laccanzone del giorno: Bill Withers, ‘Use me’

Accidenti, avevo fatto laccanzone ieri e oggi ho saputo della morte di Bill Withers. Oltre al dispiacere, perché l’ho ascoltato tanto (e anche molti di voi, sebbene non lo sappiano), mi pare davvero il minimo dedicargli una laccanzone. Ma prima: Withers ha scritto, per dare un’idea, alcune canzoni per cui molti autori avrebbero ucciso – come minimo – per averne scritta anche una sola. Una. Lui, molte. Ne dico? Beh, attenzione: «Ain’t no sunshine», «Lean on me». E poi «Lovely day» e «Just the two of us».
Capito la levatura?
Io metto «Use me», che è la sua canzone che preferisco, ed era la quarta del suo secondo disco, «Still Bill» del 1972, e precedeva proprio «Lean on me». Voglio dire: davvero troppo per un uomo solo (io). Per lui, normale. Già solo all’inizio è impossibile stare fermi, a meno che non siate oggetto di sequestro.

Arrivederci, signor Withers e grazie, di cuore, per tutte quelle meraviglie. Le prometto che ne farò buon uso anche ora che lei è in viaggio.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 26

La giornata si apre con la notizia (le notizie, in realtà, perché come ogni notizia del periodo circola in multiple varianti) che in Cina (cioè Wuhan e zone limitrofe) i contagi sono in ripresa e, di conseguenza, hanno deciso di richiudere ciò che era stato aperto qualche giorno fa. Prima di tutto, devo dire che la cosa era prevedibile, lo scenario del tira-e-molla tra aperture e chiusure è il più credibile anche qui. Poi, noto con un filo di sgomento che l’andazzo della stampa negli ultimi giorni, non essendovi grandissime novità dai numeri del contagio e dai decreti del Governo, è di sparare una non-notizia a quattro colonne, dicendo poi nell’articolo, se va bene, che si tratta di un’ipotesi e riportando favorevoli, contrari e chi lo sa. Rimarremo in quarantena fino al 18 maggio. Bam! Il virus si trasmette nell’aria! Pum! Il caldo non servirà a nulla! Badabàm! Così, del tutto inutile, sia perché sono asserzioni prive di fondamento, spesso palesemente false, sia perché non apportano alcun elemento in più alla comprensione di ciò che accade. Risultato? Io e altri come me non ascoltiamo più le notizie, se non sporadicamente e verso la fine della giornata, perché se accade per sbaglio di accendere la radio appena svegli, la giornata è senz’altro rovinata.

(AP Photo/Nariman El-Mofty)

La Cina, dicevo, e giù con i ragionamenti dicendo che la seconda ondata della febbre spagnola fu quella sì che fece i morti per davvero, naturalmente il fatto che il contesto fosse un filino diverso – una guerra mondiale, le trincee, condizioni igieniche spaventose, un’idea approssimativa dei virus e della loro trasmissione – non sfiora chi vuole a tutti i costi partecipare al dibattito. Ecco, il silenzio: sembra di essere in un pollaio, stiamo starnazzando tutti a ogni latrato, hai sentito? hai visto?, hai saputo?, e io da qualche giorno ho davvero bisogno di silenzio, perché sono stufo di radio, internet, messaggi e diosachealtro che invadono la giornata con numeri incomprensibili, grafici, tendenze, conferenze, virologi, consigli veri e soprattutto falsi, meme e scemenze, modi per impiegare il tempo, resoconti di gente che fa feste per strada, gente che fa incetta di lievito, signore guarda giù, e anche, se posso dirlo, di telefonate in cui, ovviamente, l’argomento è unico e il cui scopo non è rassicurarsi o avere qualche minuto di sollievo ma scambiarsi fosche previsioni sulla grande distanza. E i tamponi? Omioddio i tamponi, perché non ne fanno di più? Perché non vogliono farli, loro, è evidente. Ma che ne so io di tamponi, se ne vadano fatti di più o di meno o va bene così, non ne so nulla e non ne vorrei parlare, ne parlino coloro che sanno qualcosa di tamponi e sulla loro utilità. E invece no, dobbiamo parlarne tutti. Non vorrei nemmeno sentire i brani degli artisti fatti da casa per tenere compagnia o per opere di solidarietà, va benissimo raccogliere soldi ma se ne può parlare, senza registrare una schifezza in salotto. Non vorrei nemmeno sentire più che andrà tutto bene, perché qua non va bene proprio un cazzo, facciamo che lo dico, una volta, e poi riabbassiamo la testa e ci concentriamo per superare il periodo: ’sta faccenda che ci sta capitando è una vera, solenne merdata, la vita che facciamo è piuttosto brutta e ci attendono tempi abbastanza schifosi. Uff, l’ho detto, possiamo ricominciare.
Andrà tutto bene.

