le allegre nonché inutili guide turistiche di trivigante: le cose vere della città nel porto di Amburgo

Ho già proposto una guidina con tre motivi per andare ad Amburgo, la città forse più vivace e affascinante della Germania a parer mio – ed è ancora così dopo esser stata rasa al suolo dagli Alleati, figurarsi prima -, in cui passare dei lieti giorni e sentire concerti a raffica. Oggi vorrei proporre una camminata lunghetta, a volte noiosa, a volte un filo impervia nel porto di Amburgo che però riserva soddisfazioni notevoli, ad aver gusto per queste cose. Se no, andare alle guide con le ‘cinque, sette cose impredibili ad Amburgo’ e dilettarsi di là. Via.
Metropolitana fino alla fermata più bella e caratteristica del lungofiume, Landungsbrücken, poi qualche minuto a piedi verso ovest per imboccare il tunnel che passa sotto l’Elba: l’Alter Elbtunnel. Lungo mezzo chilometro, fu costruito per agevolare il percorso ai lavoratori del porto della città negli anni Dieci del Novecento: bellissimo, ancora ricoperto delle piastrelle originali, sì quelle che ogni ristorante di Manhattan ha copiato, e con ascensori, porte, maniglie, targhe originali. Ne vale la pena, bici o piedi. Da qualche anno, grazie, è chiuso alle auto.

Fedele alle mie funzioni di servizio, le mie foto. Niente filtri, era nuvoloso e grigio quel mio giorno, queste sono. Cosa peraltro molto affine al giro che vado proponendo. Usciti di là vi aspettano cinque bei chilometri di camminata lungo i canali e i capannoni del porto di Amburgo, il secondo o terzo d’Europa (chiedere ad Anversa), ancora perfettamente attivo. Eccitante? Non credo. Ricco di photo opportunities? Ma manco per caso. Un’occhiata da sotto, forse, al Köhlbrandbrücke, il colossale ponte, è l’unico momento che potrebbe apparire su una guida tradizionale. Ma è porto vero, enorme terminale in cui arrivano tutte le minchiate che gli europei comprano dalla Cina e dal mondo per poi essere distribuite, ogni container ne contiene parecchie.

Dopo un’oretta di cammino ad angoli retti – attenzione che a ogni ponte sbagliato equivale una mezz’ora in più, per aggirare i bacini di carenaggio o di scarico -, piuttosto gradevole per chi come me ha piacere dei cantieri e dei luoghi di lavoro industriali, si comincia a intravedere la destinazione, essendo piuttosto colossale: la flakturm V di Amburgo.

Ovvero una delle due gigantesche torri antiaeree di Amburgo. L’altra, quella fighetta della IV, sta a nord, ci vanno tutti, ci sono anche le camere affittabili per fare l’esperienza e, cosa divertente, c’era dentro un tekno-klub negli anni Ottanta che ovviamente non disturbava nessuno. Questa no, non ci viene quasi nessuno ed è lì, intonsa. Le flakturm, come dice il nome, sono enormi torri antiaeree costruite dai nazisti, tre a Berlino, tre a Vienna e due qui, talmente grandi e dai muri spessi di cemento armato compatto da essere pressoché indistruttibili. O, meglio, servirebbe tanto esplosivo da non valerne la pena: gli Alleati si cimentarono con una di quelle di Berlino e per raderla al suolo ci misero quantità spropositate di qualsiasi cosa. Le altre, quindi, stanno lì. Servivano non solo come difesa, sul tetto c’erano armi pesanti, ma anche come rifugio e custodia, specie di bunker emersi da terra.
Questa è stata riconvertita in una centrale energetica, mostrata spesso anche a scopo didattico, ed è al centro di un parco ricreativo in una zona non troppo confortevole per la residenza. In cima c’è un bar che mi ha dato grande soddisfazione una domenica mattina, per un caffè sul terrazzo della torre a scrutare l’orizzonte.

Per sua stessa natura e scopo, la flakturm è costruita come una torre-scatola vuota e il momento più divertente della salita al tetto è quando si prende l’ascensore:

A che piano?
Certe città si capiscono solo vedendo ciò che le caratterizza, in una città portuale bisogna vedere il porto. Sembra banale ma non lo è, alla fine spesso si cercano le stesse solite cose in ogni città e le città stesse tendono a proporle, inventandole se non le possiedono: i ristorantini, i localini, i museini, i negozietti, perché quello evidentemente chiediamo. Ma se volete capire un po’ di più Amburgo, come lo volevo io, allora una bella camminata addentro il porto con splendido tunnel e impressionante torre residuo del tremendo passato vi regalerà senz’altro ciò che cercate.

