Dopo la transcaucasica ho bisogno di una vacanza, strappo i giorni che riesco. Vado a Jena, sulla scorta della sua famosa università – basti citare la triade Fichte, Schelling e Hegel – più che per informazioni attuali. A volte è meglio andare a vedere di persona. Fu a Jena nel 1806 che Hegel vide sfilare Napoleone e lo definì, è noto, “anima del mondo”, concentrato in quel punto esatto, in quel momento, mentre andava a cogliere una delle vittorie più clamorose delle sue campagne, dissolse in sostanza l’esercito prussiano, ormai lontano dalla disciplina e abilità di Federico il Grande. E andiamola, ‘sta Jena.
Era l’università di Heidelberg, forse di Jena, cantava il grande Ricky Gianco in Fango, ma in programma c’erano i cubi, purtroppo. Gran canzone. A Jena trovo pochetto, lo sospettavo dalle scarse notizie, un bell’osservatorio dovuto a Carl Zeiss, il migliore fornitore di lenti mai avuto, e poco altro, il centro è sconnesso, i dintorni graziosi ma residenziali, l’università imponente e ancora prestigiosa. Capita di esaurire le visite in poco, piglio la via delle colline per vedere meglio e sgranchirmi ma ci metto comunque poco a capire che non varrebbe la pena fermarmi qui un giorno. Stazione, treno, prossima tappa: Dessau.
Quando nel 1925 la neoamministrazione destrorsa di Weimar diede lo sfratto alla Bauhaus, parecchie città si offrirono di accogliere la scuola. Per posizione, offerta, connessione industriale la spuntò Dessau. Ed eccomi qui. C’è una zona a nord della città, verso l’Elba, in cui la scuola, le case dei docenti, le strutture per gli studenti, le abitazioni costruite da Bauhaus per le aziende della città, le vie, le zone di espansione, tutte parlano la lingua della Bauhaus.

I balconi della scuola, ancora quelli ed evidentemente solidi, in alcune fotografie d’epoca raccontano anni di gioia, comunanza ed esplosione creativa, nonostante alcune nubi che già si percepivano.

Perché l’esperienza della scuola, soprattutto nei primi anni di Weimar, era un’esperienza totale: non solo principi di progettazione tecnica, di architettura, di scienza dei materiali ma, insieme, scenografia, disegno di costumi, progettazione dei font e di tutta la grafica, organizzazione dell’annuale festival Bauhaus con tanto di gara di aquiloni. Era il posto giusto in cui essere, avendo un minimo di fantasia e aspirazione. Vicino alla scuola, all’inizio del bosco, quattro case – ovviamente in stile Bauhaus – dedicate agli alloggi degli insegnanti. In una di esse, la doppia ai civici sei e sette della via, abitarono a un certo punto porta a porta Klee e Kandinsky. Buongiorno Paul, tutto bene? Non me ne parlare, Vasilij, oggi ho quattro ore e la correzione dei compiti.

All’inizio degli anni Novanta, alla caduta della DDR, erano in condizioni disastrose, qualcuno allora potendo le comprò e oggi ci vive. Con qualche vincolo, immagino, ma non dev’essere malaccio, immagino osservando la donna che fuma da una delle finestre.

Tutta la città doveva essere in condizioni miserevoli sotto la DDR, immagino osservandola com’è ora. Si dev’essere presa una bella dose di bombe alleate, data l’industria e la vicinanza al fiumone, deve aver subito una ricostruzione al minimo con i classici spazi vuoti e condomini corvialoni infilati negli spazi, poi dopo il novantuno, come sempre, centri commerciali nei vuoti e tutto sommato un’aria disarticolata ancora oggi. In piazza, una buffa statua di Gorbaciov magrissimo con indosso un piumino di quelli di oggi, sottili e a quadratini. Va’ a sapere lo scultore. Bello il museo dedicato alla Bauhaus, non molto differente da quello di Weimar, sono le strutture però che meritano una visita. Ora, le riflessioni di fine giornata, domani spostamento ancora un po’ più a nord.