Vicino a Ravenna c’è un paesello di duemila e rotti abitanti, San Pietro in Vincoli.
Tra la Conad verso Forlì e il campo di pomodori verso Cesena, la chiesa di San Lorenzo in Vado Rondino, più anticamente pieve di San Lorenzo in Vado Rondino, nota anche come chiesa parrocchiale di San Pietro in Vincoli, è nota poiché contiene una delle sculture più famose del mondo, il Mosè di Michelangelo:
Migliaia e migliaia sono i turisti che ogni anno si recano a San Pietro in Vincoli in provincia di Ravenna per vedere il gruppo scultoreo della tomba di papa Giulio II, che tanti tormenti diede al suo autore Michelangelo, e ammirare la nobile ieraticità del Mosè. La raccolta di fotografie su gugolmaps, caricate dai turisti entusiasti, rende bene la curiosa relazione tra un esterno da chiesa provinciale, addirittura da diocesi più che locale, in forme romaniche e l’interno sontuoso di basilica antichissima paleocristiana rivista in forma rinascimentali magnificenti, degne di una grande basilica romana. Senza dimenticare il pomodoro, tipico frutto delle campagne circostanti.
Non manca, tra le immagini, tra la BMW del Pistozzi e la vigna dei Montanari, il palazzo dei Borgia, vera gloria locale, la teca che contiene le catene – i vincula del nome, appunto – e il trattore New Holland T7200 di Tino Benazzi, noto a tutti in paese. È proprio vero che l’Italia è un museo diffuso.
Gia alcune incertezze, lo spazio dopo l’apostrofo, l’accento-apostrofo, annunciavano il disastro, poi puntualmente pervenuto. Nemmeno il dubbio tra “efficace” ed “efficacie”, perlomeno. E stampa e attacca tutto e poi è efficiace.
Se l’obbiettivo era dunque celebrativo di coloro che sono tutela dei cittadini, presidio delle istituzioni, difensori della patria mi sento di certificare che non sia stato raggiunto.
Il volto ovale, il baffo cartoonesco, il braccio snodabile, la gamba tagliata, l’otre infiammato, la legnosità complessiva rimandano più a Pinocchio – e poi ti dichiaran pazzo – che all’Arma sugli attenti, nell’esercizio delle proprie funzioni. Certo, dovrebbero essere in coppia, due almeno, come le migliori barzellette raccomandano: uno fa una cosa, l’altro l’altra. E in due, fanno uno. Ma anche per la scorta, uno di qua e uno di là. Tra l’altro, oltre ad avere fattezze da disegno, questo carabiniere sembra pure di cioccolata, verrebbe voglia di dare uno sgagno. Che non sta bene, a un rappresentante dell’Arma. Dunque, nella mia bidecennale ricerca sull’estetica e la retorica patria applicata ai monumenti, più che altro ai caduti, questo momumento non si direbbe riuscito. Dal mio punto di vista personale, invece, riuscitissimo.
Questo è il sepolcro di Beda il venerabile. Dopo diverse disputazioni, la spuntò la cattedrale di Durham e da allora il venerabile pare stia qui.
Riuscì persino a far parlare le pietre, il venerabile B., attento e curioso alle cose della vita e dopo essa, sapiente e mai pomposo. Ma ancor di più ti piacerebbe la cattedrale che lo contiene, dritta sul fiume al punto che la facciata si vede solo da lì e dalla riva opposta. Un luogo che si accorda allo spirito, nonostante le dimensioni monumentali, quando ancora – pre-controriforma – la Chiesa e la vita si parlavano e si capivano.
A Newcastle c’è un castello, ovvio, visto che si chiama così. La cosa che mi fa ridere è quando bisogna nominarlo.
Il Newcastle castle, il Niucàssol càssol. Scusi, lei sa dove sia il?
Che, poi, come ho avuto modo già di raccontare, è stato proprio fatto a fette dalla ferrovia. Praticamente due Niucàssol càssols.
Sembra una filastrocca di Rodari, al castello di Nuovocastello… O, anzi, quasi Edward Lear, un limerick: c’era un castello a Nuovocastello / che era alto e certamente molto bello / il treno l’aveva diviso a metà / che per la cosa rideva tutta la città / povero quel castello a Nuovocastello.
