Se ne potrà anche dire altro, ma a me ha regalato un’esperienza piacevolissima, emozionante, irripetibile e davvero particolare.
Quindi gliene sono grato. Grazie, Christo. Dice il comunicato: «ha vissuto una vita piena, in cui non solo ha sognato ciò che sembrava impossibile, ma lo ha realizzato. Il lavoro di Christo e Jeanne-Claude ha unito le persone facendo condividere loro esperienze in tutto il mondo, la loro opera vive nei nostri cuori e nei nostri ricordi». L’ultima frase sarebbe una cazzata di circostanza per quasi tutti, nel suo caso, invece, è del tutto vera.
Annita Malavasi, Viera Geminiani, Silvana Guazzaloca, Mirella Alloisio, Walkiria (Walkiria!) Terradura e Bianca Guidetti Serra sono le bandite. «Sei partigiane di diverse estrazioni sociali, culturali e politiche, esprimono attraverso le interviste la consapevolezza di una lotta che va oltre la liberazione dal nazifascismo e che segna un momento decisivo nel percorso di emancipazione femminile».
Il documentario di Alessia Proietti sull’esperienza delle donne che dal 1943 al 1945 combatterono nelle formazioni partigiane è disponibile qui.
E niente, è tornato il predominio della politica. La commissione di inchiesta della Regione Lombardia sulla gestione della vicenda covid-19 si terrà a porte chiuse e gli atti saranno secretati, in linea con gli ultimi tre mesi, perfetto. La procura di Bergamo ha convocato Fontana e Gallera (riporto la battuta di Gianmarco Bachi: «come persone poco informate sui fatti», bravo come sempre) e pare abbia concordato con la linea per cui la zona rossa in val Brembana spettava al governo. Pare. Allora Conte dichiara che si riaprirà tutto, tanto basta un solo infetto a creare un focolaio e poi la linea della fermezza in questo momento non riscuote alcun successo. Perché i medici hanno rotto i coglioni, i nostri angeli, i nostri eroi, adesso che dicono che sarebbe meglio non riaprire. E basta, avete avuto le vostre copertine, i titoli, adesso che volete? La sanità lombarda è il risultato di un processo fortemente voluto da molte parti, non tornerà indietro e non cambierà. A Milano un truppone di ritardati scende in piazza, gilet arancioni e camicie nere più gente dei forconi, sostenendo che «il coronavirus non esiste, è solo un disegno politico», senz’altro. Basta vedere le prossime date delle loro manifestazioni per individuare i prossimi focolai. Negli Stati Uniti è stato ucciso un uomo, George Floyd, dalla polizia, per otto minuti con un ginocchio sulla gola, l’autopsia dice che no, non è stato per quello, era cardiopatico. Come Cucchi, certo. Indovinare il colore della pelle. Proteste in tutti gli USA, il presidente dice sciocchezze su twitter e la piattaforma per la prima volta prende una posizione. Ma solo perché c’è la campagna elettorale. Il peggior commento in Italia è di quello stronzo conclamato di Diego Fusaro, non lo riporto. Ricomincerà pure il campionato. E allora io mi dico che non ha senso che io stia qui a riportare tutto ciò nel minidiario, esistono i giornali, i blog di commento e analisi politica, hanno tutti qualcosa da dire e io, francamente, no, non ne ho voglia. Io volevo tenere un diario di un periodo nuovo e irripetibile, per tenerne memoria ogni giorno per il me del futuro, e per condividere con chi ne avesse voglia ciò che stavamo vivendo, non voglio ora che diventi un diario per le mossucce di Renzi, per i commenti di Fusaro, per Sandra Milo che si incatena a Palazzo Chigi, per Bonomi che critica il governo, per il governo che risponde a Bonomi, per Salvini che posta le cassette di musica degli anni Ottanta, per la Meloni che posta non so che pupazzetto, per un primario del San Raffaele che entra a gamba tesa e sostiene che qualcuno sta terrorizzando ingiustamente il paese, per i sindaci che si ergono a sceriffetti anti-movida, insomma: mi tiro indietro. Non facevo un blog di politica minima e miserabile prima, non comincerò ora.
