la musica delle stagioni, estate 2025

Stavolta la pleilista l’ho fatta a metà su Spotify, poi abbandonato a metà luglio per le note vicende di armi, e Tidal e sarà un po’ per la nuova piattaforma e un po’, credo maggioritariamente, per aver viaggiato parecchio, è venuta corposa, novantacinque brani per più di sei ore. Proprio quel che serve, ascoltandola tre volte, per andare a piedi da Baku al Qobustan, a vedere i vulcani de fango.

Trentunesima stagione conclusa, secondo me questa pleilista è venuta meno peggio di altre, meno confusa e con una direzione più distinguibile, sempre che siano valori per una pleilista. Penso di sì. Ho scoperto ottima nuova musica, A shrine to failure, Amyl and the Sniffers, sono usciti ottimi dischi, Suede e Paul Weller, ne dico due, e c’è qualche recuperone di valore, House of Love ma soprattutto i Kino. A breve l’esplorazione della scena punk siberiana negli anni Ottanta.

Tutte le musiche delle stagioni, intendo i post:

estate 2020 | autunno 2020 | inverno 2020 | primavera 2021 | estate 2021 | autunno 2021 | inverno 2021 | primavera 2021 | estate 2021 | autunno 2021 | inverno 2021 | primavera 2022 | estate 2022 | autunno 2022 | inverno 2022 | primavera 2023 | estate 2023 | autunno 2023 | inverno 2023 | primavera 2024 | estate 2024 | autunno 2024 | inverno 2024 | primavera 2025 | estate 2025 | autunno 2025

Per orientamento, mi rendo conto di aver gradatamente abbandonato le vecchie passioni, l’hard rock, un certo indie, per essermi orientato verso suoni nuovi, alla ricerca di musiche nuove senza preclusioni sul genere, credo si senta nelle pleiliste. E poi in questi mesi, o ultimo anno, un ritorno ai suoni dell’est, prima con un po’ di rock jugoslavo, poi con quello sovietico, maledizione al cirillico per ricordarsi i nomi, poi verso l’elettronica degli anni Ottanta, sempre più a est che a ovest. Vediamo che ne esce questo autunno.

Le compile vere e proprie: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (92 brani, 6 ore) | estate 2018 (81 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (130 brani, 9 ore) | primavera 2019 (50 brani, 3 ore) | estate 2019 (106 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (126 brani, 8 ore)| primavera 2020 (101 brani, 6 ore) | estate 2020 (98 brani, 6 ore) | autunno 2020 (151 brani, 10 ore) | inverno 2020 (88 brani, 6 ore) | primavera 2021 (89 brani, 5,5 ore) | estate 2021 (55 brani, 3,25 ore) | autunno 2021 (91 brani, 5,8 ore) | inverno 2021 (64 brani, 3,5 ore) | primavera 2022 (73 brani, 4,46 ore) | estate 2022 (42 brani, 2,33 ore) | autunno 2022 (71 brani, 4,5 ore) | inverno 2022 (69 brani, 4,14 ore) | primavera 2023 (73 brani, 4,23 ore) | estate 2023 (51 brani, 3,31 ore) | autunno 2023 (89 brani, 6,9 ore) | inverno 2023 (76 brani, 4,5 ore) | primavera 2024 (60 brani, 3,4 ore) | estate 2024 (55 brani, 3,1 ore) | autunno 2024 (78 brani, 5 ore) | inverno 2024 (58 brani, 3,7 ore) | primavera 2025 (40 brani, 2,5 ore) | estate 2025 (95 brani, 6,2 ore) | autunno 2025 (56 brani, 3,8 ore)

La stagione dei concerti è stata poverella, ma almeno un Bloody Beetrots notturno sul Po a far balzelloni c’è stato, e poi due Arene a sentir la lirica, che male non fa. Più promettente l’autunno entrante, con i Boomtown Rats in celebrazione alla fine di ottobre, i Selton a gennaio e poi da costruire. Ma non c’è, comunque, soluzione migliore per recuperare buona musica di viaggiare, uno, e soprattutto di conoscere persone che ne capiscono con cui scambiare nomi e titoli. Per fortuna mi sono capitate entrambe le cose.

misteri dell’arte: rettangoli, colori e mucche

Anche Mondrian dipinse mucche.

