Repubblica, Il Post, Corriere, tre percentuali definitive diverse sulla vittoria del ‘no’ al referendum. Interessante.
Anche l’analisi del voto è puro delirio; scrive il Corriere: “Testo bocciato dagli elettori più istruiti e dai laureati. Gli operai si dividono e il Sì prevale tra le casalinghe. Il sostegno alla legge si ferma al 31% tra i centristi”. Risponde Libero, sempre onesto, addossando la responsabilità del voto contrario a “ceti improduttivi del Meridione e i giovani pro-Pal”, complimenti.
Il sistema malaaato ricorda Walter Fontana dei tempi. Domani e Fatto esultano.
Il Giornale è invece sorprendentemente sobrio, almeno nel titolone, meno nell’occhiello.
L’Unità, che non so bene che giornale sia ora, tende un poco i toni.
Ma il miglior titolo è quello del Messaggero Veneto: in Friuli vince il sì, se nel resto d’Italia non si sanno comportare che ci possiamo fare noi?
Nordio si assume la responsabilità politica della sconfitta mentre ieri non ci vedeva un significato politico dentro la stessa, aspettiamo la crocifissione di Giusi Bartolozzi, la donna a capo di gabinetto che con le sue uscite sulla magistratura come «plotone d’esecuzione» ha da sola suscitato un botto di voti contrari, mentre il vicepremier di Forza Italia ammette che la Lega è allo sbando e quello del Carroccio, da Budapest, fa a notare che la percentuale più alta di no, dentro il centrodestra, si annida dentro Forza Italia. Uno che parli del proprio partito no. Ed è solo l’inizio. Sarà un anno lunghissimo.
Aggiornamento: dimenticavo il peggiore di tutti, la Verità, certo, che non si smentisce, accludendo pure libro sulla remigrazione. Io capisco pure la libertà di espressione, per carità, ma anche sovvenzionarla con fondi pubblici questo mi pare un tantino al di là del dovuto.
In questo momento di Iran, Gaza, Ucraina, medio oriente tutto, faccio mio ancora una volta di più ciò che disse Er Bibbitaro ormai quasi dieci anni fa:
Non esistono stranieri. Semo tutti soli come cani a vive un’esperienza piena de dolore che culminerà inevitabilmente co la morte e poi un atroce boh. Questo dovrebbe bastà a campá leggeri, avecce empatia, solidarietà, ma voi no: nazioni, governi, muri, pistole. Branco de cojoni.
Non c’è bibbia o talmud o manuale delle giovani marmotte che mi possa dire di più, in attesa dell’atroce boh.
Paese per paese europeo, l’anno in cui fu dato il voto alle donne.
I tanto bistrattati paesi socialisti tra i primi – in realtà fu verso la fine del 1917 che in Russia si votò per le elezioni dell’Assemblea costituente panrussa, riunitasi poi nel 1918 – e l’Italia, come di consueto e su tanti aspetti riguardanti non solo i diritti civili, tra gli ultimi, prima solo di Bulgaria, Grecia, Malta, Cipro, Monaco (ma per votare che?), Svizzera e Liechtenstein, piccolezze, figuriamoci.
San Lorenzo in Lucina è una basilica importante di Roma.
Per quanto ecclesialmente minore, è un luogo fondamentale della Roma cristiana e non. Ne dico una: sotto i suoi pavimenti policromi c’è la meridiana dell’obelisco di Augusto, lo gnomone, ora lì vicino in piazza Montecitorio, che puntava dritto all’entrata dell’Ara pacis il giorno della nascita dell’imperatore. Non meno importante, è la chiesa in cui PFCasini si è sposato in seconde nozze con la pargola dei Caltagirone, bella cricchetta con cui far su famiglia. Sì, lui cattolicissimo era al secondo matrimonio, ma dopo slavazzata presso la Sacra rota, quindi il primo non era mai esistito. Capito il genere? Che ilsignore non lo faccia mai presidente della repubblica, chiedo con cortesia.
Ora: in una basilica di tal fatta e in tal posizione, al centro del centro della città su una vetusta domus patrizia romana, un certo Bruno Valentinetti, un restauratore autodidatta di 83 anni che vive nella sagrestia e apre la basilica tutte le mattine, ha – dice lui – “restaurato” un affresco di una cappella della chiesa, ridipingendo com’è noto una vittoria alata con il volto di Giorgia Meloni.
