tre cinema belli

La cosa più bella dei cinema di una volta è, a mio ricordo, che si poteva entrare in qualsiasi momento del film, sia che fosse appena iniziato o all’intervallo tra i due tempi o, addirittura, oltre: il bello, ecco che viene, stava nel fatto che, avendone perso un pezzo, era possibile restare nel cinema anche dopo la fine dello spettacolo e colmare la lacuna seguendo l’inizio della proiezione successiva. Se si era dei ribelli veri, e io modestamente lo eri, si poteva anche guardare il film due volte di fila. Magari facendo una sequenza così, partendo alle tre e un quarto del sabato pomeriggio: secondo tempo, primo, secondo, primo. Magnifico.

Tutto questo si accompagnava a un’altra caratteristica dei cinema di, almeno almeno, trent’anni fa: ce n’erano un sacco. Ovvero, ogni sala era diversa dalle altre, c’era quella comoda e quella fredda, quella in cui si sentiva malissimo e quella con lo schermo nuovo. Cinema grandi, piccoli e medi, alcuni in centro e altri periferici al limite della sala parrocchiale (altro genere, non era propriamente cinema), spesso nelle vie centrali se ne potevano trovare ben più di uno, a poca distanza tra loro. Il che era anche abbastanza normale, visto che proiettavano film diversi.

Alcune sale erano davvero belle. Dentro, fuori, l’uno e l’altro in alcuni casi meno frequenti. Alcune avevano anche il bar, altre solo le caramelle alla cassa, alcune un atrio elegante in cui aspettare la fine dello spettacolo con cartelli luminosi che comunicavano l’avanzamento della proiezione, altri invece più alla sperandio, era un po’ il bello di finire in un cinema piuttosto che un altro. Magari era talmente bello che aveva anche la galleria e le sedute in velluto.

Se il cinema più antico d’Italia pare sia il Sivori di Genova, che diede in proiezione i Lumière quasi in contemporanea a Parigi, il più piccolo è, appunto, il Cinema dei Piccoli a villa Borghese. Tra i più sontuosi l’Odeon di Firenze, il cinema Adriano/Ariston a Roma e il bellissimo Lux di Torino, ancora in funzione (chi indovina come si chiamava sotto il fascismo vince un boero). Al Lumière di Bologna, addirittura, i film prima li restaurano e poi li proiettano. Tra i più bruttini, di solito, quelli a luci rosse che, in quanto a numero, non erano certo da meno che quelli più presentabili. A Perugia, il cinema Carmine prima fu rinominato in Moderno, poi in Modernissimo, per adeguarsi ai tempi, e per finire con un colpo di genio, pochi anni prima della chiusura, fu ribattezzato PostModernissimo.

A Torino, qualche anno fa, in un multisala in periferia ho visto un film dalla prima fila che era talmente prima, quindi sotto lo schermo, che le poltrone erano delle specie di letti reclinati: gran dormita. L’anno scorso a Catania, invece, in una di quelle piccole multisala che ci sono in centro in alcune città italiane, il King, ho visto un film in una microsala tecnicamente avanzata capiente, direi, quindici posti al massimo: magnifico. Audio e video ottimi e se sei in due manco ti siedi vicino, talmente è piccolo. Come essere nel salotto dell’amico ricco.
Ma il massimo, il vero lusso, è avere un cinema sotto casa: alzarsi da tavola tre minuti prima, scendere e andare a vedere un film, uno qualsiasi, non importa nemmeno il titolo. Perché è lì, comodo, e andare al cinema è bello in sé. A volte, poi, capita il colpo di fortuna: essere da soli. Nessuno in tutta la sala. Lusso allo stato puro.

E ora, finalmente, il motivo per cui ho cominciato questo post: tre sale cinematografiche belle. La prima a Berlino, il Kino International sulla Karl-Marx-Allee, orgoglio della DDR e di tutto il cinema socialista, era la prima sala del paese, dove proiettavano le anteprime della DEFA alle seicento personalità intervenute.

Sembra un proiettore di diapositive. Degli stessi architetti, Kaiser e Aust, costruito poco più avanti e sempre sulla Karl-Marx-Allee, l’enorme Kosmos, la sala più grande della DDR, oltre tremila posti. Quella per le première.

Oggi la seconda è un centro congressi, mentre l’International è ancora un cinema. Sì, non scopro certo oggi di avere l’ostalgie. Ma per dimostrare la mia imparzialità in questo caso, ecco la terza sala, altrettanto bella sebbene di periodo, stile e luogo diverso: il Cinema Impero.

Razionalista, decisamente. Nell’Eritrea coloniale, ad Asmara, è rimasto sostanzialmente intoccato come da progetto di Mario Messina nel 1937. Simile ad altri edifici della colonizzazione italiana, il Fiat Tagliero e il palazzo del governatore di Asmara su tutti, ha un gemello a Roma, Impero anch’esso, a Tor Pignattara.