Non smetterò il minidiario, sia chiaro, ma non lo infarcirò di tutte le sciocchezze che sento in questi giorni. Non le seguirò nemmeno, non ne ho voglia. Proseguirò, come promesso, fino alla riapertura delle frontiere nazionali, cioè alla fine «dei giorni di reclusione causa cojonivirus», come da titolo programmatico. Non sarà facile perché ormai il covid-19 è alle spalle, i dati vengono riportati in seconda pagina, l’attenzione è solo alle ultime riaperture, il clima è piuttosto rilassato anche riguardo i comportamenti collettivi, c’è anche una certa insofferenza a riparlare del periodo appena trascorso («concluso», per molti), molte persone che conosco si stanno anche trasferendo, giustamente, nelle seconde case al lago o in montagna, per passare l’estate in altro modo. Se succederà un casino, ci penseremo, e pure io farò un altro minidiario. Ora lo concluderò ma cominciano a mancare gli argomenti, in sostanza le nostre vite non sono tornate alla normalità, ne manca parecchio, ma abbiamo anche recuperato molto, ci muoviamo, lavoriamo, incontriamo clienti e amici, qualcuno prende aperitivi serenamente, qualcuno si incazza per questo, molti portano le mascherine ma sono troppo vicini o non portano le mascherine ma stanno lontani, alcuni né uno né l’altro, in alcune regioni non ci sono contagi da giorni in altre, una in particolare, sì ma importa poco. Il peso della Lombardia è tale che non si può lasciarla chiusa, punto e basta. Discutibile? Sì, probabile. Azzardato? Lo vedremo. Adesso si parla di elezioni, di nuovi governi, di scalate a Mediobanca, delle scuole e delle riaperture, del nuovo album di Britney Spears e a me ne è sempre fregato poco (di Britney no, la stimo potissima, è la mia guida spirituale da quando disse: «Io sono a favore della pena di morte. Chiunque commetta un crimine orrendo deve ricevere una punizione adeguata. Cosí la volta dopo impara»), non ne parlavo prima, non ne parlerò ora (dell’Azzolina, di Britney sempre). Di tutte queste cose ne resterà memoria negli archivi dei giornali, delle riviste, della rete, dei parlamenti, non è compito mio. Il mio compito, da sempre, è fare quel cavolo che mi va. E così farò. Sia chiaro, rispettando e onorando gli impegni presi ottantaquattro giorni fa. E continuando a ridermela degli arcobaleni, degli unicorni e degli «Andrà tutto bene».
Oggi scartoffie. Dopo quasi tre mesi di oblio, di proroghe per ogni tipo di scadenza – fiscale, amministrativa, qualsiasi – oggi mi è toccato ricominciare. È ripresa anche questa, d’altra parte, o «Fase 2» come l’abbiamo chiamata finora. Ho costruito, nell’arco di questi ottanta giorni, una bella piletta di carte, man mano che arrivavano o che le trovavo, depositandole lì in nome del poi. E lo stesso con le mail, etichettate per poterle ritrovare in ordine e via, in un angolo. E senza leggerle. Le telefonate che accompagnavano le scartoffie, invece, sono andate sparendo da sole, a fianco del lockdown che prendeva piede in modo inversamente proporzionale. Devo dire che è stata una delle cose positive di questo periodo: potersi occupare di sé, degli altri, dedicarsi alle spese alimentari, sì, ma davvero a poco altro. Ed è pur vero che di soldi ne sono entrati pochini, per non dire quasi niente, ma ne sono usciti anche meno, rispetto al solito. Unica spesa costante, l’affitto e le utenze, il resto tutto rimandato. Mi ero concesso solo la revisione e il cambio delle gomme dell’auto e della motoscurreggia ma era solo per cogliere l’occasione di andare in giro, non per le cosa in sé. Non male. Non male no. Nel frattempo, la piletta di carte ha raggiunto il proprio massimo statico e ne ha generata un’altra ma io, saldo, indifferente. Se persino le scadenze delle patenti sono state proprogate, perché mi devo agitare? Le mail accatastate hanno raggiunto la tripla cifra e io niente, avanti col minidiario e il cosare di testa. Poi arriva la «Fase 2», il 4 e poi il 18 maggio e io a pensare ai viaggi che farò, a dove è concesso andare, mica alla piletta. Alle pilette, anzi. Poi, da questo lunedì, qualcosa è successo: sono ripartiti gli altri. Io non ancora ma loro sì. C’è voluta una settimana dal 18, immagino per mettersi a norma, cominciare a rodare, mettere i séparée tra le scrivanie, infilare i guanti, compilare i moduli, ma poi sono tornati. Salve, ha visto la mail? Non abbiamo ricevuto… Lei sa quando potrà liberare… Ci darebbe una data? È in scadenza… Merda, se ne sono accorti. Posso far finta di niente? No abla, no entiende.Nono, il mio nome è Aieie Brazorf. Non credo, non per molto. D’altronde, vuoi la libertà? Allora questo è uno dei prezzi, le scartoffie. In carcere sei tranquillo, da questo punto di vista. Certo, hai una miriade di altri problemi dalla sveglia alla luce che si spegne, ma questo no. E allora sia: scartoffie, via col contest.
