Nuovo layout per gugolmaps. Qualche considerazione estetico-funzionale a caldo, la cosa è di oggi. Troppo fisica a discapito della rappresentazione di strade e conurbazioni, infatti la differenza tra la mappa di default e quella che rappresenta i rilievi è, appunto, solo il disegno dei rilievi, come si vede qui sotto. Inoltre, i colori, soprattutto i verdi e l’azzurro del mare, sono troppo saturi, assomiglia a Openstreet map per i difetti. E anche ad Apple maps.
La scelta dei colori, verdi e azzurri, inoltre interferisce negativamente con i colori delle strade, i grigi tenui tendono a svanire e i grigi più intensi delle strade maggiori devono essere anch’essi parecchio saturi. Peggio va con la colorazione del traffico, là dove il verde del traffico scorrevole per essere visibile viene enfatizzato molto, rasentando la fluorescenza. I rossi e i gialli poi vanno a comporre un puzzle di colori eccessivo per poter guardare a lungo la mappa con attenzione.
Per carità, poi man mano si adeguano le cose e si sistemano, colpisce però in prima battuta la scelta generale rispetto alla versione precedente che, giustamente, spegneva i verdi e tutti gli altri colori in favore dei layout da sovrapporre.
Con gli indicatori, poi, di luoghi notevoli e non la situazione peggiora, tendendo all’arlecchinata se la concentrazione di strade con traffico rilevato è significativa, troppo simili i colori di luoghi storici, musei e fiumi, tendenti per saturazione ai verdi del traffico, per fare un esempio.
Dopo di che, bisognerebbe conoscere le ragioni a monte della revisione per esprimersi compiutamente, per il momento non c’è un sensibile miglioramento nell’utilizzo e fruibilità, anzi. Ci saranno senz’altro adeguamenti in corsa, tra l’altro al momento il bug più grosso mi pare sia il layout del traffico che scompare attivando i rilievi. Non male, invece, il giochino dei tempi di percorrenza.
La sua biografia è ridicola, una cavalcata ubriaca di idiozie colossali: dalla comunicazione telepatica col cane, peraltro reincarnato, all’insegnamento del sesso tantrico, al colloquio con i morti, si potrebbe andare avanti. Di conseguenza anche la piattaforma di governo, dallo smantellamento della banca centrale alla libera vendita degli organi alla «dollarizzazione» dell’economia all’ultraliberismo a vanvera, si potrebbe andare avanti. Complimenti per l’ennesimo ottimo voto, avanti con la gestione dell’inflazione al 142% e del debito pubblico a 419 miliardi di dollari. Propongo che dopo il decimo fallimento dello Stato l’amministrazione di un paese venga smantellata ed esso venga posto in amministrazione controllata permanente da parte degli altri stati del mondo, sull’esempio del Polo sud, in quote proporzionali. Fine, basta, per manifesta incapacità o malafede.
Lo stadio Panathinaiko, stádion Panathēnaikón, “stadio di tutti gli Ateniesi”, fu costruito nel sesto secolo prima di Cristo, ampliato e ricoperto di marmo del monte Pentelico da Licurgo nel 329 a.c. e ampliato da Erode Attico nel 140 d.c. fino a raggiungere cinquantamila posti. Fu lo stadio degli antichissimi Giochi panatenaici e poi dello sport ateniese. Come molte cose, venne poi abbandonato e dimenticato.
Venne riscoperto e scavato nel 1875 per le olimpiadi di Zappas, protolimpiadi moderne, e poi riammodernato di nuovo nel 1895 per le prime olimpiadi moderne.
Oggi può contenere ottantamila persone ed è stato utilizzato ovviamente per le olimpiadi del 2004, è il punto di arrivo della maratona di Atene e in occasione di ogni olimpiade è da lì che parte il tedoforo.
Beh, come minimo duemilaseicento anni di storia per lo stadio di tutti gli Ateniesi, trovo la cosa piuttosto emozionante. Ci farei volentieri un giro di pista, come a Olimpia.
Il palladiano Pulteney bridge a Bath, ti piacerebbe. Ponte vecchio e Rialto stanno lì dietro, è ovvio, entrambi apprezzati. Poi, sai, dentro il ponte tra le due spalle ricoperte di negozi ha una vera e propria strada trafficata, quella ti colpirebbe di meno. Però in mezzo c’è un negozio di antiche mappe e lì, sicuro, un giro ce lo faremmo eccome.
