minidiario scritto un po’ così di una scampagnata inglese: cinque, luoghi dell’umanità, cattedrali uno e due, cartoline dalla città

Mentre lascio Oxford per andare a Basingstoke, il mio telefono passa al 5g. Ecco, è arrivato quel momento, l’avevano detto: mi hanno attivato. Attivato quei pezzi di chip che Loro, loro!, avevano inserito nel mio corpo con le vaccinazioni anti-covid, ora chissà cosa succederà. Cioè, io mi sento come prima o, forse, è quello che vogliono. Loro. Da adesso tutto quel che farò e scriverò sarà di mia volontà? Come saperlo? Scendo e cambio treno e, senza saperlo, passo da Crosscountry a South Western Railway, altri biglietti, altre modalità, altro account. Vadavialcul, Thatcher. Ed ecco un altro momento in cui arriva Marconi e scopre le cose: la campagna inglese è meravigliosa. Eh, infatti. Lo è in generale, qui nel Wiltshire particolarmente. Fiume, boschetto, ponticello, chiesina, pratone, pecore, pecore, pecore, pratone, guglia gotica. E non ci sono centrali nucleari come invece più su.

Arrivo e chiedo all’esperta del luogo, la gestrice del caffè della stazione, notizie del tempo. Mi assicura tre ore senza pioggia, ce la faccio. Un’ora di cammino, un’ora là e poi ritorno. Ce la faccio. Certi luoghi bisogna un po’ guadagnarseli, questo è uno. Imbocco un sentiero fangoso a fianco del fiume Avon e mi dirigo a nord, perché voglio vedere un posto speciale: Old Sarum. È una collinona abitata da sempre, preistoria, celti, certi chiamati romanes, sassoni, normanni, sbancata fin dai millenni prina di Cristo in funzione difensiva. Ne cadauno una foto che ho fatto volando, che è più semplice:

È la foto del pannello all’entrata, in realtà non volo. Con il tempo, nella zona centrale fu edificato un castello, poi palazzo reale di re Enrico I di inizio XII secolo, e più sotto una grossa cattedrale di cui si vedono le fondamenta, anche qui sopra. Beh, sono emozionato. Come in tutti i luoghi in cui la presenza umana esiste da che esistiamo e le tracce si sovrappongono incessanti, mi percorre un brivido. Non lontano da qui c’è Stonehenge ma noi viaggiatori la consideriamo una baracconata da turisti, riattata senza criterio a fine Ottocento. Come che sia, le zone sono ospitali da parecchio.

Il posto è magnifico e non c’è nulla, né bar né abitazioni né zone di logistica. Un paio di campi da rugby sghembi, con un lato più alto dell’altro. Nel mezzo di quella che era la cattedrale, mi siedo comodo forse sul basamento di un altare e faccio una delle cose che preferisco in assoluto: mangiare un panino all’aperto. Nessun ristorante è all’altezza, per quanto mi riguarda. Nessuno, diciamo, ha del cibo così buono per rinunciare alla vista e al vento.

Poi, come molti, sono attratto dalle rovine e dai luoghi maestosi abbandonati, quello qui sotto era il chiostro della cattedrale.

Non è che sia tutto svanito, il luogo fu volutamente abbandonato per una ragione precisa: c’era acqua, come ce n’è ovunque qui, ma non comoda. E non era più necessario accoccolarsi in cima a un cucuzzolo per aver salva la vita, bisognava anzi aprirsi ai commerci. E così la comunità si trasferì quattro chilometri a sud, alla confluenza di cinque fiumi, in piano, l’odierna Salisbury. E costruirono una cattedrale anche più grande e maestosa, riutilizzando tutte le pietre possibili della vecchia Sarum, visto che erano già comodamente tagliate. Derogo alla mia abitudine di non postare foto da cartolina perché questa sotto rende bene le dimensioni della nuova cattedrale e il colpo d’occhio per chi veniva dalla pianura. E poi per una volta che me ne viene una, la uso.

Scendo anch’io a sud, rifacendo il cammino dei vecchi sarumanici, seguendo la valletta del fiume Avon e anziché migliorare il mio makeup mi riempio invero di fango. Passo a fianco di un campo in cui, coventrizzata Coventry, cominciarono a costruire gli Spitfire per la guerra, tutto in gran segreto grazie alla popolazione. Talmente segreto che a parte un cartello non si vede niente e che la cosa risaltò alle cronache locali solo tre anni fa. La particolarità della cattedrale, invece, la sua bellezza intrinseca, è che essendo stata costruita in soli trentotto anni dal 1220 è un esempio raro di gotico puro, coerente, mentre, che so?, Colonia o Milano per citarne un paio sono influenzate da otto secoli di stili architettonici fino al bizzarro neogotico con cui sono state concluse. È davvero imponente e quando arrivo è buio e rimango sorpreso constatando che non è illuminata. Giusto, ben fatto. Non avendo edifici addossati devo stare fermo un po’ e pian piano la vedo emergere dal buio grazie alle mie retine. Alcuni finestroni illuminati da dentro insieme alle stelle completano la magia.