Considerazioni estetiche a parte – orrenda – e di opportunità anche – ma che leccaculismo imperante, altro che il documentario su Melania Trump – io mi chiedo una cosa sola: ma possibile che a un tizio ottantatreenne per carità certamente bravissimo con i pastelli sia consentito di mettere mano liberamente agli affreschi di una basilica così? Per quanto in una cappella dedicata ai savoia – minusc. – e di impronta ottocentesca, per fortuna, ma le cose non cambiano. Possibile, dico? Avesse anche dipinto Gesù e tutti i santi in coro, voglio dire. Esiste una sovrintendenza, delle regole, qualche costumanza di tutela e rispetto del patrimonio artistico, una commissione ecclesiale preposta, un parroco insegnante di storia dell’arte o ciascun abbia il ghiribizzo può procedere come crede, assoldando un tizio caio che dorme in sagrestia a reimbiancare le pareti della chiesa?
Ammetto che comunque la cosa mi diverta, non fosse per l’ego di Meloni, già ipertrofico, e trattandosi di una cappella dedicata ai savoia, ai lati di un busto di umberto due di savoia, tutto minuscolo, io ci avrei ben disegnato degli enormi peni vestiti d’acanto, altro che ritratti deferenti, però l’affezione personale che ho per quel luogo e per tutti i luoghi che manco conosco ma che fanno parte del patrimonio comune mi spinge a dire che gli ottantatreenni andrebbero tenuti senza pennello, se non si tratti di Michelangelo, e tutt’al più messi con pennello in luogo sicuro, alla lontana da muri da tramandare ai posteri. (Tornerò a breve sui restauri improvvidi, ricordo altri esempi luminosissimi).
Questa foto la scattai ad Auschwitz perché, pensavo, avrei voluto riguardare a lungo alcuni volti dei deportati e uccisi nel campo di sterminio, visti in modo irrispettoso camminando in fretta per i corridoi, volevo dare un volto e un nome almeno a uno o due di quei numeri che, ormai, li contraddistinguevano.
La cosa mi procurò un certo imbarazzo, non avrei voluto né fotografare né conservare a fianco delle foto delle vacanze, né – come cerco di fare di solito – pubblicare tra le mie scemenze. Ma oggi è il giorno della memoria e licet insanire semel in anno, no? Così poi, domani, pensiamo ad altro, che dobbiamo rilassarci.
Ho invece scelto diversamente, ovvero di ritirare fuori, guardare intensamente, pubblicare, perché ho appena finito di guardare una breve serie sulla storia personale di Lali Sokolov e il suo amore, Gisela “Gita” Fuhrmannova. Sokolov, un imprenditore slovacco, si salvò facendo il tatuatore di numeri sugli avambracci dei deportati, scusandosi ogni volta e cercando di usare i privilegi della sua posizione in favore di altri deportati, Fuhrmannova su tutti, di cui si era innamorato nel campo. Che non ci si crede possa accadere. Comunque. La serie, miniserie, sebbene parli di storie personali e non abbia certo l’ampio respiro di un racconto come la vicenda storica meriterebbe, ha però parecchi pregi: innanzitutto mostra con chiarezza la vita nelle baracche e le vicissitudini del campo, senza cedere più di tanto ai nostri tempi così impressionabili in cui non si può mostrare il peggio; inoltre ha certi pregi di racconto, non nascondendo anche i comportamenti miserabili, talora, dei protagonisti o, per esempio, non nascondendo che alla liberazione il ‘vissero felici e contenti’ non accadde per nessuno, raccontandone gli incubi, o, infine, raccontando il dilemma del protagonista nel rapporto con una SS che, comunque, ebbe la propria parte nella sopravvivenza di Sokolov. Manca il titolo: ‘Il tatuatore di Auschwitz’ (The Tattooist of Auschwitz), ora è in streaming qui ma comunque girerà. Ecco, tutto quello che ho fatto oggi in relazione alla giornata della memoria: ho visto una cosa, l’ho consigliata. Bravo, davvero. Oh, trivigante, qua tocca far di meglio, eh.
Il secondo senza Licia Pinelli. “L’importanza del 12 dicembre va al di là della celebrazione e del ricordo che si fa in piazza. È una data storica per l’intero Paese perché è l’inizio della strategia della tensione che produce effetti devastanti e blocca di fatto il grande movimento di riforma del Paese nato dalle lotte dei lavoratori e degli studenti”, spiega Federico Sinicato, presidente dell’Associazione dei Familiari delle vittime di Piazza Fontana. Chissà se avremmo avuto un paese diverso.
Da dove cominciare? Bene specificare prima di iniziare che ricevere il premio Nobel per la pace, ancor più dopo la vittoria di Kissinger nel periodo d’oro, equivale sì e no a ricevere una di quelle coppette di plastica dedicate industrialmente al “papà migliore del mondo” dal proprio figlio. Affetto, molto per carità, ma valore intrinseco pochino. Tra l’altro, ricordo che il premio viene assegnato, unico tra essi, dai norvegesi.