Scivolando, pian piano e giustamente, verso l’astratto.
Il Mondrian successivo, poi, quello che conosciamo tutti, ha trovato uno strano connubio, incolpevole perché postumo, tra i riquadri colorati e le vacche, va’ a sapere perché. Per esempio, la “Moondrian Cow” – ahah, ottimo nome – di Jon Eastman:

Replicata poi variamente anche a grandezza naturale, da pascolo:

Se è vero che all’interno del movimento De Stijl qualcun altro si occupò di vacche, come per esempio Theo van Doesburg in Study for Composition (The Cow) del 1917, il mistero resta tale.

Infatti, il connubio tra i rettangoli colorati di Mondrian e le mucche resta forte ed esplorato. Per esempio, ad Amsterdam un paio d’anni fa sono incappato in un artista che ai Mondrian sovrapponeva mucche, rimandando ad altro, Vermeer nel terzo da sinistra, per dire.

È vero, c’è anche un cavallo. Il mistero resta insoluto, le mucche di Mondrian hanno più di un secolo e l’arte del Novecento andrebbe riscritta alla luce di questo fatto che ho qui evidenziato. Attendo inviti a conferenze.
Ah, a margine: il palazzo di Booking dietro, in fondo alla piazza, l’hanno acquistato con i miei soldi che spendo per risolvere misteri dell’arte.

i giocondi visti di fronte (ancora)

Un paio di anni fa ho scritto qualcosa sull’argomento, riflettendo giocosamente su come si accalchi un’enorme folla per la Gioconda e volti allo stesso tempo le spalle alle Nozze di Cana di Veronese, un enorme quadro pregevolissimo. Come il primo sia piccolino e legittimamente in Francia, ma se ne richieda la restituzione ai francesi come l’avessero rubato, e come il secondo, questo sì rubato e illegittimamente là, invece sia sostanzialmente ignorato. Come il primo sia un magnifico quadro ma, insomma, d’occasione e senza spunti storici particolari e come il secondo abbia invece una storia poderosa e un’origine strepitosa, concepito apposta dall’artista per il refettorio palladiano di San Giorgio Maggiore a Venezia, in connubio spalla a spalla tra i due.

Non ho granché di nuovo da aggiungere ma ho un paio di foto migliori, ora (di bulfu): la vista lato-Gioconda, con fotografie che per carità lo zoom degli attuali smartphones ma siamo al limite del particolare, con calca paragonabile alla Fontana di Trevi.

E, molto più interessante, l’altro lato, direzione Veronese, con i volti dei giocondi, peraltro in buona parte sorridenti. L’immagine, lo notavo l’altra volta, è ancor più bella perché le persone paiono uscire direttamente dalle Nozze e rovesciarsi verso l’osservatore.

Sul fondo, mi pare ci sia uno girato verso Veronese, se colgo correttamente la chierica. Complimenti, signore.

laccanzone del giorno: Elastica, ‘Connection’

Questa canzone fu il singolo di punta di un album di debutto e venne sparata immediatamente alla numero uno della classifica inglese delle vendite, battendo un certo record degli Oasis. La band aveva ascendenze nobili, Frischmann e Welch avevano partecipato alla fondazione degli Suede, poi lasciati nel 1991, ed ebbe qualche anno formidabile come i loro pezzi: rapidi, sintetici, scarni.
L’album lo ascolto ancora oggi, magari senza consumarlo come allora, ma il rapimento emotivo per Frischmann perdura. Coetanei, stesso brodo di coltura. Il video ufficiale di ‘Connection’ faceva e fa veramente schifo ma quello è, roba da casa discografica.

Certo, poi c’era la faccenda che il riff era proprio quello di ‘Three Girl Rhumba’ dei Wire, abbassato appena appena, e che avrebbero dovuto menzionare la faccenda nei crediti, vabbè, ma noi siamo punk e giovani e ce ne impippiamo, era un omaggio e se lo sai lo sai. Poi, com’era ovvio, ci misero una vita a fare il secondo album, in cui la canzone più rilevante fu la cover di ‘Da da da’, poi litigarono per il terzo e bon, storia finita, lei a fare l’artista visuale in Colorado. Ma il primo album, quello omonimo, favoloso: avrei potuto mettere ‘Vaseline’, esemplificativa anche dello spirito, quando sei attaccato con la colla, vaselina, un minuto e venti, o ‘Stutter’ o ‘Car song’ o ‘Line up’, ma vabbè, meglio il singolone.