La cattedrale di York è notevole, enorme e nulla ha da invidiare alle cattedrali gotiche inglesi o della sciampagna francese. Incontro di nuovo san Cutberto, svariati chilometri quadrati di vetrate, un coro ligneo rifatto dopo incendio assassino in cui mi piace vedere gli scranni riservati ai prelati delle diocesi qui attorno, una teoria di tombe di militari e dignitari e figli adolescenti di re alle pareti, un orologio astronomico e una pletora di persone in tunica blu dedite alla gestione e alla conservazione della chiesona.
È una specie di città in miniatura, la mia comprensione va alla ragazza custode in fondo alla cripta che nei recessi silenziosi è deserti si dà allo studio, chissà di cosa se non poesia romantica. Bella la cattedrale ma ancor meglio il fiume, anzi i fiumi, visto che son due: vado a smaltire il solito caffè doppio del mattino lungo le rive dell’Ouse fino a Clifton sands, con il consueto sentierino ben curato che le persone apprezzano.
Un pezzetto è il ‘Judi Dench walk’, monumento locale del teatro e del cinema, M di Bond. Mi ripeto perché mi si ripete l’incredulità: basta uscire un metro dall’ultima casa, a volte nemmeno, e si è immersi in una natura educata, per carità, ma libera da cartelli, saloni del mobile, rotonde e concessionarie. Dimostro che non mento, questo è il paesaggio a cinque minuti a piedi dall’ultima casa di York:
Mapporc. Ovvio che poi nella pianura padana a me venga la malinconia, sarà un po’ anche perché piena di padani e di troppe palme. Bella anche la campagna inglese, bella scoperta, ci volevo io, ma ancor più bello della cattedrale, dei resti romani, dei fiumi e della confluenza, è il National Railway museum: un mastodontico capannone con oltre trecento tra le locomotive e i vagoni più significativi delle ferrovie britanniche, il Flying Scotsman e la locomotiva dei record, la Mallard. Ce n’è una impressionante che fu costruita per i trasporti pesanti cinesi nella prima metà del Novecento senza badare alle dimensioni: potrebbe portare dentro tranquillamente un’altra locomotiva grande.
C’è un magnifico odore di stiva di traghetto che pervade tutto, un secondo capannone è pieno di oggetti pertinenti, dai servizi di piatti al modellino usato per la scuola guida dei controllori degli scambi ferroviari. Il colpo di genio degli inglesi, come dicevo ieri, è poi offrire spazi di ristoro e distensione nei musei e i tavolini tra le locomotive sono magnifici. Consumo qui gli ultimi sgoccioli della mia trasferta, scrivendo queste notine e mangiando il mio primo – e, credo, ultimo – scone, un bombotto di pasta solida tipico di qui che va inturgidito di burro e marmellata altrimenti fa l’effetto del sasso. Cioè lo fa comunque ma meno.
You you you you, you were fifteen minutes late / With wet hair and coffee and a scone, è dai tempi di Late che lo volevo provare. La signora seduta davanti a me sembra proprio Judi Dench, ma proprio, forse mi sto suggestionando un pelino. Forse sembrano quasi tutte Judi Dench, a ben vedere. Sarà che mi piacciono le anziane signore inglesi alle prese con uno scone che poi scopri che guidano l’MI6.
Da qui in un’oretta di treno si arriva al mare e in particolare a quella Hull che vinceva quattro a zero fuori casa contro, ehm, Londra, la Hull degli Housemartins. Forse non un motivo sufficiente, avendo comunque un’auto si potrebbe fare il giro dei forti e delle ville romane nei dintorni, Cawthorne, Beadlam, Aldborough, Piercebridge, pieno così. Oppure andare per la magnifica campagna di qui, il Nidderdale National Landscape, per fare un nome, e le mille abbazie abbandonate nei prati. Si potrebbero fare un sacco di cose, non è che serva chissà che per inventarsele, sono lì da cogliere.
