con settembre e novembre il mese bello per le orecchie

E benedetto sia maggio anche per le uscite musicali: Beth Gibbons su tutti, il suo Lives Outgrown di fatto è il primo da solista; Brad Mehldau che corre dietro per la seconda volta a Bach e per la prima a Fauré; poi il bellissimo Gringo Vol. 1 dei Selton, e ci sarà pure un due; e che dire di Nevermind the Tempo degli I Hate My Village? Ascoltare, in attesa di qualche giro estivo, spero; un Paul Weller in più, che dichiara l’età, 66, e Fu##in’ Up degli intramontabili per fortuna Neil Young & Crazy Horse. E senza dimenticare A noi piace il liscio! de L’Orchestrina di Molto Agevole, che apre la stagione estiva delle feste salaminose. Slurp.

Premio copertina, Lip Critic, Hex Dealer:

a range of Jewish positions that have been discussed for centuries in the canon of rabbinic literature

Estrosi anche stavolta. Il museo ebraico di Berlino si conferma a direzione eclettica e brillante – visitare, senza remore – e propone l’esibizione: Sex: Jewish Positions, titolo notevole per una mostra che «plays with the differing perceptions of sexuality in Judaism». Ottimo il titolo, ironico, interessante il tema, gestito con apprezzabile leggerezza e, appunto, ironia.

La posizione ebraica non entrerà nel kamasutra, mi pare ovvio, ma nel novero delle idee ben riuscite, come diceva Hannibal, di sicuro.

«I still don’t give a shit if I get judged»

All’improvviso, la notizia della scomparsa di Steve Albini, produttore, musicista, critico, ingegnere del suono, soprattutto direi conoscitore della musica e persona intelligente. I commenti sono stati numerosi, spesso competenti, la sua famosa lettera di produzione dei Nirvana è stata citata in ogni dove: «I think the very best thing you could do at this point is exactly what you are talking about doing: bang a record out in a couple of days, with high quality but minimal “production” and no interference from the front office bulletheads», etc. Il fatto che in primis lui fosse un musicista e del periodo più florido del suono di Seattle e filiazioni varie ha influenzato positivamente tutto il suo lavoro.
Oltre ai dischi suonati, Shellac sopra tutto e ci dev’essere un’uscita a breve, quelli prodotti sono innumerevoli, di cui direi ne conosco il tre per cento. Gli elenchi dei migliori album da lui prodotti si sprecano, quasi tutti riportano In Utero dei Nirvana per primo, poi Surfer Rosa dei Pixies, Rid of Me di PJ Harvey, Walking Into Clarksdale di Page and Plant e Ys. di Joanna Newsom. Che comunque si dovrebbero conoscere.

Per quanto mi riguarda, se Walking Into Clarksdale lo metterei solo per la felicitazione della reunion, confermerei PJ Harvey, i Pixies, anche Death to the Pixies pur essendo una raccolta, poi ci metterei dritto dritto Razorblade Suitcase dei Bush, scherziamo?, poi Pod dei Breeders che, alla fine, sono la costola significativa dei Pixies, aggiungerei Blow It Out Your Ass It’s Veruca Salt delle Veruca Salt, pur essendo un EP, infine Urge Overkill, direi The Supersonic Storybook e Jesus Urge Superstar. L’impronta di Albini nella musica della seconda metà dei Novanta è stata poderosa, quel suono inconfondibile delle chitarre e delle batterie è per buona parte suo, gli va dato merito.

che bello, Moro

Maggio e la ricorrenza della morte di Moro viene ricordata anche a Maglie, dove il politico nacque. Ci mancherebbe.

Che bello era, Mor… ma no. Ahah, Gifuni in Esterno notte. La toppa del sindaco Toma è peggio del buso, colpa d’altri, ma non sia triste sindaco, non è solo.

Mabel Riolfo, consigliera regionale in Liguria per la Lega, e chissà poi quanti altri. Grande Gifuni! Nel tremila dopo cristo sarà lui il volto storico di Moro.

minidiario scritto un po’ così di una breve campagna punica: sette, lo straniero se ne va, sto dove lei stava, porti e mosaici

E già la prima Aurora cospargeva le terre di nuova luce, abbandonando il croceo giaciglio di Titone. La regina, non appena vide biancheggiare la luce dall’alto e avanzare la flotta con le vele allineate, e si accorse che le coste e i porti erano vuoti senza la ciurma, battutasi tre e quattro volte il bel petto con la mano e strappandosi le bionde chiome, disse: “Per Giove, questo straniero se ne andrà e si prenderà gioco dei nostri regni?”. Già, se n’era ito, il fellone. Non restava che l’atto finale, povera Didone.
Già nel IX secolo coloni provenienti da Tiro fondarono l’ennesima base commerciale, stavolta sulle cose dell’odierna Tunisia, la prima Birsa. Il racconto è noto, Didone fece a fettine la pelle, guadagnandosi così un’estensione notevole per la città. Ed è così, in breve tempo diventò una delle maggiori città del mediterraneo, in grado di rivaleggiare con chiunque sul mare. Se i primi secoli furono di intesa pacifica con Roma, lo scontro si avvicinava inevitabile, troppo grosse e ambiziose entrambe, e così fu, fino all’epilogo del 146 a.c. Racconta Polibio delle lacrime di Scipione, forse presago, ma nessuna fonte nessuno parlò mai del sale e a noi, ennesima bufala, lo insegnano a scuola. Tant’è che Cartagine mica morì, venne romanizzata in epoca augustea, poi spopolata in epoca araba a favore di un presidio militare e poi ancora ancora fino a essere, oggi, un quartiere residenziale molto costoso e di pregio. In cui, qua e là, emergono case, quartieri, porti, basiliche e santuari. Che emozione, essere sulla collina e guardare verso il mare, proprio come Didone vedere biancheggiare la luce dall’alto.