La comoda pleilista de leccanzoni del giorno esiste ancora e adesso è su Tidal, che son passato di là per le note vicende, Trostfar ne era stato l’ispiratore, grazie, ora l’aggiorno e sta qui, per chi desideri.

59 seconds of: Frankfurt airport at work

Mentre noi viaggiatori siamo spanciati da qualche parte a far passare il tempo, nel resto dell’aeroporto è tutto un fervore di tempi, traiettorie, consegne da rispettare. Che si traducono quasi sempre in percorsi da seguire e precedenze da dare e da prendere, dal furgoncino all’aereo.

Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.

Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più levigata del gattile, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

Tutti gli altri 59 secondi | pleilista

minidiario scritto un po’ così di un giro tedesco di fine estate, coda: sette, carrellata

Bon, qui ho finito. Cioè, ne avrei ancora molto ma è ora di tornare, ho già sfidato la sorte troppo a lungo, alla fine sono in giro dal due, non posso lamentarmi. Né lo vorrei fare. E, in realtà, avrei anche potuto concludere il minidiario alla sesta pagina, visto che Potsdam (pronuncia: pòt-sdam, enfasi sulla ‘t’, altrimenti mia madre viene lì e vi corregge) è l’ultima tappa della mia coda di viaggio e un po’ l’ho raccontata. Ci sono però alcune cose che ho dimenticato di menzionare o che non entravano nel senso dei racconti, cose serie e meno, molto meno, per cui colgo lo spunto e raccolgo qui, a conclusione. In ordine con il viaggio.

A Francoforte un sacco di gente per strada, le due mummie sulle panchine nella foto. La cosa stride ancor di più visti i palazzoni della finanza europea e mondiale, la BCE più di tutti.

A Fulda, come in Baviera gli orsetti, sul cuscino ho trovato le pecorelle gommose, per poterle contare e addormentarmi. Bel pensiero, ovviamente mangiate tutte ancor prima di mettere giù lo zaino.

A Fulda, in prossimità dell’abbazia, l’attraversamento pedonale è in tema:

A Erfurt il ring ha ancora l’odonomastica della DDR, felice me, ed è intitolato all’immortale Gagarin.

La casa di Cranach Vecchio a Gotha – si stava dove il principe committente stava – è un chiaro esempio di pareidolia: tra il pagliaccio triste e sorpreso.

Gotha, odio i musei che invece di attaccare i cartellini con le informazioni sui dipinti fanno il pannello centrale riassuntivo, che poi non si guarda nulla. Almeno il foglio che si tiene in mano, almeno.

Alcuni dei poster per la festa della Bauhaus del 1923 a Weimar. Festa che comprendeva, oltre a mille manifestazioni varie tra cui spiccava il teatro, anche una gara di aquiloni. Aquiloni, capito? Disegnati e inventati in mille modi, che bello spirito c’era.

Libertà e giustizia per chi, a Jena? Chissà perché qualcuno l’ha cancellato, spero siano sopraggiunte giustizia e, quindi, libertà.

Sempre a Jena, ho visto la Love Machine, stupenda. Chissà la storia, non c’era nessuno.

La stazione di Dessau ha un mosaico murale Bauhaus che dice subito tutto, notevole. Sotto, due donne che spiegano la bibbia, scappato.

Ho raccontato delle case dei professori della Bauhaus nella parte cinque, meravigliose, Klee abitava davanti a Kandinsky. Le case erano però in queste condizioni sotto la DDR, fino al 1992, momento in cui qualcuno sveglio le avrà comprate per un tozzo di pane e ora ci abita.

Basti questa bacinella disegnata dalla Bauhaus di Dessau per dire quanto moderni fossero. Non sfigurerebbe tra le novità di questo momento.

Una buffa foto di Gorbaciov nella piazza centrale di Dessau, sia perché molto magro – e così lo shaming l’ho fatto – sia perché immortalato con un improbabile piumino peraltro di quelli ora in vendita da decathlon, sottili come si fanno solo ora, stivaletto e un pantalone attillato che mette in evidenza il pacco, bel pleiboi, lui.

L’Hundertwasser di Magdeburgo. Mah, io non lo capisco, forse non c’è nulla da capire, mi pare sia solo confusione e voglia di aggiungere, mi sfugge il messaggio se non quello generale, che non c’è messaggio, solo emozione. Ecco, quello non mi soddisfa.

