Mi accodo a chiunque abbia un lavoro da fare fuori comune. O visite, consegne, interventi urgenti, qualsiasi cosa, tutto pur di fare un giro e cambiare aria. Lunedì mi sono accodato a un mio collega che doveva fare un intervento in sede a un cliente, la cosa era molto allettante per svariati motivi, mi sono accollato. Primo, la destinazione: in un’altra regione. Che ebbrezza. Secondo, il colore della regione: giallo, santoddio, giallo. Nemmeno arancio, ogni libertà è dunque concessa. Terzo, il cliente: persona nota nel mondo dello spettacolo. Che mi serve d’altro? Nulla. Partiamo per la campagna a sud-est di Padova. In autostrada, da destra, due file ininterrotte di TIR, quindi le merci viaggiano, a differenza degli uomini. Che destino, eh? Sulla terza corsia, sfanalatori immancabilmente con Audi e le persone normali, un treno unico di veicoli, vista da qui la pandemia pare non esistere. A Padova realizziamo cosa significhi davvero la zona gialla: lì hanno i bar come noi ma ci si può sedere dentro. Distanziati, certo, lontani dal bancone, ma dentro. E si può pranzare al ristorante, giuro. Non bisogna portarsi via gli scartocci di alluminio o di plastica, per dire, e mangiarli in auto, in cantina o segretamente il più delle volte. Qui sotto un’immagine della zona gialla, ovvero come vivono là fuori:
Vivono meglio. Non molto ma meglio, diciamo. Lontano dalla normalità anche loro ma meno distanti, invidio la loro normalità zoppa rispetto alla nostra, monca. Come ci si abitua anche quando non ci si diverte. Per la città nessun turista, nessun pellegrino a baciare la lingua del Santo, molti negozi comunque chiusi, il quadro è abbastanza desolante anche qui. Ma noi la viviamo come una vacanza, facciamo un giro per la città – è permesso andare a spasso liberamente -, non riusciamo a vedere l’interno del Palazzo della Ragione, purtroppo è pur sempre zona gialla. Prendiamo un caffè e un tè seduti ed è come godere di un lusso, di una carta fortunata, di un giro in più passando dal via. Ed è quello che poi mi pesa di più oggi, mi rendo conto che faccio più fatica, le restrizioni ora mi vanno più strette. Non concretamente ma dal punto di vista dello sforzo di testa per fare il bravo, rispettare le regole, seguire le indicazioni ancora per mesi, vivere ancora a lungo in una situazione di emergenza sanitaria. A me frega ben poco del natale e delle cene, quindi per quanto mi riguarda si chiuda pure e si riapra alla befana. E poco capisco tutto il menino attorno ai veglioni e ai cenoni, più di sei, meno di quindici, ma congiunti? Mi auguro non sia il solito casino, con decisioni sempre frutto di compromessi al ribasso e contrattazioni separate, invidio anche stavolta la Germania, che tra i pregi che ha possiede senz’altro la chiarezza: chiusi pesantemente fino al 22, dal 23 all’1 ci si può vedere a cena in dieci persone al massimo, chiunque esse siano, e dall’anno nuovo si richiude. Piste da sci chiuse. Punto fine. Patti chiari, amicizie lunghe e persone con le idee chiare su cosa si possa fare e cosa no. Da noi mai, avanti con le deroghe per i parenti «strettissimi», quelli «stretti», quelli «necessari», quelli «rompicoglioni» ma «invitabili». Che spreco di energie utili.
