candidature al premio Nobel per la pace (e cose che avevate provato a dimenticare)

Da dove cominciare? Bene specificare prima di iniziare che ricevere il premio Nobel per la pace, ancor più dopo la vittoria di Kissinger nel periodo d’oro, equivale sì e no a ricevere una di quelle coppette di plastica dedicate industrialmente al “papà migliore del mondo” dal proprio figlio. Affetto, molto per carità, ma valore intrinseco pochino. Tra l’altro, ricordo che il premio viene assegnato, unico tra essi, dai norvegesi.

Dunque, la piglio dalla cima. Il presidente americano Trump, non appena eletto, ha cominciato a far smettere guerre nel mondo con la sola imposizione delle mani. Russo-ucraina a parte, nonostante avesse detto che sarebbero bastate ventiquattro ore, qualcuno dice sette, qualcuno otto le guerre terminate grazie al suo intervento: i conflitti tra Israele e Iran, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, Cambogia e Thailandia, India e Pakistan, Serbia e Kosovo, Egitto ed Etiopia e Armenia e Azerbaigian. Ho capito, cosa vuol dire che tre giorni fa la Thailandia abbia attaccato la Cambogia e ci siano quattrocentomila persone in fuga in queste ore e che in Kashmir nulla si sia effettivamente fermato nonostante la tregua di facciata? E che il conflitto Israele-Iran sia più che altro congelato che risolto specie dopo il bombardamento americano proprio sull’Iran? Niente, cattiverie.
Grazie a questa sequela di successi, una bella teoria di buontemponi ha pensato di candidare la propria figura politica di riferimento, per tornaconto o per nettaculismo spontaneo, al Nobel per la pace 2025, cercando di affastellare successi il più rapidamente possibile in vista della votazione. Non è andata bene e il premio, si sa, è stato dato a María Corina Machado, sconosciuta ai più fino a quel momento.

Spiace, diciamo. Chiusa qui? Macché. Il presidente della FIFA Infantino, legato a quadruplo filo imprenditoriale con la famiglia Trump tra i mondiali in USA della prossima estate, la recente coppa del mondo per club sempre là e così via, si è inventato un premio mai esistito prima, il Fifa Peace Award, e l’ha consegnato in corso di cerimonia in mondovisione durante i sorteggi indoviniamo a chi? Esatto, proprio a Trump. Questo dice dando il premio: «In un mondo sempre più instabile e diviso, è fondamentale riconoscere l’eccezionale contributo di coloro che lavorano duramente per porre fine ai conflitti e unire le persone in uno spirito di pace», quello ricevendolo: «È uno dei più grandi onori della mia vita. Ringrazio la mia famiglia e la mia fantastica First Lady Melania. Oggi il mondo è un posto più sicuro». E gli amici del baretto? Che, come dice Cevoli, se volevo sentire dei coglioni, sentivo i miei.

E fin qui i fatti degli ultimi tempi. Giusta indignazione per la candidatura al Nobel, la costituzione di comitati pro Trump a questo scopo, salamelecchi e fanfaronate a non finire. E il probabile stupore dei giovani, poco avvezzi, increduli davanti a cotanta spudoratezza. Ma essi non sanno e voi, invece, che qui leggete sì, lo sapete, come lo so io. È un fatto che sta dentro di voi, sta lì dal 2009, nonostante abbiate cercato di schiacciarlo come me sotto litri e litri di alcoolici e ricordi non migliori. E allora ritiriamolo fuori: nel 2009 in Italia un bel comitatone di nettaculi umani (come li chiamai sobriamente allora) sostenne con una certa vigoria la candidatura al premio Nobel per la pace, eh sì, di Silvio Berlusconi. Oh, la cosa andò avanti per mesi e non potreste credere, cari i miei virgulti, con quale veemenza essi difesero a spada tratta la propria figura politica di riferimento, per tornaconto o per nettaculismo spontaneo, sostenendo ci avesse salvati dai comunisti, tra l’altro. Non andò bene nemmeno allora, ed è strano perché i norvegesi sarebbero pure capaci di far coteste minchiate – Kissinger, ripeto, nel 1973 – senza troppi timori.