Io qualcuna la colgo, quando posso, questa era una fuga vera e propria, una fuga dal quotidiano che ultimamente non è che sia un granché. Non poteva, quindi, che essere una breve parentesi in cui certi timori e certe preoccupazioni sarebbero venute con me, annidate lì dove solo il tempo e i fatti le muoveranno. Il primo giorno e mezzo sono riuscito di più a fare finta di niente, poi mi hanno ripigliato. Già bene, comunque, è già parecchio. Alè, già oggi si è ricominciato, da domani menù completo. Ora treno per Manchester e poi l’ultimo pezzetto, è già buio e io dovrei essere da qualche altra parte. Concludo con la mia solita invocazione alla Thatcher, che vada a quel paese. Anzi no, c’è già. Grazie a chi ha seguito.
Da bravo elettore democratico delle ZTL, la domenica mattina invece che al bar o a messa o al bingo o a sparare agli uccellini vado al museo. In questo caso, al Baltic Center for Contemporary Art, collocato nel grandioso magazzino della Joseph Rank ltd. ai docks di Newcastle a bordo Tyne.
Come spesso accade, la struttura stessa è il museo, più del contenuto. Che è comunque variabile e dipende dal periodo, bisogna aver fortuna. Il magazzino è enorme e sistemato magnificamente ma non è la cosa che mi colpisce di più. Ciò che mi colpisce è l’approccio amichevole delle strutture culturali in Gran Bretagna: innanzitutto sono in edifici belli e funzionali e perlopiù gratis, a offerta libera – e poi uno offre, se viene trattato bene -, vi sono poi spazi a disposizione ovunque, panche, tavoli, bagni, in cui stazionare anche a lungo, senza consumare alcunché; in questo caso particolare, una stanza molto grande è a disposizione dei visitatori con tavoli e poltrone e, attenzione!, caffè, acqua e spremute gratis su un tavolone in fondo e l’invito esplicito: stai; guarda fuori; pensa leggi dormi. Io resto sempre a bocca aperta, perché si può anche avere in collezione il più bel polittico della storia dell’arte ma se lo spazio non è a misura cortese allora non conta nulla. Lo stesso posso dire della The Glasshouse International Centre for Music, proprio di fronte, un fantastico spazio per musica e conferenze e quant’altro in condivisione tra Gateshead e Newcastle. Aperta anche ora, a disposizione dei girovaghi anche se non vi sono spettacoli in programma.
Insomma la solita scoperta del fico secco. Resta un mistero, comunque, evidentemente investono di più in spazi culturali e sociali di noi e lo fanno con intento più collaborativo. Qual è il segreto? Probabilmente aver trovato un giusto equilibrio tra sostegno pubblico e aver agevolato il supporto di privati attraverso varie forme di sgravio fiscale o di servizi aggiuntivi, come l’uso di alcuni spazi museali per alcuni eventi privati – senza che naturalmente ciò limiti la fruizione pubblica. Questo è un punto fondamentale, altrimenti si scivola nella valorizzazione del sempiterno ministro Franceschini, che è solamente concedere ai ricchi di fare quel che vogliono, la cena davanti alla Venere di Botticelli o a Castel Sant’Angelo, per fare una miserabile cassa. Invece la gestione della cultura e dei beni posseduti dev’essere responsabilità anche, non solo, della comunità stessa che deve farsi partecipe e sostenere gli enti a volte senza nemmeno avere il nome sul board all’entrata, altro che cambiare il nome alla struttura, il PalaTrussardi. E dai. È un dovere, non solo un investimento.
In cinquanta minuti di treno si arriva a York che, oltre a essere ovviamente la città preminente dello Yorkshire, fu importante città romana in cui morirono due imperatori non secondari, Settimio Severo e Costanzo Cloro. La conseguenza diretta della morte del secondo fu l’acclamazione a imperatore del figlio Costantino, proprio qui. Anche il medioevo non fu da meno, tant’è che ancora oggi il titolo di Duca di York viene dato al secondogenito della famiglia reale, ovvero al secondo in grado. Carlo l’ha appena tolto al fratello sessuomane e molestatore. La città è ricca di storia e angoletti interessanti, stradine medievali a case graticciate che tanto piacciono ai turisti e a chi desidera la tradizione. E, infatti, oggi che è domenica è pieno di visitatori a spasso, alcune vetrine sono già pesantemente natalizie. Leggo che la città è la quarta destinazione turistica del paese e non stento a crederlo, le botteghe di minchiate e i posti dove mangiare lo testimoniano senza incertezza.