Apparentemente, lo dico piano, in Lombardia i dati dei ricoveri e dei contagi paiono stabilizzarsi. Se proseguisse così per qualche giorno, potrebbe essere plausibile essere declassati da zona rossa ad arancione. Non cambierebbe granché dal punto di vista pratico, perché è pur vero che si potrebbe circolare liberamente nel proprio comune ma è pur vero che, almeno nel mio, lo si poteva di fatto fare lo stesso, non essendoci alcun controllo. Il punto, però, è un altro: se i dati migliorano, vuol dire che le limitazioni messe in atto finora qualche risultato lo danno e io, sinceramente, sono sollevato. Tutto sommato, a parte alcune restrizioni fastidiose, la cosa è complessivamente accettabile, temevo dovessimo ricorrere di nuovo al lockdown totale e la cosa, lo ammetto, mi rendeva piuttosto nervosetto. Tutto ciò continuo a dirlo piano e con i periodi ipotetici, perché è ancora tutto da vedere. Anche perché, comunque, in settimana si è superata la soglia di ventimila morti in Lombardia per covid, ed è una cifra spaventosa. La Germania tutta, ottanta milioni di persone, ha avuto complessivamente tredicimila morti: né pochi i loro né i nostri ma la sproporzione è evidente. La faccenda, dunque, è ancora nel pieno dello sviluppo, niente facili entusiasmi, specie da parte dei fanatici del Natale. Prosegue la saga dei vaccini o, più che altro, degli annunci: prima la Pfizer con un vaccino efficace al 90% e da conservare a ottanta gradi sotto zero, poi Moderna al 94,5% con vaccino da frigo, rilancia Pfizer col 95% sempre nei superfreezer, si inserisce ieri Oxford-AstraZeneca che spara altissimo, al 99% e robustissima risposta immunitaria da parte degli anziani. Adesso è dura fare meglio, davvero dura. La borsa gongola e gli investitori pure. E i pazienti? I pazienti, noi, meno, perché è ancora tutto da vedere. È pur vero che la ricerca e lo sviluppo sono stati più veloci per vari fattori – finanziamenti a pioggia e copertura totale, oltre a preacquisti mostruosi e la sicurezza di avere già ogni spesa coperta; una cosa che non ho ben capito sull’RNA che, comunque ha velocizzato di molto la cosa; lo sforzo combinato e concentrato di buona parte del pianeta insieme, cosa mai vista prima – ma qualche dubbio sulla sperimentazione è ovvio che rimanga. Ha dato voce a questi dubbi Crisanti, l’ordinario dell’università di Padova che si era distinto in primavera per l’approccio alla gestione della pandemia ed è stato poi chiamato a Roma. Crisanti ha detto: «Normalmente ci vogliono dai 5 agli 8 anni per produrre un vaccino. Per questo, senza dati a disposizione, io non farei il primo vaccino che dovesse arrivare a gennaio». Apriti cielo. La comunità italiana scientifica e non si scaglia contro la dichiarazione, contestandone il contenuto, perché la vigilanza di Ema, Agenzia europea per i medicinali e FDA Food and Drug Administration pare essere ferrea, e il messaggio, cioè lanciato da una persona che non è specialista della materia e che potrebbe aumentare la sfiducia nei vaccini. Ora, io non ne so niente: non so come si testino i vaccini, non so se la vigilanza dei vigilanti sia effettivamente ferrea, non so se saremo pronti davvero o sarà un azzardo. Ma quanto dice Crisanti è importante, secondo me, proprio perché è detto da una persona che non è competente in argomento. Perché ben riassume ciò che anch’io, persona favorevolissima ai vaccini, penso. Ossia, che forse lascerei andare avanti altri al primo giro, perché tutto mi pare effettuato in gran fretta, per quanto ho visto finora nel campo della ricerca scientifica nella mia vita. Cioè che serve tempo e provare provare provare. E se questa cosa la penso io – che, ripeto, sono un sostenitore dei vaccini – la pensano di certo molti altri, ben più scettici e negativi. Se, dunque, si dovrà fare una campagna di vaccinazioni a tamburo battente, allora è bene pensare che servirà supportarla con un’altrettanto robusta campagna di comunicazione, fatta per tempo (cioè fin da ora), e con gli argomenti giusti. Non pupazzetti e testimonial ma rassicurazioni e informazioni corrette. Perché il fronte dei dubbiosi non sarà esiguo. Per cui, non basta smentire con forza Crisanti ora, bisogna considerare ciò che sta segnalando, un possibile vasto disagio di fronte alle mosse del mondo farmaceutico, che è notoriamente inquinato, e non da oggi, da motivazioni economiche, finanziarie, aziendali e non certo mosso da generosità e bontà universali. Non tutto, almeno.