Ma i comitati furono forti e insistenti, le letterine raccomandate (letterale) verso Oslo numerose e sentite, i peones perlopiù giovanissimi esposti nell’improbabile campagna parecchi. Tra essi, ricordo la cantante Loriana Lana – legata da parentela con Giggi Zanazzo, poeta – che nel suo curriculum ricorda come fu lei a pronosticare a Bacalov la vittoria all’oscar per ‘il Postino’, puntualmente avvenuta. Lei, in collaborazione con Pino Di Pietro, scrisse un inno dedicato a Berlusconi in cui celebrava le sue gesta (di Berlusconi) in favore della pace: “La Pace Può”, poi cantata sempre da lei con Sergio Panajia. Se non conoscete nemmeno uno di questi nomi non vi preoccupate, è normale. E io che l’inno l’avevo già salvato allora, perché trivigante sa che le cose non durano e bisogna salvarsele in saccoccia, lo rimetto qua, perché come mi sono deturpato io ascoltandolo nuovamente ora vorrei lo faceste anche voi:

Il cenno all’Abruzzo è ancora da denuncia penale o da pubblico impalamento, meglio. E l’invocazione a Berlusconi con l’inversione del verbo in fondo alla tedesca da ancora scapottare.

Non ultimo, in questa vicenda miseranda, vorrei ricordare l’epico confronto tra il grande s|a, sogliadiattenzione, meraviglioso amico e blogger di quegli anni, e tal Emanuele Verghini, non solo animatore di uno dei comitati a sostegno di Berlusconi ma, anche, figura in grado di scrivere impudentemente la seguente frase: «A Silvio Berlusconi noi guardiamo come modello. A uomini come Angelino Alfano ed a Giuseppe Scopelliti noi guardiamo come sparanza per la creazione di una nuova classe dirigente» senza cagarsi addosso. Orbene, s|a scrisse un post ironico sull’insensata candidatura di Berlusconi al premio, interrogandosi sulle dinamiche decisionali interne a Forza Italia, e Verghini intervenne nei commenti, squadernando concetti a caso, di cui ci facemmo variamente beffe. Stanno ancora lì, sotto il post. Questo per dimostrare il clima di allora, surriscaldato da questi parecchi piccoletti cani rabbiosetti che imperversavano anche in rete sostenendo il loro capo contro ogni senso e verità.

Cosa voglio dire, dunque, caro giovane che leggi queste righe? Forse che certe cose esistevano già ai nostri tempi e che noi sì che ne abbiamo viste delle belle? Giammai. Forse che certe cose non cambiano e che dovresti dunque perdere ogni residua illusione? Maffiguriamoci. Ma che ne so, giovane, di quel che voglio dire? Anzi, vattene da qui che manco sai che fosse un blog e come ci divertissimo, allora. Va’ via, va’ dove ti pare e lasciaci qui, a riascoltare “La Pace Può”, a farci venire di nuovo il nervoso e a pensare, però, com’erano in fondo gloriosi quegli anni, in cui tutti noi eroi eravamo giovani e belli. Ma nemmeno, perdio. Viva noi, ora, oggi, viva s|a e viva tutti i superstronzi che verranno candidati in futuro al premio Nobel per la pace senza però vincerlo. Che dopo Madre Teresa di Calcutta (1979, ne ho detto il peggio qui) vale comunque come un premio per la partecipazione.

lo possiamo sapere una volta per tutte?

Ma è possibile che nel duemilaventicinque io debba discutare con un accademico dei Lincei – mi guarda pure con sufficienza facendo battutine, ma come li pescate? Eddai – e spiegargli che la concezione che si festeggia oggi è quella di Maria e non quella, già ovvia e intrinseca, di Gesù figliodiddio? Che immacolata, ovvero senza peccato originale, è la natura della madre – avendo quindi il Signore cominciato a svolgere il piano ben prima del tempo -, nata appunto nove mesi dopo, l’otto settembre? Ma a questi accademici non gli fate qualche test di cultura generale? Un po’ di catechismo?

la leggenda del motocross

Prosegue l’epopea dei ladri del Louvre o, per la serie, meglio stupidi che colpevoli: viene preso un altro, Niakate Abdoulaye, che sostiene di non sapere nemmeno che quello fosse il Louvre.

Già il «Cross Bitume» non è male (e io ho il sospetto sia Mitume nel resto del mondo, ma non trovo adeguata verifica), «la leggenda del motocross» ancor meglio, mi fa molto ridere la più totale distanza tra i curricula ladrorum dei pesci pigliati e la sveltezza e audacità del colpo. O sono davvero soliti ignoti che hanno pescato sette carte vincenti una via l’altra e non il solito minestrone alla fine, e viene da alzare il sopracciglio, oppure stanno arrestando gente a caso, tipo il povero Bitume e la sua moto, tanto per dimostrare che la polizia si incazza e non dorme.

accidenti, Martin Parr

Potrà anche non essere stato il più grande per tecnica, innovazione, estetica ma per me lo è stato di sicuro per intuizione, umanità, sguardo sorprendente:

21.LON19050 SWITZERLAND. Kleine Scheidegg. 1994.

È mancato ieri Martin Parr, il fotografo che avrei voluto essere. Ne avevo già detto, qui e qui e qui, occhio e velocità d’esecuzione formidabili. Le sue foto alla torre di Pisa, al Partenone, sulle spiagge inglesi, ai buffet, nelle mense, nei luoghi turistici e di villeggiatura, delle persone in generale nel proprio tempo libero o sul lavoro resteranno. Ha raccontato il nostro tempo attraverso le persone e lo ha fatto, questo è il punto, facendo parte dell’umanità che rappresentava, senza mai sentirsi in qualche maniera estraneo o di maggior valore. Altrimenti non si sarebbe mai fatto degli autoritratti così:

Come non amarlo, dico io?

roba da viverci in Tibet due volte

Dopo il provvedimentone di blocco delle telefonate moleste da numeri mobili, due settimane fa, direi che non solo non siano diminuite ma siano, anzi, aumentate. Almeno per me. Come per tutti, adesso arrivano da Belgio, +32, Francia, +33, Spagna, +34, vari tra cui Lussemburgo +351 eccetera. Ovvero tutti quei prefissi che fanno sembrare il numero chiamante quello di un cellulare italiano.
Non c’è che dire, sono avversari di valore. Rompimaroni ma di una certa innegabile abilità.

Mi è capitato ieri sotto mano un mio vecchio post in cui mi felicitavo per essermi appena iscritto al neoistituito Registro delle Opposizioni, che ingenuità, che fiducia nel futuro, che speranza nell’avvenire. Avevo io e avevamo tutti, speranzosi di vivere in un mondo telefonico migliore. So com’è andata e lo sappiamo, è pure peggio perché almeno allora qualcuno lavorava, pagato da fame ma lavorava e se andava bene recitava in un film di Virzì, oggi chiama direttamente Skynet. Quel che mi colpisce è la data della mia iscrizione: 22 febbraio 2012. Quasi quattordici anni fa. Quattordici. QUATTORDICI. E non ero stato nemmeno tra i primi, l’avevo scoperto dopo qualche mese. Quattordici anni che abbiamo a che fare con questa iattura. E non basterebbe nemmeno proibire i contratti al telefono, che comunque…, perché l’ultima mi ha proposto un incontro con un incaricato. Vivo? Persona? Aspirapolvere robò? Chissà.

anche oggi è morto Mozart

Anche questo cinque dicembre.

Se per il musicista le parole collettive sono tutte elogiative, e ci mancherebbe, l’uomo è meno noto. Animo fluttuante, spirito progressista, vero primo professionista indipendente nella musica, in definitiva uomo libero. Nel frattempo, lungo il 2025 le sue composizioni riconosciute come originali sono passate da 626 a 721, l’attenzione è alta, e finalmente la Serenade in C che si pensava scomparsa è riapparsa, riferiscono gli specialisti. Il suo Lacrimosa resta ineguagliato, va in direzioni che non ci si aspetta e poi invece risultano essere quelle più naturali. In merito all’uomo, cito lui citando me: capace di sontuosità musicali e di pensiero, «Viviamo in questo mondo per imparare e per illuminarci l’un l’altro» e di luminose verità, «Insomma, quando ci si è svuotati, la vita torna a sorridere». Quali siano le une e quali le altre, a ciascuno secondo.

anche a me è capitato spesso di non essere su una nave

Rosencrantz: Tu credi che la morte possa essere una nave?
Guildenstern: No, no, no… la morte no: la morte non è. Cerca di capirmi, la morte è la negazione totale, il non essere. Non si può non essere su una nave.
Rosencrantz: A me è capitato spesso di non essere su una nave.
Guildenstern: No, è diverso, tu eri, ma non su una nave.

