minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 27

Scrivere, anche questo minidiario, ascoltare un disco nuovo, lavorare a pleiliste musicali per il godimento diffuso, ascoltare musica buona davvero, leggere testi che contengano bellezza e ingegno, vagolare sulle mappe immaginando viaggi alla ricerca di itinerari coinvolgenti, imparare qualche cosa di nuovo, fare qualche conversazione di qualità, inviare una foto o un pensiero appropriato a qualcuno che possa apprezzare, fare un’azione utile per una persona, mettere a posto qualcosa, fare una gentilezza, condividere una cosa bella scoperta da poco, leggere o guardare una cosa che mi faccia fare una risata, fare movimento, buttare via una cosa inutile, pulire un angolino. Queste sono attività che cerco di fare ogni giorno, niente di zen o da allenamento da Karate Kid, tutt’altro, semplicemente cose che mi piace fare e che danno un senso, a sera, alla giornata. Figuriamoci, io che sono insofferente alla disciplina non potrei mai, diciamo che queste cose le faccio e ne son contento ma, magari, ne faccio tre alla volta, oppure una per ore e le altre per minuti, o come capita senza criterio. Cose che facevo anche nella vita normale fino al sette di marzo, la differenza è che poi c’era dell’altro, dalla socialità ai viaggi ai musei ai concerti alle partite alle gite ai giri alle cene fuori al lavoro, mentre ora manca una bella fetta.

Quindi d’accordo, potrebbe andare peggio ma non è che vada benissimo. Un pochino di insofferenza (traduco letterariamente: scoglionamento) si fa strada tra le giornate che tendono ad assomigliarsi una all’altra (trad.: merda, sembra di essere criceti) in questa primavera che avanza (trad.: vaffanculo sole, vaffanculo fiori, vaffanculo teporino) e in cui le giornate sono più lunghe (trad.: vieni buio, su) e così ricche di tempo libero per poter fare le cose che da tempo sognavamo (trad.: mavaccagare).
Esaurita con delicatezza la disamina del periodo, ora vado a trasformare questa situazione forzosa in una bella opportunità per godere di ciò che abbiamo, perché guardate che in guerra era peggio e noi oggi abbiamo anche la tv via cavo.

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laccanzone del giorno: Bill Withers, ‘Use me’

Accidenti, avevo fatto laccanzone ieri e oggi ho saputo della morte di Bill Withers. Oltre al dispiacere, perché l’ho ascoltato tanto (e anche molti di voi, sebbene non lo sappiano), mi pare davvero il minimo dedicargli una laccanzone. Ma prima: Withers ha scritto, per dare un’idea, alcune canzoni per cui molti autori avrebbero ucciso – come minimo – per averne scritta anche una sola. Una. Lui, molte. Ne dico? Beh, attenzione: «Ain’t no sunshine», «Lean on me». E poi «Lovely day» e «Just the two of us».
Capito la levatura?
Io metto «Use me», che è la sua canzone che preferisco, ed era la quarta del suo secondo disco, «Still Bill» del 1972, e precedeva proprio «Lean on me». Voglio dire: davvero troppo per un uomo solo (io). Per lui, normale. Già solo all’inizio è impossibile stare fermi, a meno che non siate oggetto di sequestro.

Arrivederci, signor Withers e grazie, di cuore, per tutte quelle meraviglie. Le prometto che ne farò buon uso anche ora che lei è in viaggio.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 26