Prendo la piletta per le corna, comincio dall’alto e cerco di essere inesorabile. Ma al secondo documento è già chiaro: sono rallentato. Ho perso l’allenamento. E non ricordo assolutamente nulla. Ah sì, c’era una cosa che dovevo fare, mi pare, ma. No. Bene, sarà dura ma da qualche parte bisogna ricominciare, è come rifarsi gli addominali dopo anni di disinteresse, le prime volte sono da spasmo. Poi di solito si molla, lo so, ma io ce la farò. Avanti con gli addominali, e il fiato, della burocrazia, dei documenti e delle scadenze. In ordine di urgenza: IMU e TASI. D’accordo. Faccio il punto, c’era una variazione, la ricordo, poi abbiamo fatto un cambiamento, bene, poi ci sono le posizioni di persone a me vicine che comunque seguo io, d’accordo, le metto in fila. Non ricordo alcune cose ma il commercialista c’è per quello. Lo chiamo, è un amico, ci siamo anche sentiti nel periodo di clausura ma per raccontarci gli stati d’animo, non per le incombenze. Parliamo qualche minuto, è rallentato anche lui, lo siamo in due, non ricordiamo nulla di quello che c’eravamo detti. Ottimo. Ridiamo. Seconda scadenza: dichiarazioni dei redditi. In fila: fatture, spese sanitarie per detrazioni, erogazioni liberali, servono le certificazioni, poi le detrazioni per lavori, poi l’affitto, poi gli accessi al sito dell’Agenzia, il cassetto fiscale, i contributi, i contributi dei dipendenti, c’era una lettera del condominio, mi pare, qualcosa del genere, otto, cinque, due per mille. Richiamo il mio amico, ridiamo di più. Dobbiamo rodare, eccome. Rimettiamo in fila almeno alcuni principi generali, questo è da pagare, questo no. Almeno. Vado avanti da solo. I bolli delle auto, giusto. La risposta al notaio. Il trasloco dei mobili, era per la fine di aprile. E le nuove ante delle finestre, ordinate e pagate, chissà se hanno ripreso. E l’abbonamento al basket? E i cinque voli aerei che mi sono saltati in questo periodo? E i biglietti dei concerti? Perché va detto, a soldi incassati tutti zitti, eh? Io non ho emesso nemmeno una fattura da febbraio, dovrei farlo, meglio che ne parli, prima. Le spese condominiali! Caz… Presto, un riepilogo. E dovevo fare una radiografia, senza fretta mi aveva detto il medico, per forza caro. Si potranno fare, ora? Dalla piletta escono ricevute delle farmacie, bollettini MAV e bollettini normali, atti notarili, certificazioni bancarie, la modulistica di acquisto dei BTP del covid, un successo, saldi da pagare, affitti, F24, autocertificazioni e la pianto qui perché potrei andare avanti per molto. Le pilette adesso sono diventate un tappeto, ricoprono metà casa, raggruppate per tipo. Perché per un’invasione serve avere prima un piano dettagliato e io l’avrò, perdio, l’avrò. Come avrò degli addominali formidabili. Grazie a dio è venerdì.
La Pinacoteca di Brera, come altri musei in tempo di pandemia, ha reso disponibili online le immagini ad altissima definizione di molti dei quadri che ospita nelle proprie sale. Per fare un esempio, il Bellotto qui sotto, sempre ricco di dettagli e particolari difficilmente visibili durante la visita tradizionale, se ingrandito offre alcune informazioni in più.
Questo è il grado massimo di dettaglio, talmente alto da risultare quasi una cosa da specialisti o, nel mio caso, suscitare la curiosità di fare un giro per il quadro. Che è la «Veduta del bacino del Canal Grande verso la Punta della Dogana, da Campo San Vio».