Strepitosa, del 1994 quando la vidi la prima volta ne ricordo l’emozione, non i dettagli. Salisbury ha quarantamila abitanti, non è piccola, grossomodo come Mantova, Lecco, Lodi, per stare a noi. Ha una parte della città lasciata a campi in cui l’acqua scorre liberamente, ricordo una cosa simile al Marais di Bourges, chi volesse. A differenza però delle città padane, qui fuori dall’ultimo metro della città non c’è nulla se non colline e pecore e boschi, mentre va’ tu a trovare l’ultimo metro di una città padana. E anche dentro la città il culto e l’attenzione per gli spazi verdi sono davvero encomiabili e mi lasciano di stucco tanto sono incantevoli. Per cui: ora farò una breve carrellata di immagini di spazi cittadini di Salisbury, tutte foto mie, proprio quelle da romanzo inglese di Trollope o Dickens o Austen, e le dedico a R. che so che legge sia i romanzi che più modestamente me e che di recente è un po’ disillusa dagli inglesi; se qualcuno si innervosisse a sapere che qua fuori esistono posti più vivibili della padania, fisica e morale, e so che ce ne sono anche di insospettabili, allora si fermi qui e ci vediamo alla prossima.

Ma come si dice in inglese, face the reality.


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minidiario scritto un po’ così di una scampagnata inglese: quattro, incontri al vertice, opere umane d’ingegno, l’esperienza completa

La colazione nel bow window della casa georgiana che mi fa da albergo è memorabile. Non per il cibo, mi sono accontentato di due onesti toast col loro maledetto burro salato, non posso evidentemente sopravvivere a una full english al giorno, quanto per il contesto: fuori piove e volano le foglie gialle d’autunno, davanti a me scorre il Tamigi che sebbene qui sia largo sì e no cinque metri è bello impetuoso, il padrone di casa ha chiesto per favore ad Alexa di mettere della musica e lei ha messo Otis Redding, beh, dentro fa caldino e tutto va bene, non ho tanta voglia di raccattare le mie cose e ripartire.

Se però mi fermassi, tra mezz’ora mi romperei le balle, mi conosco, è la mia condanna e la mia fortuna, mi tocca rimettermi sempre in moto. E poi fuori a sguazzar alle intemperie sto meglio. Centonovantaduesimo giorno consecutivo di pioggia, ieri non appena sono arrivato a Oxford ho incontrato senz’altro la figura più ragguardevole in città, un tipo vestito da cazzo. Non vestito male, intendo vestito proprio da pene. Riconoscendo evidentemente la statura paragonabile del proprio interlocutore, mi ha chiesto un autografo. Ecco, questo per iniziare in bellezza, posso cadaunare foto a chi mi scrive. D’altronde Oxford è pur sempre un grosso campus in cui i collegi sono edifici in pietra gialla del quattordicesimo secolo abitati però da studenti. A parte un certo odore di marijuana persistente e, appunto, qualche bislacco vestito, non vedo intemperanze significative, sono tanto carini. Io sono qui per vedere la città e soprattutto la biblioteca bodleiana, paragonabile senz’altro per vetustà e dotazione alle nostre malatestiana e laurenziana. Al re, dico Giacomo I a memoria e ci starebbe, che ai primi del Seicento chiedeva dei testi in prestito, la biblioteca rispose in modo estremamente british che avrebbe potuto tranquillamente venire a consultarli in sala esattamente come tutti gli altri. E quello venne. Certo, poi gli fecero uno stallo chiuso tutto per lui che ancora si vede ma ciò non toglie una virgola al succo della storia.

A proposito di re, ieri c’è stato il discorso di re Carlo, terzo stavolta, che ha suscitato interesse in molti paesi del mondo per il fatto che il re, come di consueto, legge un discorso scritto dal primo ministro con le intenzioni di governo. E se fino a Elisabetta la cosa ha destato poco scalpore perché lei avrebbe potuto leggere il bugiardino del Voltaren senza fare una piega, non è nemmeno chiaro se abbia mai avuto un’opinione propria, ora Carlo ha dovuto sostenere iniziative chiaramente in contrasto con le sue convinzioni. La cosa non ha suscitato il minimo interesse qui, ci sono abituati e niente di nuovo, è un meccanismo interessante della monarchia parlamentare, piuttosto si sganasciano sull’aspetto dimesso della coppia, persino un po’ gobbetta.

Dell’altra storia che coinvolge le relazioni italo-inglesi poca roba. Riassumo: una sfortunata bambina inglese di otto mesi soffre di una rara malattia che le impedisce di sviluppare qualsiasi muscolo, malattia incurabile va detto, e l’Alta Corte inglese ha stabilito per lei, secondo legge, l’interruzione del supporto vitale. Si è inserito il governo italiano che in fretta e furia con un consiglio dei ministri d’urgenza ha dato alla bambina la cittadinanza italiana e richiede il trasferimento in ospedale romano, mentre Meloni fa la sua recita difendendo la vita a prescindere e alimentando le irragionevoli speranze dei genitori. Chiaro che queste cose è insensato farle decidere ai genitori, la legge serve appunto a questo, a stabilire un limite oltre il quale è bene non andare. Crudeltà, dico io, accanimento, i giornali inglesi si limitano a sottolineare le differenze culturali con gli italiani, in questo caso dovute alla matrice cattolica. Da parte mia, se devo scegliere, preferisco un governo che si assuma delle responsabilità decidendo che in certi casi o per età certi interventi non si fanno piuttosto che uno che mi condanni, me o altri, intendiamoci, a una vita al di sotto della qualità minima dignitosa in nome di convinzioni di stampo culturale e religioso. Amici che lavorano in ospedale mi raccontano di continuo di interventi a ultraottantenni che nel resto del mondo non ai sognano nemmeno di fare. Qui men che meno, tendono a essere molto pragmatici.

