Cumuli di neve orlavano i marciapiedi: sotto c’erano sicuramente i cadaveri degli ubriachi, che sarebbero riaffiorati a primavera. In Russia li chiamano “i bucaneve”: annunciano il ritorno della buona stagione con la stessa infallibilità degli uccelli migratori.
Da ‘Beresina. In sidecar con Napoleone’ di Sylvain Tesson. Che popolazione, questi russi, che sensibilità, che lirismo. Non vedo l’ora di andare da loro.
Non solo esistono ancora ma vanno pure in tour. I want your funky love. Non solo avevo tutti i loro tre dischi ma anche il primo solista di James, quello scritto da Costello: consumato. Però al bar sostenevo di ascoltare Zappa.
Stile Etsy, sì. Scherzo, non le ho fatte io, le ho fatte facili qui con base Operstreetmap, bravo lo sviluppatore. Sono ottimizzate per il web, te pareva, se da stampare vanno schiarite, consiglio.
Un pezzo sufficientemente classico, con l’orchestra come si deve, il balletto e tutto quanto: Léo Delibes, ‘Sylvia’, in particolare l’Atto 3: No. 14, Marche et cortège de Bacchus.
In quel movimento, che si può sentire qui, già dal trentunesimo secondo per chi era adolescente negli anni Ottanta c’è un passaggio che richiama immediatamente tutt’altra cosa, una sigla. Non lo dico, la cosa è nota, chi vuole provi e sarà un tuffo al cuore. La soluzione è questa, dal secondo venticinque. Grandissimo arrangiamento. A me piace anche la versione supercafona e quella punjabi. La cosa più terrificante di tutte era il titolo spagnolo.
Strepitoso questo manifesto sovietico del 1987 che invita, semplicemente, a spegnere la luce quando si esce dalla stanza.
Braccio spegni esci gamba. Irraggiungibile per sintesi, chiarezza e bellezza. «Уходя, гаси свет!», «Quando esci, spegni la luce!», СССР, 1987, autore ignoto. Evidentemente non tutti spegnettero la luce e poco dopo l’URSS collassò.
Ricordo questa ripresa di Umberto Eco che, cercando un libro specifico, camminava nel labirinto della sua biblioteca – non so quanti appartamenti uniti in Foro Bonaparte a Milano – per andare esattamente a prenderlo in un punto in fondo in fondo. Trentaduemilacinquecento volumi, e doveva essersene letti la gran parte, alcune collezioni complete immagino, si intravedevano numerosi scaffali solo di Adelphi; la struttura era labirintica, con angoli retti, e ovviamente viene in mente Borges.
Eco chiese che per dieci anni dalla sua morte non si organizzassero convegni su di lui, immagino per raffreddare il pensiero critico, e così incredibilmente è stato. Ma il 19 febbraio scorso è scoccata l’ora ed è il momento di ripensare l’intellettuale, il critico, il semiologo, il romanziere, di capirne a fondo e celebrarne la grandezza: a Bologna aprirà a maggio la ‘Biblioteca Moderna Umberto Eco’ che ne riproduce quella di casa, una parte più antica dei volumi è invece andata alla Braidense, com’è giusto, e poi avanti con i convegni: ‘Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo’ a Bologna, in occasione dell’apertura della biblioteca, per citarne uno.
Ricordo mio padre, che con Eco ci aveva lavorato un po’ ai tempi di Urbino, che snob qual era – mio padre, dico – alzava il sopracciglio quando lo si citava. Sbagliando, era però sintomatico di un atteggiamento molto italiano, citando Stanis La Rochelle, per cui la stazza critica e intellettuale di Eco viene percepita complessivamente e pienamente più all’estero che da noi, se non nel ristretto ambito accademico. Il successo dei romanzi, la rosa e Foucault sopra tutti, all’estero è una cosa che non si percepisce in Italia, la fortuna critica, le quaranta lauree ad honorem in tutto il mondo, la versatilità del suo pensiero, la leggerezza anche – le bustine di Minerva erano le mie preferite, mi sembrava di ricevere molto in poco -, un amico ucraino costretto a lasciare casa a Kharkiv mi diceva che la cosa che gli manca di più sono i romanzi di Eco, rimasti là. Da noi la parte dei romanzi viene quasi percepita come un’incursione commerciale alla ricerca del facile, tutti sul pulpito perché capaci di scrivere romanzi di enorme successo, ovviamente.
