Oggi gita. Dal 18, perché l’ultimo decreto lo permette, è possibile girare per la regione. Ho ripreso il mio elencone mentale di destinazioni desiderate e l’ho scorso rapidamente, cinque o sei cose da vedere a portata di mano. Poi ho fatto mente locale, ho considerato che i musei sono aperti, è vero, ma richiedono prenotazione, hanno le entrate contingentate e poi non mi fa impazzire l’idea di restare al chiuso per alcune ore, al momento; i ristoranti un po’ come andar di notte, serve trovarne uno con i tavoli all’aperto per ristabilire un certo grado di soddisfazione; i bar sì, con cautela, il tutto con mascherina, attenzione alle distanze e tutto quanto sappiamo. Le chiese al di fuori delle funzioni? Boh. I castelli, palazzi, biblioteche? Boh. Non entusiasmante come prospettiva di divertimento. Più senso avrebbe andare a svagarsi sui sentieri in montagna, questo sì. Prendo in considerazione. Però si possono rivedere gli amici e, questo, basta. Sento il mio amico L., che ovviamente non vedo da prima del lockdown, e ci organizziamo per un incontro a metà strada tra casa sua e la mia, in un paesotto quasi al centro della Lombardia. Sono quasi emozionato, devo fare circa cinquanta chilometri, varcare un confine provinciale e innumerevoli, dico innumerevoli confini comunali. Quasi un viaggio intercontinentale, al momento. La macchina? Sì, ho una macchina. Dove sarà? Partirà? È a posto? Sì, dovrebbe. Oh, prendo l’autostrada, sono al limite dell’esodo estivo, della partenza intelligente, della Milano-Santamariadileuca con partenza in notturna. Mascherina, due perché se una si rompe, guanti, otto paia perché non si sa mai, caldo, freddo, cose, altre cose. Sono pronto, vado. Il bello è che solo quando rifai una cosa ti ricordi che la sapevi fare, prima no: so guidare, so prendere l’autostrada, so trovare la strada, so raggiungere il paesone. Sono contento di me, venticinque minuti di traversata transoceanica e tutto è andato per il meglio. Purtroppo è una sciocca autostrada senza autogrill, li avrei fatti tutti, un camogli dopo tre mesi è un piacere che non mi sarei negato. È una menata mettere i guanti, almeno uno, per il casello e il pagamento, per il parchimetro, per ogni interazione con oggetti pubblici – con umani non c’è rischio, non ce ne sono – e poi toglierli e rimetterli. I guanti usa e getta, di lattice o altro che siano, se infarinati dentro o meno, permettono al massimo due giri di messa e tolta, poi diventa difficilissimo, si strappano pezzi di dita, diventano di una nuance nera e si rivoltano irrimediabilmente. Ci vediamo, non ci abbracciamo. Camminiamo, parliamo, superiamo il test della temperatura, prendiamo un caffè al bar del paese, ci guardiamo attorno, il tutto ruotando sempre attorno al perno centrale che sta equidistante tra noi e che regola la distanza. Quasi un balletto, a volte: avanti-indietro, avanti-indietro, di lato tu-di lato io, indietro-avanti. Come stai? Com’è andata? Cose che sappiamo, ci siamo parlati, ma di persona si dicono in modo diverso. Pensiamo al pranzo, lui fa la coda in forneria, io dal salumiere: due panini, due confezioni di fette di salame, due confezioni di fetta di formaggio locale, così ognuno ha il proprio senza interferire. Tutti i tempi raddoppiati. Ci laviamo le mani a una fontanella pubblica miracolosamente funzionante – grandi sedi di contagio – e mangiamo ai margini di una piazza, ognuno sulla propria panchina con il proprio cartoccetto. Il caffè successivo non va così bene, lui non passa il test della temperatura, prima 37,1, poi 37,3, sempre peggio, decidiamo di non andare oltre, ne prendo io due da asporto e arrivederci. Ci salutiamo, una mezza giornata fatta di molto e di niente, parole tra amici, mi sono mancate.

Io vorrei anche proseguire col personale, ma la Regione Lombardia non me lo permette. Il settario assessore alla sanità Gallera spiega quanto ho accennato ieri in chiusura sull’indice di contagio Rt: «L’indice di trasmissibilità a 0,51 cosa vuol dire? Che per infettare me bisogna trovare due persone allo stesso momento infette e non è così semplice trovare due persone allo stesso momento infette per infettare me». Ora, se in tutto il territorio regionale le persone cominciano ad accoppiarsi furiosamente tra estranei perché tanto è solo un’altra persona e non due, so di chi è la colpa. Il messaggio è talmente confusionario da essere imbarazzante. Ma la Regione non mi lascia in pace: Bertolaso ha «diffidato Regione Lombardia e Fondazione Milano dal chiudere la struttura» e si parla del famigerato Ospedale in Fiera (21 milioni, 20 pazienti, nessun Mercante), un bel dilemma per Fontana che se chiude perde la faccia, se dà retta a Bertolaso i costi continuano a salire. L’INPS mi accredita i seicento euro, seconda tornata, e gliene sono grato, le entrate del periodo sono praticamente a zero e non c’è un accenno all’orizzonte di ripresa. Non bastano ma è qualcosa.
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