Poi c’è il contorno. Il bar Feeling, nella zona di Ponte Galeria a Roma, attacca un cartello sulla porta e dietro il bancone: «Vietato parlare di Coronavirus» e «è sconsigliato formulare possibili scenari, veggenze su prossimi dpcm, virologia». Iddio vi benedica, se potessi a) uscire di casa, b) uscire dal mio comune, c) uscire dalla mia provincia, d) uscire dalla mia regione, e) entrare nella vostra regione, f) andare in un bar, sicuro che verrei da voi. Sai che sollievo. Prosegue la saga-Calabria (altra saga!) in un precipizio di eventi, letteralmente. Oggi, Nino Spirlì, presidente facente funzioni della Calabria, dichiara: «Emergency? Noi non siamo quarto mondo, siamo una delle Regioni italiane e non vogliamo essere trattati come un Paese in guerra». E fin qui vabbè, se ne potrebbe anche discutere, nonostante quanto visto negli ultimi giorni. Ma lo Spirlì rafforza il suo ragionamento e cala l’asso dell’orgoglio calabro: «Siamo la terza Regione italiana in ordine alfabetico». Oggesù, davvero? Eh sì, Abruzzo, Basilicata, Camp… no, Calabria, terza. È un fatto. Sempre per restare in ambito idioti, lo stesso giorno in cui UTET Grandi Opere dichiarava fallimento, una ritardata istigata da certi canali televisivi pubblicava una canzone ispirata al suo tormentone negazionista e sdentato «Non ce n’è di Coviddi», mandando ancora più a fondo la mia gioia di convivere con una certa fetta di italiani. Però. Lei, la tizia balzata alla notorietà, fa quel che farebbero quasi tutti, ne approfitta. Più che colpevole, è da compatire. È chi ne approfitta, dandole gli strumenti per amplificare la propria scempiaggine – la canzone, le trasmissioni in cui cantarla, le interviste – che andrebbe impalato sulla pubblica piazza. E chi, non meno colpevole, guarda con avidità e rilancia in rete il messaggio, per quanto commentandone con divertimento la stupidità: impalamento uguale. Ho una domanda, infine. Posso? In questi ormai nove mesi di covid e pandemia, avendo io ormai sentito l’opinione al riguardo di quasi tutti in questo paese, da Conte al mio fornaio, dai bagnanti di Mondello al capo dell’ISS, e più e più volte, visto che nessuno si è sentito esentato mai dal dover parlare a voce alta, la domanda è: ma i sindacati? Qualcuno li ha visti o sentiti? Qualche parolina sul lavoro e sulle casse integrazione? Sbaglio? Se sono molto presenti e son scappati solo a me, vi prego, avvisatemi. Ché da qui non sempre vedo bene.
In una delle immagini finali del film, Gustav von Aschenbach, durante la pandemia, trascorre in contemplazione del suo amato Tadziump gli ultimi attimi della sua campagna, malcelando ormai sotto un pesante trucco la sua età e il suo stato, gridando ai brogli.
La realtà è sempre più inarrivabile, travolge e supera in volata la fantasia. Sono ebbro di realtà.
