minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 15

Sveglio presto, in preda a una certa agitazione da non-uscirò-mai-più-di-casa, invece esco e mi dedico al movimento da criceto: dopo dieci giri dell’isolato attorno a casa sento che va meglio, sono più calmo. D’accordo, ragioniamo. Giorno 15, i dati dicono di una timida diminuzione ma allo stato attuale non significa e non deve significare assolutamente nulla, sangue freddo e proseguire con la testa bassa. Altrimenti, è un attimo che il messaggio passa e si trasforma in un liberi tutti.
Ieri ho fatto un riferimento ai cinesi e c’è una cosa che non dimentico: alle prime avvisaglie di coronavirus, lo ricordiamo tutti ma io qui parlo al me del futuro, che sarò scordarello, in modo un po’ idiota e un po’ pericoloso si diffuse un certo timore nei confronti dei cinesi residenti in Italia, i loro ristoranti si svuotarono, i negozi pure, qualche furbone cominciò ad apostrofarli per strada e qualche fascista, forza nuova, nella città in cui abito affisse cartelli sulle loro serrande denunciando il loro essere cinesi e portatori di malattie. È evidente come tutto ciò sia di una deficienza criminale e i fatti poi, anche stavolta, lo hanno dimostrato. Comunque, tra il primo caso in Italia, il famoso tizio mezzomaratoneta di Codogno, italiano, il 20 febbraio, e l’inizio di marzo, l’atteggiamento verso gli orientali in generale – complimenti, anche qui – prese una piega peggiore: molti si misero la mascherina, quando nessun italiano l’aveva, per dare l’idea di non diffondere il contagio e, molto peggio, chiusero molti dei propri esercizi, dopo aver cercato di spiegare che risiedevano in Italia e che la loro merce sempre da qui proveniva. Non chiusero solo per mancanza di clientela ma, ricordo i cartelli, per difendere la propria incolumità. Paura. Alcuni sindaci ragionevoli si recarono presso i rappresentanti delle comunità e si fecero fare fotografie insieme, per rassicurare gli animi bollenti, ma solo la chiusura pose un qualche tipo di fine a questo clima assurdo. Bisognerà vedere cosa resterà di tutto ciò, perché qualcosa nei confronti dei cinesi e degli orientali in generale, putroppo, resterà nella testa dell’italiano semimedio. Facile a dimenticare le proprie malefatte ma di gran memoria sui propri pregiudizi.

Eh no, tesorino, non funziona così. Anche se poi, visto che bisogna assistere pure i bisognosi, e qui di bisogno ce n’è eccome, ti vaccineremo lo stesso, anche se poi romperai le palle e creerai un sacco di problemi.
Oggi è il 22 marzo e se fosse il 1848, forse sarei fuori a finire le Cinque giornate contro gli austriaci. Non so, forse no, chissà, è che la prospettiva attualmente mi pare desiderabile rispetto allo stare chiuso in casa. Ma son solo scemenze di chi ha del tempo da spendere. Godiamoci l’incertezza del futuro, invece, come suggerisce il sempre ottimo Altan. Poi, viene il vento e torna un po’ di freddo. Meglio, starò in casa.

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2 commenti su “minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 15