Le altre guide:

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R.E.M. syndicate

Abbastanza interessanti i The baseball project, un gruppo fatto di metà o due terzi secondo quando si conti dei R.E.M., Buck e Mills, più un altro quinto o quarto ausiliario sempre della band, Scott McCaughey, poi Steve Wynn dei Dream syndicate e Linda Pitmon dei, tra gli altri, the Miracle 3, e siamo sempre lì. Le geometrie sono però variabilissime perché, per fare un esempio, Pitmon, Buck e McCaughey hanno suonato insieme già nei Filthy Friends, con Corin Tucker delle Sleater-Kinney e Novoselic di quelli là; non basta, Buck e McCaughey hanno suonato nei Robyn Hitchcock and The Venus 3, erano due dei 3, e avanti. Gente che si diverte, bravi.
Comunque, per tornare all’inizio, i baseball project in una quindicina d’anni hanno realizzato cinque LP e un paio di EP a lato di una roba di telecronache delle partite di, ovvio, baseball e di cose ce ne sono. Certo, devono piacere i Dream syndicate/Wynn, predominanti ed è per questo che ne dico qui, e ovviamente i R.E.M., tappetino sonoro apprezzabile.

ostalgie: esplorazioni musicali a est parte uno (Kino, Leningrado)

Non è una guida al rock-punk-wave quel che è dei paesi dell’est, non ne sarei in grado. Ancora. È piuttosto il resoconto di un’esplorazione che ho appena cominciato e di cui, mi dico, potrebbe aver senso dare resoconto. Sia per condivisione, chissà, sia per mia memoria futura, che almeno lo scrivo qui. Se poi si preferisce continuare a sentire i nuovi dischi dei Rollinz Stonel, prego.

Dell’arcipelago che girava attorno al Leningradskij rok-klub, noto club appunto in cui si suonava apertamente gestito dal KGB ma ‘con poca pressione’, raccontano, il nome più noto è quello dei Kino, anzi Кино a dirla corretta. Che sono, poi, tra quelli anche più conosciuti all’ovest e da cui è giusto cominciare. I Kino esistettero finché esistette il cantante, chitarrista, autore e leader Viktor Coj, cioè dal 1981 al 1990 (mica data casuale, eh?) e, non avendo per buona parte della storia un batterista valido, si caratterizzano per un suono più elettronico, con l’uso di drummachine. Che raramente erano Casio, perlopiù Ėlektronika, per dire il genere. Il loro disco da cui sono partito è Начальник Камчатки, translato Načal’nik Kamčatki, del 1984: tradotto starebbe per ‘Governatore della Kamčatka’ ma non è così, ‘Kamčatki‘ sta per caldaia, in gergo, e allude al lavoro di Coj, riparatore di caldaie. Così si dice.

Sebbene non fosse riuscito come desideravano e da alcuni sia stato considerato ‘noioso’, secondo me e secondo tutti coloro che lo apprezzarono in URSS nel 1984 è valido e contiene già alcune delle sperimentazione tipiche dei Kino, la loro inconfondibile allegria al cui paragone i Joy Division sono un gruppo di comici in libera uscita. Segnalerei anche il disco dell’anno successivo, Это не любовь (Ėto ne ljubov’), che tradurrei con ‘Questo non è amore’, e si apre con toni quasi smithsiani ed è piuttosto bello, e l’ultimo con Coj, del 1989, Звезда по имени Солнце (Zvezda po imeni Solnce, ‘Una stella chiamata sole’, con eclissi in copertina), lugubrino e bellissimo, secondo me (dritta: si compra facile su bandcamp a prezzo ragionevole o su quelli grossi a poco). Ebbero successo anche fuori, suonarono persino in un festival in Puglia e poi, come detto, con la morte di Coj la storia sostanzialmente finì.
Con l’URSS.

