afrobeat e funk, oltre a un sacco di altri generi

Tre giorni fa se n’è andato Tony Allen, grande batterista nigeriano. Tra le sue infinite collaborazioni, che dimostrano quanto fosse eclettico, Art Blakey, Fela Kuti, Manu Dibango, Air, Charlotte Gainsbourg per quel bel disco che è «5:55» e «The Good, the Bad & the Queen» con Albarn, Simonon e Tong.
Un bel pezzo, suo, con cui vorrei celebrarlo qui è «Wolf Eats Wolf».

Orecchie alla batteria, dunque. Perché lui sapeva suonare leggero, a pestare son bravi tutti.

«ma io sono un avvocato»

Il personaggio di Ted in Scrubs è uno dei più riusciti per generale ammissione: le mani perennemente sudate, l’ansia tracimante, la sottomissione all’autorità del direttore ma covando una segreta ribellione e desiderio di rivalsa che sfociano in aspettative ridicole, l’amore per il canto a cappella, il disagio fisico, una vita disastrosa da ogni punto di vista, soprattutto relazionale, ma in definitiva una vita interiore più ricca delle apparenze e una generosità inespressa di fondo. E quella capacità di innamorarsi di ogni ragazza che conoscesse il suo nome.

Tutto questo è merito di Sam Lloyd che ha dato consistenza al personaggio e, purtroppo, se ne è andato tre giorni fa prematuramente. Mi spiace, le scene con Ted sono tra quelle che mi sono piaciute di più e che ricordo con piacere. Non è poco, anzi, per un comprimario con bassissimo minutaggio in una serie tv. Complimenti, questo per me e molti resterà.

[Ted ha appena ritrovato la stima di sé dopo una discussione con Cox e sfida il dottor Kelso]
Ted: Mi licenzio!
Dott. Kelso: No, niente affatto.
Ted: Be’, vado via prima oggi.
Dott. Kelso: No, tu torni nel mio ufficio e sbrighi tutto il lavoro.
Ted: Bene, ma prima mi prendo una bibita!
Dott. Kelso: Come vuoi.
[Ted si allontana trionfante]

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 56

I dati del contagio sono in discesa. Non crollano ma seguono una curva discendente che induce a un minimo ottimismo. Oddio, oggi no: alla voce «deceduti» Regione Lombardia scrive: 48+282. Perché 282 morti, duecentottantadue persone tipo io, la Regione se li è persi nei meandri della contabilità spicciola, dando poi ovviamente la colpa ai Comuni, tardi nella comunicazione dei dati di aprile. Un’altra bella manifestazione della gestione congiunta Fontana-Lega della Lombardia, disastrosa. A proposito di Lega, Salvini come già detto si trova alle prese con una, pare, portentosa discesa del consenso elettorale e, al contempo, con la propria incapacità di trovare un bandolo plausibile per tornare al centro dell’attenzione e del dibattito. Centro che è stato rubato in settimana da Renzi con una frase davvero incredibile per opportunismo, scemenza e volgarità e che nemmeno riporto e, comunque, dai fatti, dai quali il segretario della Lega resta sempre escluso. Paradossale e ridicola l’iniziativa di occupare il parlamento da parte dei leghisti, cosa che si è esaurita in poche ore, non appena le telecamere si sono spente ed è venuta sera, a fronte di un piano che prevedeva l’oltranza. Non resta che farfugliare qualche concetto oscillante tra il delirio del MES e la vita familiare fatta di pasti italiani e anche questa cosa non pare avere grande presa in rete. Sarebbe il momento di Zaia, tutto sommato sopravvissuto bene a una potenziale ecatombe in stile lombardo nella sua regione e, direi, l’unico in grado di scalzare Salvini dalla guida del partito. Se non fosse pavido e fosse in grado di cogliere lo spunto, forse l’occasione potrebbe essere questa.

