sì, sono nemico dell’Italia (e sono Giovanni Urganti, come tutti voi)

Per fortuna questo paese non mi delude mai.
Come molti altri, ci sediamo a vedere la cerimonia di apertura delle olimpiadi invernali. Le mie aspettative sono alte, desidero vedere una piena espressione dell’italia – minuscola – che produce il ministero del made in italy, che mette la bandierina su ogni maledetto prodotto alimentare, con sfondo rigorosamente nero, che scrive su ogni prodotto ‘prodotto italiano’, non ‘in italia’, italiano, che bolla chiunque dissenta come ‘nemico del paese’.
Sono trepidante, vediamo come interpreteranno in chiave di cerimonia l’idea di paese di fratelli d’italia, dei nazionalistini che temono la concorrenza, di coloro che sono desiderosi di rivincita culturale dopo decenni nelle fogne. Son proprio curioso. E il paese non delude, grandissimo come sempre.

Una successione ubriacante: prima un balletto in tema Amore e Psiche o Piramo e Tisbe o VEmanuele e Rosina, non ho capito, tra teche illuminate al neon di busti canoviani alla rinfusa, perché ovviamente siamo i legittimi eredi e discendenti del classicismo romano che comandava il mondo – grazie, Cazzullo -, poi entrano in scena le due attività principali che ogni italiano compie quotidianamente da che nasce: la musica e la pittura.

Il trio di compositori prescelto, Verdi, Puccini, Rossini – irraggiungibile Paolo Petrecca, direttore di RaiSport, che commenta sulla RAI: «Se Puccini si fosse chiamato Bianchini avremmo avuto il tricolore: Rossini, Verdini, cioè Verdi, Bianchini» – figurati da tre ballerini che vestono enormi testone di cartapesta che ballano al ritmo delle proprie opere arrangiate in chiave contemporanea, e questo è colpa di Sorrentino, cui seguono i tre tubettoni di colori primari che animano una tavolozza con tutte le eccellenze italiane.

E io qui mi immagino sempre le riunioni prima, quelle in cui i creativi si siedono e progettano l’evento. Mettiamo le eccellente italiane, sì, quelle che il mondo ci invidia, sì, l’eleganza italiana. La moda, dice uno, bravo, bravo, e il cibo? Certo, perdio, il cibo. E il design? Epperforza, il design, siamo maestri in quello. E l’antichità? Roma? Ma sì, ma sì. E la musica? La pittura? Tutto, tutto, siamo il paese migliore del mondo. Applausi tra di loro, uno con l’altro. Bravissimi. Ed è così che sotto i tre tubettoni, diretti da una direttrice d’orchestra – ah, se lasciassero lavorare Venezi -, entrano ballerini colorati vestiti da note musicali, colosseo, duomo di milano, centurioni (mapporc) e, lo giuro, da moka. Da caffettiera.

Non so se farmela addosso dal ridere o chiedere il visto per la Buriazia. Riporto il commento di Gente, la mia rivista di riferimento: «Un mix eclettico che ha raccontato l’Italia in tutte le sue sfaccettature, dal quotidiano al sublime». ‘Eclettico’ è l’equivalente di ‘pittoresco’ nel settore immobiliare. È chiaro che sono io, travolto da quella che considero la banalità e il luogocomunismo più sfrenati accoppiati all’onestamente brutto.
Non manca l’omaggio a un’altra eccellenza italiana, Raffaella Carrà, poi Maraiah Cherei vestita da fatona tettona delle nevi (straniera, lo sapete?) canta Modugno, che eccitante novità, e sul gobbo per non farla sbagliare le mettono il testo nella sua fonetica – «Ai een-comb-een-chah-voh, voh-lah-reh, nell chay-lo een-fee-nee-toe» – e poi arriva Mattarella in tram guidato da VRossi, copiata dalle olimpiadi inglesi quando la regina e DCraig arrivarono col double decker.

