minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: tre, sempre Stiria ma più su, c’è tutto quel che serve, oltre una certa linea di confine, la compagna sindaca

Meritiamoci ’sto pasto, va’. Salgo su una delle colline attorno a Maribor, ricoperta di splendidi boschi appena sopra le viti. Dopo pochi minuti un cervo, un daino, un bambi con le corna insomma, mi salta davanti e scompare tra le piante inseguito ridicolmente da un cane. Madonna cone lavorano bene, qui, all’ente del turismo. E scommetto che io e il dainocervo ci rivedremo a cena, stasera. L’aria è alpina anche se, realmente, si è a soli duecentosettanta metri di altitudine e, in effetti, gli slalom alpini saltano sempre più spesso, in favore di Kranjska Gora e Adelboden. Ora ci sono quasi trenta gradi che, per quanto piacevoli con un’arietta fresca, son pur sempre parecchi.

Ci sono dei buffi cartelli che spiegano come su queste colline siano state reintrodotte delle viti di antica qualità per produrre un ottimo riesling del Reno, e io già qui faccio fatica, che ha vinto e vince molti premi. Buffi perché saranno almeno vent’anni, deduco, che nessuno mette mano alle viti, tutte ricoperte di rampicanti e rovi. Progetto europeo? Parlate, sloveni, perdio. Qui è davvero un ottimo posto per passeggiate, gite in bicicletta, escursioni per cantine, magari non il riesling renano, i prezzi son decisamente più bassi che a Lubiana. L’UE consiglia Maribor tra le destinazioni 2023, nonostante trascurino le viti, ed eccomi qua. Son così contento di non essere presidente del Consiglio e di dover fare le vacanze in Puglia blindato e, magari, dover fare una visita di cortesia in Albania a quel minchione del presidente, che piglio su le mie cose e me ne vado, libero e sereno, verso la frontiera austriaca, direzione Graz. C’è una cosa in particolare che voglio vedere, oltre alla città, bella di suo e già unescotutelata.

Oltre alla linea di demarcazione tra i bacini adriatici e del mar Nero, c’è un’altra linea che, grossomodo a questa latitudine, attraversa l’Europa da est a ovest, implacabile, immaginaria e reale allo stesso tempo: la linea sopra la quale c’è la patata e sotto il pomodoro. A un certo punto, impercettibilmente, i sughi, le insalate fresche spariscono e le patate lesse con il prezzemolo, arrostite se va davvero bene, conquistano ogni piatto. Insieme a quel subdolo silenzioso del cavolo, va detto, bianco o rosso che sia. Pochi chilometri prima potresti avere una bruschetta, per dire, fai due curve e se va bene bene si possono avere delle patate. Per carità, oggi in tempi di globalizzazione la cosa è men grave, un’insalata con due pomodori congelati si recupera in ogni dove, con i cambiamenti climatici la linea si sta pure alzando per cui il pomodoro arriverà in breve a Ratisbona, futuro luogo della dieta mediterranea, oltre che imperiale, però la cosa si sente comunque. Se sei dei pomodori, per quanto aperto e disponibile, tra le patate sarai sempre ospite e, dopo un po’, a disagio. Se sei della patata, prima o poi vorrai dominare il mondo per avere anche il pomodoro.

È ferragosto e non si capisce bene quali treni viaggino, così opto per la ‘freccia della Drava’, uno splendido intercity anni Ottanta originale con sedili tappezzati probabilmente da uno stilista di grido a oggi impunito, treno che va fino a Budapest, binario due ore 7:19. E ho anche l’occasione di apprezzare Maribor al minimo della sua popolazione. Pur rimanendo in Stiria, lascio la Slovenia per l’Austria, Maribor per Graz, la seconda città del paese che è governata, situazione inedita non solo in Austria, dal KPÖ, Kommunistische Partei Österreichs, con la compagna sindaca Elke Kahr. Che mistero la vita, eh? Leggo della morte di Alberoni, ricordo la rubrica del lunedì in prima pagina del Corriere, un cumulo imbarazzante di banalità, lo ritrovo in un reportage di Roncone al Twiga, seicento euro al giorno senza contare il cibo e diciassettemila all’anno di concessione allo Stato, in cui racconta che la moglie di La Russa e il compagno di Santanchè avrebbero acquistato la casa del sociologo e rivenduta nel giro di un’ora guadagnandoci un milione netto. Echi lontani qui in Stiria, per mia fortuna. Io vado da Elke Kahr, magari resto.