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laccanzone del giorno: Eagles, ‘In the City’

Io so esattamente quando sentii per la prima volta questa canzone: fu quando vidi “I guerrieri della notte” alla tv. Il film è del ’79 e siccome io ero un ragazzino precoce e ne ho un ricordo indistinto (guerrieeeeeri), direi che erano giù di lì quegli anni. La canzone fu scritta da Walsh, chitarrista degli Eagles, proprio per il film. La banda, sentito poi il pezzo, decise di includerlo nel disco successivo, «The Long Run».
È per questo che la versione del film è leggermente diversa da quella degli Eagles, che a me piace di più ed è quella che metto qui. Perché ha l’inizio strepitoso con la passata di corde, tsz-tsz, e poi parte, una meraviglia: il classico sound Eagles con Walsh.

Poi la canzone è stata riutilizzata un miliardo di volte, ho già citato «Rick and Morty» e rimando a quello per tutti, puntata sette della terza stagione.
Oggi «In the City» non è tra le canzoni più note del gruppo, non è nemmeno tra le più ascoltate, ma c’è una ristretta cerchia nel mondo che oh si! eccome se la conosce e se la ascolta. Fatene parte anche voi, se finora no.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 25

È il primo aprile, il che vuol dire scherzi. E lo scherzo migliore lo fa l’INPS che decide di cominciare oggi ad accettare le domande per «l’indennità da 600 euro che spetta agli autonomi come bonus di marzo per i mancati guadagni dovuti all’epidemia» (questo lo so perché riguarda me) e altre agevolazioni che non so (perché non riguardano me). Ma per non farci mancare nulla e per rendere più sagace lo scherzo, l’INPS nei giorni scorsi ha annunciato che i fondi sarebbero stati a esaurimento e, non contenta, erogati secondo l’ordine cronologico di presentazione della richiesta. Comportamento atteso? Forse una fila virtuale disciplinata e gentile? Esatto. Come prevederlo, d’altronde? A mezzanotte tra il 31 e l’1 il sito è già offline. In tilt completo. E peggiora. Naturalmente domani il presidente parlerà di un attacco hacker, inverificabile, ma l’evidenza sta proprio lì: l’insipienza nella comunicazione crea il caos. La coincidenza è che io sto facendo un’altra cosa e non ho sonno, quindi alle due e rotti, prima di andare a letto, decido di fare un tentativo e, spingendolo a mani nude, il sito risponde e lentissimamente mi fa fare quello che devo: la richiesta. Vado a dormire immaginando già il domani. Infatti, un casino: il sito è completamente andato e non basta: entrando, rende visibili i profili altrui. Una meraviglia che nemmeno i più fantasiosi. I fresconi, tra l’altro, non hanno tenuto conto che il sito serve anche ai patronati, ai CAF, e a un sacco di persone ed enti per lavoro i quali, ovviamente, stanno fuori come tutti. INPS chiaramente rettifica, spiega che le domande si potranno fare con calma e che, ahinoi, c’è stato un attacco hacker. Gli hacker se la ridono perché l’INPS, stavolta, ha fatto davvero tutto da sola.

