni devoti ammiratori hanno lasciato piccoli oggetti: una penna d’oca, una carta da gioco di metallo, un temperino, una matita, un portacandela, una bugia a dirla meglio, una corona d’alloro. Commovente.

Ho compiuto il percorso di Marlowe, dal battesimo alla sepoltura. Ai suoi tempi, non era meno di Shakespeare, il suo Faust bellissimo, come il Tamerlano. Cut is the branch that might have grown full straight. Vale per Faust come vale per Marlowe. Resto qui per un po’, ammetto che ci mangio anche un panino, nei camposanti rifiorisco. Poi percorro a piedi tutta High street di Deptford, dovrebbe essere successo qui suggeriscono gli studiosi, come se potessi scoprire chissà che. In realtà lo faccio solo per immaginare, la forma della strada e delle case non doveva essere radicalmente diversa, case basse e addossate. Meno fango, sicuro, e più auto. Va bene, è ora, un giretto al Barbican e lì attorno per i resti romani delle mura e dei forti, Wall street per la stessa identica ragione come a New York, piglio gli stracci e vado. Non è un ritorno a cuor leggero e mi chiedo quando mi ricapiterà di ripartire, forse presto, chissà. Mi chiedo anche, in senso più ampio e me lo chiedevo l’altra notte dopo altre tre ore di camminata notturna, fin quando riuscirò a camminare così, a girare con lo zaino e null’altro, fino a quando gambe e ginocchia e testa terranno. Poi mi dico che farò come quegli sportivi che non solo non smettono quando dovrebbero ma che, anzi, si trascinano sui campi dolenti e traballanti, un po’ pietosi ma orgogliosi della propria incapacità di dire basta. Ecco, farò così. Al momento sono nella fase-Djokovic, ovvero alle semifinali ci arrivo ancora con buon tono, tengo finché posso. Grazie a chi ha seguito.
