Una vera incontaminata coda inglese

A un corso di marxismo in venti minuti; a una gita a Sutton Courtenay, amabile paesino qui vicino in cui è sepolto George Orwell, non però così vicino da andarci a piedi nonostante l’immensa ammirazione che ho per lo scrittore; a una visita a Blenheim palace, luogo di nascita di Churchill e mastodontico palazzo nella campagna inglese che appare in ogni film o serie tv quando si rappresenta un palazzo reale, che richiederebbe però una giornata; alla villa romana di North Leigh, anch’essa piuttosto distante senza auto; a queste succulente opzioni dicevo preferisco un’esperienza completa al pub, fatta come si deve. Quando fa buio e visto che piove, cioè verso le cinque e mezza, scelgo il The Grape in George St. e mi ci installo per le prossime ore. Le pareti sono tappezzate di vedute dipinte da rigattiere, potrebbero essere i venticinquemila quadri di Berlusconi, ma l’effetto è caldo e accogliente. In tv ci sono i mondiali, credo, di cricket, sport davvero appassionante, i posti sono occupati per metà e con alcuni degli occupanti ci siamo fatti un cenno di saluto e di intesa, scelgo il mio primo tipo di birra e mi metto comodo col libro.

Dalla seconda birra il barista, pubber?, mi chiama buddy, amico, perdio se ci sanno fare, loro fanno così e noi ci troviamo in un luogo confortevole e sosteniamo con vigore l’economia legata alla produzione alcolica. Dopo un centinaio di pagine e adeguato accompagnamento, l’atmosfera cambia, il cricket è finito, il barista mette sul giradischi, vero, i Kinks, il signore ti benedica, I think I’m sophisticated ‘cause I’m living my life / Like a good homo sapiens, il volume delle conversazioni si alza, il locale si riempie. Anche di donne, questa cosa è abbastanza recente. Bene in generale, meno quando le si trovano a gambe all’aria nel cassonetto qui fuori per eccesso di tasso. Oddio, questo vale per qualsiasi genere. Comunque, il locale si riempie ed è bello perché, cosa illegale in Italia, ci si può sedere anche allo stesso tavolo senza conoscersi e, anzi, chiacchierare. Così, so che sembra incredibile. Mi ricorda alcune scene da Cheers e, visto che io sono qui da prima, sono chiaramente Norm. Be glad there’s one place in the world / Where everybody knows your name / And they’re always glad you came. Poi si cambia di nuovo, sono circa a due ore e mezza di permanenza, alcuni corrono quarantacinque chilometri nello stesso tempo: si riaccende la tv, c’è una partita di calcio, alcuni vanno a casa – ma sono sicuro che per buona parte tornino – e qui si comincia a mangiare. Anzi, a ordinare, cibo e giusto accompagnamento. Io prendo delle salsicce del Cumberland con il purè e delle patatine che siccome non sono sbucciate si chiamano giustamente skin on fries. Tanto il mio nutrizionista è morto tre giorni fa. Poi quelli che hanno cenato a casa tornano, con alcuni nuovi, termina il fòbal e si rimette la musica e la serata prende il volo. Non per me, non per molto, che ormai ho l’aspetto dell’arredo e comunque sono in giro da quindici ore, piglio su le mie carabattole che domani mi muovo presto. E che meraviglia, in tre mi salutano, sono commosso. And they’re always glad you came. Se decidessi di vivere qui dovrei senz’altro dotarmi di storie da raccontare al pub, perfezionarle ed esercitarmi, si vede che sono un dilettante. Ciao a tutti, ci vediamo tra cinque anni, oppure in giro. State bene.


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minidiario scritto un po’ così di una scampagnata inglese: tre, reggere l’impero, avete qualcosa sui treni?, come stare al mondo

E il motivo per cui sono a Manchester: Natalie Merchant dal vivo. Un teatrone di quelli, per capirci, tipo Ariston a Sanremo, con ventotto spillatrici di birra sul lato opposto al palco e bagni in ogni angolo. Che civiltà. Poiché avevo pochi anni adolescenti quando una ragazza mi parlò dei 10,000 maniacs alla fine degli anni Ottanta, direi di essere il più giovane in tutta la sala. Ma è questione di percezione, sono quasi tutti miei coetanei e penseranno lo stesso di sé stessi rispetto a me. Quando lei mi parlò della band eravamo in un minuscolo paesino dell’Essex e mi è parso significativo venire a sentire Merchant qui, di nuovo in Inghilterra. Ci avevo messo una pietra sopra visto che è una da un disco ogni otto anni e invece no, c’è stata un’occasione e l’ho colta. Salvo poi scoprire una settimana fa che tra dieci giorni sarà anche in Italia, comoda e vicina, che così sembro uno snob tremendo. Oddio, sembro… Comunque, per chi volesse consiglio senz’altro in ordine due suoi dischi solisti, Ophelia e Tigerlily, e uno con la band, In my tribe. Ma certo, anche il resto, questi però io uoah.