Poi così, debbotto, accazzodecane, entra Favino – che è veramente il trasferello di questi anni che si può incollare ovunque da Craxi a Montecristo – vestito da signorotto che va’ a sapere quale sia il legame si produce nella declamazione dell”Infinito’ del povero Leopardi, massacrato ancora una volta di più senza aver alcuna voglia di capirlo, vedo sempre la riunione di creativi sullo sfondo, che ricordano le belle feste di natale in cui la nipotina sale sulla sedia e declama la poesia. Ecco, inserendo nell’equazione i soldi pubblici salta fuori Favino e tutta la poderosa baracconata. Poi cose varie, migliaia e migliaia di modelle anoressiche vestite di rosso, bianco e verde, ovvio, con Armani che osserva dal paradiso, bandiere consegnate a corrazzieri e carabinieri – e anche qui una bella strizzata d’occhio come ogni volta alle forze dell’ordine ancora traumatizzate dai fatti incresciosi di Torino all’Askatasuna -, l’inno in playback, un bambino protagonista di chissà quale vicenda struggente che sta all’alzabandiera a Cortina a fianco delle carabiniere più fotomodelle mai viste e buona notte, a questo punto sono morto.

Cinque anni fa, un gruppo di gioviali russi dediti alla burla confezionarono uno show di un’ora tutto recitato in italiano che riproduceva una trasmissione canora italiana, a metà tra ‘Domenica in’ e ‘Sanremo’ di capodanno, in cui c’erano tutti i luoghi comuni del nostro paese: la conduttrice tettona svampita, il conduttore piacione, l’ospite pleiboi, gli ospiti musicali, tutto sopra le righe, tutto eccessivo, le acconciature sfrenate, gli abiti sfarzosi, l’estetica fatta di oro e velluti tra il sublime, come dice Gente, e lo straccione. Si intitolava ‘Ciao 2020’, poi replicata in ‘Ciao 2021’ l’anno dopo. Una presa per il culo sontuosa ma, soprattutto, una lettura di noi, di quel che siamo, visti da fuori. Soprattutto da un paese che ama la nostra musica più deteriore e che per estetica generale si sente a ragione molto vicino a noi. In via Montenapoleone sono loro e gli arabi che si divertono. Il governo si incazzò, pretese scuse e fece rimuovere i video da youtube ma, per fortuna, alcuni di noi continuano a rimetterli.

Ma noi no, non capimmo. Come con ‘Boris’, ridiamo come se parlassero d’altri. Perché noi siamo i figli di Leonardo, di Michelangelo, di Augusto accoppiato con Giulio Cesare, di Pininfarina, di Bialetti, di Valentino, di Mennea e avanti tutta. Il classico armamentario degli anziani in un paese anziano che rimpiangono i (supposti) bei tempi andati, in cui tutto era bello, luminoso, e vivaci erezioni mattutine rendevano la vita degna di essere vissuta in mezzo all’eleganza. Nella cerimonia di apertura nulla, NULLA, di quanto rappresentato aveva meno di settant’anni, probabilmente la cosa più recente era la Carrà, con l’articolo, in un’illusione del passato che, devo dirvelo, vecchiacci maledetti, non è solo passato ma non è mai nemmeno esistito per davvero. In Veneto mangiavano i topi e i gatti, Tambroni sparava sugli operai, il paese ammazzava il proprio miglior poeta mentre produceva la miglior criminalità organizzata del mondo che faceva saltare in aria le autostrade, ci piaceva mettere bombe sui treni, depistare indagini e annullare processi, mentre certamente due o tre industriali e designer a Milano e alcuni intellettuali a Torino si divertivano e facevano cose favolose, certo. Decenni fa, tutto distrutto.

Noi, il paese degli eleganti e dei raffinati, produciamo bar arredati di finto oro e compensato vicini all’estetica polacca, tute da ginnastica col cavallo basso pigliamerda, tatuaggi da far schifo per soggetti e fattura, centri commerciali che nulla hanno da invidiare alla Bielorussia di Lukašėnka, palazzoni da periferia di Minsk, manifestazioni che sono un misto tra la sagra texana del maiale arricchito e la festa balcanica dello sposalizio festoso con le pistole, analfabeti funzionali che non reggono un medio articolo. Ma no, noi abbiamo le eccellenze che tutto il mondo ci invidia (e qui elencare brevemente: la Ferrari, ehm, la moda… uh, il cibo…), un altro classico degli anziani – l’anzianità è una categoria dello spirito, non un fatto anagrafico, mi ripeto -: avere una visione del tutto distorta di sé. Belli, sveglia: ci vedono così perché siamo così. Punto. Altro che Leonardo, altro che Fermi. Semmai siamo fermi, con la minuscola e costruiamo cose qualsiasi già vecchie alla nascita. Fermi ad almeno settant’anni fa, se non secoli.