Fuori c’è la primavera, maledetta, oserei dire indifferente. Le misure di contenimento sono state prorogate fino a dopo pasqua, questo era ovvio, visto che sarebbe stato il delirio. La stanchezza comincia a regnare sovrana tra le persone che sento, anche quelle organizzate che non conoscono la noia, tra cui me medesimo. Succede un mezzo casino per una dichiarazione non chiarissima del ministero dell’Interno che lascia intuire che si possano fare passeggiate con i bambini. Putiferio, sensatamente l’autorità chiarisce ma i genitori, come spesso accade, fanno menella. E io posso dirlo? Ma chissenefrega della passeggiata dei bambini, teneteli a casa e bon, come fanno tutti. Siete autorizzati a fargli fare il giro dell’isolato e non rompete, punto.
Ho un’urgenza e, come tale, ho il diritto all’uscita, all’autocertificazione che ormai non faccio più, al giro fuori: devo lavare lenzuola, asciugamani e biancheria. Perché non ho la lavatrice. La borsa parla da sé e se presentata al vigile darà la misura, inequivocabile, dell’urgenza. Vado alla mia lavanderia automatica preferita, incredibilmente sono da solo, faccio il mio bucato, lo asciugo, lo piego nella perfetta e meravigliosa solitudine dell’atto di riportare le cose alla situazione iniziale. La mia quarantena, da questo punto di vista, riparte dal giorno 0 (zero).
Wimbledon è stato cancellato, capisco il trauma di Federer ma è un po’ capitato a tutto lo sport in generale, olimpiadi incluse e il campionato di basket italiano, che mi vede abbonato, pure. Quindi, perdita secca anche economica, non solo di svago. Lo sport è talmente kaputt che ora è possibile scommettere online sul meteo, per esempio se ci sarà il sole a pasquetta. Ma non solo, è possibile scommettere anche sugli ascolti tv. Eh sì. Io scommetto che ’sta roba del virus sarà una bella menata.
Vinto?

Poi le bambine mie vicine mi portano un pescie d’aprile, scherzo nello scherzo, e mi fanno un gran regalo. Grazie.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 24

Dopo il tempo dell’emergenza, le prime settimane, in cui gli unici pensieri erano rivolti a contenere l’onda d’urto, adesso cominciano a farsi largo i ragionamenti e qualche, seppur timida, conclusione sulla situazione e su come essa sia stata gestita finora. Perché i dati – e su quelli già c’è un enorme dibattito perché non si capisce come siano raccolti e non sono per nulla omogenei tra loro – sono molto differenti, per esempio tra Lombardia e Veneto, i due epicentri, le cose paiono molto diverse. E tra Lombardia e resto d’Italia, tra l’altro, in particolare con l’Emilia, zona che oltre a essere confinante è simile per tessuto produttivo e concentrazione di persone. Ora, assumendo che in Veneto non la raccontino giusta, questa è la conclusione più diffusa al momento, colpisce la diversità dei contagiati e dei morti in Lombardia rispetto a tutte le altre zone. Motivi? Qualcuno dice inquinamento, qualcuno dice perché fuori mentono, qualcuno invece parla di errori. E tra coloro c’è anche Harvard, che ha commissionato uno studio dettagliato sulla gestione lombarda della pandemia e ne ha considerato numerosi errori: l’ospedalizzazione spinta della crisi, lo scarso tracciamento, i pochi test non determinanti, l’attenzione rivolta principalmente ai pazienti sintomatici, il poco tempismo nel prendere provvedimenti e così via. La conclusione, in sostanza, è che è possibile commettere errori, specie in situazioni che non hanno riferimenti in precedenza, ma non bisognerebbe perseverare, cosa che la Lombardia avrebbe fatto, a danno di malati e morti. Difficile valutare la cosa per me, nella mia stanzetta ancora più angusta di prima, di sicuro posso aggiungere per esperienza diretta che è costume della regione e degli abitanti anteporre il fatturato alle questioni di salute e così, a parer mio, anche stavolta è successo: molte aziende riconvertono una parte della produzione per produrre materiale sanitario non perché sia nobile ma perché quell’unico codice ATECO consentito permette di tenere aperto tutto. Fino ai controlli che, comunque, non arriveranno. Qui attorno e mentre sono in giro per le spese, vedo molta gente che lavora e non dovrebbe. Non che questa sia una spiegazione sufficiente, ma va ad aggiungersi a quella che è, senza dubbio, una situazione di crisi dovuta a molti fattori concomitanti, tra i quali il virus è la causa scatenante. Per fare un esempio emerso in queste ore, la Regione Lombardia ha (aveva, a questo punto) un piano pronto per affrontare un’ipotetica pandemia e, tra le altre cose, questo prevedeva un fabbisogno di ottantamila mascherine per tutta la regione. Al mese. In questa crisi, la richiesta è di trecentomila mascherine. Al giorno. Quindi? È arrivata una pandemia cattivissima impossibile da prevedere o, forse, i conti sono stati fatti con una certa leggerezza? Forse alla prossima stretta mi faccio trovare in Trentino.
O, forse, la soluzione potrebbe essere quella del Turkmenistan (che infatti dichiara zero contagi): abolire la parola «coronavirus». A posto, fatto, bastava pensarci. La parola proibita sarà sostituita da, mmm, «bellezza». A causa della ‘bellezza’ non è possibile uscire di casa. Signora, non so come dirlo, ma lei ha preso la ‘bellezza’. Meglio? Molto.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 23