«Scusi dove posso trovare Mocca-Fix?», «Fuori commercio». Proprio di Magdeburgo, marchio della Röstfein, a fine Ottocento diede inizio alla torrefazione del caffè in Germania. Poi ci fu la famosa crisi del caffè della Repubblica Democratica Tedesca, per cui con l’inflazione galoppante il governo decise di iniziare scambi commerciali con i Paesi del terzo mondo barattando armi e mezzi pesanti in cambio di caffè ed energia e poi, degenerando comunque la situazione, a trovare soluzioni più economiche, come miscele di metà caffè e metà farina di piselli o ceci o soluzioni strane, il popolo rifiutò, spesso si intasavano pure le macchinette. Ora è nel museo di Magdeburgo.

Sempre nello stesso museo, che poi è quello dell’Unicorno e quindi mostrano non poco spirito, nella parte didattica dedicata agli anfibi hanno messo, per rendere chiaro il concetto, il manichino di un pescatore tipico tedesco, sigaro e Adidas, non manca nulla:

A Potsdam si fa campagna elettorale per le elezioni del sindaco e da destra, come sempre, premono sull’aumento dei costi e la diminuzione del potere di acquisto:

Un menu in un ristorante di Potsdam con le prescrizioni mediche, attenersi:

Un raro resto della DDR a Potsdam, una serie di mosaici in pieno stile con frase di Karl Marx, ormai pare non ci sia più alcun modello alternativo e anche queste cose spariranno tutte a breve:

Sempre Potsdam, se non hai l’obelisco egizio originale, fattelo su tu, inventando, che problema c’è?

Nel Neue Palais di Potsdam, dopo le vicende della guerra, hanno per fortuna conservato una scritta originale dei soldati russi, durante la battaglia di liberazione di Berlino, che dice: “Morte agli occupanti tedeschi”, ancora si bombardava e il palazzo era ricovero delle truppe sovietiche e dei civili tedeschi.

Nel parco dei palazzi, ho visto l’edera più grande io abbia mai visto. Almeno trenta centimetri di dimensione artistica per diametro, l’albero è un bel colosso.

Con tutte queste cose ci avrei campato settimane di post qui, vabbè, all’anima della generosità. Chiudo con una cosa bellissima, la torre Einstein nel centro geofisico di Potsdam, una collina con osservatori astronomici, acceleratori, centri per lo studio del cambiamento climatico. Essa non ha alcun rapporto diretto con Einstein ma il costruttore ne fece un piccolo osservatorio per verificare le teorie sulla relatività del fisico. È un pezzo modernista notevolissimo, mi son salito la collina dopocena apposta.

Bene, anche qui abbiamo finito. Non c’è morale né insegnamento, era un giro di recupero e piacevolezza e così è stato. Tra qualche giorno rimpiangerò, anzi lo sto facendo proprio ora che scrivo a cose concluse e che sono ricominciate le più noiose. Alla prossima, grazie a chi ha seguito.


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minidiario scritto un po’ così di un giro tedesco di fine estate, coda: sei, senza preoccupazioni (lui)

C’è un motivo preciso, uno solo, per cui salgo ancora un po’ e vado a Magdeburgo: l’Unicorno.
È una delle mie storie preferite, l’avevo già raccontata per esteso qui. Nel 1663, epoca totalmente a digiuno non dico di paleontologia ma addirittura di qualsiasi cosa antecedente alla bibbia, figuriamoci, a Magdeburgo scoprirono una caverna piena di ossa di animali antichi. Chiamarono quello che ne sapeva di più sull’argomento, il naturalista Otto von Guericke, che fece una ricostruzione di un ipotetico animale, eccolo:

Ecco, me la faccio addosso solo a guardarlo. Corri, bello, corri libero. Naturalmente nessuno aveva supposto che in quella caverna ci fossero ossa di animali diversi, tantomeno il von Guericke, un po’ perché era difficile farlo – nel 1663 nemmeno il rinoceronte era ancora stato descritto nella letteratura scientifica – e perché era una situazione davvero improbabile – in quella caverna si trovavano animali diversissimi, acquatici e terrestri, e di epoche molto distanti, va’ a sapere per quale combinazione di fattori. Fu così che von Guericke assemblò l’animale più armonioso e bello e funzionale della storia, unendo un cranio di rinoceronte, le gambe di un mammut primigenio e il corno di un narvalo.