Graz è bellissima. Se Salisburgo è una scatola di cioccolatini per amanti della musica, Graz è Salisburgo sotto doping, più vivace e più grande. Tutte le cose al suo posto: bel fiumone tipo Inn, colline tutto attorno, collina dentro con castello sopra, cerchia di mura con meravigliosi parchi attorno, un centro intoccato che va dal medioevo al barocco passando per un cinquecento purissimo di ispirazione italiana che solo il castello di Cracovia, ottima posizione in ogni direzione, un bel festivalone musicale e teatrale.

Ma non basta. Nel mezzo del fiume qualcuno si è inventato un’isoletta artificiale tutta di metallo con un’arena per spettacoli, qualche locale, un museino; proprio di fronte, al posto di un vetusto isolato probabilmente di poco conto, è atterrato il friendly alien, come lo chiamano affettuosamente, il Kunsthaus Graz, il blobbone di Cook e Fournier.

Ora: il punto non è che piaccia o meno, secondo me. Il punto è se abbia senso e come si integri nel tessuto urbano e ancor prina sociale. Beh, quando la sera si illumina le persone, oggi me compreso, escono apposta per vederlo e stanno lì a bocca aperta, anche vent’anni dopo. Fichissimo. Prima che museo, non ha una propria collezione di arte contemporanea stabile, è uno spazio sociale e, mi pare, come tale è percepito. Bello? Brutto? Ognuno avrà la propria opinione, di fatto conta che faccia parte di un ragionamento ampio sulla città e i propri abitanti, sul presente e il futuro. Mi viene ovviamente da pensare al Maxxi a Roma – Hadid ha fatto cose anche qui -, abbandonato nel nulla di un quartiere senza prospettive, dato in gestione alla politica delle nomine, calato quello sì dall’alto senza un piano organico e, direi, dotato di umanità. Ecco, qui non pare, anzi, la Graz attuale offre grande vivibilità a ogni livello, il blob fa parte dell’offerta, chi vuole lo piglia.

Beh, se il certame è tra le città senza attrattive particolari – l’arena di Verona – ma affascinanti nel complesso, qui abbiamo senz’altro una nuova campionessa da podio, di prepotenza. Se unissimo a Graz le montagne attorno a Innsbruck, non dissimile per case e stile, andrebbe fuori scala. Per questo, al contrario del mio solito, qualche foto-cartolina per dare l’idea.

Ma qui c’è anche la compagna sindaca Elke Kahr, e ovviamente chi la vota, ed è la cosa che mi sconvolge di più, che per formazione politica è rivolta al problema casa e al reddito dei propri concittadini e io giro ebbro per una città che a me sembra già offrire una qualità di vita che noi, per davvero, ce la sogniamo da piuttosto lontano. Foss’anche solo che sto scrivendo sdraiato per terra nell’ennesimo meraviglioso parco, i cani cagheranno evidentemente da qualche altra parte, che la città pullula di posti che invitano le persone a stare – ricordate le panchine, pure senza dissuasore in mezzo? – e di iniziative delle persone per le persone. Avranno anche i loro problemi, non discuto e ne sono certo, ma al momento non saltano agli occhi. Voglio dire: ogni mezzo chilometro c’è un cesso di quelli chimici da cantiere, aperto e utilizzabile. Non sarà l’esperienza migliore del mondo ma, vivaddio, su questo si misura la civiltà prima che sulla gestione degli Imperii e l’esportazione della democrazia. Certo, è quello cui son sensibile io, ora. Ma nel 1938, all’entusiasta festa dell’anschluss, Hitler promise la fine della crisi economica e mille, mille!, anni di prosperità. Sette anni dopo i soldati sovietici entravano in città dopo quel che sappiamo. Partiamo quindi dai cessi e dalle panchine, un passo alla volta.


