minidiario scritto un po’ così di un giro tedesco di fine estate, coda: due, nobiltà

Dopo la transcaucasica ho bisogno di una vacanza. Proseguo il concatenamento di città tedesche dell’Assia e della Turingia e da Fulda vado a Gotha, saltando Eisenach. Forse un errore.

Gotha, anche nelle sue varianti di Gotham e Golgota, per Gugol e assessori alla cultura improvvisati, è proverbiale proprio perché a metà Settecento qui si compilò e si continuò a stampare l’almanacco della nobiltà europea ed era fondamentale essere menzionati. Essere nel Gotha, dunque, ovvero essere nell’empireo di qualcosa, nel gruppo ristretto, significa avercela fatta, in qualche maniera e se ovviamente uno ci tiene.

Io no, non desidero far parte di alcun gruppo ristretto, anzi preferisco annacquarmi nei gruppi e nelle categorie più ampie possibile, tant’è che per dire scrivo queste cosette in forma anonima da una vita. Quindi non sono qui per controllare l’almanacco ma per completare una visita di quattro anni fa a Coburgo: poiché il Casato è di Sassonia-Coburgo e Gotha, ovvero i discendenti dei Wettin che regnano tutt’ora su Belgio e Inghilterra, per via dell’Alberto di Vittoria, volevo vedere l’altra parte. Per chiarire, se io devo guardare alla nobiltà, direi che il mio punto di vista sia quello di un bolscevico davanti ai Romanov, ancora sono grato a Napoleone per aver spazzato via l’aristocrazia europea polverosa e resa ancor più demente da matrimoni tra consanguinei. Però avevano palazzi, raccolte d’arte, giardini e tenute, impossibile prescindere, vengo a vedere.

Gotha, come Coburgo, è un paesone sorto attorno al palazzo, anzi a un castello, il Castello Friedenstein, sorto nelle forme più aggraziate su una precedente fortezza, alla fine della guerra dei Trent’anni. Com’è giusto è su una collina che domina gli attorni, a sud un bel parco con lago che a un certo punto utilizzerò con soddisfazione, a nord il paese che, obbediente, circonda la casa del signore. In venti minuti ho percorso tutto il reticolo delle vie del centro e ho preso anche un caffè. Ma non sono qui per il paesello, sono qui per la raccolta d’arte di Ernesto II dei Duchi di Sassonia-Gotha, dalle antichità egizie e greco-romane all’arte giapponese. C’è una stanza piena di soli Cranach, ma qui tra Turingia e Sassonia non è infrequente, un Frans Hals bellissimo, buffi ritratti ottocenteschi di Voltaire e Rousseau. Non esattamente la ressa per entrare.

Non mi stupisce che nel 1979 siano entrati e bel belli si siano portati via cinque quadri notevoli, poi spariti del tutto e riapparsi in modo non chiaro quarant’anni dopo. Potrei portarne fuori uno io ora senza avere grossi problemi. Ora vado a riflettere al parco.


L’indice di stavolta:

uno | due | tre | quattro | cinque | sei | sette

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *