Kristi Noem, l’ultrà trumpiana iperconservatrice a un certo punto pure Segretaria della sicurezza interna del governo americano, quella che si faceva le schifose fotografie davanti ai detenuti immigrati di El Salvador, diceva volgarità immani, si beava di aver sparato al proprio cane, organizzava giornate contro l’aborto e diceva di voler sparare agli immigrati, è stata licenziata ai primi di marzo, in favore di un ex-lottatore.
Già basterebbe. E la schadenfreude dov’è? Beh, salta fuori che il marito, Bryon Noem, si dedicava per svago al travestimento da donna prosperosa e indugiava in chat con signore fetish. Quella che la rete chiama ‘bimbofication‘. La sua foto per gli annali:
Ovviamente non importa un fico secco di quello che il signore faccia nel suo tempo libero, la soddisfazione, il lato della bocca alzato in un accenno di sorriso giunge dalla sofferenza della moglie iena, che si dice ‘devastata’, invoca la preghiera dei fedeli e vede schiantarsi in un colpo solo tutte le proprie certezze moralistiche conservatrici. Io scommetto un nichelino che anche lei avrà un bel po’ di scheletri nell’armadio e che il licenziamento sia servito a nasconderle, ma importa poco anche quello. Importa che la realtà mi sorprende sempre molto al di là della mia più fervida immaginazione. Grazie, realtà.
Ancora Tesson, d’altronde è uno davvero bravo. Bravo a fare, certamente, ma altrettanto bravo a immaginare viaggi: stavolta ripercorrere la ritirata di Russia – di Napoleone, non quella italo-tedesca – da Mosca a Parigi, seguendo le tracce dell’esercito napoleonico. Bel progetto. Potrebbe bastare? Sì, potrebbe ma non a lui: «Bisogna fare un vero viaggio, amico mio. Ne ho piene le tasche di questa crociera di mormoni», disse Tesson, «Che cosa è un vero viaggio?», chiese il suo amico,
«Una follia che ci ossessioni, che ci porti nel mito; insomma una deriva, un delirio traversato dalla Storia, dalla geografia, innaffiato di vodka, una sbandata alla maniera di Kerouac, qualcosa che a sera ci lasci senza fiato, in lacrime, in riva a un fosso»
rispose Tesson. E infatti: seguire il percorso della ritirata, di inverno e, per ricostruire il più possibile le condizioni dei soldati, a cavallo di un sidecar. Basta? No, una Ural di evidente fabbricazione sovietica. E ovviamente degli amici capaci. Ecco, è Beresina. In sidecar con Napoleone di Sylvain Tesson, del 2016.
È evidentemente una cazzata, e bella grossa, fatta per farla fino in fondo. E per questo irresistibile, almeno per me e quelli come lui, dio come partirei al volo per una cosa così. L’elemento tragicomico russo è fondamentale in questo tipo di imprese, al limite della decenza e della sopportabilità:
Ieri, durante la tappa notturna, avevo stretto i denti così forte da spezzarmene uno: dopo avevo sputato un pezzetto di radice nel lavabo di porcellana della stanza da bagno. «Vitaly, m’è caduto un dente» dissi davanti al caffè del mattino. «Una Ural funziona anche con l’ottanta per cento dei suoi bulloni» rispose lui. «Grazie tante» gli dissi.
E che ci vuole? Nulla, appunto, che vuoi che sia. Come il ljubljanese cui chiesi come attraversare la valle del fiume Savinja, in Bassa Stiria, alluvionata il giorno prima, e lui mi rispose: «Vai che si passa… beh, al massimo muori», che vuoi che sia? La solita ossessione occidentale a restare in vita a tutti i costi. Superare.
Espatriare è una possibilità che alberga da sempre il mio animo, ricominciare scegliendo consapevolmente, fuggendo da un certo ridicolo che caratterizza le nostre vite da decenni, scegliendo l’esilio volontario dai Delmastro, Santanchè che si rigenerano di continuo, finisce una ne arriva un altro. Finora ho praticato l’espatrio temporaneo, ovvero per giorni o settimane, facendolo però con una certa costanza e ravvicinando le occasioni il più possibile, così da farlo assomigliare a una vera uscita dal paese. Però poi c’è sempre qualcosa che mi fa tornare, vigliacco me. Fantasticando però di rigogliose opportunità per ricominciare, condivido alcune possibilità a mio parere allettanti: dopo la Mordovia e la sua diatomite per lavare i piatti, dopo la Buriazia e la sua densità abitativa allettante, stavolta un’ottima destinazione per l’espatrio potrebbe essere questa città:
Lo dico fin da ora: non c’è un giustiziere che difenda i deboli, a Batman, e non è detto sia un male. E non c’è, che io sappia ma questo non vuol dire, una caverna. Nel 2008, l’allora sindaco Hüseyin Kalkan minacciò sia Christopher Nolan sia la Warner Bros. di fare loro causa per l’indebito utilizzo del nome della città ne ‘Il cavaliere oscuro’.