Le esplorazioni musicali a est: Кино (Kino)

Mariengof alle prese con l’ipocrisia parigina dei quartieri chic e i maîtres à penser della cultura culinaria

Fedele a me stesso, se ho parlato di Mariengof, pof, pof, pof, il minimo è che lo legga. Compro il suo ‘Romanzo senza bugie’ del 1926 in cui narra della convivenza con l’amico poeta Esenin e ne dà un ritratto che i critici attuali ritengono veritiero. Come da titolo. Quelli di allora no, ritenendo che Mariengof avesse scritto il romanzo per attenuare le proprie colpe nel suicidio dell’amico e avesse anzi enfatizzato e mistificato le pose del poeta, fu oggetto di aspre critiche quando non di vera e propria rabbia. Troppo amato Esenin, troppo disperato il gesto finale.

Mi accingo a leggerlo, gli anni raccontati sono quelli ferventi della rivista, della casa editrice, della corrente degli immaginisti, della – forse – relazione tra i due, del matrimonio rapidissimo di Esenin con Isadora Duncan, di diciotto anni più grande, che non parlava russo e che a malapena si intendeva col giovane marito ma che non si fece scappare l’occasione. Scorro la quarta di copertina:

Uhm. Eh? Penso sempre di non aver capito io. Parigi? Non eravamo a Nižnij Novgorod? Mi è sfuggito parecchio, temo.

Il mistero si infittisce. Chi è Renée? Salto avanti:

Ma che? Magari Mariengof non aveva le mutande, d’accordo, ma i quartieri chic di Parigi proprio non tornano. Infatti, non ci vuol molto a saperlo, è la quarta de ‘L’eleganza del riccio’ di cui non so nulla se non, ora, della portinaia e dell’ipocrisia parigina nei quartieri chic. Ahimé, anzi ahivoi e/o editori, vi è scappata dal modello precedente. Adesso vi scrivo per informarvi ma non prima di mettervi un po’ alla berlina. Ecco, fatto.

l’azione più imperialista da un po’ di tempo a questa parte

Per carità, ricordiamo Gheddafi, Saddam, persino Allende, però l’attacco americano di questi giorni in Venezuela e, soprattutto, il rapimento, perché tale è, del capo di Stato Maduro e della moglie – portati al Metropolitan Detention Center di New York con l’incriminazione di aver diretto il traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti tramite un presunto cartello di narcotrafficanti, il Cártel de los Soles sulla cui esistenza ci sono molti dubbi, figuriamoci – sono un atto di imperialismo grave, come non se ne vedevano da un po’.

Giuste le parole di Lula, commentatore avvisato come presidente di uno stato sudamericano: «Questi atti rappresentano una gravissima violazione della sovranità della Venezuela e del diritto internazionale» e «attaccare Paesi in flagrante violazione del diritto internazionale è il primo passo verso un mondo di violenza, caos e instabilità, dove prevale la legge del più forte sul multilateralismo». Prevedibile la reazione russa e degli altri paesi sudamericani non allineati – l’entusiasmo argentino è oltre il servilismo -, l’UE come al solito condanna ma con ben poca convinzione, i singoli paesi muti tranne la Spagna. E i difensori delle libertà?
Per carità, nessuna difesa di Maduro, ci mancherebbe. Questo non giustifica comunque ingerenze di questo tipo nella sovranità, concetto così amato di questi tempi, degli stati, ancorché filibustieri. Resta ancora incompreso il motivo dell’attacco, così diretto: le spiegazioni ovvie andrebbero in direzione del petrolio venezuelano e della volontà americana di avere un governo amico, immagino, dato che il narcotraffico sia chiaramente un pretesto abbastanza ridicolo – cosa bisognerebbe altrimenti fare del Messico? Raderlo al suolo? Qualcuno dice distrazione dalla vicenda-Epstein, e può anche darsi sulle tempistiche ma dice comunque poco sulle ragioni.

Trovo tutta la faccenda preoccupante, per quel poco che intravedo.