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minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: due, comparatistica varia, fiumi e fiumoni, acqua dove non deve, sistemi di cui non sappiamo nulla, scavallo e vado

Non che a Lubiana manchino sobri esempi di leggerezza ed esuberanza jugoslava, tutt’altro, ma si stemperano, specie nel centro, con altri stili e forme e il puppurrì a me non dispiace affatto. Certo, a me piace pure la dance jugoslava anni ottanta, non faccio gran testo, e anche l’estetica dell’est, dalla cecoslovacchia alla mongolia, la trovo accattivante.

Ostalgie, ho l’ostalgie, lo sapevo già. Comunque: le città che preferisco in assoluto sono quelle che non hanno nulla di particolare in sé – cappella degli Scrovegni, per capirci – ma che, prese nel complesso, risultano oltremodo gradevoli e affascinanti. Su tutte, Riga, Amburgo, poi Kaunas, Nancy, Metz, Poznań, Toruń, Siviglia, Treviso, Catania eccetera, comparatistica urbana, si libera mica una cattedra? Tra esse, sicuramente Lubiana e dove sto andando, se non piglio una cantonata: Maribor.

Maribor, Marburg, Maribor, Marburg, ovvero: città storicamente a prevalenza tedesca su quella slovena o slava, ogni volta che una parte predominava erano guai. Per restare al recente, con l’occupazione nazista gli sloveni furono allontanati o fatti fuori, appena dopo la fine della guerra la popolazione tedesca si ridusse a uno zero virgola. Ma la storia va ben più indietro nei secoli, passando per la Marburger Blutsonntag, la domenica di sangue, non l’ultima. Da come chiami la città si capisce da che parte stai. Io Maribor, è in Slovenia, giusto così. Nella Stiria slovena conviene arrivarci in treno da Lubiana, quello lento perché costeggia la Sava e la Savinja per una decina di fermate impronunciabili e attraversa alcune tra le valli più belle del paese, la strada come spesso accade non è così suggestiva, tende al dritto. La zona è proprio quella funestata dalle alluvioni delle scorse settimane, sono arrivati aiuti da ogni parte di Europa, Friuli Venezia Giulia da noi per ovvio principio di vicina fratellanza, e persino dall’Ucraina, sempre più rivolta all’Europa. Infatti, a Litija tocca trasbordare su un pullman perché la linea è interrotta e poi ripigliare il treno più avanti. Non è che si capisca granché, ci sono parecchi pullman e quando rivolgo a un autista un interrogativo Maribor? la risposta è un grumo di consonanti che finisce con una cosa tipo drumolavie, ma l’atteggiamento fatalista slavo dice più chiaramente: magari sbagli autobus e semmai muori, che vuoi che sia? Hai ragione, amico, andiamo. La Sava è impetuosetta e verdona, qualche giorno fa doveva essere parecchio più alta, a guardare le piante e il fango. Tutti i ponti sono chiusi, i piloni trattengono i tronchi, in alcuni punti, dove la valle si stringe, la strada ha ceduto, nei paesi stanno togliendo i sacchi dalle rive solo ora. A Trbovlje, che non è un paese ma un grosso cementificio stretto in una gola, risaliamo sul treno, che fa i primi chilometri a tre all’ora, giustamente, e alla fine ci metterà due ore in più.

Il paesaggio è molto bello, sullo sfondo alcune montagnone che richiamano le Dolomiti, attorno colline ricoperte di foreste e in mezzo fiumi e fiumelli e pratoni o declivi più alpini, verrebbe da camminarci per settimane. Gli appassionati di sci e di coppa del mondo Maribor la conoscono eccome. Oh, son mica tutte rose e fiori, ho appena costeggiato una bella centralona con enormi cumuli di carbone tutti da bruciare ma sarà che vengo dalla pianura padana, a me l’aria di fuori sembra sempre più fresca e salubre. Ecco, se fedele alle mie funzioni di servizio dovessi consigliare i migliori posti in Europa per svaghi nella natura, direi: questo pezzetto di Slovenia, appunto, la valle dell’Elba tra Praga e Dresda, la Transilvania e il delta del Danubio, alcune valli del Trentino, la valle della Mosella tra Nancy e Treviri, inarrivabile. E nemmanco me pagano. Dalla confluenza con la Savinja la valle si apre, compaiono frutteti di mele e qualche punto turistico in più, un vero paradiso per camminatori e ciclisti, il treno accelera e ora è tutta discesa verso Maribor.