Sempre di Messina che era uno che, evidentemente, non buttava via nulla. Ma quello di Asmara è una bella tacca sopra in quanto a bellezza e proporzione.

laccanzone del giorno: The Black Keys, ‘Go’

Perché è un bel pezzo, non il loro migliore ma ben godibile, e ha un video stupidino ma spassoso, una sorriso lo strappa. I BKeys continuano per la loro strada con un suono tutto proprio, inconfondibile, e con solo una batteria e una chitarra. Poco? Non direi.

Ricordo che il buon Trostfar raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, grazie.

il rapido 904, trentacinque anni dopo

Il 23 dicembre 1984 scoppiò una bomba sul treno Rapido 904, in una galleria tra Firenze e Bologna. Il solito attentato vigliacco effettuato da criminali ben lontani con la volontà di colpire gente a caso.
I morti furono sedici, i feriti centinaia, le responsabilità furono accertate in fretta, perché questa era una strage diversa: i mandanti e gli esecutori, infatti, furono uomini di Cosa Nostra e della Camorra, i quali comprarono l’esplosivo da neofascisti per distogliere l’attenzione dal maxiprocesso a Palermo. Poi successero molte cose, il solito Carnevale che annullò tutto in Cassazione finché nel 1992 si arrivò a sentenze definitive.

Qui la storia raccontata bene.

le allegre nonché inutili guide turistiche di trivigante: Monza e Teodolinda

Ci sono posti nei quali uno poi non va. E commette grandissimo errore, ahilui. Monza è uno di questi e, a titolo di risarcimento, ecco tre motivi in crescendo per fare una bella gita appena fuori porta (se non siete di Bari).

Motivo uno: i re e l’espiazione altrui
Il palazzo reale, di costruzione mariateresiana per il quarto figlio, governatore di Milano, era residenza estiva e come tale mantiene il bellissimo parco, al netto dell’autodromo, il roseto e la struttura leggera e sobria. Il vialone di fronte, lungo due chilometri, vide il giovane Gaetano Bresci sparare fatalmente a Umberto I re d’Italia, andando così ad aggiungersi al lungo elenco di regicidi e presidenticidi di fine Ottocento e inizio Novecento. Sul luogo dell’umberticidio fu posta una lugubre colonna espiatoria che ancora oggi fa non bella mostra di sé, attorniata dalle scritte dei nostalgici brescini. W Bresci M il re.

Secondo motivo: la corona ferrea
La corona ferrea, conservata nel Duomo di Monza, è un’antica corona (alcuni parti sono del quinto, altre del settimo-ottavo secolo) utilizzata per l’incoronazione dei re d’Italia: secondo la tradizione, da Carlo Magno a Napoleone, passando per il Barbarossa e un po’ di Ottoni.
È formata da sei piastre d’oro, incastonate di pietre preziose, e due piastre di ferro, ricavate da un chiodo della crocifissione di Gesù. Dicono. A metà del Trecento dei ladri si impadronirono della corona ma rubarono religiosamente solo le due piastre di ferro, lasciando le preziosità. La corona, quindi, divenne più piccola.
Ora: non c’è re, per quanto grande e fiero, che indossando una corona di taglia ridotta non faccia la figura del, mmm diciamo, ritardato. E quindi? Quindi Carlo V, per esempio, si fece fare un cappello a cono sul quale far scivolare la corona; Napoleone, invece, al noto grido di: «Dio me l’ha data, guai a chi la tocca», la sollevò con le mani sopra la propria testa senza appoggiarla, per poi mettersi una corona fatta all’uopo.
I Savoia no, ciccia, perché la corona è reliquia e loro furono scomunicati.

Terzo motivo: la cappella di Teodolinda e lei in generale
Teodolinda, figlia del re dei Bavari, sposò Autari, re dei Longobardi. Ma Autari morì dopo poco e lei non possedeva alcuna caratteristica per restare regina dei Longobardi: infatti era straniera, cioè bavarese, cattolica, cioè quasi eretica per gli agnostici Longobardi, e soprattutto, come oggi, era donna. Eppure lei, brava e bella, riuscì a tenere il tutto in pugno. Furono anzi i duchi a proporsi a lei come re consorti secondo la di lei scelta, la quale ricadde su Agilulfo.
Un luminoso esempio, dunque, di donna di potere in tempi difficili.

Filippo Maria Visconti, a metà del Quattrocento, avendo una sola figlia femmina, Bianca Maria, e ponendosi con urgenza il problema della successione, fece operazione politica riesumando la storia di Teodolinda, ridisponendone la tomba nel duomo di Monza e facendo affrescare dai fratelli Zavattari un enorme ciclo di affreschi raffiguranti la storia della valida e coraggiosa regina, al fine di legittimare la propria figlia. Il tutto si trova nella cappella di Teodolinda nel duomo, un ambiente clamoroso che, oltre a contenere anche la corona ferrea, è affrescato con un trionfo di oro, argento e pittura sopraffina, di gran commozione. Basti guardare l’immagine qui sopra, sempre Teodolinda.

Non mi dilungherò oltre, il duomo stesso merita attenzione, alcune ville altrettanto, ma questi tre motivi bastano da soli per una visita. Anche solo il secondo e il terzo o l’ultimo soltanto, se è per questo. Per dire: non andate a New York o a Bangkok o a Matera senza andare a Monza. Perché sarebbe sciocco non farlo.

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