minidiario scritto un po’ così di un giro tedesco di fine estate, coda: quattro, siamo tutti qui

Dopo la transcaucasica ho bisogno di una vacanza, strappo i giorni che riesco. Dopo dodici minuti di treno da Erfurt sono, di nuovo, a Weimar. Di nuovo perché ci fui nel maggio 2008 (undici), rimando ad allora per descrizioni più piane e complete. Di Weimar dico che è la Gardaland della cultura, nel senso che è tutto talmente fitto che basta scegliere le attrazioni che si preferiscono: la casa di Goethe? Basta attraversare la strada e c’è quella di Schiller. E Bach? Là dietro, due vie più in là c’è casa e la chiesa dove suonava. Ne dico un po’: Cranach, Lutero, Bach, Wieland, Herder, Wagner, Liszt, Strauss, Nietzsche, Mann, Goethe, Schiller, Heine, Puhskin, Klee, Gropius, Kandinsky, i principi di Turingia, forse Shakespeare, Schweitzer, sono solo alcuni, quelli che conosco io, di coloro che vissero o passarono da Weimar. E poi la Repubblica, la fondazione del Bauhaus, Buchenwald è la dietro il bosco di faggi, appunto. Il tutto in un paesotto che è più piccolo di Colgate al Piano. Se uno, me, ha proprio voglia di camminare, si fa tutto il parco del palazzo del principe e in fondo in fondo entra nella cappella dove è sepolta la dinastia e Goethe e Schiller lo sono fianco a fianco. Difficile di più.

C’è un libro ben riuscito che parla di questo, del decennio favoloso in cui le intelligenze tedesche si ritrovarono nello stesso quartierino e inventarono l'”io”: è Andrea Wulf, Magnifici ribelli. I primi romantici e l’invenzione dell’Io, è un libro molto piacevole, come il suo precedente su von Humboldt. La concentrazione è pazzesca, nemmeno il Brasile del 1970 aveva così tanti fuoriclasse in formazione, impossibile dimenticare lo sketch dei Monty python in cui la nazionale tedesca dei filosofi stracciava quella greca antica. E qui non c’era Marx.

Nel 2008 il museo sulla Bauhaus era un museino ospitato temporaneamente nella sede della Repubblica, oggi è un museo e in apposita sede architettonicamente coerente per cui vado senz’altro. Forse non tutti sanno che la Bauhaus sia nata a Weimar e non altrove. Forse non tutti sanno che sia la Bauhaus, come ho appena appurato al telefono e davo scioccamente per scontato, ma a quello non sta a me mettere una toppa qui. Lamentavo nel 2008 come non avessero del merchandise appropriato al bookshop, visto che Bauhaus di fatto e già merchandise pronto, almeno parlando di tazze e oggettistica varia. Oggi hanno recepito, bravi, e il negozio è grande tanto quanto il museo. Bauhaus fu una scuola di arti applicate, in relazione alla nascente produzione industriale e allo sviluppo tecnologico dei materiali, e fu una fucina di innovazione clamorosa, sempre attenta all’aspetto umano. La necessità della produzione in serie, soprattutto in ambito abitativo per rispondere alla grande domanda di case dopo la prima guerra mondiale e in momento di iperinflazione, di fatto nascendo da propositi umanissimi e progressisti in realtà offrì una sponda effettiva al nascente nazionalsocialismo e alla massificazione del popolo. Gropius, che fu direttore e mente della Bauhaus, disegnò il maggiolone che poi, vedi tu, diventò l’auto dei nazisti, per fare un esempio piccolo e sciocco. Due nomi tra gli insegnanti alla Bauhaus? Intendo quelli che ti entrano in classe e ti spiegano le cose dalla cattedra, sì: Klee e Kandinsky. Capito che roba?

Tanta cultura servì poi a evitare derive reazionarie? Ovviamente no. Non appena fu eletta un’amministrazione più a destra a Weimar già nel 1925 ci mise pochissimo a tagliare i fondi alla Bauhaus e a farla sloggiare. Tutti i Goethe del mondo non bastarono, o probabilmente fu proprio per quello, e a pochi chilometri dalla città fu aperto il campo di concentramento di Buchenwald, maggio 2008 (dodici), ne scrissi pagine che considero decentemente ispirate. Nel 2008 là feci un giuramento, a fianco di quelli che lo fecero l’11 aprile 1945, bene ricordarmelo – perché non è che io stia facendo granché – e rinnovarlo ancor più di questi tempi in cui il settantanove per cento degli israeliani si dichiara ‘non turbato’ dalla situazione umanitaria a Gaza. Mica è solo Netanyahu, eddai.


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