Probabilmente il mio film preferito. No, che probabilmente? Di gran lunga il mio preferito.
Complesso, ridicolo, colto, assurdo, teatrale ovviamente. La partita di tennis con le domande, le continue quasi-scoperte scientifiche dei due, il destino che governa le traiettorie individuali delle persone, le tragedie che si compiono nolenti i protagonisti, la morte e l’incomunicabilità, tutto strepitoso. Come il testo teatrale, entrambi di Tom Stoppard, il film fu il suo unico come regista. A Venezia nel 1990 era fichissimo.

Nato nel 1937 con il nome di Tomáš Sträussler in una famiglia ebraica in Cecoslovacchia, divenne Stoppard in Gran Bretagna, dove rimase, e dove è mancato oggi. Non posso che ringraziarlo, trentacinque anni di puro godimento di testa e di pancia e ancora oggi nessuno sa quale sia uno, Rosencrantz, e l’altro, Guildernstern. Potere della tragedia intramontabile che è, poi, quello in cui viviamo immersi.

la locomotiva umana

Emil Zatopek, mezzofondista e maratoneta cecoslovacco, detto appunto per la sua abilità ineguagliata nella corsa e perché sbuffava, era noto anche per una certa qual poca grazia nel correre. Non tutto, le gambe andavano bene, era il torso che sbandierava qua e là, le braccia in giro, la testa dondolante e un’espressione in agonia perenne.

Czech athlete Emil Zatopek (L) during the Humanite cross country run. He won the event. (Photo by Universal/Corbis/VCG via Getty Images)

Ognuno corre come vuole e se uno, poi, come lui vince quasi qualsiasi gara a volte doppiando il secondo, ha evidentemente ragione di fare quel che lo faccia sentire meglio. Alle olimpiadi del 1952 a Helsinki vinse 5mila, 10mila metri e maratona mentre la moglie Dana vinceva l’oro nel giavellotto femminile, per dire. Lui disse di averla ispirata, lei rispose: «Davvero? Prova a ispirare qualche altra ragazza e guarda un po’ se riesce a tirare un giavellotto a cinquanta metri». Niente male.

Comunque, il motivo per cui sto scrivendo qui di Zatopek, il calzolaio socialista poi regalato alla corsa, è per le descrizioni che i giornalisti sportivi e commentatori ne diedero, vedendolo correre. Jean Echenoz scrisse: «procede in maniera pesante, scomposta, sofferta, a scatti. Non nasconde la violenza di uno sforzo che gli si legge sul viso contratto, irrigidito, stravolto, continuamente distorto da un rictus penoso a vedersi. I lineamenti sono alterati, come dilaniati da una spaventosa sofferenza, a tratti ha la lingua fuori, come avesse uno scorpione in ogni scarpa». Per Gianni Brera faceva «le smorfie più angosciose e rattristanti» e «pare vecchio slombato e pronto a crepare sul margine del prato come un ronzino esausto». Pierre Magnan scrisse che era «l’uomo che correva come tutti noi», che non è esattamente un complimento. Per molti altri, era l’uomo che correva peggio di noi, alcuni commenti sparsi che ho trovato qui scrissero: correva come «che è stato appena accoltellato al cuore», ahah, come uno «che sta lottando contro un polpo su un nastro trasportatore», come uno con «un cappio attorno al collo», che si dimena per liberarsene. Come «un pugile che combatte contro la sua ombra», come «uno che stia per fare il proprio ultimo passo». Ahah, polpi, scorpioni e ronzini. Il New York Times in occasione della sua morte scrisse che era stato «forse il miglior corridore da lunghe distanze di sempre, di sicuro il più sgraziato».

Zatopek, dalla sua, ribatteva che «l’atletica non è il pattinaggio sul ghiaccio: non serve sorridere e fare delle belle facce per i giudici»; una volta smesso di correre si avvicinò a Dubcek e alle sue posizioni più libertarie che portarono alla Primavera di Praga. Con l’arrivo dei sovietici fu esiliato, punito e messo poi a fare lo spazzino. Si racconta che le persone per strada si fermassero ad aiutarlo a raccogliere la spazzatura, il grande Zatopek, la locomotiva umana. Fu riabilitato, ebbe qualche incarico di prestigio, fece una pubblicità dai toni insensati per Adidas. E la migliore risposta alle osservazioni dei commentatori la diede lui, riconoscendo quanto dicevano pur mantenendo il proprio orgoglio: «Non avevo abbastanza talento per correre e sorridere allo stesso tempo». Che poi non era poi nemmeno così vero. Il grande Zatopek.