Prima il colosso farmaceutico Pfizer annuncia di avere realizzato un vaccino efficace nel 90% dei casi, fa un balzo in borsa e poi spiega che la conservazione deve avvenire a ottanta gradi sotto zero. Il paese si interroga se sia il caso di dotarsi di freezer tipo Sammontana a ogni angolo di strada. Dopo qualche giorno risponde Moderna, altra azienda, annunciando che il proprio vaccino ha un’efficacia del 94,5%, ciapa e porta a casa Pfizer. E non bastasse, va conservato nel frigo di casa e può anche sopportare ventiquattro ore a temperatura ambiente senza guastarsi. Pum! Ma Pfizer non ci sta e annuncia oggi di avere completato la terza fase della sperimentazione e vualà: 95% di efficacia, rosica Moderna! Qualcuno offre novantasei? Novantacinque e uno… Novantacinque e due… Dai che si può fare di meglio. Anche i delirii locali non vanno meglio: dalle risse alla Lidl per le scarpe – il difficile è stabilire con certezza il grado di disagio psichico di chi le compra in seconda battuta a prezzo decuplicato, in piena pandemia – alla vicenda dei vaccini antinfluenzali in Lombardia. Dopo le nove gare della Regione (ne ho detto qui), i vaccini non bastano per tutti, quindi tocca trovare vie alternative. E, stupefazione!, i gruppi ospedalieri privati li hanno e offrono gentilmente la vaccinazione a soli cinquantacinque euro, mortacci. Visto che il vaccino s’ha da fare, specie quest’anno, si scuce il denaro senza fare una piega e via. È giusto? No, non lo è. È possibile che la Regione – unica nel panorama italiano Calabria esclusa, ormai fuori scala – non sia riuscita a procurarsi vaccini sufficienti per tutti nonostante avesse molti mesi per farlo? No, non lo è. È ragionevole chiedersi, dopo tutto, se si possa ravvisare del dolo dietro a tanta inspienza? Sì, è ragionevole. Lo è per me, almeno. Pfizer, figurati. Ma non basta: Piemonte e soprattutto Lombardia chiedono con insistenza di essere decolorati a ‘zona arancione’ e la convinzione si fa strada anche nella popolazione. Peccato che i dati siano preoccupanti, i contagi molti, i posti liberi in terapia intensiva pochi. In alcune zone calano i ricoverati non perché calino per davvero ma perché gli ospedali li respingono, per mancanza di letti. Già. Ma non basta ancora: l’ex magistrato Ingroia afferma che «la ‘ndrangheta forse ha avuto un ruolo nella creazione del coronavirus», e come no. Ma non basta ancora ancora: parecchi medici di base non vaccinano contro l’influenza i propri pazienti perché, mi riferiscono in parecchi, «non hanno la struttura idonea». Al mio caratteristico sguardo interrogativo ho ricevuto spiegazione: perché i condòmini si sono rifiutati di avere persone vaccinande per le scale e all’entrata. Sul serio. Tutti pazienti regalati al privato, anche questi. Per carità, le brave persone saranno anche la maggioranza ma ci sono in giro un sacco di spostati che, quando danneggiano anche gli altri oltre a sé stessi, diventano banditi.
Come dice qualcuno saggio, in Comune si fa la Comunione. Ah, non ho assistito alla riunione in cui Lino Banfi ha presentato i progressi del suo lavoro all’Unesco per il governo italiano, qualcuno ne sa qualcosa? Vabbè, sto celiando. Il presidente Conte ribadisce quanto vado dicendo anch’io, «nel Paese c’è un diffuso disagio psicologico e sociale», non potrei essere più d’accordo. Amen. Sarà lunga.
Rapidamente. Ricompare Gallera, assessore alla sanità in Lombardia, dice che il contagio sta rallentando e in serata, imprevedibilmente, i contagi sfondano il muro mai raggiunto dei quarantamila, di cui più di un quarto in Lombardia. Revisione del governo dei colori delle regioni, parecchie aumentano di gravità, rosso o arancione, le susseguenti polemiche sono di tenore sostenuto del tipo e-loro-allora? Di conseguenza, partono i delirii dei sindaci che si concretizzano in divieti locali, per cui a Bressanone è vietato andare nudi alle mostre di arte contemporanea, a Verona fumare sigarette in pubblico ma solo se con il bocchino, a Certaldo diventa proibito percorrere i sensi unici nella direzione giusta, a Benevento le piazze saranno chiuse agli artisti di strada e ai revisori dei conti, a Roma è proibito l’uso dei megafoni, soprattutto nelle conversazioni familiari. L’oggetto da avere (must have) del momento è senz’altro il saturimetro, non c’è giornale o rubrica che non spieghi i pregi dello strumento, come usarlo e come leggere i risultati, difficile distinguere il marchettone dal boh. Su Amazon festeggiano e ne offrono dai tre ai centonovanta euro. Io, modestamente, ne ho uno bellissimo, tutto tempestato di rubini e diamanti, che segna 99% sulla mano sinistra e 96% su quella destra. Ho la metà destra del corpo in carenza di ossigeno, devo rimediare. Sempre per non farci mancare nulla, è pure uscito un film qualche giorno fa che prende per buone le teorie complottiste riguardo al virus e alla pandemia e le rilancia in rete: il film si intitola «Hold up», è francese, è frutto di una campagna di crowdfunding, è costato duecentomila euro, si trova sulla maggiore piattaforma video in rete, io gli ho già fatto troppa pubblicità perché è una sonora stronzata. La cosa che mi fa più male al riguardo è che Marion Cotillard ha fatto alcune osservazioni pubbliche in favore delle teorie cospirative, dall’11 settembre all’uomo sulla luna, e questo è per me triste: non ti amo più, Marion Cotillard, sappilo. Eh no, ci dovevi pensare prima.