Certo che uno poi si chiede come accidenti abbiano fatto a mettere in piedi e tener su un impero mondiale se ancora hanno quella cosa ridicola dei due rubinetti sul lavandino, uno con acqua gelata e l’altro che proviene direttamente dal centro della terra e per miscelare bisogna ustionarsi e rapidamente lenire dall’altro, di continuo. E le stufette elettriche, le prese col timer meccanico, gli interruttori sopra le prese perché le condizioni del grande incendio di Londra del 1666 sono ancora le stesse e quell’aria perenne che si stia per rompere tutto. E le compagnie ferroviarie? Dodici. E ognuna che governa tratte diverse e richiede un account diverso e un sito diverso e un’app diversa, quando c’è e di solito no, e ci ho messo un po’ a capirlo, che io cercavo su Merseyrail e invece era Cross Country Trains. Ma quest’ultima è colpa della Thatcher, prima British railways c’era, maledetta anche stavolta. Avevo una maglietta che diceva I stll hate Thatcher, il sentimento resta.

Le destinazioni dei treni in ordine alfabetico invece che per orario

Un mistero, questi inglesi. Bryson, che sto leggendo come dicevo due minidiari fa, dice una cosa buffa su di loro, ovvero che se il socialismo reale si fosse dispiegato non solo in Russia ma anche qui, tutto sommato non si sarebbero trovati male: “Tanto per cominciare sono persone cui piace fare senza. Sono bravissimi a rimanere uniti, specie di fronte alle sventure, per il bene della collettività. Stanno pazientemente in coda per un tempo infinito e accettano con straordinaria forza d’animo l’imposizione di razionamenti di cibo, pietanze scondite e carenze improvvise di beni di primaria necessità, come è noto a chi vada in cerca di pane il sabato pomeriggio in un supermercato. Sopportano bene la cieca burocrazia e, come ha dimostrato la signora Thatcher, sanno tollerare le dittature. Sono capaci di aspettare per anni e senza batter ciglio la consegna di un elettrodomestico. Hanno un talento naturale per le spiritosaggini sull’autorità, pur senza criticarla seriamente, e traggono generale soddisfazione di fronte al tracollo dei ricchi e dei potenti. La maggior parte di chi è al di sopra dei venticinque anni si veste già come i tedeschi dell’Est”.

Eheh. Andando in stazione, passo per il Gay Quarter che è esattamente quel che dice il nome: un quartiere abbastanza grande di Manchester centro gay friendly. Non è una denominazione convenzionale, pannelli del Comune con la dislocazione di alberghi, ristoranti e locali lo chiamano così, le strisce pedonali e i bordi dei muri sono colorati con l’arcobaleno. Un po’ come la vicina Chinatown a tema. Non ha l’aspetto di una piccola ghettizzazione, anzi, come non l’avrebbe Little Italy o Little Corea. Nel parco al centro del quartiere una statua ricorda Alan Turing, fenomenale matematico e padre della computazione dei moderni PC, vittima dello Stato inglese degli anni Cinquanta che considerava reato l’omosessualità. Che tempi assurdi, illegittimi, mai dar per scontato che siano passati definitivamente. Punirono per questioni di preferenze sessuali lo scienziato che aiutò il paese a decifrare il codice di Enigma dei nazisti, la statua di un uomo pacifico sta lì con la famosa mela a postumo e del tutto inutile risarcimento. In stazione, sempre per dire degli inglesi, dò un’occhiata alle riviste e vengo attratto dal settore riviste-che-parlano-di-treni.

Non sono monografie, sono mensili e bimestrali. Che quando uno pensa che sia stato detto tutto sui treni invece no, esce il nuovo numero. Ma mica basta, scherziamo? Nello scaffale sopra, i libri e le guide che si occupano di treni.

È vero che siamo in stazione ma è un negozio con riviste e giornali qualunque. Che sogno, per alcuni. Prendo il direttissimo delle Campagne per Bournemouth e scendo verso sud, Stoke-on-Trent e le sue ceramiche, Stafford, Birmingham, un’altra volta, Stratford-upon-Avon, sì, quella di Shakespeare, Coventry, quella coventrizzata, e vado a Oxford. Sarà un caso ma a pigliar la volta del sud appare il sole, prima volta da giorni.