Io ho spesso pensato che eravamo molto fortunati, quando c’era, ad avere Eco. Non ad averlo avuto, certo anche quello, ma ad averlo nei tempi correnti, in cui ci siamo anche noi. Una propaggine luminosa di un mondo che va scomparendo che si è spinta fino al 2016, una fortuna. A me poi piaceva la sua critica più sottile, come quando definiva l’imperatore Costantino «un grande figlio di puttana», sintesi peraltro abbastanza calzante, oppure le sue indicazioni leggere su ‘Come dire parolacce in società’ o ‘Come riconoscere un film porno’, che poi a guardar bene tanto leggere non erano. Adesso potremo capirlo meglio ma a posteriori è sempre un gran peccato anche se, purtroppo, è così che spesso va, anche con gli affetti personali.
Comunque, la passeggiata di Eco nei meandri della sua casa-biblioteca che ricordavo all’inizio è nei primi minuti di La biblioteca del mondo di Davide Ferrario, bel documentario su di lui. E il libro che andava a prendere, in fondo in fondo, era intonso. Quindi aveva anche la biblioteca del possibile, ovvero sapeva di avere molti testi senza averli letti, da utilizzare alla bisogna. È questa la grandezza della preparazione, avere gli strumenti per poi richiamare quel che ti serve, non il dettaglio spicciolo.
Da qualche tempo ho deciso di interessarmi un po’ di più ai paesi che, secondo me e non solo me per fortuna, oggi racchiudono le energie del mondo: Iran, Turchia, medio oriente, alcuni stati centroasiatici, alcuni nordafricani. Tutti in condizioni pessime dal punto di vista democratico e di sopravvivenza o, per alcuni, addirittura non riconosciuti, il che probabilmente è alla base delle energie stesse che vengono liberate. Meno interessanti i paesi su cui mi sono concentrato finora, il cosiddetto Occidente, vecchio, ossessionato, ripetitivo, in calo verticale e in preda alla paura, allo zero demografico in cui anche i ventenni ragionano come anziani. Aggrappati a una vita dispendiosa che ci sentiamo sfuggire dalle mani.
«Non ho una patria per poter dire che vivo in esilio… vivo in postmortem… vita quotidiana, morte quotidiana», dice Elia Suleiman, regista e attore palestinese con cittadinanza israeliana di cui ho appena visto ‘Il paradiso probabilmente’, il mio primo suo film e di cui ho scoperto l’esistenza da due ore.
Apolide, Suleiman racconta uno sguardo sul mondo intero ironico e stralunato, alla Tati direi, spesso guarda in camera e non risponde alle domande, inespresso mentre il mondo attorno fa piccoli gesti insensati. Alcune inquadrature in una Parigi deserta sono meravigliose e le scene in cui attende in sale d’attesa sfolgoranti sono ridicole. Infatti, nel film il regista peregrina tra studi di produzione francesi e americani alla ricerca di finanziamenti per il suo nuovo film, nel film. Il tassista nero americano che scopre che è palestinese è un vero spasso e la scena con l’uccellino sul tavolo è Tati al cubo. Forse non un film di peso ma, dico, un film grazioso, assurdo e delicato. Fine del Mereghetti, vado a imparare arabo e russo.
Avranno anche un sacco di difetti, saranno pure molesti ma vivaddio, che carattere: si tratta di arrestare Andrea il fratello sessuomane trafficone del Re? Detto fatto.
E per umiliarci ulteriormente, Re Carlo che non tornava dalla guerra dice: «law must take its course». E noi qui a cincischiare con un referendum su una riforma che non serve a un fico secco.
Si racconta in Russia che nella parte più fitta del bosco vi sia un melo che produce frutti più neri del carbone.
Queste mele nere se mangiate permettono di ringiovanire, di ricominciare la vita. Bisogna pensarci bene, prima di mangiarla. Sembra facile, ringiovanire, vivere di nuovo, ricominciare ma non è così, a pensarci. Gli amici, gli affetti, le storie, tutto perduto. Perché la vita, quella nuova, non sarà uguale a quella prima, altrimenti come dice il Leopardi degli almanacchi: «avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro» perché «quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura».
E come sarebbe essere prigionieri in un posto? Non una cella, una grotta, un armadio ma, per esempio, in un albergo. Come sarebbe essere reclusi in un albergo? Se lo chiese Amor Towles – se ricordo bene – in una sala d’aspetto e ne trasse spunto per un romanzo, ‘A Gentleman in Moscow‘, del 2016. La felice intuizione fu di ambientare il meccanismo narrativo della reclusione nell’albergo, appunto, al tempo della rivoluzione bolscevica a Mosca: un aristocratico russo, il conte Alexander Rostov, privato delle sue ricchezze e proprietà, viene messo agli arresti domiciliari a vita in un elegante albergo di Mosca, il Metropol’. Con l’avanzare della rivoluzione e dello stalinismo, viene man mano privato dei comfort dell’albergo, vino e cibo peggiore, camere sempre più spoglie, niente più barbiere o bar, e nel frattempo l’autore racconta le vicende sovietiche dall’interno dell’edificio. Un po’ come l’aeroporto di ‘The Terminal‘, stesso principio narrativo. Lo spirito di Rostov non si piega e, come dice spesso, «governa le circostanze senza farsene governare» con gentilezza d’animo.