Nella provincia dove vivo io le cose non vanno male, tutto sommato, i dati non sono tragici e non aumentano vorticosamente, altre province della Lombardia sono, stavolta, messe peggio. Gli ospedali della città in cui vivo sono sì abbastanza pieni ma di pazienti provenienti, mi dicono, da Milano e Varese, le zone più in difficoltà. A causa dell’esperienza che abbiamo fatto a marzo e aprile, io e i miei concittadini – mi pare – ci stiamo comportando con sufficiente coscienza, indossando le mascherine e praticando la distanza con una certa osservanza. Almeno per quello che vedo io in questi giorni. La conseguenza di questo stato dev’essere la posizione della polizia e dei vigili, che si vedono poco e sono tutto sommato comprensivi. Oggi posso dire in prima persona di essere andato a fare una camminata in collina e con altri gruppetti di persone qua e là siamo tutti passati davanti a una coppia di poliziotti locali in moto senza che facessero una piega. Nemmeno un sopracciglio di disapprovazione. Atteggiamento giusto: se questa cosa non va male e dev’essere lunga, allora meglio non storronare il cittadino che non fa altro che svagarsi distanziato all’aperto senza alcun rischio per sé e gli altri. Peraltro, nonostante la salita e l’ovvio fiatone, le mascherine c’erano quasi a ogni incrocio sui sentieri. Non garantisco per luoghi più frequentati in città o provincia, finché non invitano anche me.
Che nostalgia – dico meglio: ostalgie – ho per certi paesi in cui la voce era una sola sulle questioni importanti. Non su tutto ma, almeno, sulle questioni sanitarie la cosa aveva una certa utilità. Qui no, qui siamo al parossismo in nome della libertà di parola e dell’autorità diffusa, per cui la voce del governo e delle istituzioni sanitarie stenta a emergere mentre tutto il sottobosco crea un rumore di fondo insopportabile: virologi, governatori di regioni, esperti di ogni sorta, cittadini qualunque, amici, nemici, tizi e caii. Ecco, io non ne posso più. Non riesco a capire se la situazione sia emergenziale o no, non riesco a capire quanto sia localizzata o diffusa, non riesco a capire se il governo si stia muovendo in una direzione precisa o stia effettuando tentativi, non riesco a capire se le procedure funzionino oppure no. Di conseguenza, non riesco a fidarmi e affidarmi, perché non so a chi. Le Regioni inviano dati vecchi o errati o manipolati, la colorazione del territorio non procede con le stesse regole per tutti, la Campania fa il contrario delle altre regioni, la Calabria non ne parliamo e il cortese Gino Strada viene chiamato a sbrogliare la situazione locale (mi chiedo: è la persona giusta o la si è chiamata per notorietà?), alcune città chiudono nonostante le regioni tirino in direzione opposta, chiunque ha qualcosa da dire.
Io no, non ho niente da dire, non ho niente di utile da offrire perché non so nulla del problema, non so come sia il virus, o cosa sia, e non so come si gestiscano le pandemie, non so se gli estetisti debbano rimanere aperti o chiusi, non so la differenza tra una terapia o l’altra. Alzo le mani, vorrei tanto affidarmi. E vorrei non doverne più parlare, in particolare con persone, le incontro tutti i giorni, che alzano i toni riversando nel grande calderone la loro quota ordinaria di caos. Immagino che molti sfoghino la tensione accumulata nel tempo in questo modo, ecco: non fatelo con me. Non dico che non se ne debba parlare ma fatelo tra voi, occupatevene voi, sfogatevi. Io riesco a essere utile su altri fronti, forse, su questo di certo no.