Com’è andato il concerto ieri sera? Grazie per la domanda. Ricco di grazia com’è lei, Merchant, che riesce a cantare concetti gravi in modo lieve e poetico, ricco di umanità, così che sia un invito alla vita e non alla quiescenza. Oltre al fatto che è un’eccellente autrice e musicista. Comunque, a fianco a me è seduta una coppia, abbastanza giovane, vengono dalle Barbados e vivono nello Yorkshire, sono qui anche loro per Merchant. Chiacchieriamo. Lui a un certo punto si alza per andare in bagno e non torna per un po’, ci accorgiamo che vaga per la sala incapace di ritrovare il posto. Lei lo chiama senza successo, lui ha lo sguardo perso verso il nulla. Demenza, mi dice lei, resto impietrito e farfuglio qualche parola di dispiacere. Ed è lì che lei mi dice che di recente sono stati in Brasile, al mare, ora al concerto, non è mica un caso siano qui a sentire Merchant: “facciamo le cose nel modo più felice possibile”. Bam. Così ve la beccate dritta anche voi e fate i vostri conti con la vita.


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minidiario scritto un po’ così di una scampagnata inglese: due, i ragazzi ce l’hanno fatta, l’altra città, cosa fare dopo le cinque?

Eh, adesso basta, vi arrangiate.

In centro a Liverpool i vecchi magazzini del porto e le case degli operai sono diventati nel tempo un centro commerciale continuo e a fianco delle solite catene sono numerosi gli enormi discount di cibo e cose in cui i prodotti sono appoggiati per terra ancora nei cartoni alla rinfusa e tutto costa pochi pounds, al cui confronto Aldi è un supermercato di lusso. Perché cara è cara, come tutto il paese, con Londra totalmente fuori scala. Un doppio espresso to go si valuta in due pounds e mezzo, un’insalata e un panino che però te li mangi via da qui diciotto. Ora, io sarei tentato di dire che prima della Brexit le cose non stessero così, che tutto fosse più equo e che la sproporzione tra i negozi di essenze per la casa e quelli di cibo spazzatura fosse minore ma non sono proprio sicuro sia così. E peraltro nelle città hanno votato per il remain, che dire dunque?

Sono io, chiaramente. Sono io che le altre volte mi sentivo più a casa, tutto mi sembrava meno estraneo, dal cibo all’approccio sociale per cui se te la cavi, bene, se no ciao. Adesso meno, gli inglesi sono di nuovo un paese a sé, com’era quando l’ho conosciuto, la moneta, il passaporto, il visto, la percezione che non sia un paese aperto e accogliente ma arroccato, Johnson che se la rideva degli italiani in pandemia è un ricordo fresco. Le sterline che ho in tasca dall’ultima volta, il 2018, sono vecchissime, mi dice una ragazza, nessuno le prende più e devo cambiarle in banca. E non è una questione di regina. Per carità, io ci sguazzo benissimo lo stesso, con un po’ di sforzo afferro anche le sfumature dell’inglese chiuso e biascicato di qui al nord e paiono capirmi, al pub siamo sempre tutti amici e ricordo con piacere l’affettuosa rissa a Manchester ma è come essere negli Stati Uniti, non è più familiare, mi sa che in un pronto soccorso se ne facciano un baffo della mia tessera sanitaria. Fortuna che almeno l’accordo sul roaming telefonico resiste ancora, così posso scrivere le mie cosine in santa pace.

Sulla prua del traghetto che attraversa il Mersey scorgo, insieme, un pezzo di cielo azzurro sulla città e un arcobaleno sull’altra riva, mentre sulla mia zucca piove. Ma indomito resto al comando, fuori, da solo. Non sono andato a vedere nessun posto dei Beatles, tranne il Cavern passandoci davanti, di sicuro non le case d’infanzia dei quattro, villette popolari abbastanza fuori, nei sobborghi. Essere partiti dalla periferia di una città industriale per conquistare il mondo e lasciare un segno indelebile è una storia memorabile e aver mantenuto quell’aria divertita da ragazzi irrequieti, nonostante i titoli e la ricchezza, è encomiabile. McCartney su tutti, che ancora oggi è un piacere ascoltare nelle interviste, dice cose irriverenti e spiritose come allora. Me lo immagino spesso nel suo salotto quando sceglie un disco da mettere sul giradischi, fa scorrere gli LP e quasi tutti sono di gente che ha conosciuto, con cui ha suonato e che gli hanno tributato merito. Chissà com’è prendere l’aereo in un aeroporto intitolato al tuo amico-rivale di band, che ricordi a scuola. E quella sera in cui Hendrix suonò Sgt. Pepper tre giorni dopo la pubblicazione? È uscita pure la nuova canzone, in questi giorni. Vado a Manchester.

Due squadrone per la religione del calcio, l’industria tessile che ha segnato la rivoluzione industriale inglese e le lotte sociali a essa connesse, Engels, e ancor più musica di Liverpool, ne dico un po’: Smiths, Joy Division, New order, Badly Drawn Boy, Verve, Happy Mondays, Inspiral carpets, Simply Red, Stone roses, ocio: Bee gees e vabbè, anche gli Oasis. Questa zona è un po’ il Canada d’Europa. E io, infatti, son qui per un concerto, di nuovo, da quello dei Jet di qualche anno fa. Aggiungendo un forte romano di cui si intravedono le fondamenta, una cattedrale gotica insolitamente piccola per una città così, ma allora era appropriata, un bel museo d’arte – Rembrandt ha fatto bene a dipingere un autoritratto per ogni museo del mondo -, un museo della tecnica proprio ben fatto (ma dove sono finiti gli aerei?), il porto fluviale e la rete di canali e magazzini, direi che di Manchester ho detto quasi tutto.

