Alcune brutte notizie e una buona di questi giorni: sono deceduti, purtroppo e tra gli altri, Little Richard, che aveva pure la sua veneranda età ma avendo in sostanza inventato il rock ‘n’ roll io gli sono riconoscente in eterno, poi Piero Gelli, fine filologo gaddiano e direttore editoriale di Einaudi e Garzanti, tra le altre, e infine Franco Cordero, di cui parla meglio di me Federico qui sotto. La buona è che, dopo 536 giorni, è stata rilasciata Silvia Romano. «Che Italia troverà?», si chiedono alcuni pensando alla pandemia, «la solita Italia del cazzo», rispondo io pensando alla pletora di merdine sparpagliate in rete che si chiedono aggressive quanto sia stato pagato di riscatto «con i nostri soldi». Naturalmente, fossero stati rapiti loro pretenderebbero il pagamento eccome, ma non c’è pericolo: dato che nulla fanno per rendersi utili all’umanità, possono stare tranquilli sul divano a commentare. Bentornata Silvia, finalmente. Così al volo: il TAR della Calabria ha bocciato, surprais!, l’iniziativa della presidente Santelli di riaprire i ristoranti fin da subito, si sapeva e nel frattempo lei ha avuto le sue due paginette di notorietà. Altrimenti le toccava darla a Berlusconi, capisci bene che meglio spararne una grossa. Il Ministero ha comunicato che gli orali della maturità cominceranno il 17 giugno con cinque studenti interrogati al giorno, e qui si intende di persona, davanti alla commissione. Mi pare giusto, alla fine è una tappa importante e vale la pena che sia la più normale possibile. Meno normale, a proposito di esami, invece sono quelli che ho visto gestire alla mia amica T. stamane, in diretta in videoconferenza: a parte un senso della puntualità discutibile, alcuni di loro erano sì e no usciti dal letto da poco e il letto, sfatto, era ben visibile dietro di loro. Accomodati alla meno peggio, si sono presentati per sostenere l’esame. Ora, purtroppo il fatto è che ormai, in parecchie istituzioni scolastiche del paese – quelle equiparate, diciamola chiara – i figlioli non sono discenti e, quindi, cazziabili ma clienti e, in quanto tali, vanno incoraggiati e coccolati. La frustrazione di T. era visibile e palpabile, mi spiace. Anche per i pischelli, cui mancherà un pezzo davvero importante dell’istruzione superiore, quello che ti insegna a stare al mondo. Un caffè di Milano ha installato per primo, o tra i primi, delle divisorie di vetro o plexiglas in mezzo a ogni tavolo, per separare i due commensali altrimenti troppo vicini. Bene, proviamo. La cosa buffa è che il titolare sostiene, convinto, che «ai clienti piace» e qui la mia credulità un po’ vacilla, perché l’effetto Poste è francamente inevitabile e a chi piace prendere un’insalatina di avocado allo sportello delle Poste? Mah, a questo punto devo provare pure questa. Alle Poste, intendo, non al caffè di Milano.

La notizia seria è che, tra i vari parametri monitorati dalla Regione Lombardia, basati quasi tutti su dati inesistenti se le abitudini non sono mutate nelle ultime notti, uno abbastanza certo (il condizionale è sempre d’obbligo con questi) sono i ricoverati in terapia intensiva: ecco, con cinquecento nuovi casi, la Regione ha dichiarato che si richiude e si torna a panificare a casa. Sono un po’ deluso, lo ammetto, speravo in qualcosa di un filino più sofisticato: un complesso incrocio tra il valore di R0, cioè il numero di riproduzione di base, e la durata della contagiosità dopo l’infezione di una persona, la probabilità di infezione e soprattutto il tasso di contatto, il tutto riparametrato su base demografica, sociale e tassonometrica. Invece no, io ti lascio uscire ma se ti fai male poi le prendi. Ma se stiamo a 499 tutto a posto? Birretta sui navigli? E se quelli malati che puntano la terapia intensiva li abbattessimo? Via puliti, tutti fuori. O anche solo nasconderli, senza fargli del male, basta convincerli a ritirarsi in un qualche albergo nel bosco. Però valgono solo quelli che in terapia intensiva ci finiscono per covid-19, eh, non facciamo scherzi. Che qua siamo tesi.
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