La parte inferiore del finestrino, quella sotto l’umidità con la linea netta e più limpida, è acqua. Deve aver davvero piovuto un po’ troppo. Io e il mio vicino di posto, zaino anche lui, ce la ridiamo per un po’ ogni volta che il treno frena o accelera. Sagace intrattenimento delle ferrovie slovene, metti pesciolino rosso. Per arrivare a Maribor bisogna attraversare la Drava, sulle cui rive sta, che è un fiumone che si mangia il Po per oltre cento chilometri, è uno dei maggiori affluenti del Danubio e divide due mondi: passo di là e ho fatto il salto, dal bacino geografico dell’Adriatico a quello, mi tengo forte, del mar Nero, altro che dado sui ruscellini. Bon, son di là, si va avanti e già son Carpazi, le pianure della Pannonia e lingue borbottanti che è un vero piacere.


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minidiario scritto un po’ così di un giro balcanico-carpatico: uno, la gita scolastica, le città fondate nei posti giusti, i parchi che possono essere usati, imparo l’arte del luogo

Riparto, finalmente. Con mossa per me inedita, avvio il viaggio con un pullman, un flixbus, per ragioni di orari e di collegamenti. L’atmosfera a bordo è più vicina a una stalla in gita scolastica che a un viaggio organizzato, comprensibile a ben guardare la tratta: Bordeaux-Bucarest. Ma io scendo prima. Salgo a viaggio ben avviato e mi vien subito sonno, sarà la mancanza di ossigeno e l’aria addensata. Siamo seguiti da tre Ducati, furgoni, ricolmi di cartoni che trainano altrettante auto, una Jeep. Io sono in penultima fila, cioè nella zona meglio di qualsiasi gita in pullman, e dietro di me ci sono tre sessantenni rumeni dalle prosperose pance che non smettono mai di parlare e mangiano centrioli sottaceto da un enorme barattolo. Bella musica, si può immaginare, sacchetti di cibo per il viaggio e mises improbabili che arrivano alle sole mutande. D’altronde sto andando a est, meglio entrare subito in clima, ho già desiderio di ćevapčići. Già mi immagino che nelle prossime sette ore possano scoppiare svariate risse, un matrimonio e un paio di funerali cantati a bordo del pullman, ed è subito Kusturica.

Stranamente, al confine ci fermano, il capo rumeno del flixbus raccoglie tutti i documenti e li consegna a una delle tre pattuglie di carabinieri al ciglio della strada, appena prima della barriera. Che poi barriera non è e non dovrebbe essere, vista la presenza della Slovenia nella UE, i pullman fermi sono parecchi. È notte, io farò tardi all’alberghetto sloveno e non sono mai entusiasta di consegnare i miei documenti a un tizio rumeno nella corsia di emergenza di un’autostrada di notte. Che strano. I fumatori esauriscono la capacità di fumare sigarette consecutive e risalgono, aspettiamo; una ragazza bionda non troppo contenta è attorniata da quattro panzoni che fanno trascorrere il tempo conversando con la persona evidentemente più interessante del pullman; l’autista dorme. Evidentemente, non lo scopro ora, esistono passaporti più pesanti di altri anche in Unione Europea. Alla fine ripartiamo a tarda notte e il commento sul ritardo del bus, a bordo e anche in albergo, è as always.

Una proposta sconcia alla galleria nazionale slovena?