Oggi è la giornata internazionale dei single. La ricorrenza è nata in Cina e doveva essere un’occasione per celebrare l’orgoglio di essere single e la data, con tutti quegli uno, richiama appunto la condizione di chi non vive in coppia. Poi la faccenda ha dilagato ed è diventata un momento di shopping collettivo, soprattutto in Cina, vedi le grandi offerte di Alibaba o JD.com. Senza esagerare, è la più grande ricorrenza commerciale del mondo. Io sono single da non molto tempo prima che cominciasse la prima ondata, febbraio-marzo, e faccio i conti con la mia condizione: già in tempi normali non è esattamente facile incontrare persone nuove, al momento la cosa è piuttosto complessa. Le mascherine, in questo, poi non aiutano per nulla. Uno deve contare su un colpo di fulmine o di simpatia basato solo sullo sguardo? Improbabile. Che dovrei fare? Andare al supermercato con una maglietta «ehi, sono single e negativo al tampone»? Girare con un cartello al collo? Oppure: visto che immuni non funziona, lo facciamo funzionare tipo Tinder ma con l’avviso quando entri in contatto con un altro single? Il Belgio invita a trovarsi compagni di coccole, ahah, certamente, ma non è il tipo di cosa cui stavo pensando, diciamo che avevo pensieri più generali e, insieme, decisamente più ristretti e precisi. La mia condizione mi sta benissimo, di solito, perché si accompagna a una situazione fatta, attorno, di cene, incontri, viaggi, spettacoli, discorsi, occasioni, musei, teatri, il che dà un equilibrio piuttosto stabile a tutta la faccenda. La pandemia, ovvero le restrizioni legate a, tagliano via in realtà tutto ciò che stava attorno, ponendo qualche problemino ulteriore. Anche, banalmente, qualcuno che ti guardi in faccia e sia in grado di notare i sintomi di fatica temporanea che questa situazione collettiva dà, di volta in volta, a chiunque e mettà la, non dico tanto, una battuta azzeccata. Sarebbe già parecchio.
Diciamo che non importa, diciamo che va bene così, metto in saccoccia e mi preparo per il futuro: sto leggendo un libro sulle tratte ferroviarie e, imparo, la tratta più lunga percorribile, per quanto non unica, è la Siviglia-Hanoi, interpretabile nelle tappe intermedie come meglio uno crede. Per esempio, Parigi-Mosca-Pechino, per farla facile. Ecco, finiamo questa menata tremenda della pandemia, magari nel modo migliore e saggio possibile, e poi io vado, salgo sul primo treno e mi risarcisco di quanto ritengo giusto. Ossia, una sovrastima inquantificabile.
Daidaidai, vince Biden. Si era intuito l’andamento già da mercoledì, poi in Wisconsin, Pennsylvania e altri stati la situazione si era fermata per lo scrutinio dei voti postali e ieri sera, finalmente, la conferma: ha vinto Biden. E porta con sé la prima donna vicepresidente. Poi, tra quattro anni, si vedrà ma varrebbe la pena scommettere su di lei (senza far battute sull’età attuale di Biden). Gran giro di messaggi, battute, felicitazioni e meme. Questa buona notizia – qualcuno dice (GM. Bachi) – forse è l’indizio che questo 2020 si sta indebolendo. In ogni caso, tra meno di due mesi si sarà indebolito del tutto. La cheerleader di Trump bofonchia qualcosa e finalmente si toglie la mascherina con scritto su ‘Trump’, scemo, quell’altra, la Meloni, non trova di meglio da dire che Biden ha vinto grazie al virus, altrimenti avremmo visto ben altro. Certo, molto interessante, facciamo che adesso i sovranisti si godono la scoppola per un po’ in silenzio, d’accordo? E mi chiedo: e QAnon? Ora che Trump è andato e circolano notizie di un Putin malato, chi resta come difensore del mondo? Se non sapete nulla o poco di QAnon, è ora di saperlo. Infine, lo dico io, non so se sono il primo ma ci provo: c’è una serie politica, molto divertente, da guardare in tema prima-donna-vicepresidente-che-poi-il-presidente-muore, Veep. Una delle cose più spassose per me che amo il genere. Ah, e bel discorso di Biden, pacificatore. Mentre Trump, vero, giocava a golf. Bene così.