La fregatura, se così si può dire, del turista autunnale o invernale è che vien buio presto, verso le cinque in questo periodo, e peggio che alla stessa ora chiude tutto. E allora, dopo un po’ di eroico vagolare al buio, non resta che adeguarsi a quello che c’è, ovvero le usanze abituali: bere e mangiare. Prima un’oretta o due al pub a chiacchierare con quello di fianco con qualche sport di sottofondo, ora Luton-Liverpool, è pur sempre domenica, e poi mangiare qualcosa da qualche parte, se il pub non offre le due cose insieme. Ecco, nel paniere dei costi la birra, era ovvio, costa meno dell’insalata, una pinta di lager con degli affari di cotica di maiale è sul mercato internazionale a circa quattro pounds. E un appartamento, economia spicciola oggi, nella zona più cool di Manchester, ovvero i docks recuperati, richiede trecentotrentamila sterline per un tre camere da letto, due bagni e terzo piano con gran vista. Molto meno, proporzionalmente, dell’insalata anch’esso. Conviene mangiar male, bere molto e abitare case molto belle. Affitto no, molto alti.

Certo, poi dipende da ciò che si cerca in una città. Di tante cose non saprei, ma se la commistione antico-moderno, un giusto equilibrio tra arte, storia, produzione e spasso, dimensioni non troppo ridotte ma nemmeno elefantiache, il giusto grado di caos, sono quello che si cerca, allora Manchester è un’ottima città. Ottima città inglese. La rete di canali derivata per ragioni industriali dall’Irwell, il fiume cittadino, passando per la via d’acqua Manchester-Liverpool, ancora oggi navigabile fino a certe dimensioni, rende certe parti della citta davvero piacevoli e, so che mi ripeto, gli amministratori delle città italiane alle prese con progetti di riqualificazione andrebbero spediti di forza qui. Per imparare cosa fare e cosa non fare. Resta un mistero perché nelle nostre città, nella mia in particolare, le fabbriche si abbattano per costruire edifici nuovi dalla vita al massimo ventennale. Se in una ex-fabbrica recuperata con buon senso ci fossero: abitazioni, uffici, alberghi, ristoranti, cinema, spazi sociali, uffici amministrativi, negozi, musei, beh, io li userei tutti. E con goduria. Ma noi no, abbattiamo o recuperiamo per finta.

Certo, poi qui costruiscono grattacieli come matti e non so quanta parte della città sia in mano agli Emirati Arabi, spazi verdi modesti, siamo comunque parecchio a nord e le panchine son sempre fradicie, spazi pedonali pochetti al di fuori dei canali, metà popolazione consuma nei pub e l’altra metà corre per strada, a ogni modo se si vogliono musica e calcio di gran livello, lavoro, alta qualità di vita, allora Manchester è come una canzone degli Oasis: tutte le levette dei livelli e le spie rosse al massimo, i sofismi ad altri.


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minidiario scritto un po’ così di una scampagnata inglese: uno, la non tanto oscura connessione tra porti e musica, quei quattro già visti, a pranzo coi cani in chiesa

Un taxi inglese, di notte, viaggia sulle rive del Mersey e mi porta verso il centro. Per strada non c’è nessuno ma non è così tardi, piove ed è il buio di novembre. Mi viene in mente una canzone magnifica, In Liverpool on Sunday / no traffic on the avenue / the light is pale and thin like you / no sound, down / in this part of town, è proprio così ora, la canticchio mentalmente ma non è facile, Suzanne Vega racconta di un ragazzo conosciuto qui, chissà quale sarà il suo campanile.

Serve il passaporto. Il passaporto. Banda di deficienti, e dall’anno prossimo pure il visto. Io non so. Una roba tipo ESTA, basta pagare ma passa proprio la voglia. E invece no, maledetti, dopo la Brexit uno vorrebbe dimenticarli, non andarci più, ignorare tutto il resto e invece no, eccomi qui un sabato pomeriggio alle due in un pub a bere birra e guardare Fulham-Manchester UTD, io che il fobal non so nemmeno dove stia di casa, e mi trattano come abitassi al piano di sopra e fossi qui tutti i giorni. Ovvio che maledico insieme a loro i rossi mancuniani, cugini troppo vicini con cui assommano una quantità spropositata di coppe campioni. Per strada vendono ancora le sciarpe del sette a zero di marzo. E comunque diffidenza, amici amici ma son pur sempre quelli dell’Heysel. E anche quelli del you’ll never walk alone, a dire il vero.

Ho cominciato a leggere Notizie da un’isoletta di Bryson, mi pareva appropriato, alcuni luoghi che racconta li vedrò a breve. A pagina due, racconta di quando nel 1973 sbarcò a Dover e come prima cosa fece colazione: “Mangiai un piatto di uova, fagioli, pane fritto, bacon e salsicce, accompagnato da pane e margarina e due tazze di tè”. Io, stamane, uguale uguale. Basta sostituire Dover con Liverpool e la margarina con il burro, stranamente irlandese. Dodici ore e il mio nutrizionista si è già ucciso.