Ciò che salta all’occhio, e sarebbe dura il contrario, è la cattedrale, colossale che sovrasta le case attorno. Mi pare di aver ravvisato sulla facciata una statua nuova, perché bianca, con fattezze note. Mi pare proprio Elisabetta seconda, sottopongo a giudizio.
Tanto lo so che è così, sono fisionomista. Cerco qualche informazione e leggo che il figlio Carlo finalmente re la inaugurò due mesi dopo la dipartita della veneranda, quindi doveva ben essere pronta prima. Chissà come deve essere quando ti dedicano statue in vita, a parte la classicità mi vengono in mente Nelson ovunque dopo Trafalgar, Wellington dopo Waterloo e i Beatles a Liverpool. Non mi farebbe piacere, a me piacerebbe mi dedicassero parcheggi di ippodromi e siti archeologici sotterrati da centri commerciali.
Alla confluenza tra Ouse e Foss, le città con due fiumi sono migliori di quelle con uno, la città è proprio bella, niente da dire. Meno falsona se si esce dal centro stretto, anch’essa ha la natura appena al confine, provo invidia. Arrivo a piedi fino alla confluenza e vedo dipartirsi numerosi sentieri nei boschi autunnali, ne seguo per un po’.
Poi viene il momento di riflettere sulla giornata e scrivere questo minidiario e poi è buio e poi è il momento del mio monopasto, come teorizzavo tempo fa.
Ecco, per le prossime ore mi trovate qui, al Three Tuns, a leggere e scrivere. E pensare, ovvio. Se leggete ora, sono qui. L’albergo è vicino, se non casco in uno dei due fiumi sono abbastanza al sicuro. Lascio tutti i miei dischi scaricati ai figli di Trump, nel caso.
Buoni propositi. Mi ero ripromesso stamane un solo caffè, doppio magari ma non di più. Davvero. Poi come accade spesso a vagolare in giro, ed è un po’ il senso della cosa, vedo tre persone che si infilano decise in un vicolino a sorpresa che non avevo notato e solo allora faccio caso a un cartello: Vennels café, the quirky café in Durham, ovvio che vado. Per un caffè e basta, al massimo doppio. Poi sì rivela essere davvero quirky, cioè inaspettato, particolare, nascosto, ed è un posto così:
Mi siedo e ordino il doppio caffè, per nulla rapito dall’accoglienza del posto.
Bravo, trivigante, sempre bravo. Eh ma ho camminato tanto eh ma oggi camminerò molto eh ma ieri sera ho mangiato poco eh ma domani no. Solo un caffè. È così tutte le volte. Full english, manco un funghetto di meno. Fortuna che stamattina sono uscito presto per rivedere la cattedrale e camminare un paio d’ore lungo il fiume. O erano otto minuti? Non ricordo bene.
In dieci minuti di treno sono a Newcastle, che è detta ‘upon Tyne’ proprio per il fiumone che la attraversa, anzi la separa da Gateshead, altra città dirimpettaia a pochi metri. Come Vitruvio insegnava, non costruite le città sugli estuari dei fiumi, che si insabbiano, a Pisa non ascoltano, qui invece sì e il mare è ad alcuni chilometri. Eh, certuni chiamati Romanes. Questo permise poi di sviluppare una fiorente industria navale, il contraltare e complemento a est di Liverpool, e il centro principale di estrazione e lavorazione del carbone, facendo di Newcastle uno dei centri della rivoluzione industriale. Qui dicono orgogliosi di aver inventato la lampada di Davy, la locomotiva Rocket, la lampada a incandescenza e la turbina a vapore. Robe che ti consegnavano il dominio del mondo di allora. Il ponte sul Tyne è colossale e sovrasta i palazzi, evidentemente dovevano passarci sotto navi enormi.