Ecco, l’ora legale: è sempre stata una gioia, una festa per gli occhi, sette mesi di luce in più e fin dal giorno dopo ogni attività si è prolungata verso la sera, che so?, camminare in collina o giocare all’agricoltura o stare fuori, in generale. Ecco, ora no. Stavolta no. Succede uguale, viene buio più tardi ma il pensiero, non solo mio da quanto vedo, è stato: oh, quand’è-che-viene-buio? Perché non poterselo godere è peggio che non averlo. Come, direi, ogni cosa. Straziantella, a pensarci.

I dati sono in timida discesa e la cosa è rassicurante, sia dal punto di vista concreto – i malati – sia dal punto di vista dei reclusi, lo sforzo ha significato. Bene. Naturalmente non se ne parla di allentare le misure, mi pare giusto, ancor più visto che tra due settimane è pasqua e sarebbe un delirio di gente in giro con salame e uova a fare i contagi di pasquetta. Qualcuno ora dice fine aprile, qualcuno dice maggio, ipotesi, è troppo difficile fare previsioni su una situazione come quella attuale, per vari motivi: prima di tutto non esistono situazioni di riferimento dalle quali trarre conclusioni attendibili; in secondo luogo, la diffusione di una pandemia è dovuta all’intreccio di un numero così alto di fattori complessi da essere difficilmente dipanabile mentre accade. Cominciano però a circolare alcune indicazioni su cosa avverrà dopo e le riporto qui, quelle plausibili, per fare un confronto quando saranno accadute: si ipotizza una ripresa graduale, sia per età che per attività, il tutto punteggiato da test a tappeto e mascherina in ogni momento. Qualcuno, poi, si spinge oltre: uno scenario credibile ipotizza che a una riapertura graduale seguirà poi una ripresa delle restrizioni, magari non tutte, non appena il contagio ricomincerà a crescere (aeroporti e stazioni chiuse, parchi, cinema etc. chiusi, ristoranti e comportamenti sociali contingentati e così via). Attraverseremmo, quindi, diversi cicli di misure contenitive prima di raggiungere o la cosiddetta «immunità di gregge» attraverso i contagi graduali o attraverso la vaccinazione massiva della popolazione. In entrambi i casi, ci vuole tempo. Infatti, queste misure non possono portare a zero i contagi ma servono a proteggere i soggetti più deboli e a dare il tempo alle strutture sanitarie di curarli come si deve. La sfida, a questo punto, sarà trovare un punto di equilibrio tra questa esigenza e le esigenze lavorative ed economiche del paese, ed è per questo che già, in Italia, si fa un gran parlare di chi guiderà il paese in questa seconda fase. Danno tutti per escluso Conte, al momento, e il nome sugli scudi è quello di Draghi. Plausibile, vista l’esperienza specifica, io l’ho detto nell’autunno 2018, in tempi evidentemente insospettabili. Ci sono fattori, però, – tornando ai possibili scenari – che non conosciamo, per esempio se con il caldo il contagio possa recedere o meno, se per esempio alcune strategie come la localizzazione, i test a tappeto, il tracciamento dei contatti possano in qualche modo evitare il ritorno a forme di quarantena diffusa. Poi c’è il fattore farmacologico, ovvero che oggi non possediamo dei medicinali specifici ma qualora saltasse fuori un rimedio efficace, o una combinazione di rimedi già esistenti, allora la situazione potrebbe cambiare favorevolmente. Anche le ormai comprese modalità igieniche e di distanza sociale potrebbero aiutare a non ricadere in forme di isolamento così forti, difficile dirlo. Ma l’ipotesi di cicli di contenimento al momento pare la più probabile. La Corea del sud, memore delle esperienze di SARS e MERS, ha invece fatto scelte diverse e durevoli nel tempo, forniture costanti di dispositivi di sicurezza personale e aziendale, comportamenti diffusi, strutture sanitarie pronte all’evenienza e così via, ma è pur vero che il modello non è del tutto esportabile in Occidente, poiché in Corea il controllo statale è davvero ferreo.
Cosa ci aspetta? Vedremo. Nel frattempo, quand’è-che-viene-buio?