Piove. Oddio, piove, vien giù una pioggerella sparsa e costante che secondo me manco dicono che pioverà, alle previsioni. La cosa da fare, secondo costume locale, è far finta di niente e proseguire, alla fine non si è davvero zuppi. Cammino lungo le rive del Mersey, che qui è una grande insenatura che ha fatto e fa di Liverpool una grande città portuale. Gli edifici che val la pena di vedere sono i magazzini del porto, i bacini, i docks, gli enormi palazzi delle storiche compagnie di navigazione, due su tutte, la Cunard lines e la White star, valgano i nomi di Titanic, Britannia e Lusitania. Tutte andate tragicamente, poi si racconta la storia di Violet Jessop. E il museo marittimo, con un’interessante sezione sulla tratta degli schiavi, cui gli inglesi contribuirono sostanzialmente. There she goes, racing in my brain. The Coral, Frankie Goes to Hollywood, Gomez, the Wombats, potrei andare avanti pagine e pagine a nominare band di rock e pop di qui, quasi tutta la musica che conoscete in questi due generi viene da qui e da Manchester. Poi Bristol ha il suo genere e il resto, poco, Blur e Rolling Stones, Elvis Costello va’, sta a Londra. E poi quei quattro ragazzi, certo, quelli del Merseybeat, quelli che qui ogni cosa rimanda a loro, quelli del sottomarino e di Lucy coi diamanti. Non c’è storia. Chissà com’è avere statue in proprio onore ancora in vita, essere un monumento vivente con culto incorporato, non sono sicuro sia così bello. E la relazione tra musica e città portuali si conferma prolifica ancora una volta.

Segna il Manchester all’ottantanovesimo e la delusione si sente, la partita finisce, si spegne lo sport e si accende la musica, The La’s per cominciare. Ma a volume davvero alto, come se fossi a casa mia, ed è così in tutti i pub quando non c’è uno sport qualsiasi tra le freccette e il rugby subacqueo. Magnifico. Al Walker museum una valanga di preraffaelliti e tre Lowry come si deve, è il pittore dell’Inghilterra industriale di fine Ottocento, ne ho visti alcuni a Manchester, appunto, qualcuno lo chiama naif ma ha una sua posata drammaticità. La cattedrale è colossale, usata per un terzo per le funzioni, come in molti luoghi di culto protestanti c’è un negozio di souvenir e oggettini sacri dentro, neon e vetrine nella navata sinistra, e i mercanti sono dentro il tempio. Anzi, le cattedrali nelle città portuali sono in realtà i templi dei mercanti, direi, senza giudizio, e poi vedo una cosa che non ho mai visto. A metà, subito dietro i banchi dei fedeli, e in questo momento stanno celebrando la messa, ci sono dei tavoli e, giuro, un bistrot. Ovvero, in un locale chiuso nella navata sinistra, a fianco del negozio, è in funzione un ristorante. Alcuni tavoli dentro e la maggior parte nella navata centrale della cattedrale. Mentre il prete sta officiando, quindi, una quarantina di persone mangia, ciacola e passa il tempo.

Mi sfuggono alcune cose. Tralasciando le questioni del catechismo e del rito, mi domando chi si alzi la mattina e dica: oh, oggi andiamo a mangiare in chiesa? Mmm, fanno quelle omelettes alla farisaica che mi mandano in sollucchero. Dai, chiama i Bignotti, che andiamo insieme. E poi quel qualcuno passa un’ora o due mangiando mentre qualcuno a fianco dice prendete e mangiatene tutti. Ma dev’essere una roba mia, qui è tutto pieno, più il bistrot che la messa. Che magari invece portare un po’ di vita nelle chiese non sarebbe poi così sbagliato.


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una ferale notizia e una possibile soluzione

Diciamolo subito: mi arriva una letterina che mi dice una piccola cosa spiacevole.

Per chi non avesse voglia di leggere (tl/dr), Google mi avvisa che a inizio anno prossimo dismetterà Google podcasts. Ecco. Probabilmente è l’app che uso di più e che tanta gioia mi dà, di conseguenza la delusione è forte. Perché GPodcasts non è tanto una piattaforma che ospita podcasts quanto un aggregatore che, sfruttando la potenza di ricerca della casa madre, permette di restare in un posto solo e ascoltare podcasts altrimenti pubblicati in ogni dove, con poche eccezioni (sì, Raiplay sound è una, cretinetti che sono). Oltre a questo, GPodcasts fa tre cose, tre cose fatte bene e non è richiesto altro. Anzi, benissimo così.

Ma non più. Dismettono, tutta la parte dei podcasts confluirà in YouTube music quindi, per chi è di bocca buonina, niente di grave, nessun costo aggiuntivo, si sopravvive. Ecco, sopravvivere, io invece anche in questa cosa voglio vivere bene, vivere bene come vivevo bene in questo ambitino con GPodcasts.
Quindi mi tocca cercare un’alternativa e l’ho fatto subito, così poi da scrivere qui già con una proposta, fedele al piacere della condivisione e alle funzioni di servizio di trivigante.it.
La proposta, dopo innumerevoli sperimentazioni, è questa: AntennaPod.