Anche stasera, sebbene con un giorno di ritardo, abbiamo organizzato un aperitivo/brindisi tutti insieme in cortile per festeggiare il primo maggio. Se la prima volta, settimane fa, eravamo tutti timorosi di toccare cose altrui, di avvicinarci troppo, di fare qualche cosa di inappropriato o di fastidioso per gli altri, adesso è tutto più disinvolto e facile, spesso ci accorgiamo di essere troppo vicini, ci versiamo il vino senza lanciarlo da un angolo all’altro, magari usiamo anche qualche cortesia anche nel tempo del distanziamento sociale. È una consuetudine, intendo il frequentarsi e vedersi, che ci serve per mantenere vive alcune modalità della convivenza. Quando consegno le spese, sono a conoscenza di molte persone che si sono letteralmente rinchiuse in casa, nel senso che non sono mai uscite nemmeno per buttare lo sporco o fare un bancomat in ore sicure. Questa stesse persone, ora, per loro ammissione, manifestano un certo timore all’avvicinarsi del 4 maggio, lunedì, ossia di quella che considerano la riapertura. Hanno un po’ paura, temono la vicinanza di altre persone, si sentono meno sicure. Per analogia, penso sia un sentimento simile a quello che si prova dopo lunghi ricoveri in ospedale, quando si ha timore delle dimissioni e di non essere seguiti a sufficienza a casa. Tutto si sgonfia immediatamente, chiaro, ma i momenti prima sono caratterizzati da una certa preoccupazione. Qui lo stesso, immagino che anche un sequestrato dopo mesi e mesi abbia qualche apprensione a tornare alla vita consueta. Uscite, non abbiate paura, uscite con buon senso, distanza e precauzione, ma uscite: vi farà bene. Magari gradatamente nelle prossime settimane, con calma, così da vedere come andrà la curva dei contagi, ma pianificate una passeggiata fuori. Anche le facoltà della convivenza sociale vanno allenate.

Nell’immagine, un avvocato di Miami, Daniel Uhlfelder, che per tenere lontane le persone dalla spiaggia si è travestito da tristo mietitore.

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always judge a book by its (moving) cover

Condivido con Henning M. Lederer la passione per le copertine, libri, dischi e qualunque cosa ne abbia una. Se poi sono geometriche anni Settanta, ancora meglio. Lui, però, è andato oltre: e se si muovessero?

Dopo Libri belli, la sua prima opera con libri italiani, Covers (2015), More Covers (2017) and Even More Covers (2018) questo è il suo ultimo cortometraggio. Una meraviglia, fatto daddio.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 55

Primo Maggio, su coraggio (quando la citazione è dotta). Già, niente cortei, niente concertone come si deve (cioè, si fa ma senza pubblico), niente piazze, niente primo maggio, in sostanza. Come niente 25 aprile una settimana fa o, meglio, lo festeggiamo così, da casa. Buon primo maggio, comunque. A proposito, invece, di concerti-non-concerti, in Danimarca l’hanno fatto: Mads Langer, che è un cantante danese che non conosco (lo sto ascoltando ora mentre scrivo e credo continuerò a non conoscerlo), ha tenuto un concerto con pubblico presente in modalità drive-in. La foto è qui sotto e pare, dal palco, un concerto in una concessionaria dopo una catastrofe nucleare. Ovvio che nessuno di questi elementi abbia senso se accostato agli altri. Immagino che più che applaudire si suoni il clacson, mah. Per carità, magari è la normale ritrosia di fronte alle novità, magari una volta dentro (l’auto) e dentro (l’arena) la cosa è bellissima. A parte una prima considerazione che mi pongo: se, per dire, io desiderassi andare a un concerto in un luogo diverso da quello in cui vivo, ci dovrei andare in macchina. O dovrei noleggiare un’auto per andare al concerto, ma non nel senso tradizionale che questa frase avrebbe: per entrare e per stare al concerto avrei bisogno di un’auto. E se fossimo, come mille volte, quattro amici? Tutti nella stessa auto o in quattro auto ciascuno da solo? E se, come sempre capita a un concerto, ho bevuto molta birra e devo andare a pisciare, ci vado a piedi o con l’auto? Perché non è mica semplice, vista la disposizione nella foto, sarebbe un bello sketch: scusate, scusate, devo andare in bagno, mentre prendo a sportellate tutte le auto tra me e il cesso. E poi, le auto in coda al cesso. Vabbè. Il punto, abbastanza drammatico per me e anche per questo settore, è che le previsioni più ottimistiche spostano parecchio in là il momento ipotetico in cui sarà possibile assistere a un concerto normalmente, come abbiamo fatto fino a febbraio scorso. Se siete amanti dei concerti, sedetevi: si parla di – ripeto: ottimisticamente – autunno 2021. Non è una stima a caso, è fatta dagli esperti del settore dell’organizzazione dei concerti. Impossibile garantire distanziamento, norme sanitarie e igieniche sufficienti. Era impossibile anche prima, che si poteva stare tutti attaccati, figuriamoci ora. Bella schifezza anche qui.