Old Sarum e Salisbury, raccontavo qualche giorno fa. In un impeto deccurtura, citavo Constable il giorno dopo a proposito delle vedute delle colline inglesi e dei panorami del Somerset, come pittore esemplare dei paesaggi che riconosciamo come tipici del paese. Ora è tempo di dare un minimo seguito a quanto detto, anche per verificare se propalassi menzogna e, magari, io imparare qualcosa. L’Old Sarum, l’emozionante sito a collina nei pressi di Salisbury, stimolò non solo la mia immaginazione ma, ovvio, anche quella di molti. John Constable, come dicevo, lo dipinse più volte, la versione tra quelle che ho trovato che preferisco è questa.
Da essa, in collaborazione con lo stampatore David Lucas, il pittore ne trasse svariate serie di stampe:
Non ho scattato una fotografia paragonabile, accludo quella qui sotto. Quel che colpisce è che l’ambiente circostante sia intatto, nessuna fabbrica, capannone o condominio, esprimo sincera ammirazione per gli inglesi capaci di preservare il proprio territorio.
Ne ho un’altra paragonabile per inquadratura ed è vero, c’è una porta da calcio. Paesaggio rovinato.
Ovvio che non valga per tutto il paese ma non è raro incappare nella campagna inglese intoccata, chiunque ne ha fatto esperienza se ne ha avuto occasione. Un’altra veduta dell’Old Sarum e la campagna circostante è un bell’acquerello di William Turner – attenzione, da non confondere con l’altro ben più famoso, infatti questo lo chiamano ‘William Turner of Oxford’.
Il dipinto più famoso di Constable è senz’altro ‘La cattedrale di Salisbury vista dai terreni del vescovo’ (Salisbury Cathedral from the Bishop’s Grounds) del 1825, di cui ne esistono due versioni: una con il cielo terso, conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, seconda versione, e una con il cielo nuvoloso.
La seconda, che in realtà fu la prima perché fu rifiutata dal vescovo proprio per il cielo non azzurro, è conservata al Victoria and Albert Museum di Londra.
Anche in questo caso, proprio perché il vescovo non mi ha fatto entrare nella sua tenuta e, quindi, dal lato giusto, non ho una fotografia equivalente, ne ho una della chiesa sghimbescia, perché è oggettivamente difficile farla stare in un’inquadratura.
Ancora, l’ambiente circostante è preservato e quasi meraviglioso, non so se di là ci siano ancora le mucche e come il vescovo si vesta ma, insomma, di qua non è cambiato. Pochi anni prima, aveva dipinto un’altra veduta della cattedrale, ‘La cattedrale di Salisbury e la Leadenhall visti dal fiume Avon’, anch’essa in diverse versioni, eccone due:
Notevoli anche le variazioni di stile, non solo di punto di osservazione. Di questa seconda forse una fotografia presa da un punto non distante ce l’ho, scartabellandole. Si vede la Leadenhall, la cattedrale è orientata nello stesso modo. Anche in questo caso – si tratta di una città non di aperta campagna, Salisbury ha quarantamila abitanti – resto ancora stupefatto dal paesaggio preservato.
Giusto per provare a trasmettere un po’ dell’emozione e della riconoscenza provata camminando per quelle zone e incassare il compenso promesso dall’ente turismo.
Rossa dentro. Dove il mondo diventa mancino, la mela lasciò il suo vecchio vestito e prese l’abito da sposa più rosso, più rosso. E via. È la Kissabel Rouge o Weirouge o quel che si vuole, ha gli antociani dentro oltre che sulla buccia. Ed è magia o lago di sangue, a seconda. E la mela salì, salì, salì, salì, salì.
Comprendere l’amministrazione inglese soprattutto a livello locale è pressoché impossibile per uno del continente. Per esempio, e per restare a Bristol, dal 2012 ha un sindaco eletto direttamente dai cittadini (Mayor of Bristol), che non va confuso col “Signor sindaco” (Lord Mayor), che è il vecchio ufficio sindacale – nel senso di ‘del sindaco’ – nominato annualmente dal consiglio comunale che lui poi presiede. Non mi è chiara la distinzione. Ancor meno il fatto che la città faccia parte di una contea cerimoniale, cioè che non ha funzioni di governo locale ma è presieduta da un Lord luogotenente, ma è anche l’unica città inglese, e qui la cosa diventa davvero oscura, a far contea a sé, cioè a non avere ulteriori suddivisioni. Ecco, queste cose bisogna saperle per superare l’esame per la cittadinanza e non ho accennato alle unità di misura, i tre ottavi di un’oncia gallese. Nella mia beata ignoranza, mi beo appunto del riutilizzo delle cabine telefoniche nei modi più vari, condivido la mia piccola collezione raccolta in questi giorni.