È domenica mattina e ci sono i mercatini, lungo la Ljubljanica. Soliti, dischi, lampade di antiquariato, bigiotteria e l’immancabile banchetto con i memorabilia di Tito: ritratti, libri, discorsi su vinile, bronzi, spille, solito. Ovviamente qui percepisco la cosa come para-antiquariato, quasi pop, paccottiglia in vendita come i dischi del quartetto Cetra senza adesione ideologica mentre i busti del mascellone in Italia mi fanno incazzare. Devo decisamente rivedere la mia linea di condotta. Ljubljana, Lubiana d’ora in poi, è città ad alta resa, ovvero tutte le comodità della città medio-piccola, amichevole e tirata a specchio, verde, ottima posizione tra colline, boschi e montagne più serie, e l’offerta delle capitali, musei significativi, servizi, infrastrutture. E infatti i turisti lo sanno, mica lo scopro io: tutto pieno o quasi e lungo il fiume i tavoli sono molti. La somiglianza immediata è con Cracovia, in linea d’aria nemmeno troppo lontana, Salisburgo, Heidelberg, Würzburg, Vilnius, dai, da noi direi i centri di Trieste, ovvio, Trento, Verona, non tante con così alta qualità d’offerta. Tutte queste città sono proprio nel posto dove dovrebbero essere le città, ovvero un fiume che scorre tra alcune colline, una più vicina alta ma non troppo per metterci il castello, sufficiente piano ma non troppo, vie d’accesso, buon clima, proprio dove si punterebbe il dito e modestamente Lubiana lo puntò.

Di mitteleuropa sono rimaste due o tre vie del centro, sotto il castello, poi complici un paio di rovinosi terremoti, l’avvento dell’architettura moderna tra cui per fortuna il liberty e, meno, il garbato stile jugoslavo, periferico qui rispetto, per dire, a Belgrado, il miscuglio è gradevole e riuscito. Si capisce che consiglio? Una bella fontana barocchina rappresenta i quattro fiumi sloveni con tanto di obelischetto ma il tutto si richiama troppo alla fontana dei fiumi di Bernini a piazza Navona per non essere buffa. Dopo di che, tutto passa in secondo piano rispetto all’eroe locale, Luka Dončić, inarrivabile, e proprio nella pallacanestro, qui. D’altronde, sempre avere uno slavo in squadra, che quando ci sarà da alzare i gomiti, lui farà il suo. Peccato ora non si riesca più a trattenerli, Lubiana-Dallas è un bel salto. Io di salto ne progetto uno più corto per domani, quindi giro in stazione per progettarlo e capire come, poi altri zonzi per quartieri interessanti di Lubiana, Metelkova per esempio, un giro tardo domenicale alla galleria d’arte nazionale per imparare qualcosa su tremila anni di arte slovena in due ore e poi, con merito se fatta la mia quindicina di chilometri quotidiana, una Sarajevsko lungo il fiume, accompagnata da innumerevoli ćevapčići e cipolle crude.

D’altronde, oggi è talmente bello che persino i condominii slavici fanno la loro figurina. E io mi concedo il lusso, come spesso in giro, di trovarmi una bella pianta in un parco usato come parco, sì, qua fuori fanno così, sdraiarmici sotto sull’erba e scrivere questo minidiario, leggere e perché no? dormire all’arietta fresca. Sto proprio da signore.


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in democrazia il cosa ottieni non vale mai più del come lo hai ottenuto