Il tutto si trova qui. L’azienda che ha sviluppato la tecnologia ha messo poi a disposizione, per promozione legittima, parecchie opere ad altissima definitizione, sul proprio sito. Devo dire che osservare il soffitto di Sant’Ignazio in questo modo ha molto senso, sia perché è davvero alto, buio e la posizione dal vero è del tutto scomoda. Così no. Notevole anche la soluzione tecnica sul sito per cui immagini pesantissime vanno via scorrevoli anche zoomando e spostandosi di continuo, bravi.
Eccola là: uno studio indipendente, effettuato dalla Fondazione Gimbe, non solo «dimostra che la curva del contagio non è adeguatamente sotto controllo in Lombardia, Liguria e Piemonte», e questo in qualche maniera è stato detto da più parti, ma sostiene con chiarezza che la Regione Lombardia fornisce «dati aggiustati per evitare nuove chiusure», il tutto in modo convincente, devo dire. Non voglio e non vorrei dire che l’avevo detto, perché sarebbe falso, ma quando il 22 maggio (giorno 76) ho assistito in diretta al crollo dell’indice di contagio da 1 a 0,51 (scrivevo: «il ministro Speranza annuncia di voler bloccare i trasferimenti tra regioni con diversi gradi di rischio, non sbagliato, e in due ore l’indice di contagio Rt della regione Lombardia crolla a 0,5 e il rischio si abbassa da medio a basso. Vualà») devo dire che l’impressione decisa di un abbattimento forzato ce l’ho avuta. Ma non basta. Perché sembra che non basti mai, da mesi a questa parte: lunedì, tre giorni fa, l’ATS di Milano, Sistema Socio-sanitario di Regione Lombardia, ha inviato a un numero ignoto di persone un SMS di tal fattura: «ATS Milano. Gentile Sig/Sig.ra lei risulta contatto di caso di Coronavirus. Le raccomandiamo di rimanere isolato al suo domicilio, limitare il contatto con i conviventi e misurare la febbre ogni giorno». Già l’errore in sé ma per non lasciare i propri assistiti senza divertimento per rettificare ci ha messo ventiquattro ore («Agli interessati è stato inviato un ulteriore SMS di rettifica nella giornata di martedì 26/05»). Roba da denuncia, prima lo schioppone, poi ore per pensare a chi potesse essere il contagiante, poi a chiedersi se quel raspino in gola fosse già un sintomo galoppante, poi preoccuparsi per i conviventi, i congiunti e gli amici, poi a chiedersi come organizzare la quarantena in senso stretto, come fare con il lavoro, magari, o altro, poi a chiedersi dov’è finito il termometro, passarci su una bella notte pensando ai casi di trapianto di polmoni perché devastati dal covid-19 e il giorno dopo: «Ci scusiamo per il disagio». Ma io vengo lì con un dilatatore rettale incandescente, altro che disagio. Si esige una pena proporzionata all’errore e al disagio, direi pubblica impalazione in mezzo all’A4, barriera di Agrate. Ormai è un’iperbole continua, ogni cazzata offusca la precedente e alza l’asticella verso vette ritenute irraggiungibili da qualsiasi regione non lombarda del mondo.
Oggi è l’anniversario dello scoppio della bomba in piazza della Loggia a Brescia, 28 maggio 1974. Solitamente ci si trova in piazza prima delle 10:12, ora in cui la piazza si azzittisce e dei rintocchi, uno per ogni vittima, segnano il momento dello scoppio. Poi riprende la cerimonia di deposizione delle corone e dei discorsi di circostanza. Oggi no, la piazza è chiusa ed è concesso entrare solo alle delegazioni, tre persone per ciascuna. Brutto modo, questo, per evitare assembramenti: domenica a Torino per le frecce tricolori nulla è stato fatto in questo senso, in qualsiasi centro commerciale riescono a mantenere un numero costante e accettabile di persone all’interno, una esce l’altra entra, qui in una piazza abbastanza grande no, bisogna star fuori. Brutto modo. Ma siccome a me e ai miei amici che erano in piazza con me, T. e C., i brutti modi non piacciono, siamo entrati lo stesso. Perché oggi facciamo memoria di persona, se avessimo dovuto farla a distanza, come peraltro tutto il resto dell’anno, saremmo rimasti a casa. Perché poi in giornate così è bene stare insieme, più tardi siamo andati a prendere un aperitivo in una piazza del centro, in tre con due tavolini abbastanza distanti, delle tristi patatine ancora nel sacchetto ma il sole, la brezza, lo stare insieme all’aperto, le chiacchiere sono tutte cose talmente belle, piacevoli e da troppo assenti che hanno oscurato tutto il resto. Le abbiamo assaporate, con calma.