  1. Memoria e abitudini, prima e dopo

    In un periodo di intensa produzione e condivisione di pensieri, impressioni, sentimenti e via dicendo, non mancano ovviamente vari accenni al “dopo”: come sarà dopo (quando sarà dopo? ci sarà davvero un dopo?) cosa vorrei fare dopo, cosa cambierà dopo (cosa si potrà fare dopo?).
    Sono tutte considerazioni (o anche solo domande) sensate e pressoché inevitabili in questo momento. Mi sembrano peraltro tutte accomunate dall’idea per cui ci sarebbe un prima costituito dalla “normalità” antecedente, un “ora” emergenziale e transitorio, e un “dopo” che tentiamo di immaginare, con sfumature più o meno ottimistiche.
    Impareremo qualcosa da tutto questo?
    A livello di scelte collettive, o magari di politica globale, non so proprio cosa pensare: si spazia da chi intravede la definitiva crisi del capitalismo a chi è preoccupato per un futuro distopico di controllo biofisico totale alla 1984, da chi prospetta una crisi economica senza precedenti a chi prefigura grandi possibilità di crescita, magari su binari green.
    A me oggi interessa di più il livello individuale, e anzi direi proprio personale. Lo governo meglio e ho bisogno di ancorarmi a qualcosa che non dipenda così grandemente da fattori esterni e ora come ora ampiamente imprevedibili.
    Dunque, imparerò io qualcosa da tutto questo?
    A livello di interpretazione del mondo e di scelte pratiche (etiche, professionali, politiche, etc.), riuscirò a fare tesoro dell’esperienza o, se mi sarà possibile (è un grosso “se”), tornerò semplicemente alle vecchie abitudini (mentali e pratiche), alla normalità del “prima”?
    Come tutte le esperienze traumatiche, quanto stiamo vivendo ci aiuta a capire meglio quali siano le nostre priorità, i nostri beni più preziosi: quanto più siamo privati di qualcosa, tanto più scopriamo se (e quanto) per noi quella cosa contava davvero oppure no: salute, denaro, affetti, libertà e via dicendo. La situazione traumatica che stiamo affrontando, in particolare, ci permette anche di comprendere meglio la “tenuta” (o meno) di certi nostri atteggiamenti o comportamenti “normali” in condizioni diverse da quelle cui siamo stati abituati.
    Questo però non implica affatto che, superata la fase acuta, la memoria di queste priorità, di questa interna gerarchia di valori e della loro più o meno realizzabilità in concreto, si traduca (quando ciò occorra, è ovvio) in un mutato atteggiamento, fondato su una accresciuta e costante consapevolezza. A volte la tendenza di rimuovere, di far finta che nulla sia successo, prevale sulla volontà di ricordare e agire di conseguenza.
    Una cosa sulla quale vorrei mantenere aperta la riflessione è che, in condizioni eccezionali, anche il normalmente impensabile (la chiusura dei confini, il blocco della produzione, la revisione del Patto di stabilità, la rivoluzione della nostra quotidianità e via dicendo) può divenire reale. La pretesa intangibilità di molte costruzioni culturali si rivela per quello che è: una creazione umana, modificabile quando si decida di farlo con sufficiente convinzione.
    Di questo i miei nonni, anche solo per aver vissuto in prima persona la guerra (“stato di eccezione” per eccellenza), avevano memoria e resto convinto che fosse una componente importante della loro forza e della loro “centratura”.

  2. 15 giorni, 360 ore trascorse, non tutte ma molte, a riflettere sui gesti quotidiani che mi mancano, senza cercare di rimuovere, senza isolarmi nella mia bolla, sforzandomi di pensare che servirà, che molte cose stanno cambiando, economicamente, politicamente, globalmente e sembravano tutte impossibili e inimmaginabili.
    Ho messo in ordine la casa, la studio, e adesso inizia la parte più difficile, mettere ordine in me, identificare le priorità, la scala dei valori pensando al dopo.
    Sono stata abituata dai miei genitori agli abbracci, ai gesti affettuosi, alla gentilezza, alla cortesia, a dare voce ai sentimenti e a saperli esprimere ” ti voglio bene” , ” mi manchi”, ” ho voglia di vederti”, ” hai bisogno di qualcosa ?” cosi l’esigenza del contatto fisico, degli occhi negli occhi con le persone a cui voglio bene si fa sentire più di qualsiasi altra libertà negata.
    Posso scegliere di stare da sola, sono abituata e convivo da tempo con la solitudine e non l’ho mai considerata una reclusione, un abbandono, anzi per me la solitudine ha sempre rappresentato un germoglio dal quale spesso sbocciava un atto creativo, ma la solitudine di questi giorni ha spesso il sapore di un vuoto da riempire.
    Il contatto con la natura al quale ho rinunciato spesso per motivi di lavoro scavalca rapidamente le false esigenze e mi fa dire ” mai più”.
    Ad oggi sono arrivata solo fin qui: l’amore in tutte le sue sfaccettature, il contatto con terra e il suo rispetto, la salute un diritto da tutelare per tutti.
    Cambieremo, ne sono certa, spero saremo meno cinici e più solidali, dovremo esigere risposte da chi ci governa, denunciare chi non paga le tasse e sopratutto dovremo essere preparati perché riaccadrà, è già accaduto.

    OGNI CASO di Wislawa Szymborska
    Poteva accadere.
    Doveva accadere.
    E’ accaduto prima.Dopo.
    Più vicino. Più lontano.
    E’ accaduto non a te.
    Ti sei salvato perché eri il primo.
    Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
    Perché da solo. Perché la gente.
    Perché a sinistra. Perché a destra.
    Perché la pioggia. Perché un’ombra.
    Perché splendeva il sole.
    Per fortuna là c’era un bosco.
    Per fortuna non c’erano alberi.
    Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
    un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
    Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
    In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
    Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
    a un passo, a un pelo
    da una coincidenza.
    Dunque ci sei? Dritto dall’animo ancora socchiuso?
    la rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì? Non c’è fine al mio stupore,
    al mio tacerlo.
    Ascolta
    come mi batte forte il tuo cuore.

    Sta calando il sole nella corte in cui vivo e sono diventati silenziosi anche gli uccellini, il loro canto in questi giorni si sente più del traffico.
    Siamo un piccolo microcosmo composto da uomini, donne e bambine, siamo un buon esempio, posso affermarlo, un buon esempio di persone per bene che mi permette di credere con fiducia nel “dopo”.

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