È ormai quasi finita, ma la stagione delle Clarks (simil-) è tra le mie preferite.
Raccontava l’imprenditore che fece fortuna importando le Clarks dall’Inghilterra che all’inizio non le voleva nessuno. Nessuno proprio. Poi ne mandò un paio in regalo a Pasolini che, per caso, le mise in non so quale trasmissione. Dal giorno dopo, erano le scarpe della sinistra, e gli ordini cominciarono a fioccare. E giù giù fino a me.
Mi piace quando escono dal letargo estivo in tutti i colori possibili, dura qualche settimana ma mi piace quando succede. Poi io le prendo lo stesso grigie o blu, ovviamente tarocche.
Quelli che attaccano gli adesivi per far sapere che vanno in Corsica o che hanno un Apple o che hanno tre figli e vogliono che tutti conoscano i loro nomi li capisco poco. Ancor meno ma mi piacciono di più quelli che invece sulla macchina ci scrivono proprio, esplicitando i propri interessi o il messaggio che vogliono dare. Questo è uno, ma bisogna aguzzare la vista.
Più vicino, sì più vicino. Ecco. Così.
Certo, farsi un bel progettino di composizione, andarsi a prendere le letterine adesive, pulire l’auto e poi cannare alla grandissima l’ordine significa una cosa sola: manca un amico pietoso che sorvegli le normali attività della vita. Uno affidabile, magari un triathelta.
Magari fossero gli zombie. No, questa è la morte civile della stazione del posto dove malauguratamente trascorro parecchio tempo, e sono pure le undici del mattino di un giorno semifestivo. Aaaargh, qualcuno mi morda.
Un gruppo di golfisti gioca nonostante l’incendio alle proprie spalle, North Bonneville, stato di Washington, il 4 settembre scorso (foto: REUTERS/Kristi McCluer).
A me questa foto appare una rappresentazione perfetta, e metafora, di come stiamo vivendo su questo pianeta che chiamiamo casa. E in fine anno forse vale la pena pensarci ancora di più, stolti che siamo.
In ambito natalizio, una miniselezione di presepi casalinghi. I chiodi, per amanti del Brico e del fai da te:
E quello fatto da noi, in ufficio, con il babbo-colla, la mamma-gomma, la montagna della pizza e il figlio informatico, sotto l’attenta supervisione della Grande Scheda.
Se vivete in pianura padana o in città che fanno parte del network in tutta Italia, allora siete in grado di ascoltare Radio Popolare.
Radio Popolare è una radio importante, perché è l’unica radio italiana davvero a carattere informativo (per esempio, è l’unica che apre davvero i microfoni agli ascoltatori senza rete) e, proprio per fare questo, è una radio senza padroni.
Infatti, la radio è sostenuta in buona parte con gli abbonamenti degli ascoltatori (tra i tanti, anch’io) e da poca pubblicità.
L’obbiettivo del 2018 è passare da quindicimila a ventimila abbonati (nota bene: su un bacino di duecentomila ascoltatori giornalieri!), un impresa eccezionale, che va sostenuta e incoraggiata, a parer mio. Le vie sono molte: abbonamento, tessera, donazione e via così. Perché la radio è in difficoltà e gli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, aiuti alle imprese in difficoltà) stanno finendo.
Dai, fate un bel regalo per natale a voi, a tutti noi e alla libertà di informazione.
Anche Diabolik ed Eva Kant ascoltano Radio Popolare e sono naturalmente abbonati.
Negli ultimi anni Amburgo è diventata una destinazione importante per un sacco di turisti a causa del Miniatur Wunderland, ossia un posto tutto pieno di plastici, trenini e miniature varie. Bello, per carità, ma insomma (palloso). A parte quello, il sentire comune del cittadino europeo non pone Amburgo tra le destinazioni appetibili, e questo è – augh io dico – un errore.
Ecco dunque: tre motivi validi per andare ad Amburgo.
Motivo uno: Sankt Pauli. In tutta la Germania vi diranno che il posto più malfamato del paese, dove di sicuro verrete rapinati, è St. Pauli, un quartiere (una volta) popolare e a luci rosse di Amburgo (Reeperbahn). Ho superato il terrore e ci sono andato e ho trovato un quartiere più pulito e in ordine di quello in cui vivo io (e chiunque di voi, sicuro). Un bel po’ di clab a luci rosse, va bene, parecchi ubriachi ma ubriachi tedeschi, che quando finiscono di bere gettano la bottiglia nella raccolta differenziata (e in Germania raccolgono il vetro per colore, molti di noi non ce la farebbero da sobri). Non esattamente il Bronx. Un quartiere popolare, certo, gradevole e caratteristico, oggi preda della gentrificazione e dell’assalto degli hipsters maledetti, che lo ridurranno a breve nel quartiere più costoso di tutta la città. Le due cose per cui viene ricordato sono: è il quartiere nel quale, grazie ai piccoli clubs, debuttarono i Beatles e molti altri della musica del tempo, e ha una squadra di calcio, il Fußball-Club St. Pauli von 1910, che è stata la prima a bandire i tifosi di destra dalla curva, ha come simbolo la bandiera dei pirati, il jolly roger, la società ha nel proprio statuto la lotta al razzismo, al fascismo, al sessismo e all’omofobia (e spesso prende posizione) e, infine non ultimo, apre le proprie partite con Hells Bells degli AC/DC e celebra ogni gol con Song 2 dei Blur. Basta? A me sì.
Motivo due: il porto. Dopo Rotterdam, che vale il viaggio, Amburgo ha il più grande porto commerciale europeo e vale la pena visitarlo: basta prendere uno qualsiasi dei battelli che organizzano il tùr del porto (giro breve-giro lungo, a piacere) e guardarsi attorno. Bellissimo, per chi apprezza il genere, si ammirano gru incredibili e muri di containers altissimi. Un video dimostrativo fatto da me alcuni mesi fa.
Motivo tre: i magazzini del porto. Nell’ultimo quarto dell’Ottocento furono costruiti 17 enormi magazzini vicino al centro della città, con lo scopo di servire il porto. Le dimensioni sono tali che si parla di “città dei magazzini”, Speicherstadt, ed è talmente bello tutto il complesso che oggi è patrimonio Unesco e vale da solo una visita. I magazzini sono alti almeno sette piani, tutti costruiti in mattoni e sono oggetto del desiderio di architetti, designers e chiunque altro apprezzi i posti molto molto fichi. Trent’anni fa nessuno li avrebbe voluti, nemmeno in regalo, ci scommetto. Ecco un altro mio video che ci mette molto poco a convincere di quello che sto dicendo.
In complesso, la città è vivace e molto vivibile, capace di rinnovarsi e darsi un’anima nuova (vedi, per dirne una, l’Elbphilharmonie), i voli costano poco perché, certo, non è considerata una destinazione appetibile (ma lo diventerà, ne sono certo), senza dubbio non vale città maggiori della Germania (anche a causa del fatto di essere stata pressoché rasa al suolo nel ’43) ma ha temperamento e (almeno) tre cose per cui vale la pena fare il viaggio. Ah, alcune informazioni utili al volo: non sanno cosa siano gli hamburger e non ci sono galletti, appunto, amburghesi; i cittadini di Amburgo si ritengono dei gran buongustai per cui non troverete molta cucina tedesca tipica a parte lo sbobbone di aringa tipico della città; il reddito pro capite è il doppio di quello dell’UE per cui le stanze d’albergo e i pernottamenti sono in generale piuttosto cari. Vualà, ecco fatto.
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