Ma porcocane, Michela Murgia.
Nessuno dice mai sono malata sto morendo, si dice sempre che ci si sta curando, che si è guariti. Cambiano gli sguardi delle persone, cambiano le osservazioni, in rete poco di buono da aspettarsi, specie per una come lei oggetto di odio di tanti e di affetto, spero, di molti di più. Lo sapevamo, ce l’aveva detto ai primi di maggio, ma questo non toglie nulla al dispiacere e al senso, grazie, di perdita. Ha detto a Cazzullo: «Si è creata una certa aspettativa, se non schiatto in breve tempo sembra maleducazione…». Che tempra. Come ha sempre fatto, e come un’intellettuale qual era fa, ha utilizzato ciò che le accadeva per trarne una norma, una linea sulla quale riflettere e partire per modificare le cose che non vanno, il matrimonio per esempio, controvoglia, «non saremmo ricorsi a uno strumento patriarcale e limitato se avessimo potuto garantirci i diritti a vicenda», deciso per quell’assurdità italiana per cui in articulo mortis solo i consanguinei e la moglie o il marito possono dare indicazioni sulla condotta terapeutica, altrimenti son carte bollate da morirne, mentre sarebbe così utile e umano che lo potessero fare anche le persone d’elezione, scelte prima. Molti lamentano la resa pubblica della malattia e anche in questo caso bisognerebbe imparare a non giudicare: lei era, ripeto, un’intellettuale e rendeva pubblica la propria vita per forzare certi legacci di società patriarcale, bigotta e talvolta fascista che ancora ci portiamo dietro e dentro, ciascun faccia come crede ma la si pianti di esprimere giudizi su chiunque.
Di cose, Michela Murgia ne ha dette tante e, spesso e in maggioranza, cose intelligenti di cui abbiamo un gran bisogno. È stata padrona di sé ed è importante, per quanto lo si possa essere quando a cinquant’anni ti comunicano una diagnosi nefasta, ha avuto il tempo per salutare e per mettere alcune cose a posto, spero che questi mesi di vita malata pubblica, di paura di notte, siano serviti anche a farle arrivare l’amore e l’affetto delle migliaia di persone che l’apprezzavano, a far sì che la comunità di persone come lei sensibili le si sia stretta attorno. A noi, qua, resta la perdita, ed è grave perché non sostituibile e il peso specifico della testa pensante che ora ci manca è parecchio, si fa e si farà sentire. Aveva detto di recente: «Il nostro vissuto personale oggi è più politico che mai, e se potessi lasciare un’eredità simbolica, vorrei fosse questa: un altro modello di relazione». Ed è in quello che io ho imparato di più da lei, come persona e come maschio, parlando di genere, ma il suo riferimento è anche al fascismo dei rapporti, alle sopraffazioni nelle relazioni, allo svilimento dei modi a favore degli obbiettivi. Ecco, a me come a moltissimi quest’eredità è presente, c’è e molti di noi, i migliori, la porteranno ad altri, mescolandola a tutti gli altri contributi delle altre teste pensanti che ci sono e ci sono state. E ci saranno, perdio, perché ci saranno eccome, anche grazie a lei, Michela Murgia.

that’s when that little love of mine / dips her doughnut in my tea

Il mistero del Canada prosegue, come possa aver contribuito in maniera così significativa alla storia della musica. Tra gli altri, e tra i migliori, Robbie Robertson, scomparso oggi.

Grande nella Band, sia come gruppo di Dylan nella svolta elettrica che da soli – lui, Danko, Helm, Hudson e Manuel erano tutti musicisti e compositori eccellenti con grande predominanza di Robertson -, i loro primi quattro album – in tre anni! Solo i CCR alla pari – sono fenomenali, che botto esordire con Music from Big Pink!, per poi proseguire con i strepitosi The Band, Stage Fright, Cahoots, testi mai banali. E grande poi nella musica per il cinema, con Scorsese più che altro, da The Last Waltz in poi, forse il primo documentario musicale che vidi. Meno, per me, la sua produzione solista e ammiccante agli indiani d’America, evidentemente avere alle spalle, pur come primo attore, una band così solida dava i suoi frutti, ricchi e succulenti. Before the Flood è senz’altro, con Alchemy e Made in Japan, uno dei live che ho ascoltato di più. Adesso The weight, che meravigliosa soprattutto in apertura, poi The night they drove old Dixie down, ballatona, la mia preferita Up on Cripple Creek che sfiora quasi il funk e avanti, The shape I’m in e quante meraviglie, un brindisi a Robertson.

live at Pompeii al tempo della destra stracciona

Nell’anfiteatro di Pompei, sì, quell‘anfiteatro, si sono riuniti ieri i rappresentanti del governo per promuovere la cucina italiana, sì, come bene unitario, alla tutela dell’Unesco. Ci saranno andati col treno mensile?