Troppo perfetta la posizione, troppo indovinata, la natura l’ha predisposta e chiunque, persino io, avrebbe potuto dire: lì, puntando il dito. Nel 1985 i sindaci di Cartagine e Roma si incontrarono ufficialmente e sottoscrissero una pace, formale e simbolica, e un’intesa di collaborazione futura. “Delenda Carthago” / Con le dita colorate di henna / Su patrizi triclini / Si gustano carni speziate / D’aromi d’Oriente / In calici finemente screziati frusciano i vini / Le rose, il miele, ancora Battiato, poi yeah, yeah, yeah, yeah, prima di attaccare il Properzio di Conferendis pecuniis / Ergo sollicitae tu causa / Pecunia, vitae!.
Da non credere i porti punici di Cartagine, quello militare soprattutto: circolare, con la struttura di ricovero e arsenale al centro, resta una darsena, per, si dice, duecentoventi navi. Poi divenne foro sotto i romani, circolare anch’esso, oggi si vedono i bacini e si può provare a fantasticare.

Mi resta ancora una cosa da fare, visitare il museo di mosaici romani più importante del mondo: il Bardo. La radice è la stessa, spagnola, da pardo, prado, con la tipica trasformazione della ‘p’ in ‘b’, non avendola in arabo. Impossibile non pensare ai ventiquattro morti dell’attentato del 2015, proprio nel museo, ancora si vedono i proiettili nei muri e i marmi sbeccati dai colpi. Come a Sousse lo stesso anno o Hatshepsut, per restare all’Egitto di qualche mese fa. Da allora il turismo in Tunisia sparì e tra Covid e crisi economica a oggi il livello non è nemmeno lontanamente quello di allora. Il museo, tutto ristrutturato, ha riaperto da poco ed è davvero strepitoso: mai visti così tanti mosaici romani, belli e grandi, fantasiosi, ispirati. Altrettanto meritevole di visita il carico di una nave romana affondata di ritorno da Atene dopo il sacco sillano alla città che, tra statue, bronzi, idoli, oggetti, è a dir poco incredibile per quantità e qualità, inarrivabile.
Il rapporto d’amicizia e simpatia verso il popolo italiano in genere è palpabile, ovvero chiunque non sia francese, sebbene per lo meno in Tunisia non siano arrivati ai punti dell’Algeria, pur esercitando una pressione notevole sul paese. Fin dai tempi delle corse coloniali nel mediterraneo l’idea che uno stesso paese, l’Italia, potesse controllare lo stretto di Sicilia da entrambe le coste andava di traverso a inglesi e francesi, per cui andò come andò e l’Italia ripiegò, ehm, sulla Libia.

Affascinante, Tunisi. Ho la fortuna di conoscere C. a un caffè, una donna inglese di settantotto anni in viaggio per la Tunisia che mostra, fin dalle prime parole, pur permeate di grande modestia, di aver avuto e avere una vita decisamente fuori dal comune. Chiacchieriamo un po’, qualche esperienza emerge, qualche racconto particolare, condividiamo l’apprezzamento per Henry James, lei decisamente vive a un altro livello, di relazioni intendo, e ha una grazia impareggiabile. Il racconto di questo incontro ha un’aria vagamente coloniale, almeno letterariamente, me ne rendo conto, forse è così, europei nel Maghreb, certi caffè con Camus nella villa di Yves Saint-Laurent, sì, potrebbe. Canetti a Marrakech. Non che io abbia a che fare, per carità, sto parlando però di costruzioni, di immaginazione, di un certo modo, di approcci che abbiamo e dei quali facciamo fatica a liberarci, per quanto sinceri democratici e amici di tutti. E posso dirlo? Non nego che in certe occasioni sia persino piacevole, l’ho detto.
Comunque, il mio progetto di esplorazione delle rive del mediterraneo prosegue, sicuramente in Algeria appena possibile, Giordania, oltre agli impossibili Siria, Libia, Libano, Israele di questi tempi. Cambieranno le cose, a partire da Gaza, spero presto. Consiglio la Tunisia, senz’altro, come sempre non posso uscirne entusiasta tout court, sarei stupido o stato in villaggio turistico, troppe aree povere, difficoltà, monnezza, mancanza di libertà per saltellare entusiasticamente, ma tanto altro, fascino, storia, cultura, persone, paesaggi che meritano eccome, possibilità di incontro e di scambio, alla fine il mediterraneo di allora, di Cartagine e Roma, non è troppo diverso da quello di oggi, o potrebbe non esserlo. Considerarlo tutto un insieme, un orizzonte di riferimento, un bacino culturale, il nostro, potrebbe aiutare.
Non mi viene niente di più intelligente, devo aver consumato troppo, forse la salsedine, magari poco sonno, il pollo, ecco il pollo, chiudo qui.


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