ben fatto: Washington chiude Hormuz, Israele «urta» mezzi italiani in Libano e Orbán perde le elezioni

Nella campagna ungherese, nel bel mezzo della contea di Zala e non distante dal lago Balaton, c’è una comoda e bella rotonda.

Essa è percorribile nella sua interezza ma ogni strada porta alla rotonda, come è ovvio, e chi vi finisce è condannato a non uscirne più. Certo, finirci dentro non è facile ma può capitare con un po’ di impegno.

Tale incompiutezza, ben degna di certe meraviglie padane, è dovuta all’efficienza ungherese sviluppata negli ultimi sedici anni di progresso Orbánistico: il paese è diventato il più efficiente terminale di progetti finanziati dall’Unione Europea, circa cinquantaduemila nel periodo 2014-2020, proprio da quella UE poi ostacolata con ogni mezzo. Chiaro, fanno sempre così, da un lato denigrano con l’altra mano prendono, come i leghisti che ci stanno tra i piedi qui.

La rotonda, costata la bellezza di cinquecento milioni di fiorini, circa un milione e mezzo di euro, sarebbe dovuta essere un elemento di snodo in un imponente centro logistico legato alla ferrovia della quale, almeno se non mi sfugge qualcosa di grosso, non v’è traccia. Ciò non ha impedito al ministro degli esteri e del commercio di Orbán, Péter Szijjártó, di inaugurarlo – intendo il polo logistico – ponendo la prima e ultima pietra. Felicitazioni da tutti noi, qui, ben lieti di finanziare arditi progetti di sviluppo come questi.

E ora, considerata la rotonda l’‘elefante bianco’ della categoria, una top-four di altri bei progetti ungheresi finanziati dall’UE seguendo le indicazioni dell’incorrotto Orbán:

1) il punto di osservazione di Bodrogkeresztúr: centotremila euro per quaranta centimetri di cemento utili a osservare qualcosa oggi coperto dalle piante:

2) il parco avventura ciclistica di Hatvan: trecentosessantaduemila euro sempre UE per una passerella per biciclette utilizzata da cinquantacinque persone (media: seimilacinquecentottantuno euro a testa) perché la cinquantaseiesima cadde un quarto d’ora dopo l’apertura facendosi male e da allora il parco è chiuso:

3) l’osservatorio forestale di Nyírmártonfalva (è davvero la lingua del diavolo): in mezzo alla fitta foresta avrebbe dovuto permettere ai visitatori di apprezzare gli alberi da altezza ragguardevole, giusto dunque partire dalla passerella e non dagli alberi:

4) la Grande Casa delle Tartarughe di Rakamaz: un miliardo di fiorini, il doppio della rotonda, per un centro che oggi ospita tre pesci rossi in una vasca salmastra, nessun dipendente e nessun visitatore, un ascensore rotto e che non ha mai visto una tartaruga; già l’idea era bella, almeno per questo progetto ci ha lasciato qualche penna il sindaco di Rakamaz, condannato a un mite anno di reclusione:

Ora. Il sostegno del nostro governo a Orbán è sincero e appassionato non da oggi, anche quando Meloni e Salvini erano all’opposizione non hanno mai mancato di manifestare affetto e ammirazione, come nel video di auguri della feccia europea all’ormai ex-presidente ungherese per le elezioni, poi puntualmente trasformatosi in una maledizione piena di sfiga. L’empireo degli amici di Meloni, in cui i migliori sono senz’altro Trump, Netanyahu e, appunto, Orbán, comincia a mostrare qualche crepa: lo dice meglio di me Cundari nella sua newsletter de Linkiesta titolata: ‘Da Trump a Orbán. Com’era la storia del gran talento di Meloni per la politica estera?’:

Niente da eccepire. Non fosse che poi ne risentiamo interi come paese, fossero solo loro ci sarebbe da ridersela. Chi ne discute della perdita secca, economica, politica, relazionale, grazie a tali accostamenti e amicizie scellerate? Chi, in nome nostro – LA presidente rappresenta e deve rappresentare tutti i cittadini -, agisce così sconsideratamente? Ne terremo conto l’anno prossimo?

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