Vincono le piante. La chiesona nel centro di Bath, proprio a fianco delle terme, non è una cathedral ma un’abbey, eppure non ha convento o monaci, va’ a sapere. Un tempo, magari. Impossibile affrontare anche il campo delle distinzioni amministrative ecclesiastiche. Comunque, ha di notevole che tutto l’interno è tappezzato di lapidi sepolcrali, non solo il pavimento ma anche tutti i muri. Sono all’inglese, nel senso che l’iscrizione è dettata da chi resta, marito moglie figli genitori, in onore del defunto, non è un’epigrafe impersonale. Per cui, ce ne sono alcune commoventi, come la moglie che parla del marito non solo come marito ‘ma migliore amico, perso chissà dove’. Credo, soprattutto quelli sui muri, siano cenotafi, non sepolture. Ed è molto bello che siano in chiesa e leggibili da chiunque, è una specie di raccolta di lettere d’amore in morte, oserei avvicinarle alle lettere dei condannati a morte per il fatto di esprimere un ultimo saluto riconoscente.
Non mi stupisce, dunque, incontrare qui Natalie Merchant, impegnata come me a leggerne e trascriverne alcune, una sua canzone ha proprio a che fare con questo, My beloved wife. Ne parlerà poi al concerto. Del concerto, ne segnalo alcune modalità interessanti, secondo me da importare: apertura porte presto, poi apertura bar interno, uno o due a seconda della sala, chiacchierine fino al momento, poi avviso e tutti dentro. A un certo punto, intervallo, chi vuole bagno bar chiacchiere. Poi ripresa. Da noi si usa per i concerti di classica e lirica, non sempre, e basta. Invece è il teatro sia che sia prosa o musica pop o lirica, sempre stato così, per quello abbiamo i foyer. Ma noi ormai i concerti rock e pop li facciamo nei palasport, con la morte dell’acustica. Che va benissimo per i Green Day, meno per Merchant, almeno d’inverno.
Siccome anche Bristol è a un lancio di sasso da Bath, vado. Anche perché ha l’interessante prerogativa di avere un aeroporto, cosa che potrebbe essermi utile a breve. Venti minuti di treno e vualà, Bristol. Che ha la caratteristica di essere una grande città portuale, molto vicina al canale che il sistema fluviale di Avon e Severn condivide con Cardiff. Fino a pochi anni fa c’era una linea stabile di transatlantici da Bristol a New York, mica è un caso che John Cabot, loro lo chiamano così, sia partito da qui nel 1497. Ma in contraddizione, forse, con la natura portuale e quindi rude è anche la città dei cartoncini di media rigidità ma di alta qualità, i cartoncini Bristol per l’appunto. E in ogni città frequentata d’Europa c’è o c’era un Hotel Bristol, ne ho visti di recente a Pesaro e Varsavia. E sempre in contraddizione, ma forse no se c’è relazione come suppongo tra porto e musica, è la città del trip hop, Massive Attack, Tricky, Portishead, questi ultimi quelli che preferisco. E di Banksy e della street art, i due ambiti sono strettamente connessi, da Del Naja in giù. Ne posto solo uno, molto noto, c’ero davanti poco fa prima di sedermi a scrivere in un pub al porto. L’orecchino è l’allarme.
Cose che a questo punto cominciano a mancarmi: bidè. Bidè. L’ho detto il bidè? Insalata, ma che sia solo quella: insalata, al massimo con altre verdure, senza alcuna salsa o condimento. Un po’ di frutta che non costi quindici barili di birra e faccia mediamente schifo. Mmm, che altro? Gli amici, un po’, certo, un po’, e un paio di parenti, direi. Ma tanto torno a brevissimo. Insalata. La mia motoscurreggia che l’avessi qui girerei come un matto, cercando di pigliare le rotonde dal lato giusto. Basta, mica tanto, in realtà. Insalata. Centonovantatre chilometri a piedi, ventotto salsicce, mezza birretta, alcuni musei, un paio di splendide camminate in collina, due concerti, le solite cose meteo, un solo bus a due piani, almeno due persone con cui qualche riga ce la scriveremo, una bella scorpacciata di stimoli, buoni fino alla prossima.
