Beh, tanto colpisce solo i vecchi. Ed è così che, tra i vecchi, se n’è andata per covid-19 anche Piera Pattani, staffetta partigiana legnanese della 182ma brigata Garibaldi, novantatreenne scampata ai nazisti ma vittima della scellerata gestione degli ospizi di questa giunta regionale. «Ai giovani dico di essere fermi e solidali e di portare avanti le idee con fedeltà ed onestà», aveva detto una volta, e un’altra aveva baciato un uomo per salvarlo dai fascisti. E come Piera, altri sei partigiani milanesi, quasi tutti rinchiusi nelle residenze per anziani ed esposti al virus: tutti morti negli ultimi due mesi. Chi colpisce, dunque? Gli anziani, certo, ma anche me, perdio. Noi, perché invece di dire minchionate di circostanza alle commemorazioni o alle inaugurazioni – perché gli anziani sono la nostra memoria – le persone bisognerebbe ascoltarle per davvero, non liquidarle per categorie. Dunque, dei pochi che ce n’erano rimasti, sette partigiani se ne sono andati solo a Milano. Sia chiaro, l’ecatombe riguarda tutte le persone morte, in maggioranza anziani, senza distinzione. Ma le persone che da qualsiasi parte hanno lottato, sofferto, spinto, sopportato per rendere migliori le condizioni di vita di tutti noi a me mancano di più, mi spiace di più quando se ne vanno. I rompicoglioni e gli indifferenti, meno.
Dei primi fanti, il ventiquattro maggio, per restare alla storia: quasi giugno e stiamo tutti aspettando di vedere se i contagi ci scoppiano di nuovo in mano oppure no. Mercoledì sera, no, giovedì nel primo pomeriggio saranno passati quattordici giorni dalle riaperture e allora sì, vedremo. Balle, questa storia l’ho già vista a fine marzo e aprile con il picco dei contagi, per vederlo ci abbiamo messo molto di più di due settimane e non è certo avvenuto quando pronosticato, anzi: non ce ne siamo nemmeno accorti. L’abbiamo capito solo quando i dati hanno preso una piega discendente convinta e per vederlo abbiamo dovuto far passare parecchio tempo. Tanto che non siamo nemmeno sicuri di cosa stiamo vedendo ora. Quindi, per favore piantarla. Le cose stanno andano abbastanza bene in quasi tutta Italia, in Lombardia perché ebbri del turbinio dei dati ieri non li hanno nemmeno comunicati, per cui non si è capito se i morti ieri siano stati zero (cioè: quelli per covid-19, s’intende) o se non siano proprio arrivati i numeri. Andiamo bene. Gallera insiste nella sua spiegazione per cui ci vogliono due persone insieme per contagiarne una, e io continuo a immaginarmi questi dui dietro gli angoli delle strade pronti ad assalire degli inconsapevoli sani, e Al Bano, che il partigiano non l’ha fatto ma lo intervistano di continuo, dice che se l’uomo ha distrutto i dinosauri ce la potrà ben fare anche contro un piccolo virus. Ha ragione, ma se conoscesse meglio la storia saprebbe che i dinosauri li abbiamo sterminati perché li avevamo messi nelle RSA. Almeno Al Bano fa il cantante e non l’assessore della sanità. Frottole.

Piove, piove forte e poi c’è il sole, limpido, fresco la sera, la mattina e all’ombra, caldo al sole, roba da metterci la firma per sempre. Sono quei giorni perfetti che durano un amen, poi sfocia nel caldo non appena ci si distrae. Lo scrivo per ricordarmi che le mezze stagioni ci sono, eccome. Cena con gli amici sì o cena con gli amici no? I più prudenti attendono di vedere come vanno i dati, i più baldanzosi arrischiano, perché se ce lo fanno fare evidentemente non è rischioso. Io credo che la fiducia nel governo, in un qualsiasi governo, intendo l’istituzione che consiglia il meglio e cui – su alcune cose, chiaro – ci si affida, sia maggiore di quanto si creda, in questi casi. A parer mio, ritengo che fare le cene non sia un’eccessiva imprudenza, se fatte come si deve, come credo che non farle non sia una felloneria, un eccesso di prudenza, siamo in mezzo a quei guadi in cui ognuno è bene che faccia ciò che si sente, possibilmente senza additare chi sceglie diversamente. Io non le faccio per il semplice motivo che mi piacerebbe farle fatte bene, cioè rilassati, senza doversi troppo preoccupare delle distanze, delle mascherine, di non toccare oggetti, posate e bicchieri altrui, com’era una volta. Capitolerò a breve, lo so, ma al momento mi piace pensare alle cene di una volta e non a quelle attuali. Che poi, se ci penso bene, non è mica vero, alcune cose mi piacciono di più come sono ora. Ne dico due. La prima è che quando telefoni a chiunque non è mai occupato, cioè non ha da fare ma ha tutto il tempo per stare, volentieri, al telefono a chiacchierare. Irripetibile, non sarà mai più così, non lo è già quasi più. La seconda sono le messe. A Chalons de Champagne hanno celebrato la prima messa in modalità drive-in, ovvero con tutte le auto allineate davanti a un palco-altare. Siccome poi il prete non si sente, la radio locale ha trasmesso la funzione in diretta e così i partecipanti hanno ascoltato dalla radio dell’auto tutta la messa. Che, volendo, uno poteva anche ascoltare «Roma 3131» e fare ogni tanto sì con la testa. Per la comunione, quattro frecce e arriva la particola al momento giusto. Amen.
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