minidiario scritto un po’ così di una breve campagna punica: quattro, tramontismo, geotermia, sale e treni

Attraverso ormai il vero e proprio deserto, arrivo a sera a Douz, la cosiddetta ‘porta del deserto’. Infatti, nei primi margini della città si alternano persone in contemplazione delle dune, carovane di turisti alle prese con l’esperienza dondolante del dromedario, file di motociclisti cui piace sentir scodinzolare la moto sulla sabbia e pirla coi quad. Basta però, come sempre, allontanarsi di poco per ritrovarsi soli tra le dune fatte di una sabbia finissima giallo-rosa, a seconda dell’inclinazione della luce. Appurato che con gli scorpioni non si muore, vagolo fino al tramonto.

Svuotate le scarpe e le calze dalla sabbia e subito riempite di nuovo – l’uso delle ciabatte nei paesi desertici ha un suo proprio senso -, riparto la mattina dopo in direzione ovest, verso la meta più meridionale e interna del mio viaggio, a pochi chilometri dal confine algerino e alle pendici dell’Atlante. Non c’è un vero e proprio trasporto pubblico in queste zone, tocca appoggiarsi o a piccole compagnie turistiche, spesso familiari, o a tassisti o possessori di auto e concordare un trasporto. Le strade sono abbastanza percorribili e costellate dai classici dissuasori ogni poco che ho visto dal Marocco all’Egitto. Il pullmino fa una sosta in una località imprecisata in cui una scassata e incrostata costruzione di cemento armato un po’ inquietante consente il pompaggio e la fuoriuscita di acqua bollente dal sottosuolo. Pozzi profondi fino a cinquecento metri pescano acqua a più di cinquanta gradi nel deserto e la depositano in labirinti concentrici di cemento allo scopo, deduco, e di raffreddarla e di far depositare lo zolfo così da poterla utilizzare per l’irrigazione di qualche piccolo campo vicino. Un signore tranquillo si sta lavando in una delle vasche di decantazione e posso immaginare sia un’esperienza piacevole, almeno fino al nostro arrivo.

Mi impressiona il fatto che non ci sia un orizzonte, la pianura prosegue fino al cielo senza che si possa distinguere una fine, un confine. In Europa, a parte forse certe pianure in Ungheria o Polonia o Bielorussia, ma mai veramente così, c’è sempre una montagna, collina, qualcosa che fa da limite. Questa è la zona del limes romano, fortificato da castra e controllato dai soldati per contrastare le incursioni dei predoni e delle popolazioni nomadi dal sud del deserto. Proseguendo nel nulla, attraversiamo la zona dei grandi laghi salati, quattromila chilometri quadrati di sale, tipo Utah per capirci. Sono detti laghi perché lo erano e sotto c’è ancora certamente acqua e quando piove ne resta in superficie per alcuni giorni ma a vederli in condizioni normali sono distese biancastre illimitate in cui non c’è alcuna forma di vita, tranne tizi di passaggio.

Parte del sale dei laghi viene estratto ed esportato al nord, Canada, paesi scandinavi, nord Europa, per essere sparso sulle strade in caso di neve e ghiaccio. Te pensa. Comunque non manca alcun comfort.

E finalmente nel primo pomeriggio arrivo alla meta, Tozeur, epperunistante ritorna lavogliadivivere aunaltravelocità, limite oltre il quale certe zone potrebbero diventare pericolose. Con i suoi tipici mattoncini d’argilla, la città, al confine tra i laghi salati, la sua oasi ed enorme palmeto – si dice partissero mille cammelli al giorno carichi di datteri nei tempi gloriosi – e le propaggini dell’Atlante, ha conosciuto grande turismo e frequentazione alcuni decenni fa, Battiato fu forse uno di quelli. Oggi, dopo gli attentati del 2015 e il covid, sono moltissimi gli enormi alberghi abbandonati e fatiscenti, simbolo di un’epoca noncurante. Il centro della città è ancora molto affascinante, le case, i portali e i vicoli invitano a passeggiare. Ma la vera domanda, ovviamente, è: passano ancora lenti i treni per Tozeur?

La risposta è che non solo non passano lenti ma non passano proprio, una parte della rete ferroviaria coloniale è stata del tutto dismessa. Tant’è che staziono per un po’ in mezzo ai binari senza temere di essere travolto da un treno, per quanto lento. Tua madre mi vede, si ricorda di me, delle mie abitudini. Più lenti di così.


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