Una delle attività principali del periodo sono le videoconferenze. Io le odio, mi danno abbastanza fastidio e cerco di evitarle in ogni modo. Non capisco perché non bastino le audio- e sia necessario aggiungere il video-. Mi pare che poco aggiunga, considerando che siamo tutti a casa e nessuno è su una spiaggia caraibica o nella sede del MIT e, oltre a tutto, raramente mi trovo in una videoconferenza con Paul Newman o Margot Robbie, ovvero per cui valga davvero la pena vedere. Con le videoconferenze si assiste a cose di ogni tipo: cucine, tinelli, cantine e rimesse, gente senza pantaloni, computer appoggiati su assi da stiro, persone nude che passano sullo sfondo, bambini che intervengono, conversazioni interrotte dai gatti e così via.
Una delle ambientazioni che va di più durante le videoconferenze è senza dubbio quella per cui ci si inquadra con una libreria alle spalle. Con tutto quello che significa: cultura, preparazione, una bella casa con un ambiente raffinato, interessi diversi e molteplici e così via. Chiaro anche anche la libreria, a meno che non siate Umberto Eco, vada preparata un minimo. Perché ci dev’essere tutto ma l’aria deve sembrare naturale, non come la libreria alle spalle di Berlusconi nel video della discesa in campo, che era rada e piena di volumi in serie, probabilmente enciclopedie retaggio del bel periodo del porta-a-porta (nel senso di vendita). Ci devono essere libri impegnativi e meno, avere l’aria di essere stati letti o, quantomeno, aperti e consumati, ed essere interessanti. Non come le librerie alle spalle dei video di Salvini, in cui ci sono gagliardetti del Milan, sorpresine degli ovetti kinder, due libri striminziti sulle pratiche new age o sul complotto dell’11 settembre e una boule de neige di Portofino. Di librerie belle ne ho viste poche, più che altro Harry Potter e foto di famiglia. La migliore libreria in assoluto che ho visto, sempre in ambito videoconferenze nel periodo del covid-19, è senz’altro quella di Cate Blanchett. Non perché abbia avuto il piacere di avere una videoconferenza con lei (Cate, non la libreria), purtroppo, ma perché ho visto il video di un fortunato che era in videoconferenza con lei. Che si conferma, per quanto mi riguarda, una delle donne più affascinanti dell’universo mondo, anche in versione casalinga con occhialoni. La sua libreria, colta e usata al punto giusto, come dicevo, per cui il disegno dei bambini è una nota in più, mostra, attenzione: i venti volumi dell’Oxford English Dictionary, Moscow 1937 di Karl Schlögel e Postcapitalismo di Paul Mason, un bel saggione che ripercorre la storia del capitalismo e dei suoi critici, da Marx in poi. Voglio dire.