Situata nel Distretto di Batman, a sua volta nella Provincia di Batman che diventa poi il Comune, sempre di Batman, fino agli anni Cinquanta un piccolo villaggio, Batman e il suo territorio divennero un’importante zona estrattiva e ne sperimentarono la crescita vorticosa fino agli attuali quattrocentomila abitanti. Il che, comunque, la rende una città media senza troppo affollamento. Tra le caratteristiche golose per l’espatrio segnalerei:
il cotone di bambù, che è il principale prodotto agricolo;
la linea ferroviaria che collega Batman con Diyarbakır e Elâzığ;
l’omonimo fiume Batman che scorre attraversando la zona;
la rinomata università di Batman, sotto lo stemma;
poiché la città è un’importante centro curdo, ha l’importante festival di cinema curdo;
il tasso di disoccupazione è del venti per cento per gli uomini e del dieci per le donne, quindi conveniente se siete donne;
però il quarantatre per cento delle donne risulta non avere alcun grado di istruzione, dipende se è quello che cercate o com’è il vostro grado di istruzione; potrebbe convenire;
se vi piace il fòbal, potrete assistere sia alle partite della Batman Petrolspor che della 72 Batmanspor;
c’è il comodo aeroporto e comunque anche la ferrovia per Ankara, e sono solo mille comodi chilometri;
i 48,8 gradi centigradi dello scorso luglio e i meno 20 gradi di gennaio ne fanno una città che apprezza le variazioni e i cambiamenti, rara situazione da non sottovalutare;
la vicinanza con la meravigliosa città archeologica di Hasankeyf, luogo bellissimo; magari affrettarsi perché sarà presto sommersa dalla diga di Ilısu; dal Comune assicurano che non lo faranno mentre siete in visita;
fondamentale: non ci sono Joker o Pinguino, almeno fino a ora.
E non ho menzionato la torre dell’orologio, volevo tenere qualche sorpresa. Devo dirlo, infine, per correttezza e completezza: il nome originale della città era Êlih, in curdo, o Elīḥā in siriano, poi prese il nome del fiume. Ah sì, è in Turchia.
Ci vediamo, per gli expats, il giovedì sera al Bar Sport al Parco Batman Atatürk, dopo le nove, io avrò una camicia con le strisciate di petrolio e un bicchiere di benzina. Ci si vede anche se fa quarantotto sotto zero, mica sono delle mammolette, a Batman.
Ecco, lo sgurz resta ma David Riondino se n’è andato. Mi addolora molto, come molto l’ho amato, a partire dalle corse con i carrellini la notte in stazione Centrale ai suoi dischi, l’impiegatino asburgico nell’Austria di fine secolo, l’incommensurabile Franco da Catania – esci di camera –, l’alegria do Brasil, un paio di serate in teatrini piccoli piccoli ma con tanto cuore e passione, tante cose, tutte delicate e belle. Un’altra testa che se ne va, che dispiacere. Gli amici lo chiamavano ‘bietola’, andiamo a giocare con gli altri bambini. Che tristezza.
La servitù a Venaria reale, in dettaglio. L’avremmo guardata e commentata insieme, ne sono certo. Il custode dei tetti ci sarebbe servito e ti sarebbe immensamente piaciuto. Chissà chi si occupava delle imposte, intendo gli scuri. Per tredici membri della famiglia reale, si contano quasi cento cortigiani e cortigiane, tra cavalieri e dame, ma la sproporzione assoluta è tra i sei addetti alla frutteria, i sette attendenti al caffè e le due, sole due, lavandaie.
Ma che zozzoni, ‘sti Savoia, non solo politicamente.
Ma guarda te se dobbiamo uscire di casa in quattordici milioni per toglierci dai piedi Santanchè, Delmastro e Bartolozzi, rei tutti di aver commesso e detto porcate poco dicibili. Ma, in realtà, vittime di lotte interne.
Repubblica, Il Post, Corriere, tre percentuali definitive diverse sulla vittoria del ‘no’ al referendum. Interessante.
Anche l’analisi del voto è puro delirio; scrive il Corriere: “Testo bocciato dagli elettori più istruiti e dai laureati. Gli operai si dividono e il Sì prevale tra le casalinghe. Il sostegno alla legge si ferma al 31% tra i centristi”. Risponde Libero, sempre onesto, addossando la responsabilità del voto contrario a “ceti improduttivi del Meridione e i giovani pro-Pal”, complimenti.
Il sistema malaaato ricorda Walter Fontana dei tempi. Domani e Fatto esultano.
Il Giornale è invece sorprendentemente sobrio, almeno nel titolone, meno nell’occhiello.
L’Unità, che non so bene che giornale sia ora, tende un poco i toni.
Ma il miglior titolo è quello del Messaggero Veneto: in Friuli vince il sì, se nel resto d’Italia non si sanno comportare che ci possiamo fare noi?
Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta mentre ieri non ci vedeva un significato politico dentro la stessa, aspettiamo la crocifissione di Giusi Bartolozzi, la donna a capo di gabinetto che con le sue uscite sulla magistratura come «plotone d’esecuzione» ha da sola suscitato un botto di voti contrari, mentre il vicepremier di Forza Italia ammette che la Lega è allo sbando e quello del Carroccio, da Budapest, fa a notare che la percentuale più alta di no, dentro il centrodestra, si annida dentro Forza Italia. Uno che parli del proprio partito no. Ed è solo l’inizio. Sarà un anno lunghissimo.
Aggiornamento: dimenticavo il peggiore di tutti, la Verità, certo, che non si smentisce, accludendo pure libro sulla remigrazione. Io capisco pure la libertà di espressione, per carità, ma anche sovvenzionarla con fondi pubblici questo mi pare un tantino al di là del dovuto.
Beh, come tutti mi siedo e seguo i risultati man mano, sarà una cosa veloce vista la scelta binaria. Scrivo in diretta, la direttona di trivigante, si parte con forbici tipo 47/53 per cento, che non vogliono dire nulla. A diciassettemila sezioni il ‘no’ è avanti col 54,3% e stiamo fermi amici, che sono poche e poi – ricordi il 2008? – magari son più veloci a scrutinare in Emilia e poi arrivano le regioni della ceppa. Calmi. Alle 16:09 le sezioni sono ventisettemila e il ‘no’ – indovina te che si è votato qui a trivigantelandia – è al 54,75%, sempre grande calma ma insomma, la metà si avvicina e già qualcosa. Due minuti dopo però qualcuno dice qualcosa:
«Ce l’abbiamo messa tutta» detta dal Comitato del Sì sa molto di resa. Mmm, sta’ fermo, trivigante, che la notte del 2008 te la sogni ancora. Tutto è molto veloce, in Campania il ‘no’ al sessantasei per cento. Sta’ a vedere che anche questa si smalta sul referendum confermativo. Poi arriva una dichiarazione chiarissima: FdI nella presenza di un tizio dice che «L’esito non incide sul governo».
Certo, Bignami, certo. Come no? E a questo punto comincia a farsi strada un fatto:
Poco prima delle milleseicentotrenta di oggi, è una certezza: il NO vince. Cioè, vinco. Era dall’acqua pubblica, un bel successone come si è visto, che non vincevo. Affluenza al 59%, bella notizia, era da molto che non si vedeva un po’ di partecipazione. Comincio a mettermi comodo al balcone, che adesso è tutta da vedere. 54,12% a 47mila sezioni, due terzi, alle sedici e quarantatre, ormai lo svantaggio è irrecuperabile. La mia prima telefonata è per la mia amica centenaria, partigiana: non lo sa, glielo dico io, vittoria! Cominciano le telefonate e i messaggi, adesso è tutto spasso. A cinquantunmila sezioni su sessantatremila il ‘no’ è al 53,99%, vittoria piena e indiscutibile, anche per l’affluenza poderosa. Poco da dire, adesso invito ufficialmente la maggioranza a divorarsi dall’interno, non vedo l’ora. Il risultato nelle regioni è pressapoco questo:
Il che ci dice ancora una volta che a nord del Po c’è un problema. Meloni dice: «Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione» e vorrei ben vedere non lo facessero, ma chissà quanto rosica. A me piace il taglio dell’immagine del videomessaggio su Repubblica:
Spunta appena appena dal basso. Già il dibattito promette benissimo, arriva Nordio:
Ma certo, che significato politico? Ma ci mancherebbe. In Forza Italia già volano i coltelli, Pascale accusa Tajani di non aver leadership, chissà a che titolo. Che goduria, si respira per un po’. Nordio specifica su X e mi vien proprio da ridere: «Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico. Ci consola l’alta partecipazione che conferma la solidità della nostra democrazia». Consolati, Nordio. E ricordiamoci del giochino di non far votare i fuori sede, nel conteggio dell’affluenza. Si va verso la conclusione, il dato pare attestarsi al 53,7% e bon, amen gloria, ora frittatona di cipolle, Peroni familiare ghiacciata e avanti.
Trimestre difficile, questo. Per me, si ripercuote sulla quantità di musica ascoltata, quindi sulle scelte, zero concerti visti, tre saltati: Selton, Kula shaker (maledizione), Suzanne Vega. Però la compila c’è lo stesso e secondo me nemmeno così male, viste le premesse e le condizioni. Comunque, bando alle ciance: ha la durata giusta per andare da Jyväskylä a Ylöjärvi col rallentato finlacchiese.
Beta Band, Frankie & the Heartstring, DDT, Dea matrona, Baseball project, Working’s Men Club, Last dinner party, persino Bob Vylan e poi che ne so io? Altre cose, mica sono una rivista di indie rock. Le stagioni musicali sono ormai trentatre, quindi novantanove mesi, mica male. Tra un po’ è il decennale, festeggerò con il fondatore di OnlyFans a bordo della cabinovia di Mercatale bevendo amaro del capo.
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