Quarantaseiesimo anniversario della strage, anche oggi in piazza, in un modo diverso. Ma ci siamo, anche se scaglionati, se uno alla volta, se con mascherine, attenti a non sembrare assembramento anche se è proprio quello che dovrebbe essere. Per ricordare le vittime e tutti noi, che da quasi cinquant’anni soffriamo per quella bomba.
Il grande manifesto appeso tra le colonne della Loggia è un’installazione di Tiziana Arici: una fotografia della piazza dell’anno scorso con uno striscione, «Ci siamo», che è cosa vera: siamo noi, siamo quelli dell’anno scorso e di tutti gli anni precedenti, ci siamo ancora, siamo gli stessi e non lo siamo, siamo la stessa piazza ma siamo anche quella del 2019 e quella di quest’anno, con i guanti e qualcosa in faccia. E tutte quelle prima. E con noi i morti, quelli in piazza e quelli cui è capitato dopo, che avevano dentro la rabbia, il dolore e la memoria. Ci siamo.
Un aspetto di cui si parla poco – in realtà sono più aspetti, eterogenei – è ciò che questa situazione limite, la pandemia, la reclusione, la chiusura, determina. Se è bene organizzare la memoria, da un lato, raccogliendo i materiali che caratterizzano questo periodo (mascherine, disinfettanti, guanti, tute, respiratori, manifesti, fotografie, avvisi eccetera. vedi 30 aprile), dall’altro bisognerebbe anche prendere in considerazione gli aspetti, personali e collettivi, che sono stati investiti e messi sotto pressione dal lockdown, dalla malattia, dalla distanza dalle altre persone: una situazione estrema, per molti versi paradossale, come quella che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, esercita una spinta formidabile in tutte le direzioni e preme, preme, preme fino a disarticolare condizioni già traballanti e rende più complessi contesti già di per sé difficili. Penso, per esempio, alle violenze domestiche (semplifico riferendomi solo a quelle degli uomini sulle donne, la gran parte), donne già vittime di abusi o percosse da parte dei mariti e compagni che si sono trovate recluse – in questo caso il termine è ancora più denso di significato – in casa con il loro aguzzino. Oltre alla difficoltà della convivenza, l’impossibilità di chiedere e ricevere aiuto, di denunciare, di prendere le distanze. Non a caso, in questi mesi le denunce sono crollate, è difficile fare una telefonata ai carabinieri o alla polizia in queste condizioni e il rischio di essere scoperti è molto alto. So che sono stati attivati dei protocolli di sicurezza per cui è possibile chiamare una farmacia qualsiasi e chiedere «una mascherina 1522», sarà poi il farmacista ad attivarsi per avvisare chi di dovere. Ma è un passo difficile in un quadro normale di cose, figuriamoci ora o nelle settimane scorse. Dall’inizio della pandemia, la media è stata un femminicidio alla settimana che è un dato persino inferiore alla media normale. Anche le violenze psicologiche hanno avuto la loro parte, è difficile immaginare un contesto peggiore da questo punto di vista di una reclusione forzata. Un’amica, arrivata finalmente al passo di lasciare il marito e andare a vivere con i bambini da un’altra parte, si è trovata imprigionata in casa a cose già fatte, mancava solo il trasferimento, in circostanze ancor più difficili di prima. Senza arrivare a situazioni così drammatiche, la casistica legata alle abitazioni è poi varia: c’è chi aveva deciso di cambiare casa e si è trovato a metà del guado, con due affitti da pagare e un trasloco fatto solo in parte, né di qua né di là; chi, come me, si è trovato rinchiuso in una casa che doveva essere di transizione con solo due paia di mutande, un libro e poco più per quasi tre mesi (iddiobenedicaicomputer), niente di grave; chi ha dovuto optare per soluzioni intermedie pur di dare un qualche tipo di compagnia ai figli unici; chi è rientrato precipitosamente in Italia pur di trascorrere vicino ai genitori anziani un periodo che si preannunciava, ed