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 21

L’angolo di visuale è sempre più ridotto, senza il confronto con le altre persone: si dice di possibili tumulti, avvertono i servizi segreti non deviati, si racconta di qualche furto della spesa fuori dai supermercati, chissà se uno o decine?, di sicuro più aumentano le persone, le piccole imprese e le aziende in difficoltà – dato che le entrate sono ferme per molti, me compreso – e più c’è spazio per approfittarne per gente senza coscienza e più c’è spazio per casini, fomentati e non. E poi: newsletter false di richiesta di sostegno economico a nome delle maggiori ONG, finte lettere intestate al Viminale, appese in alcuni condomini, che invitano a lasciare il proprio appartamento, sono episodi o fenomeni più ampi? Difficilissimo dirlo stando davanti a un computer senza poter uscire, la certezza è che ci sono persone talmente miserabili d’animo che manco riesco a immaginare. Lo so, niente di nuovo ma constatarlo di persona mi colpisce e mi fa soffrire ogni volta.
Nel frattempo, nel resto del mondo il virus si sparge senza risparmio, in particolare in USA e Spagna, particolarmente impreparati. In Europa, l’Olanda prende una posizione particolarmente irritante sostenendo il ciascun per sé (è da tempo che lo vado dicendo: la loro non è libertà, le droghe leggere, la prostituzione, è completo disinteresse per gli altri) e Prodi, un ottantenne di classe infinitamente superiore alla quasi totalità dei più giovani datisi alla politica, risponde per le rime, unico o quasi. Bastano alcune timide righe sui giornali che ipotizzano una timida recessione del numero di contagiati (che vuol dire: diminuzione dell’aumento) e la lettura collettiva è ovviamente a proprio favore: «qual è la prima cosa che farai quando potrai uscire?», chiede Repubblica da ieri. Eh no, così non aiutate. I microbi della politica, Renzi, Meloni, dicono bestialità fregandosene delle conseguenze e bisognerebbe ricordarselo, poi. Salvini no, lui va dalla D’Urso e insieme recitano in televisione l’Eterno riposo, vivaddio senza più nemmeno il pudore della preghiera. Schifosi. Nel frattempo, arrivano trenta medici albanesi in aiuto e il presidente albanese Edi Rama fa un discorso encomiabile, per contenuto e modo, perché sa che casa è dappertutto. Ovviamente poi prende il plauso peloso anche di chi, qui, pensa che casa sia solo in una villetta in periferia in pianura padana e poi al bar dice castronerie sugli albanesi.
A proposito di bar: io è dal 7 marzo che non bevo un cappuccino. Più o meno come tutti, ne sono a conoscenza. Mi manca il bar, quel momento in cui tutto deve ancora iniziare e io mi concedo il bancone e, appunto, il cappuccino. È una cosa che apprezzo sinceramente quando la faccio, non ho bisogno di rendermene conto ora: ecco perché mi manca. Come i concerti, le partite di basket, le cene fuori, le zingarate e soprattutto i viaggi. Madonna, meglio che non ci pensi. Perché tra tutte le cose che ripartiranno gradualmente, quelle saranno di certo le ultime. Un treno? Un aereo? Un pullman? Ciao. Mi trovo a guardare le mappe, a segnarmi i posti da vedere, costruire itinerari immaginari: sì, Eisenach, poi Gotha, Erfurt e Jena, perché Weimar la conosco. Comunque, un giretto, impossibile saltarla. Sì, treno regionale perché sono tutte a un tiro di schioppo, diciamo un giorno per una. Beh, poi di sicuro tornare a Lipsia, a vedere la chiesa di Bach, o a Chemnitz, per salutare il testone di Marx. Aaaaargh.