Al Museum für Naturkunde di Magdeburgo, che sono persone di mondo ricche di spirito, l’hanno ricostruito e lo tengono in esposizione vicino ai fossili veri, li ammiro. Ed è corretto, perché alla fine il museo è museo anche dell’evoluzione della scienza, degli svarioni presi nel tempo, delle intuizione corrette e meno. Me lo chiedevo allora e ancor di più oggi: quanti Unicorni sono esposti nei nostri musei e si riveleranno solo in futuro? Sono deluso solo del fatto che al negozio del museo non ci sia un modellino della star del museo da comprare e tenere sulla scrivania a perenne monito di ciò che oggi ancora non so.
Museo? Che resto del museo? Magdeburgo fu senz’altro una città formidabile e ricca nel medioevo, nel rinascimento e nei secoli successivi, una delle roccaforti della riforma protestante, la sua posizione sull’Elba e i resti delle mura lo dicono chiaramente, fu grande e prosperosa. L’infilata, poi, come tante città, di nazionalsocialismo, bombardamenti, dopoguerra, DDR, dissoluzione dell’URSS, non ha portato bene: città disconnessa, con ampi spazi vuoti poi riempiti da qualche condominione di ispirazione vagamente socialista e, peggio ancora, da centri commerciali negli anni Novanta, a far da scenografia alle vie principali o alla piazza del municipio e il famoso palazzo imperiale di Ottone perso chissà dove. La cosa più memorabile, a parte l’Unicorno vero fulcro di tutto, è la posizione della città, un enorme duomo testimone di altre epoche, l’ultimo progetto di Hundertwasser, di fatto la città ha perso sessantamila abitanti negli ultimi vent’anni e si vede. Lo vedo anch’io e ripiglio il treno, l’Unicorno l’ho visto e per questo sono già felice.

Un’ora di treno e sono a Potsdam. Degnissima conclusione del viaggio e comoda, strategicamente per loro e anche per me ora, per la vicinanza a Berlino. Potsdam, infatti, come tanti paeselli sui laghi in prossimità della capitale, fu luogo di vacanza e ricreazione della nobiltà prussiana e più di tutti di Federico il Grande, der Große. Boschi, laghi, cieli ormai più simili al Baltico che al Mediterraneo, aria fresca, cervi immagino allora, lepri, volpi e cose da cacciare, cose da mangiare, che poi viene natale. Ovvio, abbastanza, fare casa qui. Federico II, che non era detto il Grande per caso, volle una residenza di piacere e non di lavoro, di sollievo e non un fardello: un piano solo, piccola il giusto, armonica, in mezzo al verde e alla bellezza: Sans souci, senza preoccupazioni. Pensava a sé come a un filosofo e se anche non lo fu o non fu dei più brillanti, lo fu certamente in reazione all’odiato padre soldato e a ciò che i tempi volevano. C’è un libro molto bello di Alessandro Barbero, Federico il Grande, perché sintetico e ben scritto, anche un bel podcast per Alle otto della sera, su Rai play sound, vale la pena per farsi un’idea del Grande di Prussia.

Dentro, la solita rottura di balle di salottini vellutati polverosi, di quanti divanetti avranno mai avuto necessità? Ma fuori molto bello, le piante ornamentali anche, con delle apposite serre a finestra, belle. Un enorme palazzo in lontananza – è mezz’ora che cammino nel bosco e non sono ancora arrivato, lo vedo là come fosse il Kilimangiaro che non si capisce se ci vogliano tre ore o tre giorni – costruito per gli ospiti, lui preferiva il palazzo piccolo a quello Nuovo. Tra l’altro, quello nuovo, imponente senz’altro, ha delle cosette davvero orrende, dentro. Sono certo che nella salona di rappresentanza al pian terreno le pietre e le conchiglie siano di grande valore ma non riesco a non avere una vaga sensazione di nausea.

Son cose che piacciono se sei ducaconte o nazista in cerca di sale di rappresentanza – così fu per parecchie volte, qui -, altrimenti insomma. Il parco è bellissimo, ci cammino per ore, piove, mangio un panino davanti a un pubblico di capre, incontro talvolta una coppia con ombrellino che si gode l’ambiente, è una splendida fine agosto. Vado a pensare.