è stato, difficoltoso, mettendo in conto di non tornare per parecchio. Un’altra situazione limite messa a dura prova dalle condizioni imposte dalla pandemia è quella dei malati di qualsiasi patologia non covid-19: nell’arco di pochissime settimane si sono trovati abbandonati. Gli ospedali sono stati rapidamente convertiti, tutti i reparti non fondamentali sono stati chiusi o riadattati, tutti gli appuntamenti annullati (non spostati, annullati), i medici riallocati, i controlli sospesi. La scala delle priorità è stata riformulata e chi non fosse contagiato o ferito al punto da richiedere la terapia intensiva è stato parcheggiato in attesa di tempi migliori. A dire il vero, anche i malati di covid-19 non gravi hanno sperimentato l’abbandono, visto che nei casi più fortunati hanno ricevuto assistenza telefonica dal medico di base e basta, il resto ai familiari, ammesso che ce ne fossero. Mi riferisco ai pazienti con patologie serie, che richiedono controlli serrati, soprattutto agli oncologici, che si sono trovati all’improvviso al di fuori di quei protocolli che, invece, servono così tanto a gestire la malattia dal punto di vista medico e psicologico. Saltati tutti i controlli, le visite, e pure le terapie in molti casi. E quando si parla di chemioterapie, per esempio, il frangente è davvero difficoltoso, perché oltre al dato di sé della mancanza della terapia si porta dietro incertezza e insicurezza spaventose. Per non parlare, poi, di tutti coloro che a casa ci sono morti, di malattia, di vecchiaia, di entrambi, senza avere l’assistenza piena che avrebbero meritato, circondati solo dall’affetto dei propri cari nelle situazioni più felici. Ammesso che la situazione negli ospedali vada migliorando, ci vorrà molto tempo per tornare alla normalità delle cose, anche per un giusto timore prudenziale di smantellare le strutture senza essere certi che vi possa essere una seconda ondata di contagio. A un’amica che doveva fare una risonanza urgente, tre settimane fa, è stato detto non solo che la cosa sarebbe andata per le lunghe ma che era del tutto impossibile ipotizzare una data, essendo saltati anche i calendari e, in certi casi, i reparti stessi in cui fare gli esami. Buona parte delle visite, oggi, si fanno fuori dagli ospedali, che sono considerati, ancor più del solito, luoghi malsani per tutti coloro che non sono contagiati dal covid-19.
Il New York Times è uscito con una copertina che sarà ricordata: sei colonne di brevi necrologi per segnare il raggiungimento dei centomila morti negli Stati Uniti. È stata una scelta voluta, per mettere un punto e creare un’immagine che si fissi nella memoria collettiva. La stampa americana, meritevole, ha questa consuetudine da decenni, penso per esempio alla copertina tutta nera di Spiegelman per il New Yorker dopo l’attentato alle torri gemelle, ma se ne potrebbero citare decine di casi. In questo caso, oltre alla memoria, il segnale è per il loro presidente megalomane che, come un Fontana in scala, continua a ripetere di aver gestito al meglio tutta la situazione. I fatti dicono ovviamente un’altra cosa. In Italia, invece, in cinque aree non si sono verificati nuovi casi positivi (Marche, Umbria, Valle d’Aosta, Basilicata e Bolzano) mentre in nove regioni non ci sono state vittime. Infine, per restare alle polemiche sugli assembramenti, a Milano e in altre città sono state emesse ordinanze che vietano l’asporto degli alcolici, che limitano gli orari e che impongono la sedia per consumare l’aperitivo. Invece di prendere provvedimenti per alcune zone delle città che da sempre danno questo tipo di problemi, come dicevo l’altro ieri, per esempio il Gianicolo a Roma, o piazzale Michelangelo a Firenze, colpiscono indistintamente e vengono a rompere le palle a me, con la mia birretta all’aperto in una via periferica a distanza di mezzo chilometro da chiunque altro. Va bene, gaudeamus anche di questo.
