«Chi quel gong percuoterà / apparire la vedrà / bianca al pari della giada / fredda come quella spada / è la bella Turandot!». Nella Pechino del tempo delle favole, Turandot, figlia dell’imperatore Altoum, sposerà quel pretendente di sangue reale che abbia svelato tre indovinelli molto difficili da lei stessa proposti. Mentre Ping, Pong e Pang si lamentano di come, in qualità di ministri di corte, siano costretti ad assistere alle esecuzioni delle troppe sfortunate vittime di Turandot, mentre preferirebbero vivere tranquillamente nei loro possedimenti in campagna.
Nel frattempo, a Napoli, rappresentano a modo loro.

Per carità, lo so che bisognerebbe vederla, e che non si giudicano i libri dalla copertina e, poi, a chi non piace Romeo in giacca di pelle?
Comunque, il regista Vasily Barkhatov che allestisce la chiave moderna commenta serafico: «Le nuove proposte non sempre sono bene accolte». E ha ragione, seppur lapalissiano. A me spiace sempre non assistere ai momenti focali di certe riunioni, quel momento in cui uno si alza, schiocca le dita e dice: «Ci sono! E se appendessimo un’auto incidentata a testa in giù?» e lì scrosciano gli applausi, genio, genio. Ecco, mi spiace perdere quei momenti lì.