Aggiornamento delle 18. Vorrei registrare qui il commento di Meloni al riguardo per mia memoria futura: se l’esordio è condivisibile, «coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari», si tratta chiaramente di un contenuto concessivo cui segue l’avversativa: «ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico» e qui l’equilibrismo è poderoso, dalla valutazione ‘difensiva’ agli ‘attacchi ibridi’ alimentando la tesi che Maduro sia coinvolto nel narcotraffico (l’aggettivo ‘statuale’ quello dice). Cioè niente, per contenuti e valutazioni, sarebbe un commento un po’ ridicolo se i fatti non fossero serissimi. Basterebbe sostituire il narcotraffico con, che so?, pirateria informatica, assassinii mirati, danneggiamenti di gasdotti, disinformazione, incursioni con droni su territorio estero eccetera per attaccare ‘difensivamente’ ma ‘legittimamente’ la Russia.

tra le altre cose, quel che Flaubert diceva di sé (l’uomo birro)

Poche cose mi fanno ridere come gli svarioni linguistici. Le cadute sul ghiaccio, forse, le capocciate, i nomi buffi dei locali come ‘La stalla di Pegaso’, chi non riesce proprio a stare sveglio, le leggi della fisica secondo i Looney Tunes, insomma cose così. Sono una persona semplice.

Ecco, a proposito dei primi, mi ha fatto molto ridere un racconto di Paolo Nori. Era andato a Reggio Emilia a sentire Svetlana Aleksievič e «c’era una traduttrice che era la capa di un’associazione di badanti che lavoravano a Reggio Emilia che il russo lo sapeva benissimo, era russa, l’italiano così così» e via, la serata si fece indimenticabile:

Già, chissà quanti uomini ci sono in un uomo, a volte molti a volte nemmeno uno.

eh no, quello no (GTA Desenzano vice city)

Fino all’auto e agli urti e incidenti va bene, ma il crocifisso no, santiddio. Chiaro che doveva essere uno spostato visigoto barbaro nomade senza una casa benedetta dal signore, ovvio. Mi piace la pena: «il questore ha disposto il foglio di via con divieto di ritorno nel Comune per due anni» che, leggendo, mi pare si riferisca a Desenzano. Però il crocifisso l’ha portato via dal Santuario di Lonato del Garda, come la mettiamo? Ci pensa il Signore? Che poi, certo, è dappertutto, ma sarà tornato a casa?
(E per fortuna era uno di Schengen, te pensa se era immigrato…).

ma che ti ha fatto Mariengof?

Non molti, errando, conoscono i poeti russi immaginisti. Male. Essi, del cosiddetto periodo d’argento della poesia russa, tra il 1919 e il 1924 diedero inizio a una corrente così detta ‘Immaginista’, per reazione anarchica a quei destrorsi dei futuristi, con l’idea di fornire con la poesia un’immagine, figurativa e metaforica, spesso giustapponendo le due. Dei poeti, si ricordano Anatoly Marienhof, Vadim Shershenevich e Sergej Esenin. Di essi, ricorderei senz’altro Anatoly Borisovich Marienhof, o Mariengof a seconda di come si translitteri l’originale Мариенго́ф.

Mariengof è ricordato per il suo ‘Romanzo senza bugie’ del 1926 in cui racconta la sua amicizia con Sergej Esenin, poeta di ben più largo successo, rapido marito di Isadora Duncan e suicida l’anno prima, e per le brevi poesie, appunto, immaginiste. Non andò bene nemmeno per lui, con questo e il romanzo successivo, ‘I Cinici’, fu molto criticato dalla stampa sovietica per i suoi vividi racconti del tempo e del paese e fu relegato senza pubblicazioni a scriver cose per il teatro fino alla fine dei suoi giorni, negli anni Sessanta. Era bravo, Mariengof, Esenin gli dedicò molte delle sue opere e Mariengof, di suo, raccontò molto di Esenin come, per esempio, egli dicesse che bisogna trovarsela la fortuna, chiedendola con forza, facendo come quel vagabondo di Odessa che chiedeva l’elemosina così: «Cittadina, mi dia cinque copeche! Altrimenti le sputo in faccia: ho la sifilide».
Bene, Mariengof. Cioè, insomma. Poi il fatto è che uno fa anche le proprie cose per benino, con decisione pure e rigore morale e intellettuale. Poi, per quali chissà fatti della storia, quella con la esse minuscolissima, la gente in giro ti ricorda così:

Ossignore, pof, pof, pof,
C’è il poeta Mariengof.
Molto beveva, molto mangiava,
Senza mutande in giro andava.

Che poi lui le mutande non solo le aveva ma le teneva pure su, va’ a sapere. Saran faccende di rima, maledette.