Io, una volta, quando mi hanno chiamato per la videoconferenza ero al cassonetto.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 54

La peggiore del giorno è questa: un paese che pensa di essere ricco, che si riempie la bocca con espressioni del tipo «la quinta, sesta, settima economia del mondo» da quarant’anni, un paese che pensa di essere il più bello, il più bravo e il più intelligente di tutti, insomma questo paese un giorno si becca una malattia e scopre di non saperla contenere. Perché gli ospedali non sono i più belli del mondo, perché non sono i più lesti a chiudere le zone rosse, perché non hanno i migliori piani di contenimento, a volte manco ci sono, i piani, perché perché eccetera. Questo paese di cui sto dicendo va in crisi, gli ospedali scoppiano, la situazione è davvero drammatica e un paese piccolino, bistrattato da tutti ma soprattutto dal primo paese, ridicolizzato e insultato, offre il proprio aiuto e invia medici e infermieri per aiutare il paese grande e ricco a risollevarsi. Dai e dai, grazie anche all’aiuto delle persone che sono venute ad aiutarlo, il paese si riprende un pochino, la situazione migliora e le cose si fanno meno drammatiche. Allora i medici e gli infermieri venuti in aiuto dal paese piccolino, la sera prima di lasciare il grande paese, nell’appartamento che è stato dato loro per la permanenza, festeggiano la fine di un periodo tremendo, bevendo insieme qualche birra e facendo un po’ di baccano. Eh no, eh no, questo non lo potete fare, siete venuti ad aiutarci – vostro dovere, peraltro – e questo non lo potete fare. I vicini chiamano i vigili e i vigili, solerti, affibbiano cinquecento euro di multa a ciascun medico e infermiere. Così imparate, prima di tornare domani nel vostro piccolo paese. Così imparate, a far casino. Ora lo dico al me del futuro, che magari non ricorderà tutti i dettagli di questa storia quando rileggerà tra molti anni: il piccolo paese è l’Albania. Il resto è facile, basta guardarsi attorno. Gratitudine senza confine.

Hanno chiaramente preso ispirazione dal mio minidiario. Scherzo. Diciamo che come me alcune persone si sono poste la questione di come documentare questa pandemia: se per i dati dei contagiati ci sono i bollettini, se per la cronaca ci sono i giornali, se per i decreti ci sono gli atti del Governo, per raccontare cosa è successo, succede e succederà nelle vite comuni, tra la popolazione, servono altri modi. Scrivere, magari, riprendere, i modi sono molti, purché siano trasmissibili. Tra i tanti, un modo interessante sono i musei. Non sappiamo ancora come si racconterà tutta questa vicenda, non sappiamo nemmeno se prima o poi qualcuno potrà tornare in un museo, se è per quello, ma sappiamo che è una cosa che andrà in ogni caso documentata. E così le teste pensanti di molti musei del mondo si sono organizzate e hanno cominciato a raccogliere materiali relativi alla pandemia covid-19 che si sviluppò sull’intero pianeta tra la fine del 2019 e… mmm. Mascherine, disinfettanti, guanti, tute, respiratori, manifesti, fotografie, avvisi, tutto quanto potrebbe essere utile. Se ricordate le immagini della zona rossa di Codogno, molti erano i fotografi che avevano documentato i posti di blocco della zona isolata. La stessa quarantena, di un paese intero prima e di molti paesi poi, va raccontata. Vanno raccolti gli elementi che possano documentare, nel futuro, le risposte mediche, scientifiche e culturali alla pandemia. La lettera di Johnson alle famiglie inglesi, per esempio, i magneti inseriti nel naso di un medico inglese a marzo nel tentativo di creare una barriera al contagio per via respiratoria, magari i respiratori creati dalle maschere di Decathlon e così via. Il British Science Museum di Londra ha una specifica galleria dedicata alla storia della medicina e, come museo anglosassone, ha una consuetudine e un’esperienza costruita negli anni sull’organizzazione di esposizioni partendo dagli oggetti quotidiani. Il museo, e non è il solo, ha dichiarato tempo fa di essere attivo nella raccolta di oggetti: «Alcuni articoli che sono già stati donati vengono per il momento archiviati in modo sicuro presso lo Science Museum, mentre altri materiali vengono custoditi dal donatore fino a quando non sarà possibile aggiungerli alla collezione». Ci verrà da ridere (diciamo…) quando rivedremo come eravamo conciati nei giorni della peggior diffusione del contagio, senza mascherine, senza guanti, qualcuno ricorderà l’ospedale di Alzano Lombardo, i medici chiusero il pronto soccorso di fronte a molte polmoniti strane dai caratteri non comprensibili e la Regione, a sera, ordinò di riaprire. A questo servono i musei, a mettere in ordine i fatti e a ricordare. Anche se a molti non fa piacere. A proposito: dopo cinquanta giorni di conferenze quotidiane e dichiarazioni a cadenza quasi oraria, chi ha visto Bertolaso e Fontana? Dileguati.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 53