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Il trucco è trovare persone bisognose di spesa vicino ai posti dove mi interessa andare. Mi spiego. L’ho detto, cerco di rendermi utile facendo la spesa per il maggior numero di persone possibile: questo ha senso poiché una persona, io, a fronte di molte, loro, in giro; e ancor di più perché permette a loro di non dover uscire e, di conseguenza, correre rischi inutili. E, lo dico, permette a me di stare fuori all’aperto invece che chiuso in casa. Quindi, spesa e missione di necessità all’interno del Comune. Tutto bene, tutto lecito finora. Anche se, ormai, si comincia a non capirlo più, all’ennesimo (quinto?) modello di autocertificazione da compilare e portare con sé: adesso è talmente complicato che richiede di autodichiarare di essere a conoscenza delle norme, statali e regionali, che regolano i movimenti in questo periodo. Ed è falso, almeno nel mio caso: non ho letto le norme, ho letto qualche articolo che le sintetizza e bon, esco. Con il modello di autocertificazione precedente. Perché essere a norma va bene ma dover uscire per la quinta volta, raggiungere l’ufficio perché non ho la stampante, ricompilare tutto, stampare e tornare a casa mi pare davvero irragionevole. Oltre a tutto, ho il sospetto che più il modulo si infittisce e meno i vigili fermino le persone. Un’idea così. Tra l’altro, come avevo immaginato addirittura io che so poco di tutto, le sanzioni sono slittate dal penale all’amministrativo: ovvio, fin dall’inizio mi chiedevo come avrebbero fatto poi a gestire un numero così alto di denunce.
Tornando all’inizio, devo pianificare gli spostamenti in modo sensato, sia per non compiere inutili giri (il vigile non lo capisce), sia perché c’è un posto che mi interessa visitare con una certa frequenza e dove non potrei andare secondo quelle che suppongo siano le norme attuali. Allora, ho cercato e trovato una signora bisognosa di spesa nei paraggi e vualà, il gioco è fatto e ho il lasciapassare. La signora si chiederà come mai ciclicamente io insista per andare ad acquistare qualcosa per lei.
Le persone recluse in casa percepiscono il non poter andare a fare la spesa come una riduzione della propria autonomia, prefigurazione del futuro, per cui tendono a innervosirsi (non tutti ma insomma, poi l’età non aiuta). Cerco di spiegare loro che le cose non hanno relazione, la pandemia e la loro mobilità, subiamo tutti una riduzione di autonomia ma, solitamente, non c’è verso. Alcuni provano vergogna e si scusano di continuo, e la cosa mi commuove mentre cerco di spiegare come la vergogna sia proprio un sentimento fuori luogo, in questo caso. E poi c’è il problema dei soldi: io anticipo la spesa, ovvio, e molti di loro vorrebbero rimborsarmi subito. Capisco ma non c’è modo, visto che non hanno la possibilità di reperire contanti e men che meno fare operazioni online. Tenete i conti, alla fine pagherete tutto, eheh.

Venendo al generale, la pandemia si sta diffondendo dappertutto, gli USA sono prontamente diventati il paese al mondo con il maggior numero di contagiati, Germania e Francia dopo gli sberleffi iniziali si sono adeguate al modello di contenimento italiano, la Gran Bretagna dopo un delirio iniziale dovuto a cultura e orgoglio (incredibile come le nazioni reagiscano come i singoli individui) ha chinato il capo e sta solo ora cercando di fare fronte, considerando che ha una sanità pietosa, a est Europa il contagio non pare progredire (il miracolo dell’informazione oltre cortina prosegue); l’unico paese controcorrente è la Svezia, che ha deciso che non è come l’Italia e, di conseguenza, non avrà problemi. Aspettiamo qualche giorno.
Qui da noi, oltre a contenere la malattia, ci si impegna a capire come mai la diffusione sia così ampia e come mai la percentuale di mortalità non sia in linea con gli altri paesi: per la prima domanda, essendo io in una delle zone più colpite, ho la convinzione – suffragata da una pur ridotta esperienza diretta – che sia dovuto al fatto che, attaccati alla lira e irresponsabili, molti non abbiano affatto smesso di lavorare né di frequentare parenti stretti; per la seconda questione alcuni avveduti stanno ipotizzando che stiamo facendo dei conti sbagliati, non tenendo conto della vera diffusione che sarebbe da cinque a dieci volte maggiore per volume.
Domani, qualche storia in tempo di pandemia.

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