Il decreto, finalmente, dentro alla «Fase 2» di corsa, urrah.
Solo che è uguale alla «Fase 1». Chi l’avrebbe detto? Beh no, beh no, qualche differenza c’è: ora si può andare a trovare i «congiunti» con la mascherina, non ci si può abbracciare, e il testo fa intendere che non sarebbe il caso di fermarsi a cena per discorrere del più e del meno. Apriti cielo: chi sono questi «congiunti»? Posso andare ad Ancona a trovare la mia vicina di ombrellone dell’anno scorso con cui tanto avevamo legato? Il fratello del bisnonno è «congiunto»? Vattelappesca. Inoltre, si può fare attività fisica al di fuori del limite dei duecento metri. Posso andare a fare la Tre Valli Varesine col cane? Posso nuotare nel Po? E poi: è consentita la ripresa dell’attività sportiva a chi la svolge a livello professionale. Posso tirare al piattello al parco? Guardi che a me piace moltissimo, sono un vero appassionato, cosa c’entra che sono un operaio? Chiaro che tutto ciò è per celia, è per prendere la misura di cosa si possa fare e cosa no, è per polemica gratuita, è per quella gioia tutta italica di prendere in castagna qualcuno di famoso quando sbaglia. A costo di dire scemenze. Il decreto, per fortuna, apre timidamente e consente a diverse attività lavorative di riprendere (o, come si è visto in questi mesi, di dirlo apertis verbis), mantiene le maglie abbastanza strette per non compiere scivoloni nel controllo della diffusione del contagio. Fosse stato il contrario, mi sarei innervosito, ed è una cosa che temevo. Dopodiché, sapere cosa succederà sta solo nella mente degli indovini, se i divieti saranno rispettati, se le reazioni saranno composte, se tutto questo servirà o meno. Il fatto che tutti si mostrino scontenti o abbiano qualcosa da dire non è di per sé significativo, perché accade ogni volta, e il fatto che effettivamente il traffico sia aumentato di parecchio può rispondere all’apertura lavorativa. È uno stato di cose visibile di cui mi sono accorto, per fortuna, in tempo: non posso e non devo più affrontare le rotonde in motorino senza guardare o quasi. Adesso ci sono delle altre auto. E gli ampi parcheggi disponibili per quasi due mesi adesso sono di nuovo una speranza. Chissà dov’erano tenute le macchine prima. Conte compie una visita lampo in Lombardia tra Milano, Bergamo e Brescia e, curioso, ci arriva verso l’una di notte. Considerando il disaccordo tra governo e Regione, nel senso di guida leghista, fin dal primo giorno e considerando la coincidenza con il decreto «Fase 2», forse avrei fatto lo stesso. «Prima sarei stato d’intralcio», dice lui, e io penso che non avrebbe potuto esimersi dal venire ancora a lungo e che lo ha fatto per farlo e tanti saluti. Ma, ripeto, avrei fatto anch’io così, evitandomi assalti e polemiche inutili in questo momento.

Tra le buone notizie, c’è quella che annuncia che il nuovo ponte di Genova, quello che ha sostituito il ponte Morandi, è praticamente terminato (anche se non vedo i ristoranti e i parchi di cui parlava Toninelli. Ah, le false promesse…). Se l’accartocciamento del ponte sul Magra all’inizio di aprile (giorno 34) era un piccolo simbolo dello sgretolarsi del paese, questo è un piccolo segno di ripresa: perché devo confessarlo, ad agosto 2018 avevo scommesso che non ci sarebbe stato nulla fino a due anni dopo (ero in polemica con quei criminali che assicuravano che in tre mesi il ponte si sarebbe fatto) e, invece, mi devo ricredere con un anticipo di sei mesi. Bene. Se potremo anche percorrerlo, meglio. Ora ci sono ventimila proposte per il nome.

A sera, un amico gentile (grazie signor P.) mi invita a teatro. In senso letterale, l’espressione è corretta – «vedere dal vivo» – certo bisogna intendersi sul concetto di «vivo»: da un lato degli schermi ci siamo noi, i reclusi, e dall’altro, sempre recluso, c’è l’attore, in questo caso Andrea Cosentino. Ci colleghiamo in circa trenta non senza qualche difficoltà qua e là con un programma qualsiasi di videoconferenza (i software più utilizzati nel periodo) e assistiamo allo spettacolo. L’attore, ovviamente interessato all’esperimento anche per riuscire a capire come possa provare a reinventarsi una professione almeno per il prossimo anno, disastro anche per loro, ci chiede di tenere accesi i microfoni, così da avere eventualmente dei riscontri durante la messa in scena. Chiunque abbia mai usato questo tipo di programmi sa che mentre uno parla gli altri dovrebbero silenziarsi, poiché basta un rumore qualsiasi, un colpo di tosse, perché l’inquadratura e il suono si spostino sulla fonte più recente. Cominciamo e dopo pochi secondi io, e tutti, mi ritrovo a guardare una signora che non conosco che ride sul divano. Poi l’immagine torna sull’attore e alla prima battuta, signora. Cosentino-signora-Cosentino-signora-signora-signora, a seconda delle risate. Confesso che mi piglia il riso contagioso ma non cambia, anche fissando l’inquadratura sull’attore, resta la questione dell’audio. Dopo un po’ la regia taglia il microfono della signora e si procede. Che dire? Sono contento sia accaduto e di avere fatto parte di questo esperimento (che prevede altre serate) e penso che possa riservare degli ampi margini di miglioramento. È pacifico che è un’altra cosa rispetto al teatro e sarebbe sciocco pensare di avvicinarsi a ciò che è la resa in una sala con il pubblico presente. È un’altra cosa e andrebbe trattata come tale. Più sconfortante, forse, il risultato per l’attore, che credo debba rassegnarsi a perdere il contatto con il pubblico e a recitare dal proprio salotto davanti a un monitor, muto. Prospettiva non esaltante, in effetti. Però è bello dopo, quando si può parlare, insieme, condividere ciò che è appena stato e scambiare qualche opinione. E, magari, fare un brindisi, come ieri sera. E scoprire che, fuori inquadratura, il vino ce l’avevano tutti, pronto.
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