Oggi giornata di grande attività: cavi alla mano, si è trattato di rimettere in moto un’auto in cortile che nei cinquanta giorni aveva perso la scintilla. Grande fervore, cavi, motori, brum brum, pareva quasi una vita fa. Pure la pioggia a lavare le auto, una meraviglia. Una volta messa in moto, ho accluso gita dall’elettrauto (giustificazione: sia di necessità sia il mio codice ATECO che è tra quelli legittimati alla circolazione) e ho dovuto fare per forza qualche chilometro per ricaricare la batteria. Un giorno pieno di cose. Che stanchezza, a sera. Che succede, oggi? Fitch declassa il debito dell’Italia a BBB-, che è appena una tacca sopra l’umido per il compost, chiaramente reagiamo dicendo che non hanno capito. Il governo ha imposto un prezzo calmierato per le mascherine, cinquanta centesimi al pezzo, e le farmacie che le hanno pagate di più ora si rifiutano di venderle. Bene. Il percorso dell’app per il tracciamento ha finalmente preso una piega istituzionale con un, minimo ma necessario, controllo sui dati raccolti che, pare, saranno cancellati alla fine dell’anno. Va ben pur tutto, va bene l’emergenza, ma che una società privata tra i cui soci ci sono i figli di Berlusconi raccolga con un’app i dati sanitari degli italiani senza che si possa esprimere almeno perplessità, è davvero un po’ troppo. I sondaggi degli umori politici degli italiani dicono grande fiducia a Conte e discesa costante della Lega, data adesso al 25,6% suppergiù (qualcuno con una buona battuta ha detto: «la discesa del contagio»). Salvini sbanda e non sa come riconquistare l’attenzione, ci ha provato mettendosi gli occhiali, facendosi la barba, postando il video della figlia che suona, strepitando contro il MES, facendo il versipelle ancor di più e invocando prima la chiusura poi l’apertura poi la chiusura e poi l’assoluzione per infermità mentale ma a nulla sono valsi gli sforzi. Intanto, spalleggiandosi con l’amico e sodale Renzi, lavora a indebolire il governo ogni volta possibile. Anche la Meloni, certo, ma è la meno convinta dall’ipotesi di un governo di unità nazionale con dentro tutti. Ovvio, lei al governo ha solo da perdere. Se poi è costruttivo, manco dipinta.

Al di là delle critiche al governo – Confindustria accusa il poco coraggio, CEI come detto di non riaprire le Chiese, le categorie di far finire sul lastrico i commercianti – c’è una critica legittima da fare: la mancanza di un piano sanitario per la «Fase 2». Mentre si parla di «congiunti», di sport, di seconde case, nessuno parla di un piano organico che includa i tamponi e i test sierologici, nessuno comunica le forme di una condotta omogenea, o eterogenea su base territoriale, che con chiarezza esplichi quali saranno i prossimi passi per affrontare la pandemia. Forse, tra le priorità, certamente dopo i nostri amici cani e gatti e i le uscite dei bambini, se ne potrebbe parlare. Anche perché, a oggi, è del tutto oscuro quanto duri l’immunità (pare poco) e se sia possibile essere infettati nuovamente (sì) e qualcuno sostiene che il virus sia già mutato trentatré volte dalla Cina in poi. Quindi, prima delle gite al lago, forse bisogna affrontare altro. Per domani è attesa una circolare, vedremo cosa si dice. Al momento non è ancora chiaro di chi sarà la competenza e il dovere di stabilire delle nuove zone rosse in caso di nuovi contagi dopo il 4 maggio, se del governo o delle Regioni. Sarà il caso di capirlo, visto che pare sia uno dei cardini delle prossime strategie.

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