La stessa ferrovia è su un viadotto molto alto che taglia a metà senza grazie né prego il castello normanno, le mura e i resti del vallo di Adriano. Che si diparte da qui dal forte romano di Segedunun, oggi lo chiamano correttamente Wallsend, e taglia obliquamente tutto il paese fino all’altro mare. Dopo Liverpool, Manchester, Leeds, Sheffield, Birmingham, quest’altra parte dell’Inghilterra industriale è altrettanto interessante e il compimento di un percorso tematico: data la vicinanza al mare e la presenza di un fiume così grande, Newcastle non ebbe bisogno delle opere di canalizzazione delle città interne e conobbe grande ricchezza, come tutto il paese nella seconda metà dell’Ottocento e nella prima del Novecento. Si vede dai palazzi e dalle istituzioni commerciali come la borsa e gli exchange markets. Geordies è il soprannome dei minatori di Newcastle e per estensione ora degli abitanti della città e dei giocatori come l’indimenticato Shearer.
Come tutte le città portuali e industriali non è che vadano tanto per il sottile, cortesi ma sbrigativi, al limite del rude. Non troppe cerimonie. E a proposito di cerimonie, visito la cattedrale di Newcastle – non la parrocchietta in periferia – e noto che sta per cominciare una festicciola per raccogliere fondi per la chiesa. La festicciola è dentro la chiesa ed è propriamente questa:
Dentro. Non è dismessa, eh. Al posto dei banchi ci sono i tavoli da birreria, nelle navate i banchi dei bar e le bottiglie, fuori una coda da qua a là che promette una grande raccolta di fondi.
Evidentemente la chiesa anglicana e l’uso di superalcolici non vanno in conflitto, meglio, un moralismo di meno. L’avevo già visto a Liverpool con il ristorante nella cattedrale e a Sheffield con il bar. Poteva mica il papa concedere il divorzio a quello là? A me il binomio gin e preghiera insieme non interessa, uno o magari l’altro, per cui faccio le cose per cui sono venuto qui, devo, e poi me ne vado al mare, a Tynemouth.
Le briciole di un castello e di una chiesa sul promontorio dominano ancora l’estuario del Tyne, oggi protetto da due lunghi frangiflutti e due fari, a segno di come il mare del Nord possa essere oltremodo aggressivo. Il sole novembrino e i colori di terra e mare e cielo sono favolosi, l’aria fresca soffia dall’interno ed è una successione di piccoli momenti estatici. È già tutto saturato senza bisogno di filtri. Non sono l’unico a saperlo, per fortuna.
Eccomi sul promontorio: un castello e un’abbazia diroccate, un cimitero a picco sul mare, il mare del Nord davanti e, non bastasse, una batteria di difesa della seconda guerra mondiale con cannoni da dodici pollici. Il me di nove anni dentro di me, ed è bello vitale, non potrebbe essere più eccitato.
Tornando in città con la metro mi fermo a Segedunum, l’attuale Wallsend, lo dice il nome: la testa, o la coda, del Vallo di Adriano, ovvero un forte da cui si dipartiva la fortificazione, un edificio termale, il miglio zero. Il Vallo va inteso non come una poderosa muraglia, a volte non è molto più che un muro, quanto più una successione di forti e torri munite, a guardia del limes (che in latino è propriamente il confine fortificato, limes, limitis, diverso dal limen). Le dimensioni del forte sono ragguardevoli, la presenza delle terme indica ricchezza, tutto quanto è in condizioni che direi pietose.
Ma son portuali e industriali, gli importa poco. E oggi gli scozzesi non solo vengono giù il meno possibile ma, anche, vorrebbero starsene per conto proprio. Costruendo forse loro, adesso, una muraglia che li separi dagli inglesi e li riporti in UE.
Se devo andare in un posto, di solito mi organizzo e dò un’occhiata a quel che c’è in città. Così è stato anche stavolta, fortuna grande, Boomtown rats, non poteva andare meglio. Tra i miei otto di sempre.
Ci sono diversi modi per raggiungere Newcastle upon Tyne, uno interessante nonostante sia un po’ più lungo è quello di volare a Edimburgo e prendere il treno locale, che fa un bel giro costiero lungo il mare del Nord: Dunbar, Berwick-upon-Tweed, Morpeth. Questo, meglio che arrivare da sotto. Ho un convegnetto a Newcastle, anzi no, non è vero, a Gateshead, che è una città proprio diversa nonostante sia solo al di là del fiume rispetto a Newcastle, e ci vado anche se forse stavolta avrei fatto meglio a stare a casa. Ma anche io necessito del mio equilibrio, per quanto fatto di cose strane. E non vado nemmeno a Gateshead, non subito, vado a Durham, prima. Appena a sud, grande cattedrale.