AntennaPod è un progetto open e senza pubblicità (oh, mica poco!) di un lettore e aggregatore di podcast, semplice ma con un ottimo numero di funzioni personalizzabili, iscrizioni, code, episodi, gestione download, sincronizzazioni e così via, ottime funzioni di ricerca e, qualora non trovi il podcast richiesto, la possibilità di inserire l’indirizzo RSS o la cartella in locale. Gestibile, dunque, ma senza eccedere in complicazione e numero di opzioni, e incredibilmente, trattandosi di sviluppatori, ha anche un aspetto gradevole.
In sintesi: dopo ormai un mese di test, sono passato definitivamente al nuovo gestore di podcast, senza peraltro sentire alcuna nostalgia di GPodcasts. Ah, come svaniscono le passioni, come sono volatili le relazioni umane, ah! Me ne rendo conto. Il numero di bugs è davvero minimo – in realtà l’unico che ho sperimentato è che il lettore a schermo bloccato va in pausa ma non riparte, bisogna sbloccare – e gli aggiornamenti frequenti. Il difetto maggiore, se così vogliamo dire, è non avere la parte web, ovvero un account in cui fare le iscrizioni e le operazioni di gestione più agevolmente e, soprattutto, che sincronizzi il db dell’app. Ma si capisce, quelli son costi netti, server, db, accounts, utenti che si lamentano. Il passaggio è indolore, basta esportare da GPodcasts le proprie iscrizioni – con Google takeout – e darle in pasto ad AntennaPod. Oppure ricominciare puliti e gestire di là, che peraltro ha anche la comoda funzione di esportazione del db, per sicuri backup e per necessità in caso di cambio telefono.

Ecco qua, io il mio l’ho fatto.

Francis il muro parlante: pas de quartier pour les fascistes

Il genio, ancora una volta, si manifesta tutto attorno con intuizione, fantasia, colpo d’occhio e, appunto, velocità di esecuzione. Questo è magnifico.

Scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono. Con ‘pas de quartier’, anche se si intuisce, si intenda ‘nessuna pietà’ e il luogo è un muro di Marsiglia, scorsa primavera.

le scritte sui muri:
a saperlo prima | aggiunte | arriva l’estate | attualità stringente | avverbiunque | basta! | bellalavita | bellezza assoluta | braccia restituite all’agricoltura | cacca al diavolo | dal libro dei Savi IV, 42 | dialettica politica | die Artikel | e tutto il resto | fatevi una vita | fuori gli obiettori | fuori gli obiettori (due) | i cattivi | i lavoratori più disciplinati | i tre comandamenti | il benessere | il clero | il genere | invito surreale | la lasagna | la musica alternativa | le certezze | le decorazioni | l’immigrazione | l’indignazione | maledetta la fretta di far la rivoluzione | maria jessica | mentalità aziendale | nella strada e nella testa | palumbo | pas de quartier | però serve | pio pio tutto io! | politica contemporanea | possiamo smetterla? | prima sopra, ora sotto | rubare ai richi | sintesi politica | sintesi politica due | speranza per tutti | superminimal | togliete quei maledetti calzini | uomini al bar | voce del verbo rapire |

laccanzone del giorno: Eels, ‘Rags to rags’

Gli Eels sono un gruppo di uno, cui attorno ruotano vari musicisti. E con l’album d’esordio, Beautiful Freak, ne imbrocca(no) una via l’altra, Novocaine for the soul, My beloved monster, Rags to rags, Your Lucky Day in Hell insieme a pezzi più riflessivi. Un vero album dei Novanta che per quanto mi riguarda non solo invecchia benissimo ma invecchia con me, che me lo porto dietro da allora senza lasciarlo giù.

Rags to rags è un live per finta, si sentono sotto i rumori del pubblico, ha senso con la canzone, dalle stelle alle stalle and rust to rust. Poi a quarantasette secondi parte la tipica parte ritmica di quegli anni, poi torna giù e poi di nuovo su: But it won’t mean – pausa pausa – a fucking thing. Che meraviglia.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

così, nessuno di noi due sarà vivo quando il lettore aprirà questo libro

Penso di poter affermare con un buon grado di certezza che la copertina su cui si siano imbizzarriti di più i grafici editoriali sia Lolita di Nabokov. Ragazzine ammiccanti da ogni parte, da una vaga sobrietà alla più spinta esposizione senza freni che poco hanno a che vedere con il romanzo. Quattro esemplificative tra le ragionevoli, nessuna idea buona davvero:

Per tentare di ovviare allo scempio o, quantomeno, denunciarlo visto che dura da decenni o pro domo sua, l’architetto John Bertram ha lanciato un concorso per nuove copertine del romanzo e, tra molte, spicca per arguzia quella ideata da Jamie Keenan, che è uno bravo.

Sia perché richiama, com’è ovvio, il corpo, sia perché l’angolo è il posto dei colpevoli, sia perché è la stanza della ragazza e così via. Notevole. Poi Bertram ci ha fatto un libro, Lolita: Story of a Cover Girl. Comunque, io mai letto e nessuna tentazione, sono onesto, troppe cose da leggere prima.