La giornata si apre con la notizia (le notizie, in realtà, perché come ogni notizia del periodo circola in multiple varianti) che in Cina (cioè Wuhan e zone limitrofe) i contagi sono in ripresa e, di conseguenza, hanno deciso di richiudere ciò che era stato aperto qualche giorno fa. Prima di tutto, devo dire che la cosa era prevedibile, lo scenario del tira-e-molla tra aperture e chiusure è il più credibile anche qui. Poi, noto con un filo di sgomento che l’andazzo della stampa negli ultimi giorni, non essendovi grandissime novità dai numeri del contagio e dai decreti del Governo, è di sparare una non-notizia a quattro colonne, dicendo poi nell’articolo, se va bene, che si tratta di un’ipotesi e riportando favorevoli, contrari e chi lo sa. Rimarremo in quarantena fino al 18 maggio. Bam! Il virus si trasmette nell’aria! Pum! Il caldo non servirà a nulla! Badabàm! Così, del tutto inutile, sia perché sono asserzioni prive di fondamento, spesso palesemente false, sia perché non apportano alcun elemento in più alla comprensione di ciò che accade. Risultato? Io e altri come me non ascoltiamo più le notizie, se non sporadicamente e verso la fine della giornata, perché se accade per sbaglio di accendere la radio appena svegli, la giornata è senz’altro rovinata.

(AP Photo/Nariman El-Mofty)

La Cina, dicevo, e giù con i ragionamenti dicendo che la seconda ondata della febbre spagnola fu quella sì che fece i morti per davvero, naturalmente il fatto che il contesto fosse un filino diverso – una guerra mondiale, le trincee, condizioni igieniche spaventose, un’idea approssimativa dei virus e della loro trasmissione – non sfiora chi vuole a tutti i costi partecipare al dibattito. Ecco, il silenzio: sembra di essere in un pollaio, stiamo starnazzando tutti a ogni latrato, hai sentito? hai visto?, hai saputo?, e io da qualche giorno ho davvero bisogno di silenzio, perché sono stufo di radio, internet, messaggi e diosachealtro che invadono la giornata con numeri incomprensibili, grafici, tendenze, conferenze, virologi, consigli veri e soprattutto falsi, meme e scemenze, modi per impiegare il tempo, resoconti di gente che fa feste per strada, gente che fa incetta di lievito, signore guarda giù, e anche, se posso dirlo, di telefonate in cui, ovviamente, l’argomento è unico e il cui scopo non è rassicurarsi o avere qualche minuto di sollievo ma scambiarsi fosche previsioni sulla grande distanza. E i tamponi? Omioddio i tamponi, perché non ne fanno di più? Perché non vogliono farli, loro, è evidente. Ma che ne so io di tamponi, se ne vadano fatti di più o di meno o va bene così, non ne so nulla e non ne vorrei parlare, ne parlino coloro che sanno qualcosa di tamponi e sulla loro utilità. E invece no, dobbiamo parlarne tutti. Non vorrei nemmeno sentire i brani degli artisti fatti da casa per tenere compagnia o per opere di solidarietà, va benissimo raccogliere soldi ma se ne può parlare, senza registrare una schifezza in salotto. Non vorrei nemmeno sentire più che andrà tutto bene, perché qua non va bene proprio un cazzo, facciamo che lo dico, una volta, e poi riabbassiamo la testa e ci concentriamo per superare il periodo: ’sta faccenda che ci sta capitando è una vera, solenne merdata, la vita che facciamo è piuttosto brutta e ci attendono tempi abbastanza schifosi. Uff, l’ho detto, possiamo ricominciare.
Andrà tutto bene.

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laccanzone del giorno: Eagles, ‘In the City’

Io so esattamente quando sentii per la prima volta questa canzone: fu quando vidi “I guerrieri della notte” alla tv. Il film è del ’79 e siccome io ero un ragazzino precoce e ne ho un ricordo indistinto (guerrieeeeeri), direi che erano giù di lì quegli anni. La canzone fu scritta da Walsh, chitarrista degli Eagles, proprio per il film. La banda, sentito poi il pezzo, decise di includerlo nel disco successivo, «The Long Run».
È per questo che la versione del film è leggermente diversa da quella degli Eagles, che a me piace di più ed è quella che metto qui. Perché ha l’inizio strepitoso con la passata di corde, tsz-tsz, e poi parte, una meraviglia: il classico sound Eagles con Walsh.