C’è il sole, è bello viaggiare lungo le coste, qualunque esse siano, queste molto, e come dice il mio amico C. dovrebbe esistere un verbo che indichi guardare il paesaggio dal finestrino del treno, proprio l’atto di osservare l’ambiente nella cornice del treno scorrere alla velocità giusta più o meno fantasticando. Siamo in molti appassionati ai finestrini dei treni, ci riconosciamo, ne parliamo. Trainwindowing? Uhm, no, già preso – impunemente – dalle tecniche di machine learning. Inaudito.
Ricomincio. A Leeds a marzo scorso non serviva, ora sì, l’ETA, Electronic Travel Authorisation, che va aggiunto al passaporto. Non che sia un grande ostacolo né controllo, né come pensa qualche ingenuo per questioni economiche, sono infatti poche sterline per due anni, è bensì un’autorizzazione in assenza di visto che come tutti gli accordi prevede che in caso di violazione si possa incorrere in pene accessorie. E non si pensi, anche l’Unione europea la adotterà a breve, ultimo quarto dell’anno prossimo, ne dicevo qui. Il viaggio attorno al mondo deciso un po’ di impulso oggi è sempre più un miraggio, tanti ostacoli in più, non tanti decenni fa era più semplice. Il che è un bel paradosso, con tutti i voli a basso costo, i treni veloci, i pullman transnazionali, i fuoristrada, le mountain bike che ci sono oggi, molta più gente in movimento ma solo su alcune tratte e non altre. Oggi la gara più bella e cretina del mondo, il Mongol rally, non si può correre.
Il treno è un formidabile localone NorthCountry che da Edimburgo va giù fino a Plymouth senza soluzione di continuità, passando da Newcastle, Leeds, Manchester, Birmingham, Cardiff, Bristol, Exeter, il che vuol dire che va tutto tortuoso nord-sud-est-ovest dalla Scozia alla Cornovaglia, me lo devo segnare. C’è il sole e non pochi scotto-inglesi del nord imbizzarriti dai quattordici gradi sono in maniche corte, i prati sono verdissimi, gli alberi e le siepi autunnali, il mare blu scuro e il sole fa la sua rotta più bassa, faccio trainwindowing soddisfatto. La successione, a parte i dintorni delle città in cui costruiscono cose nuove, va’ a capire, è: pascoli con pecore molto lanose, pascoli, pascoli, centrale termonucleare, pascoli, colline, boschetto. Una cosa che invidio loro sono i prati che declinano nel mare, da paesaggio settecentesco. Ho visto qualcosa del genere solo nelle Marche, da noi. Alcune tratte del treno sono proprio a picco, nel mare ogni tanto isole di pale eoliche.
Straordinario quanto poco basti per togliersi dalle pastoie quotidiane, ogni volta sono piacevolmente sorpreso. Bill Bryson – uno dei migliori raccontatori di aneddoti durante i viaggi e per i casi della vita anche rettore onorario della locale università – sostiene che la cattedrale di Durham sia la più bella del mondo. Lo scrive in Notes from a Small Island e la piccola isola è l’Inghilterra. Io l’ho letto, ho cercato e sono venuto qui a vedere con i miei occhi.
Ecco, io non lo so se sia la più bella del mondo, ma se non lo è ci va davvero davvero vicino.
Tra le cattedrali normanne più importanti, risale all’undicesimo secolo e custodisce le spoglie di san Cutberto, a me completamente ignoto fino a oggi, e del ben più noto venerabile Beda, curioso e saggio estensore della storia della Britannia citata anche da Dante. La locuzione ‘il venerabile B.’ è fatta così, d’obbligo. Dall’imponenza al rosone alle decorazioni delle colonne gigantesche al coro ligneo è davvero una magnifica cattedrale. Al pari di quella di Lincoln, tra quelle che ho visto di recente, quella di Durham è anche in posizione eccezionale, come la città: su una rupe col fiume Wear che le gira attorno, come Toledo per capirsi, con il castello costituisce il binomio imprescindibile dell’Europa medievale. Sette ponti e porte fanno il resto. Piccola e universitaria, è davvero un gioiello percorribile a piedi, arricchito se possibile da questo autunno meraviglioso che rende l’attorno splendido di colori.