Dunque, la piglio dalla cima. Il presidente americano Trump, non appena eletto, ha cominciato a far smettere guerre nel mondo con la sola imposizione delle mani. Russo-ucraina a parte, nonostante avesse detto che sarebbero bastate ventiquattro ore, qualcuno dice sette, qualcuno otto le guerre terminate grazie al suo intervento: i conflitti tra Israele e Iran, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, Cambogia e Thailandia, India e Pakistan, Serbia e Kosovo, Egitto ed Etiopia e Armenia e Azerbaigian. Ho capito, cosa vuol dire che tre giorni fa la Thailandia abbia attaccato la Cambogia e ci siano quattrocentomila persone in fuga in queste ore e che in Kashmir nulla si sia effettivamente fermato nonostante la tregua di facciata? E che il conflitto Israele-Iran sia più che altro congelato che risolto specie dopo il bombardamento americano proprio sull’Iran? Niente, cattiverie. Grazie a questa sequela di successi, una bella teoria di buontemponi ha pensato di candidare la propria figura politica di riferimento, per tornaconto o per nettaculismo spontaneo, al Nobel per la pace 2025, cercando di affastellare successi il più rapidamente possibile in vista della votazione. Non è andata bene e il premio, si sa, è stato dato a María Corina Machado, sconosciuta ai più fino a quel momento.
Spiace, diciamo. Chiusa qui? Macché. Il presidente della FIFA Infantino, legato a quadruplo filo imprenditoriale con la famiglia Trump tra i mondiali in USA della prossima estate, la recente coppa del mondo per club sempre là e così via, si è inventato un premio mai esistito prima, il Fifa Peace Award, e l’ha consegnato in corso di cerimonia in mondovisione durante i sorteggi indoviniamo a chi? Esatto, proprio a Trump. Questo dice dando il premio: «In un mondo sempre più instabile e diviso, è fondamentale riconoscere l’eccezionale contributo di coloro che lavorano duramente per porre fine ai conflitti e unire le persone in uno spirito di pace», quello ricevendolo: «È uno dei più grandi onori della mia vita. Ringrazio la mia famiglia e la mia fantastica First Lady Melania. Oggi il mondo è un posto più sicuro». E gli amici del baretto? Che, come dice Cevoli, se volevo sentire dei coglioni, sentivo i miei.
E fin qui i fatti degli ultimi tempi. Giusta indignazione per la candidatura al Nobel, la costituzione di comitati pro Trump a questo scopo, salamelecchi e fanfaronate a non finire. E il probabile stupore dei giovani, poco avvezzi, increduli davanti a cotanta spudoratezza. Ma essi non sanno e voi, invece, che qui leggete sì, lo sapete, come lo so io. È un fatto che sta dentro di voi, sta lì dal 2009, nonostante abbiate cercato di schiacciarlo come me sotto litri e litri di alcoolici e ricordi non migliori. E allora ritiriamolo fuori: nel 2009 in Italia un bel comitatone di nettaculi umani (come li chiamai sobriamente allora) sostenne con una certa vigoria la candidatura al premio Nobel per la pace, eh sì, di Silvio Berlusconi. Oh, la cosa andò avanti per mesi e non potreste credere, cari i miei virgulti, con quale veemenza essi difesero a spada tratta la propria figura politica di riferimento, per tornaconto o per nettaculismo spontaneo, sostenendo ci avesse salvati dai comunisti, tra l’altro. Non andò bene nemmeno allora, ed è strano perché i norvegesi sarebbero pure capaci di far coteste minchiate – Kissinger, ripeto, nel 1973 – senza troppi timori.
Ma i comitati furono forti e insistenti, le letterine raccomandate (letterale) verso Oslo numerose e sentite, i peones perlopiù giovanissimi esposti nell’improbabile campagna parecchi. Tra essi, ricordo la cantante Loriana Lana – legata da parentela con Giggi Zanazzo, poeta – che nel suo curriculum ricorda come fu lei a pronosticare a Bacalov la vittoria all’oscar per ‘il Postino’, puntualmente avvenuta. Lei, in collaborazione con Pino Di Pietro, scrisse un inno dedicato a Berlusconi in cui celebrava le sue gesta (di Berlusconi) in favore della pace: “La Pace Può”, poi cantata sempre da lei con Sergio Panajia. Se non conoscete nemmeno uno di questi nomi non vi preoccupate, è normale. E io che l’inno l’avevo già salvato allora, perché trivigante sa che le cose non durano e bisogna salvarsele in saccoccia, lo rimetto qua, perché come mi sono deturpato io ascoltandolo nuovamente ora vorrei lo faceste anche voi:
Il cenno all’Abruzzo è ancora da denuncia penale o da pubblico impalamento, meglio. E l’invocazione a Berlusconi con l’inversione del verbo in fondo alla tedesca da ancora scapottare.