Poi la canzone è stata riutilizzata un miliardo di volte, ho già citato «Rick and Morty» e rimando a quello per tutti, puntata sette della terza stagione.
Oggi «In the City» non è tra le canzoni più note del gruppo, non è nemmeno tra le più ascoltate, ma c’è una ristretta cerchia nel mondo che oh si! eccome se la conosce e se la ascolta. Fatene parte anche voi, se finora no.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 25

È il primo aprile, il che vuol dire scherzi. E lo scherzo migliore lo fa l’INPS che decide di cominciare oggi ad accettare le domande per «l’indennità da 600 euro che spetta agli autonomi come bonus di marzo per i mancati guadagni dovuti all’epidemia» (questo lo so perché riguarda me) e altre agevolazioni che non so (perché non riguardano me). Ma per non farci mancare nulla e per rendere più sagace lo scherzo, l’INPS nei giorni scorsi ha annunciato che i fondi sarebbero stati a esaurimento e, non contenta, erogati secondo l’ordine cronologico di presentazione della richiesta. Comportamento atteso? Forse una fila virtuale disciplinata e gentile? Esatto. Come prevederlo, d’altronde? A mezzanotte tra il 31 e l’1 il sito è già offline. In tilt completo. E peggiora. Naturalmente domani il presidente parlerà di un attacco hacker, inverificabile, ma l’evidenza sta proprio lì: l’insipienza nella comunicazione crea il caos. La coincidenza è che io sto facendo un’altra cosa e non ho sonno, quindi alle due e rotti, prima di andare a letto, decido di fare un tentativo e, spingendolo a mani nude, il sito risponde e lentissimamente mi fa fare quello che devo: la richiesta. Vado a dormire immaginando già il domani. Infatti, un casino: il sito è completamente andato e non basta: entrando, rende visibili i profili altrui. Una meraviglia che nemmeno i più fantasiosi. I fresconi, tra l’altro, non hanno tenuto conto che il sito serve anche ai patronati, ai CAF, e a un sacco di persone ed enti per lavoro i quali, ovviamente, stanno fuori come tutti. INPS chiaramente rettifica, spiega che le domande si potranno fare con calma e che, ahinoi, c’è stato un attacco hacker. Gli hacker se la ridono perché l’INPS, stavolta, ha fatto davvero tutto da sola.

Fuori c’è la primavera, maledetta, oserei dire indifferente. Le misure di contenimento sono state prorogate fino a dopo pasqua, questo era ovvio, visto che sarebbe stato il delirio. La stanchezza comincia a regnare sovrana tra le persone che sento, anche quelle organizzate che non conoscono la noia, tra cui me medesimo. Succede un mezzo casino per una dichiarazione non chiarissima del ministero dell’Interno che lascia intuire che si possano fare passeggiate con i bambini. Putiferio, sensatamente l’autorità chiarisce ma i genitori, come spesso accade, fanno menella. E io posso dirlo? Ma chissenefrega della passeggiata dei bambini, teneteli a casa e bon, come fanno tutti. Siete autorizzati a fargli fare il giro dell’isolato e non rompete, punto.
Ho un’urgenza e, come tale, ho il diritto all’uscita, all’autocertificazione che ormai non faccio più, al giro fuori: devo lavare lenzuola, asciugamani e biancheria. Perché non ho la lavatrice. La borsa parla da sé e se presentata al vigile darà la misura, inequivocabile, dell’urgenza. Vado alla mia lavanderia automatica preferita, incredibilmente sono da solo, faccio il mio bucato, lo asciugo, lo piego nella perfetta e meravigliosa solitudine dell’atto di riportare le cose alla situazione iniziale. La mia quarantena, da questo punto di vista, riparte dal giorno 0 (zero).
Wimbledon è stato cancellato, capisco il trauma di Federer ma è un po’ capitato a tutto lo sport in generale, olimpiadi incluse e il campionato di basket italiano, che mi vede abbonato, pure. Quindi, perdita secca anche economica, non solo di svago. Lo sport è talmente kaputt che ora è possibile scommettere online sul meteo, per esempio se ci sarà il sole a pasquetta. Ma non solo, è possibile scommettere anche sugli ascolti tv. Eh sì. Io scommetto che ’sta roba del virus sarà una bella menata.
Vinto?