La pompa è magna, ops, perché si presentano in formazione il Ministro dell’Agricoltura e della sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, signora mia come si mangia in Italia, ci sono anche amministratori delegati, viceministri, direttori di museo, come mancare?
Il concetto è poverello, nel senso che non si ragiona di un settore, degli sviluppi futuri e dello stato delle cose, bensì di quelle che a destra chiamano sempre ‘eccellenze italiane’, vere o supposte, tra cui la cucina è regina, e che devono in sostanza essere oggetto di vendita al resto del mondo. La resa grafica, quindi, dell’assenza di idee risente dello stesso problema. Ecco il logo che non lo è:

Realizzato dagli allievi della Scuola della Medaglia dell’Istituto Poligrafico Zecca dello Stato, chiaramente non è un logo ed è, anzi, la solita accozzaglia di luoghi comuni italici, pomodori e ponte di Rialto, Leonardo, Verdi, Montalcini e nutella, prosecco e una pizza pepperoni abbastanza ridicola. Non è un logo, è una rappresentazione grafica e come tale abbastanza inutile. Il claim è il solito di quest’epoca destroidina, tutto maiuscolo e con i cuoricini con bandiera italiana al posto delle ‘o’: i🖤 am🖤 la cucina italiana, non ce la faccio a scrivere tutto maiuscolo, non è che siano morti dei creativi per lo sforzo.

Il pensiero corre, gioioso, a Open to meraviglia e bisogna tenersi forte, avere coraggio da vendere e grande coscienza di sé per sapere, e poi ammettere, che lo stesso concetto di ‘cucina italiana’ è farlocco, ha sì e no cinquant’anni, le nostre specialità sono perlopiù recenti e per dare uno sguardo realistico – grazie signor L. – c’è il bel podcast DOI – Denominazione di Origine Inventata di Grandi e Soffiati. Così qualcosina in più si sa, oltre a Dante in padella col pomodoro pachino.

la mia opera di street art preferita di sempre

Sono davvero davvero lieto di presentare Arthur Wellesley, I ducaconte di Wellington, generale vincitore a Waterloo, due volte primo ministro, Feldmaresciallo Sua Grazia e sa il diavolo che altro, con il suo maestoso cono.

Non avrei saputo pensare a un ornamento più appropriato. Perbacco, uno anche per il suo fido destriero.

È forse un unicorno, chiede qualcuno? Ma che dire? Non bastano i coni per un sì alto rango, ne vanno aggiunti altri, mostrine su mostrine, onori su onori.

Accade poi qualcosa, che so? l’invasione dell’Ucraina, e il ducaconte Wellington è certamente attento all’attualità e non si lascia sfuggire l’occasione di dire la propria.

Anche in occasione di qualche festa dei bambini. Adorabile.

E a natale no?

A volte il ducaconte vuole strafare ed esagera un po’.

(Con questa me faccio addosso per davvero). A volte la Scozia e lui con lei vorrebbe tornare in Europa e lo fanno notare (no, non è il cappello di un mago, era il triste giorno della Brexit).

A volte, invece, si sente solo bene, in forma, e gli va di essere elegante e sbarazzino. Perché quel giorno gli sta bene tutto.

Quando poi la Scozia vince buona parte delle medaglie inglesi alle olimpiadi è proprio il caso di farlo notare.

Come ogni gentiluomo di rango, ha naturalmente un assistente personale che lo riveste a sera.

(E bisogna pure andare con la signora scala tutte le volte). Volendo c’è anche il suv’nir, come si confa ai luoghi turistici.

Quello senza coni ovviamente non c’è. Perché a chi importa?

La statua del ducaconte sta davanti al Royal Exchange di Glasgow, oggi Galleria d’Arte Moderna. Opera di Carlo Marochetti, fu eretta nel 1844 – il ducaconte vivente – per celebrare il vincitore di Waterloo e così in tutto l’impero. Dagli anni Ottanta, almeno, la meravigliosa popolazione locale cominciò a vestire il capo del ducaconte con un cono stradale, così che la marzialità del militare andasse a farsi benedire con fare istantaneo. A ogni rimozione, una nuova collocazione. A volte, come visto, anche più di una, spesso anche il cavallo ne gode. Nel 2005 il consiglio comunale di Glasgow chiese ufficialmente di piantarla, adducendo danni al monumento come motivo, un costo di cento sterline a ogni intervento ma è chiaro che non siano gli argomenti giusti per negoziare in questo caso. Allora approvò un assurdo progetto da sessantacinquemila sterline per raddoppiare l’altezza del basamento ma una campagna prima social e poi di persona in manifestazione, “Keep the Cone”, dissuase il consiglio. Pare che, pervicacemente, si sia testato un software CCTV, costo 1,2 milioni di sterline, in grado di rilevare automaticamente le persone che mettono i coni sulla statua ma la cosa non ha avuto ancora un seguito. Fatto sta che uno o più coni sulla testa del ducaconte ci sono sempre. Il che ne fa uno dei miei monumenti preferiti e, per estensione, l’opera di street art che preferisco per il sensazionale dileggio del potere.