Venendo a noi, prima fine settimana di lockdown. La situazione è diversa rispetto a marzo, molti esercizi sono aperti e ciò cozza un filino con le disposizioni: se solo il carattere dell’urgenza giustifica l’uscita di casa, oltre al lavoro, perché i concessionari o i negozi di articoli sportivi sono aperti? Posso spiegare al vigile l’urgenza che mi è venuta oggi di acquistare una Citroën Ami? Con buona pazienza, si può rimediare un caffè o un cappuccino al bar in modalità asporto e poi, per me che sono in motorino, l’asporto finisce un metro fuori. Tutto sommato, dove vivo io e per quello che posso vedere, le persone si attengono abbastanza alle regole: le strade sono gradatamente più vuote, le mascherine sono indossate senza grandi incertezze, le distanze mantenute. Anche a piedi, si circola poco, magari in gruppi di congiunti o qualsiasi cosa siano, ma con una certa compostezza. Ma non ho una visione completa. Certo, se poi nei saloni fanno le feste private tutti nudi assembrati, a me non m’invitano.
Essendo domenica ed essendoci un solino pallido, ma fa caldo grazie all’estate di San Martino, io mi dò letteralmente alla macchia. Lo confesso. Scelgo disinvoltamente di non leggere i chiarimenti del governo che un amico solerte mi invia e di attenermi all’ultima versione da me conosciuta (e a me favorevole): è concessa l’attività sportiva all’aperto, purché da soli. Pronti. Cioè. Mmm, sì, siamo in due, ma camminiamo distanti e ci ignoriamo a sufficienza. Ma sì, nemmeno ci stiamo troppo simpatici, decidiamo prima. E così m’involo in collina.
Lungo la salita incontriamo, ehm, incontro alcune persone, nuclei familiari più che altro, o coppie, quasi tutti rispettosi indossano la mascherina all’incrocio o si scansano; una volta in cima in effetti nel pratone qualcuno c’è ma siamo davvero distanziati. Il mio pensiero al riguardo, credo condiviso da quelli che sono lì con me al sole, è che se la condizione di lockdown dev’essere lunga, come temiamo tutti, allora qualche piccolo svago senza prendere o causare rischi ci può stare. Per quel che ho visto io, non ci sono stati comportamenti irresponsabili o situazioni da evitare anche se, mi rendo conto, sembra un po’ un’autoassoluzione. Può essere, in parte. In effetti. Ho un lungo elenco mentale di giustificazioni personali che potrei sfoggiare al momento, tutto condito da sìmaperò, ioperò, eeeeehèveroma, sonod’accordoma e così via ma non lo farò, non ora, ci sarà tutto il tempo. Registro nel frattempo che il governo silura il commissario della sanità in Calabria, tal Cotticelli che, sereno, afferma candidamente che non aveva capito che tra i suoi compiti vi fosse la stesura del piano operativo covid. Lo sostituisce con tal Zuccatelli che, in un video di maggio diffuso ora, non trova di meglio che dire che «le mascherine non servono» e spiegare che per contagiarsi «ci si deve baciare in bocca per 15 minuti con la lingua», ottimo, tutto a posto. Suggerisco l’ideazione dello scenario 5 in cui inserire i commissari e chi ha deciso la nomina, tutti in zona bordò. Ovvero amichevole reclusione a Pianosa in compagnia dei diciassette milioni di visoni affetti da una variante del covid che la Danimarca si accinge ad abbattere. E che non mangiano da giorni.