Poi le bambine mie vicine mi portano un pescie d’aprile, scherzo nello scherzo, e mi fanno un gran regalo. Grazie.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 24

Dopo il tempo dell’emergenza, le prime settimane, in cui gli unici pensieri erano rivolti a contenere l’onda d’urto, adesso cominciano a farsi largo i ragionamenti e qualche, seppur timida, conclusione sulla situazione e su come essa sia stata gestita finora. Perché i dati – e su quelli già c’è un enorme dibattito perché non si capisce come siano raccolti e non sono per nulla omogenei tra loro – sono molto differenti, per esempio tra Lombardia e Veneto, i due epicentri, le cose paiono molto diverse. E tra Lombardia e resto d’Italia, tra l’altro, in particolare con l’Emilia, zona che oltre a essere confinante è simile per tessuto produttivo e concentrazione di persone. Ora, assumendo che in Veneto non la raccontino giusta, questa è la conclusione più diffusa al momento, colpisce la diversità dei contagiati e dei morti in Lombardia rispetto a tutte le altre zone. Motivi? Qualcuno dice inquinamento, qualcuno dice perché fuori mentono, qualcuno invece parla di errori. E tra coloro c’è anche Harvard, che ha commissionato uno studio dettagliato sulla gestione lombarda della pandemia e ne ha considerato numerosi errori: l’ospedalizzazione spinta della crisi, lo scarso tracciamento, i pochi test non determinanti, l’attenzione rivolta principalmente ai pazienti sintomatici, il poco tempismo nel prendere provvedimenti e così via. La conclusione, in sostanza, è che è possibile commettere errori, specie in situazioni che non hanno riferimenti in precedenza, ma non bisognerebbe perseverare, cosa che la Lombardia avrebbe fatto, a danno di malati e morti. Difficile valutare la cosa per me, nella mia stanzetta ancora più angusta di prima, di sicuro posso aggiungere per esperienza diretta che è costume della regione e degli abitanti anteporre il fatturato alle questioni di salute e così, a parer mio, anche stavolta è successo: molte aziende riconvertono una parte della produzione per produrre materiale sanitario non perché sia nobile ma perché quell’unico codice ATECO consentito permette di tenere aperto tutto. Fino ai controlli che, comunque, non arriveranno. Qui attorno e mentre sono in giro per le spese, vedo molta gente che lavora e non dovrebbe. Non che questa sia una spiegazione sufficiente, ma va ad aggiungersi a quella che è, senza dubbio, una situazione di crisi dovuta a molti fattori concomitanti, tra i quali il virus è la causa scatenante. Per fare un esempio emerso in queste ore, la Regione Lombardia ha (aveva, a questo punto) un piano pronto per affrontare un’ipotetica pandemia e, tra le altre cose, questo prevedeva un fabbisogno di ottantamila mascherine per tutta la regione. Al mese. In questa crisi, la richiesta è di trecentomila mascherine. Al giorno. Quindi? È arrivata una pandemia cattivissima impossibile da prevedere o, forse, i conti sono stati fatti con una certa leggerezza? Forse alla prossima stretta mi faccio trovare in Trentino.
O, forse, la soluzione potrebbe essere quella del Turkmenistan (che infatti dichiara zero contagi): abolire la parola «coronavirus». A posto, fatto, bastava pensarci. La parola proibita sarà sostituita da, mmm, «bellezza». A causa della ‘bellezza’ non è possibile uscire di casa. Signora, non so come dirlo, ma lei ha preso la ‘bellezza’. Meglio? Molto.

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