Per carità, la cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi è per sua natura su un registro di pacchianeria girato al massimo, lo sappiamo, ci devono essere dentro tutti i luoghi comuni e i cliché del paese, questo lo so. Le olimpiadi stesse sono una recita anacronistica, a ben guardare. Ma si possono rendere con grazia, evitando la sagrona di paese e la pizzata serale ricca di barzellette, si potrebbe esercitare anche un po’ di un’arte dimenticata, l’ironia, o peggio ancora l’autoironia, bandita da ogni tavola di questo paese. La vicinanza tra me e Leon Battista Alberti, lo dico con rammarico, è la stessa medesima che passa tra un siberiano e Puškin, siderale, nessuna contiguità. Che ci dobbiamo dire, io e te, LBA?
Ora, però, bando alle tristezze, beviamoci un buon caffè all’ombra dei mille campanili, dipingiamo e componiamo musica prima di cena, una bella pizza e tante risate in compagnia, guardando magari la splendida festa delle olimpiadi, senza pensieri negativi. Perché «chi manifesta contro i Giochi è nemico dell’Italia», come dice Meloni.

Bravi, bravi tutti. Tranne me, sciocco nemico del popolo.
(La cerimonia era già pronta, bastavano i primi minuti di Ciao 2021, erano già lì belli girati).

restauri con molte virgolette e politica d’accatto

San Lorenzo in Lucina è una basilica importante di Roma.

Per quanto ecclesialmente minore, è un luogo fondamentale della Roma cristiana e non. Ne dico una: sotto i suoi pavimenti policromi c’è la meridiana dell’obelisco di Augusto, lo gnomone, ora lì vicino in piazza Montecitorio, che puntava dritto all’entrata dell’Ara pacis il giorno della nascita dell’imperatore. Non meno importante, è la chiesa in cui PFCasini si è sposato in seconde nozze con la pargola dei Caltagirone, bella cricchetta con cui far su famiglia. Sì, lui cattolicissimo era al secondo matrimonio, ma dopo slavazzata presso la Sacra rota, quindi il primo non era mai esistito. Capito il genere? Che ilsignore non lo faccia mai presidente della repubblica, chiedo con cortesia.

Ora: in una basilica di tal fatta e in tal posizione, al centro del centro della città su una vetusta domus patrizia romana, un certo Bruno Valentinetti, un restauratore autodidatta di 83 anni che vive nella sagrestia e apre la basilica tutte le mattine, ha – dice lui – “restaurato” un affresco di una cappella della chiesa, ridipingendo com’è noto una vittoria alata con il volto di Giorgia Meloni.

Considerazioni estetiche a parte – orrenda – e di opportunità anche – ma che leccaculismo imperante, altro che il documentario su Melania Trump – io mi chiedo una cosa sola: ma possibile che a un tizio ottantatreenne per carità certamente bravissimo con i pastelli sia consentito di mettere mano liberamente agli affreschi di una basilica così? Per quanto in una cappella dedicata ai savoia – minusc. – e di impronta ottocentesca, per fortuna, ma le cose non cambiano. Possibile, dico? Avesse anche dipinto Gesù e tutti i santi in coro, voglio dire.
Esiste una sovrintendenza, delle regole, qualche costumanza di tutela e rispetto del patrimonio artistico, una commissione ecclesiale preposta, un parroco insegnante di storia dell’arte o ciascun abbia il ghiribizzo può procedere come crede, assoldando un tizio caio che dorme in sagrestia a reimbiancare le pareti della chiesa?

Ammetto che comunque la cosa mi diverta, non fosse per l’ego di Meloni, già ipertrofico, e trattandosi di una cappella dedicata ai savoia, ai lati di un busto di umberto due di savoia, tutto minuscolo, io ci avrei ben disegnato degli enormi peni vestiti d’acanto, altro che ritratti deferenti, però l’affezione personale che ho per quel luogo e per tutti i luoghi che manco conosco ma che fanno parte del patrimonio comune mi spinge a dire che gli ottantatreenni andrebbero tenuti senza pennello, se non si tratti di Michelangelo, e tutt’al più messi con pennello in luogo sicuro, alla lontana da muri da tramandare ai posteri.
(Tornerò a breve sui restauri improvvidi, ricordo altri esempi luminosissimi).

Francis il muro parlante: die Artikel

Sono difficilini per tutti, sarà che c’è anche il neutro e soprattutto i casi: sono gli articoli in tedesco. Per carità, il congiuntivo è infinitamente peggio, comunque anche loro danno un po’ di filo da torcere. Il genitivo neutro? Basta, grazie a questo preciso e compassionevole scrittore di muri, andare in quella certa strada di Berlino, consultare la giusta casella tra ascisse e ordinate, tornare all’interlocutore e vualà, il gioco è fatto. Che ci vuole?

Scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono e lui, l’articolista, lo sa eccome, visto che non ha scelto la via del messaggio ma quella del servizio pubblico, io direi senza dubbio più meritevole. Grazie, Mann, der Artikel schreibt. Tutti gli altri, eunt domus.

le scritte sui muri:
a saperlo primaaggiuntearriva l’estateattualità stringenteavverbiunquebasta!bellalavitabellezza assolutabraccia restituite all’agricolturacacca al diavolodal libro dei Savi IV, 42dialettica politicadie Artikele tutto il restofatevi una vitafuori gli obiettorifuori gli obiettori (due)i cattivii lavoratori più disciplinatii tre comandamentiil benessereil cleroil generela lasagnala musica alternativale certezzele decorazionil’immigrazionel’indignazionemaledetta la fretta di far la rivoluzionemaria jessicamentalità aziendalenella strada e nella testapalumbopas de quartierperò servepio pio tutto io!politica contemporaneapossiamo smetterla?prima sopra, ora sottorubare ai richisintesi politicasintesi politica duesperanza per tuttisuperminimaltogliete quei maledetti calziniuomini al barvoce del verbo rapire

c’è un sacco di gente che scivola nella propria bava (un documentario da non vedere)

Non so perché me ne occupi, sarà che non sopporto la deferenza leccacula o che, anche, in questi disgraziati periodi ho la creatività di un sottopentola. Così è.
Dunque. Nel 2024, sull’onda più o meno della rielezione del marito a presidente, Melania Trump ha pubblicato un suo memoir, un’autobiografia, di quelli che per il formato si chiamano coffee table book nel mondo anglosassone, con una copertina che più che elegante e raffinata è funerea e lugubre. Vorrei Chanel ma ciccia.

Strano manchi l’oro, lei marca la distanza da quel cafone del marito, si vede. Immagino l’immane sforzo creativo nella scrittura, lei definisce tutto il processo come ‘enormemente gratificante’ e bon, il titolone e le centottanta pagine se le aggiudicano Skyhorse Publishing. E non va nemmeno male nelle vendite, sarà che i tavolini da caffè da riempire sono parecchi negli Stati Uniti, la critica è un filo impietosa e, comunque, manca tutto quanto relativo al marito e alla sua politica. Prevedibile. È lei che pensava di essere interessante di suo.

Poi, a elezione avvenuta, sempre del marito e non sua, lei fa trapelare il suo desiderio di produrre un documentario su di lei medesima e sulla sua mirabolante parabola da Novo Mesto alla Florida tratto appunto dal bel memoir: a questo punto, si scatena l’asta tra le maggiori case produttrici, Amazon, Disney, Netflix e Paramount, per accaparrarsi il privilegio e per ben quaranta milioni di dollari vince la prima, dell’amico Bezos che ricordiamo in prima fila accanto a Trump in quella deprimente cerimonietta dei tycoons e siliconvalleiani alla casa bianca. Sul piatto, Amazon mette anche una promozione poderosa, del valore di altri trentacinque milioni di dollari, e lascia all’autrice il controllo di tutto il processo di scrittura, sui contenuti, sul colore, sulla musica, sui trailers, disegna persino il logo. La regia no, Amazon ingaggia un regista, Brett Ratner, che ricorderemo per qualche X-Men, il documentario del 2017 The Man You Don’t Know su Trump ma più che altro per una quantità innumerevole di accuse di molestie sessuali. Che vogliamo che sia? Lei incassa ventotto milioni di dollari da Amazon, la cifra più alta mai vista per un documentario, e si diletta in alcune fasi della promozione, come questa sobria cerimonia alla casa bianca pochi giorni fa.