Me ne vado a spasso per la libera repubblica popolare di Stokes Croft, quartierino popolare bello e disastrato di Bristol, vittima sulla strada principale della solita gentrificazione ma che venti centimetri dentro resiste in qualche maniera. Certo, la creatività, spazi sociali, etichette discografiche, consultori, tutto subisce una frenata violenta in questi tempi violenti, tra Sunak, Truss e Johnson per restare al locale non va certo bene.
Un mural invita a boicottare Tesco in favore del local, certo, poi tutti vanno comunque lì perché costa meno, fosse ancbe per ubriacarsi mentre si cerca di dormire per strada. Lascio due caffè sospesi al Cafe Kino, in realtà due cose calde per chi le chieda, gesto piccolino con cui vorrei contribuire un poco e salutare i miei di nuovo amici inglesi. Certo son fatti un po’ così ma è il loro bello, ho ricevuto tanta gentilezza e sincera cordialità, anche qualche risata proprio ben fatta, qualche abbraccio e stretta di mano davvero calda. Meno su, Liverpool e Manchester, più giù, come è sempre. Poi, come sempre, l’unico sciacquone che non va in tutta l’isola è qui, perché cari compagni figuriamoci se siamo così borghesi da riparare un cesso. O da non romperlo, ancor di più.
Leggo or ora: ma proprio Cameron, maledizione? Non è possibile, ministro degli esteri dopo l’estromissione dell’altra. Non va certo bene no, da qualche parte è pieno di inglesi insopportabili, egoisti e deficienti, direi altrove rispetto a dove sono stato io, perché l’ipotesi che alcuni possano essere amabili e deficienti ed egoisti allo stesso tempo trascende decisamente la mia comprensione.
Vien su un ventone e per me è tempo di tornare, non prima però di aver visitato il Bristol Museum & Art Gallery, noto fin dal 2009 per quell’esposizione colossale di Banksy che, nemmeno pubblicizzata, portò a code di sette ore e più per giorni. Ma qui son maestri di coda, in effetti. Come molti altri musei inglesi l’edificio stesso merita la visita, i due cortili interni chiusi dominati da balconate offrono spazi sociali rilevanti, le poltrone e il bar invitano a stare, che cosa difficile per noi. Sto, come tanti, oltre a tutto è domenica e l’entrata è a offerta libera, civile. Anche le collezioni sono all’anglosassone, mescolate, con alcuni datati e buffi diorami su flora e fauna locale, modellini dell’Avon gorge, polverose riproduzioni plastificate di fauna africana ed esotica, che meraviglia. Ci sarebbe ancora molto da raccontare o dire, chiudo qui. È stato un primo esperimento di reale lavoro itinerante ed è andato bene: qualche videochiamata dall’albergo, qualche giornata di lavoro in biblioteche o bar tranquilli, qualche sera in albergo, qua e là. Forse lavorando male di mio solito non s’è percepita differenza, meglio. Un preludio a qualcosa di più costante e strutturato, vedrò come va, al momento bene. Di sicuro la mia riconciliazione con quello sciocco, arguto, amabile, divertente popolo che sta là su è avvenuta, ci rivedremo presto perché ho ancora ampi spazi di esplorazione. Speriamo votino meglio le prossime volte.
Da Salisbury a Bath è un tiro di schioppo inglese verso nord, per cui vien da sé, vado. O come dicono loro, a un lancio di sasso, a stone’s throw away. Se c’è un posto che fin dal nome si capisce che fa, beh questo è Bath: è l’unica sorgente termale di Inghilterra, l’acqua sgorga a novantacinque gradi, fahrenheit direi visto che non mi sono scorticato a toccarla, anzi, ed è circondata da colline dalle quali scende invece una cospicua quantità di acqua fredda da ogni dove. In mezzo, l’Avon, fiumone importante e mille rivoli da ogni parte. Se solo così fosse, la città si chiamerebbe Waterqualcosa, con l’aggettivo a seguire, invece si chiama Bath perché certi chiamati romanes, appassionatissimi di acqua calda come si sa, vi costruirono delle terme. Che esistono ancora oggi, si possono visitare e l’acqua fuma ancora come allora. Un edificio vittoriano, rispettoso devo dire, ne ricostruisce le forme originali sopra quel che rimane ed è ben riuscito, ne accoglie le vasche e le piscine con le differenti funzioni, palestre, calidarium, frigidarium e così via. Il tetto della vasca principale non esiste più da millenni, ragion per cui le acque, che sgorgano trasparenti, diventano verdi al sole a causa di un’alga che, evidentemente, sta benone nell’acqua a trentacinque gradi. Chi non lo starebbe? A questo punto che faccio? Non cadauno almeno una foto? Sarebbe cattiveria, eccola.