Non ultimo, in questa vicenda miseranda, vorrei ricordare l’epico confronto tra il grande s|a, sogliadiattenzione, meraviglioso amico e blogger di quegli anni, e tal Emanuele Verghini, non solo animatore di uno dei comitati a sostegno di Berlusconi ma, anche, figura in grado di scrivere impudentemente la seguente frase: «A Silvio Berlusconi noi guardiamo come modello. A uomini come Angelino Alfano ed a Giuseppe Scopelliti noi guardiamo come sparanza per la creazione di una nuova classe dirigente» senza cagarsi addosso. Orbene, s|a scrisse un post ironico sull’insensata candidatura di Berlusconi al premio, interrogandosi sulle dinamiche decisionali interne a Forza Italia, e Verghini intervenne nei commenti, squadernando concetti a caso, di cui ci facemmo variamente beffe. Stanno ancora lì, sotto il post. Questo per dimostrare il clima di allora, surriscaldato da questi parecchi piccoletti cani rabbiosetti che imperversavano anche in rete sostenendo il loro capo contro ogni senso e verità.
Cosa voglio dire, dunque, caro giovane che leggi queste righe? Forse che certe cose esistevano già ai nostri tempi e che noi sì che ne abbiamo viste delle belle? Giammai. Forse che certe cose non cambiano e che dovresti dunque perdere ogni residua illusione? Maffiguriamoci. Ma che ne so, giovane, di quel che voglio dire? Anzi, vattene da qui che manco sai che fosse un blog e come ci divertissimo, allora. Va’ via, va’ dove ti pare e lasciaci qui, a riascoltare “La Pace Può”, a farci venire di nuovo il nervoso e a pensare, però, com’erano in fondo gloriosi quegli anni, in cui tutti noi eroi eravamo giovani e belli. Ma nemmeno, perdio. Viva noi, ora, oggi, viva s|a e viva tutti i superstronzi che verranno candidati in futuro al premio Nobel per la pace senza però vincerlo. Che dopo Madre Teresa di Calcutta (1979, ne ho detto il peggio qui) vale comunque come un premio per la partecipazione.
Se per il musicista le parole collettive sono tutte elogiative, e ci mancherebbe, l’uomo è meno noto. Animo fluttuante, spirito progressista, vero primo professionista indipendente nella musica, in definitiva uomo libero. Nel frattempo, lungo il 2025 le sue composizioni riconosciute come originali sono passate da 626 a 721, l’attenzione è alta, e finalmente la Serenade in C che si pensava scomparsa è riapparsa, riferiscono gli specialisti. Il suo Lacrimosa resta ineguagliato, va in direzioni che non ci si aspetta e poi invece risultano essere quelle più naturali. In merito all’uomo, cito lui citando me: capace di sontuosità musicali e di pensiero, «Viviamo in questo mondo per imparare e per illuminarci l’un l’altro» e di luminose verità, «Insomma, quando ci si è svuotati, la vita torna a sorridere». Quali siano le une e quali le altre, a ciascuno secondo.
Proprio in quel momento, la torre è quella sud. La foto è emersa da poco o, almeno, io l’ho vista per la prima volta pochi giorni fa. Mi ricorda certe immagini dell’Hindenburg.
Formidabile la foto col parruccone vero che passa nel momento davanti al parruccone bidimensionale. Vista così parrebbe un’indicazione generica, la magistratura che se la prende con chi manifesta dissenso, in realtà lo stencil arriva due giorno dopo il fermo di 890, ottocentonovanta!, persone in corteo che protestavano contro il provvedimento contro il gruppo Palestine Action. La solerzia delle forze dell’ordine quando si parla di Palestina è sempre sorprendente.
[Aggiornamento] Ovviamente il mural è già stato cancellato ma mica perché lo Stato inglese è repressivo, cioè lo è ma non per questo, bensì perché è una Corte di giustizia, “listed grade 1”, quindi nessuna scritta o manifesto è tollerato. Il che fa ovviamente parte dell’idea stessa di street art. Nemmeno a dirlo. Anche questa, nella foto, è una parte parecchio divertente del processo.
facciamo 'sta cosa
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