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minidiario scritto un po’ così di un giro tedesco di fine estate, coda: cinque, case e scuola

Dopo la transcaucasica ho bisogno di una vacanza, strappo i giorni che riesco. Vado a Jena, sulla scorta della sua famosa università – basti citare la triade Fichte, Schelling e Hegel – più che per informazioni attuali. A volte è meglio andare a vedere di persona. Fu a Jena nel 1806 che Hegel vide sfilare Napoleone e lo definì, è noto, “anima del mondo”, concentrato in quel punto esatto, in quel momento, mentre andava a cogliere una delle vittorie più clamorose delle sue campagne, dissolse in sostanza l’esercito prussiano, ormai lontano dalla disciplina e abilità di Federico il Grande. E andiamola, ‘sta Jena.

Era l’università di Heidelberg, forse di Jena, cantava il grande Ricky Gianco in Fango, ma in programma c’erano i cubi, purtroppo. Gran canzone. A Jena trovo pochetto, lo sospettavo dalle scarse notizie, un bell’osservatorio dovuto a Carl Zeiss, il migliore fornitore di lenti mai avuto, e poco altro, il centro è sconnesso, i dintorni graziosi ma residenziali, l’università imponente e ancora prestigiosa. Capita di esaurire le visite in poco, piglio la via delle colline per vedere meglio e sgranchirmi ma ci metto comunque poco a capire che non varrebbe la pena fermarmi qui un giorno. Stazione, treno, prossima tappa: Dessau.

Quando nel 1925 la neoamministrazione destrorsa di Weimar diede lo sfratto alla Bauhaus, parecchie città si offrirono di accogliere la scuola. Per posizione, offerta, connessione industriale la spuntò Dessau. Ed eccomi qui. C’è una zona a nord della città, verso l’Elba, in cui la scuola, le case dei docenti, le strutture per gli studenti, le abitazioni costruite da Bauhaus per le aziende della città, le vie, le zone di espansione, tutte parlano la lingua della Bauhaus.

I balconi della scuola, ancora quelli ed evidentemente solidi, in alcune fotografie d’epoca raccontano anni di gioia, comunanza ed esplosione creativa, nonostante alcune nubi che già si percepivano.

Perché l’esperienza della scuola, soprattutto nei primi anni di Weimar, era un’esperienza totale: non solo principi di progettazione tecnica, di architettura, di scienza dei materiali ma, insieme, scenografia, disegno di costumi, progettazione dei font e di tutta la grafica, organizzazione dell’annuale festival Bauhaus con tanto di gara di aquiloni. Era il posto giusto in cui essere, avendo un minimo di fantasia e aspirazione. Vicino alla scuola, all’inizio del bosco, quattro case – ovviamente in stile Bauhaus – dedicate agli alloggi degli insegnanti. In una di esse, la doppia ai civici sei e sette della via, abitarono a un certo punto porta a porta Klee e Kandinsky. Buongiorno Paul, tutto bene? Non me ne parlare, Vasilij, oggi ho quattro ore e la correzione dei compiti.

All’inizio degli anni Novanta, alla caduta della DDR, erano in condizioni disastrose, qualcuno allora potendo le comprò e oggi ci vive. Con qualche vincolo, immagino, ma non dev’essere malaccio, immagino osservando la donna che fuma da una delle finestre.

Tutta la città doveva essere in condizioni miserevoli sotto la DDR, immagino osservandola com’è ora. Si dev’essere presa una bella dose di bombe alleate, data l’industria e la vicinanza al fiumone, deve aver subito una ricostruzione al minimo con i classici spazi vuoti e condomini corvialoni infilati negli spazi, poi dopo il novantuno, come sempre, centri commerciali nei vuoti e tutto sommato un’aria disarticolata ancora oggi. In piazza, una buffa statua di Gorbaciov magrissimo con indosso un piumino di quelli di oggi, sottili e a quadratini. Va’ a sapere lo scultore. Bello il museo dedicato alla Bauhaus, non molto differente da quello di Weimar, sono le strutture però che meritano una visita. Ora, le riflessioni di fine giornata, domani spostamento ancora un po’ più a nord.