Come gli inglesi abbiano la natura quasi incontaminata al limite se non dentro le città resta un vero mistero per me e fonte di invidia incommensurabile. Il giro in Gran Bretagna a novembre comincia a diventare una piacevole consuetudine per me, cui non voglio rinunciare. Mentre cammino sul fiume e non vedo nemmeno una casa, tra le foglie gialle e il buio che viene presto, ho momenti di quiete e soddisfazione che probabilmente potrei chiamare in qualche altra maniera. Vado a rifletterci con i miei amici al pub, come si conviene.
Magari guardando una bella gara di cavalli o di freccette, chissà.
Il treno completa la traversata e io sono nella mia nona ex-repubblica sovietica: la Moldavia. A lungo principato autonomo, poi tributario dell’Impero ottomano, venne spartita nel 1812 fra turchi e russi – la Bessarabia – e austriaci – la Bucovina -; nel 1918, entrò a far parte del Regno di Romania, nel 1940 occupata dall’Unione Sovietica, temporaneamente da tedeschi e italiani durante la guerra, poi reintegrata nell’URSS e trasformata in una Repubblica Socialista Sovietica. La Bessarabia meridionale, o Bessarabia storica, fu assegnata alla RSS Ucraina, fu indipendente dal 1991. Vicende travagliate, per nulla risolte oggi: come la Georgia con l’Abkhazia e l’Ossezia del sud, la Moldavia non controlla un pezzo del proprio territorio, la Transnistria, autodichiaratasi indipendente dall’URSS persino prima della Moldavia stessa ma non riconosciuta e al contempo protetta dai russi e governata da un regime molto restrittivo. I moldavi la chiamano “Unità amministrativa della riva sinistra del Dnestr”. Ho terminato in questo momento di leggere Back in the USSR. Heroic Adventures in Transnistria di Rory MacLean strabuzzando più volte gli occhi, leggendo delle posizioni filorusse transnistriche che considerano gli ucraini nazisti, esatto e attenzione: al 97% della popolazione, e Putin il restauratore del potere russo, intendasi imperiale, cioè russo non sovietico, e delle ingerenze della Sheriff, una holding padrona di tutto, nell’amministrazione del paese. Per non parlare dei transnistrici che vorrebbero riconosciuta anche l’indipendenza linguistica, ovvero la lingua transnistrica. Peccato sia identica al moldavo e, quindi, al romeno.
L’arrivo in stazione a Chişinău è davvero caratteristico nelle forme di un mercatino di vestiti e oggetti nella migliore tradizione sui marciapiedi, con lenzuola a far da banco: i grandi classici, attrezzature fotografiche, ottiche, per misurazione, adesso informatiche dal mouse senza rotella a schermi improbabili, oltre a vestiti che presuppongono un inverno rigido in arrivo. Dei tre grandi alberghi sovietici in città, due sono abbandonati, il Cosmos e il Național (ex Intourist), e uno resta, il Chişinău, ovvio sia il nostro. L’arcigna signora alla reception è un’altra pietra angolare sulla quale è stato edificato il socialismo, si racconta abbia vagamente sorriso una volta nel 1974 e poi mai più; ancora prima di presentarci sa chi siamo e dove dobbiamo andare, non ci rivolge mai lo sguardo. È evidente che consideri il suo sottoposto un coglione, come considera noi, del resto. Il ‘coglione’ è più che altro un uomo con delle incertezze tipo la cortesia e in italiano ci dice di aver fatto il badante a Orvieto, «un sacrificio» lo definisce e lo posso ben capire. La reception, coeva, mi fa sentire subito a casa.