Oggi nel senso di oggi fino al 28 agosto, il Museo ospita la prima mostra ufficiale di Banksy, Banksy: Cut and Run. 25 years card labour – e niente niente avviene mai per caso – e ieri è stato un vero spasso guardare il campionato del mondo di ciclismo – per inciso: gara bellissima, non poteva succedere di più – che per dieci volte ha imboccato il rettilineo di Ingram street davanti al ducaconte ornato, anche stavolta, del suo bel cono.

Per quanto mi riguarda, il cono del ducaconte è motivo più che sufficiente per andare a Glasgow che non brillerà per bellezza in sé ma di certo la popolazione esprime grandi qualità che suscitano la mia più completa riverenza.

e il nuovo imperatore del Sacro Romano Impero è…

Ivan Babcock da Mason County, Michigan.

Private First Class (PFC) dell’esercito, non perse l’occasione di farsi scattare una foto in una miniera tedesca il 3 aprile 1945. Come i più avvisati hanno già colto, si tratta della corona imperiale, non quella di Carlo Magno ma quella di poco dopo, circa decimo secolo, e utilizzata fino alla dissoluzione dell’Impero, nel 1806. Ivan Babcock, come Napoleone, la corona se la mise in testa da solo e sebbene nel 1945 l’Impero non esistesse più, direi che qualche pretesa potrebbe averla avanzata, almeno fino al 1994, anno della sua scomparsa. Come in un film di Landis. La foto è del suo commilitone T/5 E. Braum.

Ah, dai: rassicuro i più ansiosi, quella sulla testa di Babcock è la replica del 1915, nascosta comunque dai nazisti, quella vera stava in un bunker a Norimberga, sotto il castello dove anche ora sta. Non è per davvero imperatore. Bella foto, l’avrei fatto anch’io senza esitare un attimo.

la brutta abitudine di fare i conti in tasca agli altri senza dirla tutta

E senza guardare i propri, di conti e di tasche.
Buffo che a tutti i giornali italiani di questo agosto non sia sfuggita la notizia dell’aumento del prezzo del Guggenheim a New York, da venticinque a trenta dollari, che segue quello del MET, del Whitney, del MoMA e del Museo di Storia Naturale da un anno a questa parte. Inflazione, diminuzione dei visitatori, cose così. I commenti dei giornali italiani sono salacetti: «Per il turista venuto dall’Italia il nuovo tariffario appare da capogiro soprattutto se confrontato a quello di altri musei della penisola: se l’ingresso agli Uffizi costa 26 euro (più quattro euro di prenotazione), i Musei Vaticani si fanno pagare 17 Euro, la Pinacoteca di Brera 16, mentre al Mann di Napoli 23 euro permettono una visita di due giorni». Perché si fanno i paragoni e sono curiosi, perché agli Uffizi il 26+4 fa proprio trenta, e si dimenticano di citare le facilitazioni di là: residenti e coloro che studiano in città non pagano un biglietto, lasciano un’offerta libera, e le riduzioni a 22 dollari per gli anziani e 17 per gli studenti al MET, per dire. E al Guggenheim con 75 dollari, tutti deducibili, si diventa membri e si entra quando si vuole e si vede ogni mostra aggratis. Ovvio puntino su quello e scoraggino le visite occasionali. Ma è più bello non dirlo. Verrebbero a questo punto confronti sui musei stessi che non si faranno perché siam pur sempre dei signori.

Facciamo allora le comparazioni con altri settori, sempre gli stessi giornali:

E allora io dico che per me un Guggenheim a un prosciutto e melone e mezzo va benone, lascio questo e piglio senz’altro quello, senza esitazioni. A Forte dei Marmi manco ci vado e perché dovrei, quando posso andare a New York spendendo meno?

Peraltro nella foto l’ombrellone non ce l’ha nessuno. Sarà per il costo?