Un documentario ben promosso, per esempio RBG su Ruth Bader Ginsburg del 2018, pure bello e su una figura immensa al paragone, ha avuto un budget promozionale di tre milioni e mezzo di dollari. Detto fatto, il documentario è pronto ed esce il 30 gennaio, in una quantità incalcolabile di sale e spinto da circa 461 milioni di passaggi televisivi degli spot. Oltre a una bella cerimonietta privata di proiezione della premiere costellata dalla presenza di tutti i maggiorenti in quota, tra cui oltre ai capi delle maggiori tech industries anche Ragna di Giordagna, Tim Cook delle belle anime di Apple, il presidente della Borsa di New York eccetera. Megojoni, direbbe un poeta locale. Il tutto nei giorni dell’assassinio di Alex Pretti. Bastardi, direbbe l’altro poeta.

Ora: non è che ad Amazon siano deficienti, lo sanno benissimo che costandone ottanta di milioni il documentario Melania ne guadagnerà probabilmente il cinque per cento, che sarà un flop nelle sale e che la critica lo valuterà, come è già successo, privo di alcun interesse e senza alcun rigore giornalistico, essendo quasi tutto il controllo in mano all’autrice. Non a caso Letterboxd, un social dedicato alla cinematografia, è stato bombardato di falsi commenti positivi, per anticipare i tempi. Ad Amazon continuano a non essere deficienti e fanno i propri conti, ingraziandosi il monarca compiacendo i suoi congiunti, tutti abbastanza impresentabili, ritardati e privi di contenuti ma comunque il vento ora tira di là. Il problema, se ce ne possa essere uno, è che Amazon tutto questo lo fa con i soldi degli abbonamenti, diretti all’azienda, o indiretti tipo Netflix che usa le piattaforme server di Amazon. Cioè i soldi tuoi, suoi, loro, miei, olè. Ma fa tutta ’sta differenza non tanto possedere un grattatesta quanto riceverlo in un giorno solo? Novità? Nessuna, ciascuno faccia come crede, magari dismettendo tutte le relazioni con Amazon possibili. Un secondo problema sarebbe certamente la rettitudine di certe schiene contemporanee e anche qui il panorama è desolante, Mammona regna sovrana, il tornacontismo anche e la paura idem. C’è un sacco di gente che scivola nella propria bava.

Sebbene il sapido documentario ancora non sia uscito, si registrano già i primi apprezzamenti del pubblico che non manca di salutare con favore le affissioni del manifesto del film, le uniche al momento raggiungibili per esprimere critica cinematografica diretta.

Resta, infine, un mistero alla fine di tutta questa sbrodolata – che nemmeno io riesco a capire perché mi ci sia imbarcato, mah, ho pure visto il trailer – che tale resterà: quale sia il significato del sottotitolo, ‘Twenty days to history‘. Inutile indagare, sarebbe anche in questo caso deludente. Con questi non c’è mai una sorpresa stupefacente o positiva o profonda nel significato. Nisba.

Che dire, dunque? Aggiungerei un’esortazione finale, a me prima di chiunque altro, a tenere la schiena ben dritta e lo sguardo in avanti, non cedendo a quei moti di rassegnazione cinica e orribile che contraddistinguono molti dei miei coetanei e conoscenti, che allargando le braccia continuano a ordinare e guardare minchiate online e, più che altro, a sentirsi sollevati da ogni pensiero al riguardo. E per una nota finale, oltre all’invito a guardare il documentario su Ruth Bader Ginsburg, a leggere se possibile la biografia che la riguarda, scritta da Shana Knizhnik and Irin Carmon, o, almeno come minimo, ad apprezzarne il titolo, il più bello di sempre: Notorious R.B.G.: The Life and Times of Ruth Bader Ginsburg.

Perché i nostri tempi, questi, sono anche quelli di Notorious R.B.G., mica solo di Melania e del bestia e dell’ICE e dello sterminio di Gaza: non è necessario farli vincere ovunque, siamo qui. Muoviamoci, senza alzare braccia e spallucce, ciascuno è responsabile del proprio.

una storia che valeva la pena di essere raccontata: il tatuatore

Questa foto la scattai ad Auschwitz perché, pensavo, avrei voluto riguardare a lungo alcuni volti dei deportati e uccisi nel campo di sterminio, visti in modo irrispettoso camminando in fretta per i corridoi, volevo dare un volto e un nome almeno a uno o due di quei numeri che, ormai, li contraddistinguevano.

