minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 19

È stupefacente, già in tempi normali, constatare quanta disinformazione venga fatta sui canali social e, soprattutto, su whatsapp, figuriamoci ora col virus e la reclusione. C’è anche un discorso pratico: i boccaloni, quelli veri, e le persone prive degli strumenti per distinguere una bufala da una notizia plausibile usano tutti whatsapp. Non passa giorno in cui qualcuno non mi giri un video assurdo, complottista (ultimamente: Mazzucco, uno che ha portato tesi a favore della terra cava, voglio dire), per chiedermi se si possa fidare o meno. Io non ho strumenti particolari per giudicare, se non una grande dose di scetticismo dettata dall’esperienza e, di conseguenza, rispondo sempre di no, spiegando che se ci sarà mai una notizia importante non circolerà in quella maniera. Parrebbe chiusa qui e invece no: al prossimo video che nel titolo o nella descrizione presenta qualche elemento plausibile di verità desecretata, si replicherà.
Problemi: come ho già detto, nell’arco di due settimane il mio lavoro – consulenze in formato partita IVA ridotta – è bell’e che svanito, evaporato, puf. Perché, ovviamente, le aziende sono chiuse e quelle che non lo sono cercano di stare a galla tralasciando qualunque forma di investimento. Comprensibile. A questo, man mano che passa il tempo, si va progressivamente sovrapponendo il problema dei costi: se non ci sono entrate, diventa difficile sostenere i costi fissi. Ve ne sono alcuni irrinunciabili, almeno al momento, che sono i contributi e gli stipendi dei dipendenti, altri vengono posposti man mano dai decreti del governo. Ve ne sono poi altri, spesso legati ai privati ma non solo, che non sono attualmente normati e che stanno cominciando a creare problemi: sto pensando, per fare un esempio concreto, agli affitti. Gli inquilini, privati o aziende che siano, a fronte di mancate entrate stanno cominciando a discutere i termini di pagamento degli affitti; al momento si tratta di posporre i termini di pagamento verso ipotesi più in là (che so? riapertura dei negozi, ripresa della vita normale), immagino che più si andrà avanti e più si porranno problemi di mancati pagamenti punto. Quindi: chi non guadagna cerca di porre un freno alle spese e chi, dall’altra parte, non guadagna non riceve le entrate sulle quali poteva contare, il circolo è più che vizioso. Io il mio affitto l’ho pagato subito, senza pensarci, però non sto ricevendo quello che – in assenza di entrate lavorative – mi permette di pagare il primo. E diventa un qualche tipo di problema che aspetta solo di ingigantirsi nelle prossime settimane. La rivalsa a cascata non è cosa buona.

Oggi sono andato al supermercato per il rifornimento delle persone che contano su di me e il mio giro di rifocillazione e la novità, oltre alle entrate contingentate, le mascherine, i guanti, gli orari ridotti dei giorni scorsi, è che provano la temperatura all’entrata. Con un pistoletto che puntano alla fronte e che dà subito la rilevazione della temperatura. Ecco, a me oggi il signore all’entrata ha puntato il coso, poi ha guardato perplesso, me l’ha rifatto (e io, a quel punto, ovviamente penso che ci sia un problema), ha guardato ancora perplesso, e me l’ha ripuntato la terza volta. Ahia, mi dico, e mi prefiguro un futuro a breve di reclusione e di diagnosi fatali. Il signore comprende il mio sguardo interrogativo e gira verso di me il pistoletto: lei ha trentaquattro. 34. Perfetto, o sto defungendo o direi che lo strumento altamente tecnologico ci garantisce una vera sicurezza, dentro il supermercato. Essendo sotto la fatidica soglia dei 37,5°, quella del panico, mi fa entrare.
Ecco, questo fa parte di una serie di gesti e comportamenti, vedi le mascherine dei comuni mortali, che non sono in sé utili o importanti, sono semplicemente positivi perché rassicurano chi li fa, chi li riceve e le persone in generale. Ora, a questo punto nessuno si chiede se le mascherine servano sul serio ma chi non la indossa è additato e guardato in tralice. Lo stesso la precisione della rilevazione della temperatura: non importa, ma dà l’impressione che tutto sia monitorato e sotto controllo.
Quindi, va bene.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 18

