Passa un’ora tra la conferma ufficiale della nuova opera di Banksy a Peckham, tra Southampton Way e Commercial Way, che qualcuno zompa su, svita e se la porta via.
Ma di questi tempi è difficile farlo senza che qualcuno riprenda (c’è) o fotografi (ecco):
Passa poco e già in molti si divertono:
Un milione compra subito, affarone. Nel frattempo, Scotland Yard non sta con le mani in mano, prima arresta uno e poi un altro. Chissà che reato è, se lo è a monte anche quello dell’artista, il bello della street art. Vediamo che succede ora.
Alle 04:27 dell’oggi, per una certa ricorrente abitudine per quanto con piccole variazioni del sistema solare che ci circonda, viene l’inverno.
Anche in questo caso è questione di processioni e addizioni azimutali, allineamenti e disallineamenti, raggi solari radenti e meno radenti, non è che si sta qui a spiegar tutto, si vada a scuola. Di certo fa caldo che uno non direbbe, altroché. A ogni modo, buon inverno ai meritevoli, che son quelli che gridano l’antifascismo alla scala, e ciccia ai bruttoni, quelli che vanno ad Atreju tutti belli brutti e compatti. Vestitevi freddi o caldi, alla seconda.
E anche questa stagione è finita e la celebro con novantadue canzoni. Oddio, che ci sia molto da celebrare è una tesi tutta da dimostrare, che lo si possa fare comunque un altro discorso, che valga la pena sicuro. La cosa più rilevante che direi d’aver imparato in questa stagione è che si possano mangiare le punte delle banane senza pericolo, avendo appreso del pericolo stesso nel medesimo momento. I tre concerti di Natalie Merchant sono stati senz’altro il picco musicale dal vivo, anche se niente male Bud Spencer Blues Explosion, la scomparsa di McGowan il dispiacere. La compila sta qui.
Sei ore e rotti, il tempo esatto per andare dal teatro Politeama di Catanzaro a Montauro, passando per Squillace lido e assolutamente senza vedere la scogliera della Vasche di Cassiodoro, ci mancherebbe. A piedi, a piedi, che altro?
In un’Inghilterra distopica di un futuro non troppo lontano, le riserve di mezzi di produzione incominciano a scarseggiare. Le strade sono in balìa di criminali reazionari, contrastati da una speciale task force della polizia federale che combatte l’estraniazione nell’essenza del lavoro che non considera l’immediato rapporto tra il lavoratore (il lavoro) e la produzione. L’unica possibilità per questa umanità sperduta, preda dell’alienazione dell’autocoscienza che pone la cosalità, è lui:
Agli albori della paleontologia, agli albori dell’idea stessa che sulla terra avessero camminato creature preistoriche poi scomparse prima dell’uomo, agli albori stessi delle scienze naturali in senso moderno, a Magdeburgo nel 1663 venne ritrovata una caverna ricolma di resti ossei di animali sconosciuti. Consultato a tal proposito, il naturalista Otto von Guericke fece quella che ancora oggi è la ricostruzione paleontologica più attendibile dell’Unicorno di Magdeburgo.
Ineccepibile. Quando sono triste, io penso all’Unicorno, lo immagino correre leggiadro e possente al tempo stesso e mi torna il buonumore. Ecco un’accurata ricostruzione contemporanea dell’animale con carni e pelle e pelo.
Poiché nel 1663 nemmeno il rinoceronte era ancora stato descritto nella letteratura scientifica, perché il cranio dell’Unicorno proprio quello è, fu difficile per gli scienziati del tempo sbrogliare la matassa. Oggi no, secondo Thijs van Kolfschoten dell’Università di Leida si tratta dell’insieme di un cranio di rinoceronte, appunto, delle gambe di un mammut primigenio e del corno di un narvalo. L’eccezionalità, e il mistero ancora da svelare, è che tali resti si trovassero nello stesso posto, escludendo che un rinoceronte e un mammut scorrazzassero per il mare a cavallo di un enorme narvalo. Il Museum für Naturkunde di Magdeburg, come è giusto, non solo tiene viva la storia, ha anche ricostruito un modello dell’Unicorno a grandezza naturale – la prima foto – e ne fa, giustamente, anche bandiera e souvenir.
Che la via della scienza sia irta di ostacoli, false vie, vicoli ciechi e direzioni errate è un fatto noto ai più, che vi siano trappole così sostanziose forse lo sospettiamo meno, chissà quali unicorni sono oggi esposti nei nostri musei cui i nostri posteri guarderanno con lo stesso sguardo con cui io oggi guardo a Magdeburgo. Chissà. Nel frattempo corri, Unicorno, corri libero e bello e aggraziato e leggiadro. Corri.
Dall’Unità del 22 dicembre 1991 il necrologio di Tina Merlin scritto da Mario Passi, collega e conterraneo della giornalista.
Ecco, disteso:
Splendida e certamente vera l’espressione: “Anche in quell’occasione, Tina seppe restare a se stessa”, il tutto con la grande asciuttezza e pudore di quegli anni, a cominciare dal titolo.
Tre copertine di dischi. Da Vatican Shadow, il nome!, un’esortazione alla de-escalation sulle armi chimiche, dopo le precedenti prove sui tunnel di Saddam e non ricordo più cosa.
L’ultima uscita dei Prison ricolloca invece, in modo perfettamente comprensibile, la posa più famosa del turismo italiano nella campagna americana o inglese con l’immancabile staccionata, celebrata in modo immortale dai Monty Python.
Ciliegie spaziali fluttuanti, invece, per i Gaadge, la cui musica qualcuno sintetizza così: “Big sounds with a decent touch of grunge and shoegaze at times”.
Tuttebelle.
facciamo 'sta cosa
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