Cominciamo con l’amenità del giorno che ben aiuta a intuire i prossimi sviluppi politici della gestione della pandemia in Lombardia: Italia viva, che è Renzi per chi non è avvezzo, in Giunta per le immunità del Senato non ha votato alla richiesta dei magistrati siciliani di rinviare a giudizio Salvini per la faccenda Open Arms, dando il proprio contributo a respingere la mozione. La motivazione ha un che di opinabile, «Salvini non era il solo responsabile», ma tant’è, non è nemmeno l’aspetto peggiore. Prontamente, Lega e Forza Italia ringraziano votando come presidente della Commissione di inchiesta che dovrà far luce (ahah) su eventuali responsabilità politiche nella gestione dell’emergenza coronavirus in Lombardia tal Patrizia Baffi. Ora l’indovinello: di che partito sarà mai la Baffi? Esatto. Nota già al pubblico per essersi astenuta al voto di sfiducia contro l’assessore Gallera, si è espressa pubblicamente in favore di Fontana più volte, ne riporto una. Ex-PD, ora renziana, ha lavorato pure in una RSA come amministrativa – ma la cosa non avrà alcun esito – e considerando l’affetto e la fiducia manifestate per Fontana e Gallera, sommando il fatto che è eletta dalla Regione in una commissione con i voti della maggioranza, Lega e FI, posso pronosticare senza grandi incertezze un sereno avvenire per i due dementi criminali alla guida della Regione e per il partito. Nel solco della tradizione come piace ai lombardi, già affezionati protettori di Formigoni, compromesso solo alla fine, quando non c’erano più né santi né protettori. Sciocco io a pensare che quindicimila morti sarebbero stati un motivo sufficiente per cercare giustizia.
(Niels Christian Vilmann/Ritzau Scanpix via AP)
Quanto dovrà durare, mi chiedevo, questo minidiario? Ovvero, quali fatti decreteranno la fine della situazione che mi ha spinto a iniziare a scriverlo (dando ovviamente per scontato che l’attuale trend di miglioramento prosegua)? Perché siamo all’ottantesimo giorno e, tolti i primi cinque in cui non ho scritto, siamo a settantacinque giorni filati, o quasi. Non credo di aver mai fatto una cosa per settantacinque giorni, a parte esistere, sono più di tre Tour de France consecutivi, per dire la costanza. La spinta iniziale è stata il pensiero di dover documentare una situazione inedita e inimmaginabile da chiunque di noi, i cui sviluppi erano davvero difficili da ipotizzare ai primi di marzo, e di ricordarne le diverse fasi, perché non era difficile comprendere che ce ne saremmo rapidamente dimenticati. Se mi dovessi attenere al fatto scatenante, e di conseguenza al titolo di questo minidiario, teoricamente dovrei smettere al termine dei «giorni di reclusione» in senso ampio, direi a libertà di circolazione ristabilite. La stessa numerazione dei giorni è a partire all’istituzione della zona rossa in Lombardia, quando i confini furono chiusi e noi dentro, insieme. Potrebbe essere il 3 giugno, quindi, o più probabilmente come da più parti si suggerisce, due settimane dopo. Perché, mi faccio due conti, se la costante del minidiario fosse la pandemia, starei fresco: sei mesi? un anno? due? Chi lo sa quando smetteremo la mascherina definitivamente. Tutti, intendo, perché alcuni già l’hanno fatto, direi. Sì, il fatto potrebbe essere la fine della reclusione, a possibilità riacquisita di andare, che so?, in Norvegia, per dire una possibilità del tutto teorica. In fin dei conti, i dottori e gli infermieri cubani sono tornati ieri a casa, i russi e gli albanesi sono già andati, possiamo dire che la fase acuta è, per ora, alle spalle. Questo naturalmente non significa che non ne parlerò anche dopo, significa solo che – ripeto: se le cose vanno come dovrebbero andare – passerò a una narrazione diversa. E non escluderei che del minidiario ve ne sia un’edizione autunnale, magari ampliata e approfondita, stiamo a vedere. Spero di no, chiaramente, spero di fare il minidiario del fanculolalombardia, io vado in Norvegia. Per dire, che poi magari è Chioggia.