Ennemilionesima autocertificazione, tocca andare alla stampante, perché oltre che compilata deve essere pure autocertificazione cartacea. Ma la stampante sta dove deve stare, in ufficio. Quindi, uscire di casa con modello antiquato di autocertificazione, recarsi in ufficio senza una comprovata necessità lavorativa – il paradosso si involve – scaricare l’apposito modulo, compilarlo nella parte anagrafica, stamparne diverse copie per ogni evenienza, mettere nel pacco di carta usata tutte le autocertificazioni precedenti. Lo faccio. Una volta fatta, sono in regola. Ma fino a quando? Forse domani, se va benissimo dopodomani, ma magari già ora potrei non esserlo, in una spirale kafkiana senza uscita in cui la burocrazia deforma la realtà.
Mi guardo intorno: l’ufficio è stato abbandonato abbastanza in fretta, chi prima e chi dopo ma tutto sommato abbastanza rapidamente. Ci sono parecchi computer accesi perché il telelavoro (lavoro agile, smart working ormai) organizzato al volo richiede di poter usare le risorse del pc principale con quello, secondario, di casa. Chissà gli alimentatori per quanto dovranno reggere, bella domanda. E poi? Poi il riscaldamento, perdio, per fortuna qualcuno me lo ricorda via messaggio: spegnere. Giusto, cambia la stagione e poi anche quello chissà per quanto sarebbe rimasto acceso. Le piante, oddio le piante. Le trovo boccheggianti, nessuno ci ha pensato e, comunque, non c’era modo. Se sull’autocertificazione scrivessi ‘innaffiare le piante in ufficio’ come motivazione di necessità come la prenderebbero? Eppure…

C’è un sacco di gente al lavoro nei negozi di fronte e negli uffici a fianco. Tutto questo non torna, nessuno è strategico e buona parte di essi, lavorando nel settore dei servizi informatici, potrebbero benissimo stare a casa a lavorare. Non parliamo del negozio di fronte, che vende, mmm, barbecue. Essenziale? Qualcuno ovviamente direbbe di sì ma c’è sempre qualcuno che direbbe qualcosa. Che poi… chi va a comprare un barbecue in questo periodo? Salve, signor poliziotto, guardi, sono in regola, è una necessità, sto andando a vedere i barbecue per quest’estate. Oh, beh, certo, vada pure.
Questo microscopico spaccato di vita esterna mi conferma due cose: la prima, che c’è un sacco di gente che non sta in casa; la seconda, che c’è un sacco di gente che, pur non potendo, continua a lavorare. Poiché siamo nella provincia più colpita dai contagi la cosa assume una certa rilevanza. Ma pur di guadagnare due lire e, ovviamente, fregandosene di tutto il contesto, molti non chiudono, rallentando quindi tutto il processo di contenimento del contagio. Cosa che, oltre a fare incazzare me, farà perdere anche più soldi a loro stessi ma, evidentemente, non è l’unica cosa che non capiscono. Subire direttamente le conseguenze dei comportamenti altrui è davvero difficile. Accade anche in tempi normali ma, adesso, è davvero evidente.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 17

Bertolaso, al secondo giorno di lavoro, si è ammalato. Nella migliore tradizione del raccomandato appena ottenuto il posto fisso. Lo so, potevo non dirla ma non sono riuscito a trattenermi. E non ho detto nulla sulle massaggiatrici. Anche il principe Carlo è positivo: te ne pensa se muore prima della vecchia, che smacco! Erede per tre secoli e poi tàc, un maledetto virus che si chiama pure corona non guarda sulle teste altrui. Vabbè, amenità nel vasto panorama del disastro.
Mi colpisce notare che in questo momento la mia visuale sulla situazione è davvero minima, molto ma molto più ridotta del solito, in condizioni normali, quando è già ridotta di per sé. Le fonti informative sono alla fine poche e le stesse per tutti, poi ci si confronta, magari, ci si scambia qualche idea in più, ma il giro del fumo è sempre lo stesso. E ciò che noto, al momento, è che regna una certa confusione: i dati altalenano, non paiono aver preso una direzione decisa, nessuno esprime idee su cosa accadrà poi, su come far ripartire le aziende, le fabbriche, i negozi, le persone stesse, perché è sì prematuro ma anche perché nessuno ha realmente idea di cosa e come succederà. Il Governo, per stare a oggi, promulga un altro decreto, l’ennesimo, e nell’arco di ventiquattro ore ci sono seicento aziende che chiedono di cambiare codice ATECO, evidentemente per restare aperte. E già il decreto era dalle maglie molto larghe, per non scontentare Confindustria.
Ora, io non so quale sia la linea migliore da seguire, se la quarantena e l’isolamento o altro, ma so che se si sceglie di prendere una strada poi bisogna seguirla con decisione, non ondivagando. Altrimenti ogni progresso è perduto e la meta resta sempre lontana. Se tutti noi siamo chiusi in casa da quasi tre settimane e, poi, ci sono ogni giorno più di un milione e mezzo di persone, solo in Lombardia, che si muovono per andare a lavorare, io resto un poco perplesso. E ancor di più se a ogni decisione c’è una massa di irresponsabili che si dedica a trovare la scappatoia: per uscire, per non chiudere, per partire, per scappare, per vedere la nonna. Una massa, per fortuna, molto minoritaria, secondo gli Interni, ma pur sempre presente e visibile.
Secondo i sondaggi, sondaggi?, rispetto a sette giorni fa la Lega è in calo dello 0,5% e scende al 26.5%. Viceversa i democratici guadagano quasi mezzo punto, passando dal 22,5% della scorsa settimana all’attuale 22,9%. Non c’è che dire: prendi Zingaretti, chiudilo in casa con un virus brutto, riducilo al silenzio e il partito guardagna.
I giorni cominciano a essere un po’ tutti uguali, tutti brevi per me che non riesco a fare tutto ciò che vorrei, è tornato un po’ anche il freddo, dopo alcuni giorni di primavera inebriante. Le piante sono fiorite, il cielo è stranamente azzurro e non bianchiccio, più si va avanti e più sarà difficile dire alle persone di stare a casa.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 16