La cosa mi procurò un certo imbarazzo, non avrei voluto né fotografare né conservare a fianco delle foto delle vacanze, né – come cerco di fare di solito – pubblicare tra le mie scemenze. Ma oggi è il giorno della memoria e licet insanire semel in anno, no? Così poi, domani, pensiamo ad altro, che dobbiamo rilassarci.

Ho invece scelto diversamente, ovvero di ritirare fuori, guardare intensamente, pubblicare, perché ho appena finito di guardare una breve serie sulla storia personale di Lali Sokolov e il suo amore, Gisela “Gita” Fuhrmannova. Sokolov, un imprenditore slovacco, si salvò facendo il tatuatore di numeri sugli avambracci dei deportati, scusandosi ogni volta e cercando di usare i privilegi della sua posizione in favore di altri deportati, Fuhrmannova su tutti, di cui si era innamorato nel campo. Che non ci si crede possa accadere. Comunque. La serie, miniserie, sebbene parli di storie personali e non abbia certo l’ampio respiro di un racconto come la vicenda storica meriterebbe, ha però parecchi pregi: innanzitutto mostra con chiarezza la vita nelle baracche e le vicissitudini del campo, senza cedere più di tanto ai nostri tempi così impressionabili in cui non si può mostrare il peggio; inoltre ha certi pregi di racconto, non nascondendo anche i comportamenti miserabili, talora, dei protagonisti o, per esempio, non nascondendo che alla liberazione il ‘vissero felici e contenti’ non accadde per nessuno, raccontandone gli incubi, o, infine, raccontando il dilemma del protagonista nel rapporto con una SS che, comunque, ebbe la propria parte nella sopravvivenza di Sokolov. Manca il titolo: ‘Il tatuatore di Auschwitz’ (The Tattooist of Auschwitz), ora è in streaming qui ma comunque girerà. Ecco, tutto quello che ho fatto oggi in relazione alla giornata della memoria: ho visto una cosa, l’ho consigliata. Bravo, davvero. Oh, trivigante, qua tocca far di meglio, eh.

perdio, chi ha bananato lo scotch?

In principio fu Cattelan con la sua banana e lo scotch che la teneva appesa al muro, ne dissi divertito qui. Fu vera arte? Ai posteri / L’ardua sentenza / Noi chiniam la fronte / siam pronti alla morte, siam pronti alla morte firulì firulà. Chi lo sa, se fu vera arte? Di sicuro ha scatenato un dibattito di proporzioni gargantuesca e, secondo me, già molto dell’obbiettivo è così raggiunto; ha poi avuto il merito di spingere tutti noi a chiederci ancora una volta di più di che si parli, cosa faccia dell’arte arte, cosa diavolo sia in definitiva questa cosa che così chiamiamo?
Gli sviluppi, poi, furono molteplici e quasi tutti degni di menzione. Una delle tre banane originali, e già qui qualcosa da dire ci sarebbe, fu venduta per 6,2 milioni di dollari a un magnate delle criptovalute, cinquantuplicando il valore iniziale e miliardidivoltizzando il costo intrinseco iniziale, ma questo non conta. Poi l’artista newyorkese David Datuna mangiò la banana durante l’esposizione a Miami e nel maggio 2023 uno studente d’arte sudcoreano durante una mostra a Seul fece la stessa cosa. Lo stesso acquirente lo fece. Come scrivevo, ragioniamo sull’opera d’arte nell’epoca della sua mangiabilità. Furono sostituite, si poteva fare, per forza visto che smarciva da sola, l’opera, che veniva venduta corredata di un certificato di autenticità e le istruzioni per poterla sostituire. Uuh, chissà come si faceva. Una tra le cose che mi divertì di più, vera o meno che fosse, fu il fatto che il fruttivendolo sotto la galleria d’arte che metteva l’opera all’asta si incazzò non poco a sapere che la sua banana, venduta al giusto costo di qualche decina di centesimi, era stata poi venduta a un sacco di soldi, la banana da sei milioni di dollari. E ne pretese una parte, vanamente temo. La storia strappalacrime di Shah Alam, vabbè, sul NYT con tanto di intervista in cui esprime il suo sincero giramento.