Ultimo ultimo giorno pre-lockdown e poi primo giorno post (più inter, a dire il vero). Se ieri sera al supermercato si registravano ampi spazi vuoti negli scaffali della pasta, carrelli pieni zeppi e code abbastanza sostanziose alle casse, stamattina in giro pare tutto abbastanza normale. Vero è che lavorare si può, altrettanto è che gli esercizi aperti sono parecchi – quindi evidentemente li si può raggiungere – e le persone a spasso altrettanto. Con cane, senza cane, in coppia o da soli, da qualche parte dovranno pur andare. Vero anche che è il primo giorno, chissà. Certo, il netto sono le scuole, almeno dalla seconda media in poi, per cui già un certo carico è stato levato, può darsi sia sufficiente già questo. O no, ma è solo un sentimento. Nel frattempo, la situazione delle elezioni negli Stati Uniti è in stallo (o, meglio, a rilento): Biden a 253, ora la conta dei voti postali negli stati determinanti richiede tempo e cautela, oltre ai palesi tentativi di Trump di ingolfare tutto a proprio favore. Ieri sera, addirittura, le prime tre reti nazionali hanno interrotto la diretta del presidente per manifeste falsità e la CNN l’ha terminata scrivendo in sovraimpressione che quanto andava dicendo non era verificato. Ciò detto, ieri sera in cortile c’era una coppia di ragazzi di Portland e ci siamo tutti congratulati, sebbene sommessamente per prudenza, per il cambio di rotta.
Per quanto riguarda noi, pare che alcune regioni saranno rivalutate già oggi, essendo state classificate come gialle per mancanza o vecchiezza dei dati disponibili, per esempio il Veneto. Nel frattempo, la tensione tra il ministro della Salute e i governatori si fa palpabile, Lombardia, Piemonte e Calabria contestano la propria collocazione in zona rossa, anche in modo abbastanza infantile («e allora perché la Campania no?»), e il bello è che dovrebbe essere una procedura trasparente e il più possibile oggettiva. Ma esiste l’oggettivo in questo paese?
L’ultimo caffè con il mio collega di caffè l’ho preso. L’ultimo pranzo lavorativo l’abbiamo fatto, come al solito una cosa sobria fatta da un pezzo di pizza ma, almeno, insieme e fuori. L’ultimo cappuccino fuori orario l’ho preso. Faccio le corse per prendere ciò che tra poco non sarà possibile: l’olio per la catena della motosega, un paio di pantaloni da montagna, la copia delle chiavi dell’auto e della cantina. Sarà tutto? No, vado dal fruttivendolo per l’ultima spesa libera e un po’ faccio scorta, non del tutto consciamente. Pile? Ho preso le pile? La situazione è quella delle ultime volte e dei preparativi per una lunga assenza. Di cosa potrei avere bisogno nei prossimi quindici giorni? E nei prossimi trenta? Con i negozianti ci si saluta come una volta alla fine della scuola, quei saluti lunghi tre mesi che poi non si fanno più. E invece… Penso a quegli americani che, aspettando un tornado, riempiono il seminterrato di galloni di cherosene e torce. Torno a casa a sera in attesa di conoscere il nostro destino in dettaglio e ho un pensiero chiaro: avrei dovuto bere più cappuccini. Alcune cose sono già note: sono stati identificati quattro scenari, sulla base di una ventina di indicatori, che progressivamente descrivono situazioni di peggioramento del livello di contagio. Per ognuno di questi, sono previste delle chiusure diverse, fino a un lockdown pressoché completo, non troppo dissimile da quello di marzo, per le zone rosse. Ogni quindici giorni il ministero della salute provvederà a classificare le regioni italiane in zone gialle, arancioni o rosse. La suspense, ora, è sapere dove si sta: rossi? Perché qui in Lombardia non è tanto il caso di farsi illusioni.
Mentre si avvicendano notizie sulle elezioni americane, Biden si avvicina alla soglia dei grandi elettori e Trump chiama in causa vaghi brogli, dipende dal Wisconsin, arriva la notizia che il DPCM sarà in vigore da venerdì, c’è ancora un giorno. Poi Conte parla e scioglie i dubbi, la Lombardia è zona rossa con Piemonte, Valle d’Aosta e Calabria, ed è lockdown, di nuovo, di poco differente da marzo tranne per i parrucchieri, che saranno aperti stavolta. Peccato, li frequento poco. Anche volendo non potrei.
Domani è, letteralmente, un altro giorno: un’altra ultima colazione, un altro ultimo pranzo, un’altra ultima spesa, un’altro ultimo giro da persone libere, un altro ultimo saluto agli amici, tutto un altro ultimo. Un altro ultimo giorno. Passerò la giornata a bere cappuccini. Meglio indossare un pannolone.
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