Ci sono qua e là alcuni episodi di assembramento, riportati dai media con grandi enfasi perché in questo paese ci piace moltissimo puntare il dito sugli errori degli altri, tralasciando con incuranza i propri, dei quali episodi non sono nemmeno sicuro della consistenza: millecinquecento a Brescia, qualche migliaio a Milano e altrove, tutti incriminati per movida e assembramento. A Torino invece ci sono le frecce tricolori e le persone si assembrano eccome ma lì la cosa, evidentemente, non conta. Faccio presente, per fare qualche calcolo del salumiere, che l’uno per cento della popolazione lombarda sono centomila persone e qui siamo molto ma molto al di sotto di quel numero, siamo a poche migliaia distribuiti sul territorio. Quindi, da un lato c’è un novantanove virgola rotti che prende le misure in modo sostanzialmente serio e rigoroso e uno zero virgola che ogni tanto a certe ore e in certi luoghi un po’ si assembra. E allora? Se partissimo ora in cento per raggiungere la Russia a tappe forzate allo scopo di invasione (è un esempio inventato, eh), uno che si distrae e si perde per la strada lo devo mettere in conto, sarei un pazzo a non farlo. Altro che uno, a dire la verità, imporrebbe il realismo. Ecco, qui siamo ai mezzi che tanto piacciono a Gallera, nemmeno, a ben meno di una unità percentuale. Ma è una cosa sulla quale piace a tutti fare casino: ai sindaci, che si riscoprono sceriffetti e chiudono, impongono orari, si lanciano in sermoni; alle persone a casa davanti alla televisione o ai giornali che si lanciano in strali contro i presunti colpevoli, sia perché loro stessi non hanno occasione di assembrarsi, brutta bestia l’invidia, sia perché si tratta in prevalenza di giovani e allora il paese, che è anziano di natura, si lamenta e conciona; agli amministratori, che non vedono l’ora di regalarsi visibilità prendendo qualche misura strampalata, come quella dei sessantamila «assistenti civici» incaricati di andare a rompere le palle agli assembrati, tipica iniziativa grillina come i «navigators» senza che il Ministero dell’Interno ne sia al corrente. Che, poi, dico: abbiamo appena svuotato le terapie intensive, perché voler riempire le ortopedie? Una tra le cose che mi stanno più sulle palle, pardon la volgarità, è il paternalismo insito in questo paese: riapriamo ma vi dovete comportare bene; lasciamo le cose alla responsabilità dei cittadini; un vecchissimo spot che diceva: «divertirsi sì ma con la testa». E poi subito pronti a salire in cattedra non appena uno, anzi meno di uno, non dico sgarra ma non mantiene la distanza. Che poi, se lo si fa durante le conferenze stampa di Regione Lombardia è legittimo e senza rischi, se durante il volo degli aerei dello Stato va bene, al bar no. Sia chiaro: o si può fare o non si può fare, punto. Non: si può fare ma io ti guardo e ti dico se lo fai bene. Eh no. Il messaggio è schizofrenico, da un lato bisogna tornare nei bar e nei ristoranti altrimenti la nostra economia schianta e dall’altra parte no, bisogna farlo a determinate condizioni. Ci si perde nelle golene di un fiume, perché in un nulla diventa: se lo faccio io va bene perché io lo faccio bene e se lo fai tu no, perché tu non usi la testa, giochino tipico della mentalità anziana di questo paese (e con «anziano» non intendo mai in senso anagrafico ma di testa, le due cose non viaggiano di pari passo, vedere per esempio Salvini): lamentarsi, ripetere le cose, contrastare i cambiamenti, puntare il dito contro gli altri, meglio se giovani o persone libere. Se i bar sono aperti, se si possono vedere gli amici, se i metri di distanza da due diventano uno, se servono due persone insieme per contagiarne una, se si comunica in modo confuso e contradditorio, se le regole non sono chiare, allora bisognerebbe pensarci due volte prima di mettersi la stella sul gilet e andare al saloon a farsi vedere. Come altre volte, mi chiamate prima, io vi dico che i Murazzi a Torino, i navigli a Milano, piazzale Arnaldo a Brescia e così via sono i posti che daranno problemi dal punto di vista degli assembramenti, così ci pensiamo prima, prendiamo qualche precauzione e non facciamo un casino a posteriori. Perché i pulpiti e le concioni sono insopportabili, le lagne pure.
Io ormai il mio meccanismo personale di distanziamento fisico l’ho messo a punto, so destreggiarmi circa in otto direzioni per scendere raramente sotto il metro, metro e mezzo da una qualsiasi altra persona. Mi fa ridere, e vorrei essere lì per assistere alle scene, il fatto che abbiano riaperto il Duomo di Firenze dotando i visitatori di uno «speciale distanziatore sociale» (sperimentale), cioè una collanotta con uno sbrillocco in fondo che si illumina e vibra quando ci si avvicina troppo. Un flipper bellissimo, chissà che spettacolo nella penombra di una cattedrale gotica, buzz buzz, fossi lì continuerei ad avvicinarmi volontariamente per far suonare gli altri. Buzz buzz.
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