Dal romanzo è stata tratta una serie televisiva omonima, che consiglio. Qui sopra il Conte e Nina, irresistibile ragazzina con cui il protagonista – sua contità – scoprirà recessi inaspettati dell’albergo. A tratti, specie all’inizio, la serie è un filo lenta ma vale la pena darle credito a mio parere, fino alla fine poetica e sfumata che riporta, come all’inizio, alle mele nere e a una nuova vita. Russianamente parlando.
Dio, esistesse ancora l’avrei già preso innumerevoli volte: il favoloso, incantato, meraviglioso e magico bus Londra-Calcutta. Oggi Kolkata.
Tra il 1957 e il 1976 prestò regolarmente servizio il bus tra Londra e Kolkata e ritorno, diecimila miglia ad andare e trentaduemilasettecento chilometri a fare tutto il giro, per circa cinquanta e rotti giorni, dipendeva da un sacco di casi lungo la strada. Il ‘London to Calcutta bus service‘, operato dalla Albert Travel, che tempi meravigliosi quelli. Il percorso era suppergiù questo: giù da Belgio, Germania est, Yugoslavia, Bulgaria, Turchia, Iran, Afghanistan, l’oggi Pakistan ed ecco subito l’India. E da lì qualche possibile estensione, tra cui Thailandia e le punte estreme indiane. Al tempo, era il percorso in corriera più lungo al mondo.
Il biglietto costava circa ottantacinque dollari a tratta, l’equivalente di duemilacinquecento euro odierni, nemmeno poi troppi per la permanenza complessiva. Che viaggio, che avventura, non sto nelle scarpe, ci salirei immediatamente per fare almeno almeno tutto il giro. Possibile che nessuno ne abbia scritto? Devo indagare.
Il bus era davvero un magic bus: c’erano cuccette, una cucina, una piccola sala per osservare il panorama, un impianto per la musica, ventilatori, ed erano previste soste turistiche in India, a Vanarasi e al Taj Mahal e sulle rive dello Yamuna; erano altresì previste soste per acquisti a Salisburgo, Vienna, Istanbul, Tehran e Kabul. Ora, io non so affatto cosa sia la felicità né saprei definirla ma questo bus e il suo strampalato e stupendo viaggio si avvicina alla mia idea di felicità, quantomeno felicità di viaggiatore. Figuriamoci, sono ancora in estasi per due giorni a bordo di un treno sovietico, con questo sarei diventato pazzo.
Nel 1968, la Albert Travel lasciò il servizio dopo un incidente che distrusse il bus e l’idea venne raccolta da Andy Stewart, viaggiatore britannico, che non solo raccolse ma rilanciò il magic bus: da Londra a Sidney. Sidney! Il bus acquistò un piano e via per centotrentadue giorni attraverso, superata l’India, Thailandia, Malesia e da Singapore su traghetto fino all’Australia. Ecco, adesso sono emozionato solo a pensarlo, sarei sparito per centotrentadue giorni di corsa, che sogno meraviglioso. Come tutti i sogni finiscono, anche il magic bus lo fece. Peccato non averlo avuto anch’io. Nel 1976, causa la rivoluzione iraniana e i dissidi tra India e Pakistan, le tratte divennero difficili e il servizio cessò. I viaggi completi da Londra a Sidney e ritorno furono quindici, complessivamente, un ottimo curriculum.
Che avventura stupenda dev’essere stata, ogni viaggio diverso e la durata mai certa, bastava una pioggia, una strada cedevole, una deviazione e i cinquantacinque giorni diventavano sessanta o chissà. E chissà che incontri. Qui un video, in hindi ma si capisce tutto. Il mio record personale di bus è un Città del Capo-Pretoria tutta difilata su un Greyhound che aveva a malapena un bagno ma la durata – non ricordo esattamente, tra le diciotto e le trenta ore – non era nemmeno avvicinabile al ‘London to Calcutta bus service‘, il magic bus. Impareggiabile, quei tempi non torneranno più. O sì?
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