Gli elementi di rilievo del momento sono due: l’ondata di caldo che ha investito paesi solitamente non abituati, Francia, Germania e Gran Bretagna, che sperimentano per la prima volta notti in cui la temperatura non scende e si scoprono privi di infrastrutture, da giardino d’Europa a paese meridionale; le dimissioni del premier che dopo quattordici anni aveva riportato i laburisti al governo britannico, dopo solo due anni di premierato. Intendiamoci, non hanno richiesto il mio intervento, né per la prima situazione tanto meno nella seconda; comunque peggio di Liz Truss non farei, anche ammazzando il re. Ma c’è già un leader in pectore, Andy Burnham, speranza laburista proveniente da quel nord mancuniano mai troppo compreso da Londra, individuato come argine al nazionalismo dilagante di Farage. La vicenda di Starmer è al limite del ridicolo, al punto che si è dimesso ma non ha ancora capito perché, d’altronde come dice lui: «I don’t get politics». Ha pure pianto. Un uomo decente al posto sbagliato, ha detto qualcuno probabilmente in maniera corretta, Starmer si è impelagato nell’immobilismo nonostante una maggioranza schiacciante, scelte deficienti di frequentazioni, il suo ministro con Epstein, legalismi, puntigli, irrisolutezza. Saprei fare di meglio, io? Direi di no ma finché non mi chiamano chi lo potrebbe veramente dire? Io intanto sto nei paraggi, che si sa mai.
Ho un paio d’ore prima dell’aereo, vado in città alta a vedere palazzo Moroni che è pieno di quadri di Moroni. Moroni è uno dei più grandi ritrattisti del cinquecento, portò in Italia dal nord il ritratto privato scevro, finalmente, delle connotazioni morali tipiche. Ma il Moroni del palazzo, il conte, non è il Moroni pittore, sono solo omonimi, anche se gli piaceva molto e così nelle stanze ce ne sono parecchi, basterebbe ‘il cavaliere in rosa’ per una visita. Oltre ai Moroni nel Moroni, il valore della visita è anche nel parco, un vero e proprio colle, il dieci per cento della città alta di Bergamo, un valore immobiliare osceno. L’ultimo conte Moroni, invece di vendere e con i sacchi di soldi andare a vivere su Marte con l’altro deficiente ben pensò nel 2009 di cedere tutto al FAI e lasciate così tutta la roba, verghianamente, alla comunità, a noi. Sciapò. Grazie, conte. Sono abbastanza divertenti le interviste alla figlia Moroni del conte Moroni, alla quale dicono sempre ma che bravo tuo padre e lei risponde sì che bravo io continuo la sua volontà e a me pare di cogliere sempre un po’ di affettazione nel sorriso, un mezzo ghigno forzato, e nelle parole amare che sottendono che je rode da matti che il vecchio abbia regalato quel po’ po’ di roba. Impressioni di giugno.
Ascolto ‘Alchemy’ in heavy rotation, c’è una ragione, ed è bello atterrare sulle grandi città di notte, non finiscono mai e nemmeno iniziano, non riesco mai a vedere la prima casa. A Londra, perché è qui che atterro, è da dieci anni che non vengo, colpa dei conservatori e della Brexit, mi sono arrabbiato. Non che sia del tutto passata, direi. L’ultima volta era a Hyde park a vedere Weller, Kaiser chiefs, Marr e ovviamente gli Who, pochi mesi dopo di ritorno da Dismaland una notte fugace. Poi, appunto, gli sciagurati votarono. Che, poi, a essere onesti in realtà Londra votò compatta per il remain, in effetti. Dovrei avercela con Boston e i rustici delle Midlands. Mah, anche Johnson che da Londra si faceva beffe degli italiani alle prese con la pandemia e andava alle festine mi aveva un po’ tolto la voglia.