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minidiario scritto un po’ così di un giro tedesco di fine estate, coda: quattro, siamo tutti qui

Dopo la transcaucasica ho bisogno di una vacanza, strappo i giorni che riesco. Dopo dodici minuti di treno da Erfurt sono, di nuovo, a Weimar. Di nuovo perché ci fui nel maggio 2008 (undici), rimando ad allora per descrizioni più piane e complete. Di Weimar dico che è la Gardaland della cultura, nel senso che è tutto talmente fitto che basta scegliere le attrazioni che si preferiscono: la casa di Goethe? Basta attraversare la strada e c’è quella di Schiller. E Bach? Là dietro, due vie più in là c’è casa e la chiesa dove suonava. Ne dico un po’: Cranach, Lutero, Bach, Wieland, Herder, Wagner, Liszt, Strauss, Nietzsche, Mann, Goethe, Schiller, Heine, Puhskin, Klee, Gropius, Kandinsky, i principi di Turingia, forse Shakespeare, Schweitzer, sono solo alcuni, quelli che conosco io, di coloro che vissero o passarono da Weimar. E poi la Repubblica, la fondazione del Bauhaus, Buchenwald è la dietro il bosco di faggi, appunto. Il tutto in un paesotto che è più piccolo di Colgate al Piano. Se uno, me, ha proprio voglia di camminare, si fa tutto il parco del palazzo del principe e in fondo in fondo entra nella cappella dove è sepolta la dinastia e Goethe e Schiller lo sono fianco a fianco. Difficile di più.

C’è un libro ben riuscito che parla di questo, del decennio favoloso in cui le intelligenze tedesche si ritrovarono nello stesso quartierino e inventarono l'”io”: è Andrea Wulf, Magnifici ribelli. I primi romantici e l’invenzione dell’Io, è un libro molto piacevole, come il suo precedente su von Humboldt. La concentrazione è pazzesca, nemmeno il Brasile del 1970 aveva così tanti fuoriclasse in formazione, impossibile dimenticare lo sketch dei Monty python in cui la nazionale tedesca dei filosofi stracciava quella greca antica. E qui non c’era Marx.

Nel 2008 il museo sulla Bauhaus era un museino ospitato temporaneamente nella sede della Repubblica, oggi è un museo e in apposita sede architettonicamente coerente per cui vado senz’altro. Forse non tutti sanno che la Bauhaus sia nata a Weimar e non altrove. Forse non tutti sanno che sia la Bauhaus, come ho appena appurato al telefono e davo scioccamente per scontato, ma a quello non sta a me mettere una toppa qui. Lamentavo nel 2008 come non avessero del merchandise appropriato al bookshop, visto che Bauhaus di fatto e già merchandise pronto, almeno parlando di tazze e oggettistica varia. Oggi hanno recepito, bravi, e il negozio è grande tanto quanto il museo. Bauhaus fu una scuola di arti applicate, in relazione alla nascente produzione industriale e allo sviluppo tecnologico dei materiali, e fu una fucina di innovazione clamorosa, sempre attenta all’aspetto umano. La necessità della produzione in serie, soprattutto in ambito abitativo per rispondere alla grande domanda di case dopo la prima guerra mondiale e in momento di iperinflazione, di fatto nascendo da propositi umanissimi e progressisti in realtà offrì una sponda effettiva al nascente nazionalsocialismo e alla massificazione del popolo. Gropius, che fu direttore e mente della Bauhaus, disegnò il maggiolone che poi, vedi tu, diventò l’auto dei nazisti, per fare un esempio piccolo e sciocco. Due nomi tra gli insegnanti alla Bauhaus? Intendo quelli che ti entrano in classe e ti spiegano le cose dalla cattedra, sì: Klee e Kandinsky. Capito che roba?

Tanta cultura servì poi a evitare derive reazionarie? Ovviamente no. Non appena fu eletta un’amministrazione più a destra a Weimar già nel 1925 ci mise pochissimo a tagliare i fondi alla Bauhaus e a farla sloggiare. Tutti i Goethe del mondo non bastarono, o probabilmente fu proprio per quello, e a pochi chilometri dalla città fu aperto il campo di concentramento di Buchenwald, maggio 2008 (dodici), ne scrissi pagine che considero decentemente ispirate. Nel 2008 là feci un giuramento, a fianco di quelli che lo fecero l’11 aprile 1945, bene ricordarmelo – perché non è che io stia facendo granché – e rinnovarlo ancor più di questi tempi in cui il settantanove per cento degli israeliani si dichiara ‘non turbato’ dalla situazione umanitaria a Gaza. Mica è solo Netanyahu, eddai.


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