Tra le infinite variazioni di quest’opera d’arte-meme quella qui sotto è una di quelle che apprezzo di più, nella sua semplicità. How the tapes have banana’d? ci si potrebbe chiedere ma anche in italiano, nel titolo, non viene male.

le allegre nonché inutili guide turistiche di trivigante: il miglior caffè di sempre (e, secondariamente, altre cose)

Caffè non la bevanda, caffè il posto dove lo si beve.
Orbene, il migliore di sempre per la mia esperienza è stato il Copperbox Coffee di Glasgow, eccolo in tutto il suo splendore:

Intanto è in ‘low emission zone’ e già sarebbe molto. Ian, il simpatico gestore, ha acquistato chissà come, forse occupato?, uno stabbiotto della polizia e ne ha fatto un caffè con tutte le sue cose giuste: Speciality Coffee, Luxury Hot Chocolate, Batch Brew, Herbal Tea e poi anche qualche bevanda, biscotti, i locali Tunnock’s dolci e con la bella stagione anche un tavolino con due sedie. Per ovvie ragioni vicino alla zona di passaggio, impossibile non fermarmi. Il dentro è suo, ci sta a malapena lui con qualche macchinetta e arnese tutto organizzato al decimetro. Dopo due chiacchiere, non ho avuto il coraggio di chiedergli una foto a viso aperto e gliel’ho fatta di sfroso e di sguincio, questa sopra. Ian e il suo caffè poliziottesco stanno al 2 di Cathedral Square a Glasgow, nel senso che dopo pochi metri si può visitare la cattedrale di San Mungo – lo so, viene anche a me da fare il pirla ogni volta ma sto zitto – e da lì il clamoroso cimitero monumentale vittoriano di Glasgow, la Glasgow Necropolis. C’è tutto l’armamentario romantico: la collina sulla città, l’erba rigogliosa, le tombe sontuose e quelle crollate, i vialetti fangosi senza ordine, il ponte dei sospiri e, come sempre accade, i sepolcri dicono molto del posto, ricchi armatori più di tutto in città, gente che fece fortuna con la rivoluzione industriale, indimenticabili mogli e figlie morte forse a sedici anni di tubercolosi o scarlattina ma con quante virtù, militari e ammiraglioni, infine il teologo scozzese Knox. Come si dice in città: «Glasgow è un po’ come Nashville: non si occupa più di tanto dei vivi, ma i morti li cura davvero». Scendendo dalla necropoli, c’è proprio sotto la fabbrica della Tennent’s, che sta lì a far la birra dal 1556 e se qualcuno lo desidera può venir via con un’autobotte di lager. Il marchio promosse un festival musicale, il ‘T in the Park’, dal 1994 al 2017. Faccio un esempio. Prima sera del 2002 sul palco principale in ordine inverso: Oasis, Primal Scream, Gomez, No Doubt, Starsailor, The Dandy Warhols, The Polyphonic Spree, Proud Mary e poi l’a-me-ignoto DJ Arthur Baker; sui palchi secondari, alla rinfusa: Badly Drawn Boy, Morcheeba, Basement Jaxx, Idlewild, Joe Strummer & The Mescaleros, The Coral, Groove Armada. Credo ci siamo capiti. Seconda sera: The Chemical Brothers, Foo Fighters, Green Day, The Hives, Jimmy Eat World, Mull Historical Society, Beverley Knight e l’ancora ignoto DJ Arthur Baker. E sui secondari: The Beta Band, Mercury Rev, Sonic Youth, Air, Orbital. Ma bisogna essere onesti e dirla tutta: anche certi Marco & Gaetano, va’ a sapere.

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59 seconds of: Ozzy, steampunk mechanical bull of Birmingham

Ozzy come quell’Ozzy, di casa in città, il toro meccanico steampunk troneggiava in qualche piazza di Birmingham per i giochi del Commonwealth del 2022; poi, non credo sulle sue gambe ma chissà, si è accasato nella stazione nuova e principale, vero mostro in una buca nel centro e, da allora, se ne sta lì fermo, occhieggiando e ruotando il testone ogni tanto, come si vede da circa metà video.

Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.

Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più apatica dello spazio liminale, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

Tutti gli altri 59 secondi | pleilista