In realtà non amo le città grandi. Grandi e con molti turisti e abitanti. Innanzitutto tocca fare le code e già mmm. O prenotare. In certi posti non si entra proprio se non si è programmato, nelle città grandi, e io non sono uno che programma. Poi, confesso, patisco sempre un po’ di complesso del provinciale in gita, paiono tutti più eleganti, più svegli, più decisi, più preparati alla vita tentacolare ed è di certo così. Sarà che vengo catalogato immediatamente come turista, mentre di solito mi piace annacquarmi nel miscuglio, mi dà un po’ fastidio. Poi bisogna essere più veloci: a ordinare, a prendere i mezzi, a decidere che strada prendere, a rispondere, più veloci. Reattivi. Si fa più fatica. Poi nelle grandi città ho sempre la sensazione, che è poi la realtà, che ci sia uno strato superiore con cui non è possibile interagire, fatto di clubs riservati, di luoghi non visibili, di appuntamenti dati chissà come o dove, di case inaccessibili. Si riesce, pagando, ad arrivare a qualcosa, a intuire, ma non molto oltre. Pagando, poi, mica tanto: alla ricerca di una stanza per due notti sulla mappa di booking non c’era niente sotto le trecentocinquanta sterline, e non si parla di attici, eh. Media tra le sei e le settecento sterline per due notti. Se no, tocca andare a Dover che poi il treno costa meno. Davvero la più inaccessibile tra le capitali europee. Avevo letto tempo fa una stima immobiliare che non ho mai più dimenticato: il valore degli immobili della City di Londra, il cuore economico della dimensione di un fazzoletto largo forse un chilometro e mezzo, è superiore al valore di tutti gli altri edifici della Gran Bretagna sommati. Poi le città grandi sono più difficili da capire, ci vuole più tempo, sono la somma di tante altre città più piccole, nello spazio e nel tempo. È anche difficile capire di chi siano le grandi città, chi dia le regole, di chi sia il territorio che si attraversa, intendo anche comunità, anche etniche. È più difficile capire se ci si stia mettendo nei guai, se si stia andando dove non si dovrebbe. Già, bella scoperta, sono più difficili. Sarà che poi in Europa non sono tantissime: Londra, appunto, Parigi – chi mai va a vedere le banlieue? Saint Denis o Belleville al massimo -, Mosca, Istanbul, Roma. Le altre no, cittadone, alla fine. Berlino è diversa, è stata rasa al suolo e poi è la più accogliente e tollerante e aperta, fa un effetto diverso. Se non sei turco.
Non è tanto mini questo diario, e non sono nemmeno atterrato. Lo sto facendo ora, con il tramonto nonostante siano le dieci di sera, a nord è così, abbiamo sorvolato l’intera città. La centrale di Battersea senza il maiale volante, qualcuno si sta divertendo ad Hyde park, Westminster dove c’è la nuova statua di Banksy, la vedrò, ovviamente il parlamento e la ruota, il fiumone in mezzo che è un piacere vederlo snodarsi, bello grigio, gli hanno impedito per sempre di tagliare le anse come sarebbe normale, la City carissima, Saint Paul ormai piccoletta al confronto dei grattacieli, I docks di fronte e poi case a perdita d’occhio. Quanta gente starà bevendo una birretta di fronte ad Haiti-Marocco in questo momento? Dai, atterra che devo raggiungerli.
Fa caldo, abbastanza, ma fa molto caldo per Londra. A differenza nostra, qui la notte rinfresca di buona misura ma, comunque, a mezzanotte ci sono ventisei gradi e i postumi dei trentacinque del giorno. Li vedo un po’ in crisi, buona parte delle donne e dei bambini hanno ventilatorini elettrici cinesi, uno è modello cuffie, con due eliche. Molti ventagli. Buona parte degli uomini si denuda e via. Sui mezzi pubblici le arie condizionate girano al massimo ma altrove non sono attrezzati e se la sono cavata finora con i ventilatori. Chi cammina per strada, sceglie il lato all’ombra, con buona pace di Lou Reed e di Eric Idle.
Dopo una ventina e rotti di chilometri, qualche museo, che è sempre una buona idea quando fa caldo, una centrale elettrica a carbone ora centro commerciale, è ora di trovare il posto giusto per riflettere sulla giornata e sul futuro: la scelta cade sul ‘the blue anchor’ ad Hammersmith, proprio sulla riva del fiume, anno di apertura dichiarato 1722. C’è un aria bellissima sul Tamigi, soffia un po’ di brezza, le persone sono contente di stare insieme. È pur sempre venerdì.
Ogni volta che devo andare a ordinare poi devo cambiare posto, perché anche se chiedo di tenermelo poi non lo fanno. Perché inglesi o per il tasso alcolemico? Entrambi probabilmente. È l’unico piccolo disagio del viaggiare da soli: in due certe cose sono più comode, fare una fila, tenere un tavolo, prendere cose. Al terzo giro, finisco dentro e va bene, c’è una partita di cricket femminile che al momento è sul centoundici a tre ma non per questo la tensione diminuisce.