di pozzo in pozzo

Durante l’invasione degli Unni in Italia nel 452 d.C., Attila assediò per prima Aquileia, città ricca e importante, sede vescovile metropolitana con diritto da Costantinopoli.

Poi prese l’A4 ma quella è un’altra storia. Durante l’assedio i cittadini di Aquileia costruirono dei manichini da porre sugli spalti così da ingannare gli assedianti, scavarono un pozzo in cui gettarono gli ori e gli averi preziosi e si diedero alla fuga nottetempo verso l’isola di Grado e la laguna, al sicuro.
Attila, che è sempre dipinto come un mona – perché lo raccontiamo da invasi e non da invasori e poi Abatantuono ormai ne ha devastato definitivamente l’immaginario -, ci mise un po’ di tempo ad accorgersene, finché una cicogna non si poggiò su uno dei manichini, svelando l’inganno.
Dopo la distruzione della città, non si rinvenne traccia alcuna del pozzo con tutto l’oro e le gemme. Questa tradizione rimase tanto viva che ancora fin poco tempo fa, nei contratti di compravendita di un terreno in città, il venditore si riservava sempre il pozzo, se per caso venisse scoperto: “fatto salvo il pozzo d’oro”.

Il che, a margine, di clausola in clausola, di venditore in venditore, dovrebbe riportarci al proprietario primigenio, sedici secoli fa. A voler essere precisini, ecco. Son storie belle, queste.

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