Memorabile il cartello appeso al vetro che dice, in inglese, per avere acqua calda in bagno è necessario aprire entrambi i rubinetti di lavandino e vasca verso il rosso e lasciar scorrere l’acqua per dieci-venti minuti. Davvero. Dieci-venti minuti. La città, grande di circa settecentomila abitanti, un terzo del paese, è sviluppata lungo una strada principale e quella doveva essere, almeno fino ai russi, la struttura generale; ortogonalmente si dipartono le varie zone della città, a est la parte più residenziale ed elegante, con università stile-politecnico sovietico e magnifico lago, a ovest la parte più rurale, un tempo, e ora in fase di ampia espansione edilizia come a nord e sud. Impressionante il numero di condomini in costruzione o recenti, evidentemente l’inurbazione dev’essere poderosa. Tra le case conservate, poche, simili in tutto alla Romania rurale orientale, più che a quella austroungarica occidentale, quella di Puškin, che vi passò del tempo tra 1820 e 1823, percependone la perifericità e l’isolamento – scrisse: «Oh Kišinev, oh città oscura! […] Maledetta di Kišinev, la lingua non si stanca mai di insultarti!» innescando la reazione dei locali, di cui si fece portavoce il poeta e scrittore Vasile Alecsandri che rispose prontamente: «Sei più nero degli zingari, / tu che hai mendicato da noi per anni, / tu che sei stato accolto / e che non ci hai detto neanche “grazie”», dandogli infine del «porco». Never be rude to a moldovan. Tra gli edifici di epoca sovietica, il circo di Stato risalta sicuramente per bellezza, è magnifico, e per funzione.
Bisogna dire sempre grazie ai moldavi – a tutti in realtà – e così facciamo. Ciò nonostante, salta all’occhio la differenza di trattamento ricevuto da persone con una funzione, la receptionist, la controllora sull’autobus, le venditrici al mercato, la bigliettaia al museo, negozianti varie, quasi tutte donne ora che ci penso, gelide e con sguardo irritato – sarà perché noi uomini? – e invece l’impressione di simpatia generale ricevuta in giro, corroborata anche dall’incontro mattutino con A. e V., giovane e vitale coppia chisinausina con cui è stato un piacere far colazione con caffè e porchetta e chiacchierare di viaggi e di fatti moldavi.
Di soddisfazione la visita al Muzeul Național de Artă, qui sotto un bell’autoritratto serio di Boris Nesvedov, di nascita ucraina. C’è molta arte di impronta russa che non conosciamo, anche il museo di Yerevan era stato pieno di interessanti scoperte, la mostra a Chemnitz di questa primavera illuminante in questo senso.
La cosa che balza più agli occhi a Chişinău, a essere onesto, è la quantità di studi dentistici privati, tra quelli apparentemente più affidabili ai sottoscala che nemmeno con una Colt puntata alla testa. Non escluderei che vi si contribuisca parecchio anche noi, come popolazione italiana, con viaggi della speranza da otto impianti in un pomeriggio, per la sola ragione di risparmio presunto. Ma uno ogni strada, davvero, che probabilmente a ben cercare le lauree saranno stampate in serie, piuttosto ridicolo anche perché non ho notato sorrisi particolarmente smaglianti nei moldavi in generale. Oddio, correggo: nelle ragazze giovani sì, bianchi e allineati, perché tra unghie, cosmesi, capelli e vestiti sono sempre collocate tra l’impeccabile, meno, e l’estetica contemporanea tra Drive In e la Russia attuale di qualche moglie di oligarca. Forse una parte degli introiti dei dentisti viene da lì.
Con un’ottima plăcintă, anzi una ancor più tipica plăcintă cu varză – una focaccia ripiena buona e tipica dalla Serbia a qui e sì, l’etimo con l’italiano è proprio quello, una cosa che ne contiene un’altra – sul lago Valea Morilor, ex Komsomol, all’ombra di una bella e paterna statua di Lenin tra le poche rimaste, consumiamo il resto di una giornata con un clima meraviglioso in una città tutto sommato piacevole e accogliente, con elementi interessanti per un breve soggiorno senza dover essere per forza appassionati dello sfascio ex-sovietico, come me e R. La prossima volta, perché potrebbe ben essercene una, visita a Tiraspol, capitale diciamo della Transnistria, e visita ai Gagauzi, una popolazione turcofona di fede ortodossa concentrata nel sud del paese. Magari farò una guida di dettaglio all’uso del treno Prietenia, chissà, grazie a chi ha seguito.
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