Western Daily Mail, previsioni: “Tempo previsto: caldo secco, con temperature in diminuzione, umido e possibili piovaschi”, ovvero il possibile clima di ogni giorno dell’anno, notte e giorno, natale e festivi. Ahah. E infatti così è: piove quattordici volte al giorno, poi esce il sole e il tempo di prendere la macchina fotografica piove di nuovo. Metto via, sole. Esco la mattina presto perché ho una camminatona da fare per le colline che coronano Bath, senza però saltare il rito di una Full English prima, cioè quella colazione con bacon e fagioli e salsiccia che garantisce l’apporto minimo giornaliero di proteine e son già bravo che non ci bevo il gin insieme. Salgo per le colline che sono ancora avvolte di bruma, vedo il mio fiato. Mi aspetto da un momento all’altro di veder spuntare gli occhi di brace del mastino di Baskerville, in fin dei conti i Doyle stavano poco piu a sud di qui, nella New Forest (che New non è affatto). Il qui è il Somerset ed è una delle contee che più risponde all’idea che abbiamo della campagna inglese. E non è idea, è realtà.
Il solito momento Marconi che scopro le cose: chiunque celebra le Cotswold, figuriamoci, arrivo io. D’altronde l’architettura paesaggistica l’hanno inventata qui, dico solo Lancelot Brown, detto Capability per via della sua abitudine di dire al cliente che il terreno aveva great capabilities. Sono i paesaggi di Constable, incappo in un ponte palladiano alla Inigo Jones, una torre in rovina, pare di essere in un documentario, scoiattoli a bizzeffe, ruscelletti e persone che salutano sorridendo. O piaccio a tutti, e tenderei a escluderlo ma se così fosse mi fermo qui istantaneamente, oppure son quasi tutti gentili e cordiali. Oh, dio, non so se ce la faccio, non sono mica abituato, troppo tutto insieme. Non so, almeno a casa vi picchiate? Un po’?
Ieri sera quando sono arrivato all’albergo, una bella casotta inglese con le stanze tutte storte e il bagno in corridoio, mi ha accolto Rycroft, che è anche il gestore del pub al piano terra. Siccome per uscire si deve passare da lì, ovvio che poi una birretta uno se la fa. Ma poi non vuoi far due chiacchiere e berne una seconda? E poi io mi dimentico quel che volevo fare. Comunque, Rycroft, che è chiaramente il quarto fratello Holmes, quello ancora più intelligente del più intelligente, mi ha invitato a mangiare qualcosa, visto che fanno anche cucina fino alle otto. D’accordo, resta solo un tavolo da quattro e gli esprimo il mio rammarico per fargli perdere tre coperti. Da noi funziona così, a Firenze se sei da solo non ti danno nemmeno un tavolo da due. Rycroft mi guarda senza capire bene cosa stia dicendo e mi fa: “Meglio, così magari qualcuno si siederà con te, non è una bella occasione?”. Madonna, ma no, non è possibile. Eddai, non potete vivere mica così meglio di noi, non è possibile, e no. No. Così non va bene.
La mia vicina di camera è la contrabbassista o violoncellista, non ho capito e non stava bene chiedere di nuovo, di Nora Jones, ieri sera hanno suonato al Forum, che è dove andrò io tra poco per sentire Merchant, ancora. Eh, lo so, a maggio quando ha annunciato il tour ero così in visibilio che uno non bastava. La mia cameretta è a cinque minuti a piedi dal posto, Rycroft qui sotto mi aspetta col pub aperto al mio ritorno, beh, che chiedere di più nel mio piccolo?
Questo sito utilizza dei cookies, anche di terze parti, ma non traccia niente di nessuno. Continuando la navigazione accetti la policy sui cookies. In caso contrario, è meglio se lasciamo perdere e ci vediamo nella vita reale. OccheiRifiutaCookies e privacy policy
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.