Oggi è lunedì, vado al supermercato e mi chiedo se troverò più coda di ieri essendo lunedì. Sì, la risposta è sì. Evidentemente ancora distinguiamo se sia un giorno o un altro anche se, almeno nel mio caso, non fa alcuna differenza. Solita coda fuori, così formata: carrello, persona, due metri, carrello, persona, due metri eccetera. Di conseguenza, se ci sono, che so?, trenta persone in coda diventa una fila di circa ottanta metri che si snoda attorno al perimetro del supermercato. A vederla fa più impressione che a farne parte, più o meno si sbriga in un tempo accettabile e poi, mmm, che ho da fare? Certo, qualunque cosa meglio ma inutile affrontare anche queste incombenze con l’animo di sempre, altrimenti si soccombe.
Come da settimane ormai, tutto ciò che può diventare disinfettante, i guanti, non dico le mascherine, tutto esaurito. Mi pare chiaro che ci sarà gente con il garage pieno di guanti usa e getta e chi andrà in giro con i guanti per i piatti, un vero classico della nostra specie, furba e vorace. Tra le persone per cui faccio la spesa, c’è chi si è ben reso conto della situazione e chiede acquisti durevoli per il lungo periodo e ingredienti con i quali poi prepararsi cose e c’è chi invece non ha del tutto compreso la situazione complessiva, e chiede la spesa normale di tutti i giorni: gastronomie, sfizi, cose che durano il giro di poco e occupano molto spazio nella borsa.
Fare la spesa per qualcun altro mi costringe a cercare prodotti sconosciuti e, di conseguenza, andare in corsie del supermercato che non avevo mai frequentato. Quello delle farine e delle fecole, per esempio, manco avevo idea non solo di dove fosse ma che ci fosse proprio. Che esistessero così tante tipologie di tè l’avevo letto nella narrativa inglese ma non pensavo fosse vero. Che qualcuno presti attenzione al dentifricio che acquista e che, anzi, ne voglia una marca specifica e un modello specifico a un aroma specifico questa per me è una vera novità. Io di solito li faccio girare per non dare soddisfazione a nessuno: una volta colgate, una volta mentadent, una volta pastadelcapitano. Che esistessero patatine allo zenzero è una cosa che ignoravo e che avrei continuato a. Comunque, questa cosa mi costringe a esplorare categorie di prodotti che non conosco e, quindi, a stare alcuni minuti di fronte a degli scaffali che non so interpretare cercando con gli occhi un prodotto che è scritto nel mio elenco ma che non so nemmeno che colore o aspetto abbia. Sembra una sciocchezza ma non è facile: a un certo punto ammetto di aver cristonato di fronte al settore grissini perché dopo un tempo interminabile non riuscivo a trovare i grissini panealba nostrani. Ovviamente di chiedere a un commesso manco a pensarci, di questi tempi ci si schiva tutti e loro sono anche piuttosto nervosetti e stufi delle intemperanze dei clienti. Probabilmente non sono nemmeno molto contenti di essere obbligati al lavoro, azzardo.
Anche il volume stesso della spesa ha la sua importanza, perché io, come sempre, ci vado in motorino e, dunque, non essendo indiano ho una capacità di trasporto limitata, su due ruote. Gli è che, però, ricevo ordini da persone abituate a fare la spesa in macchina, spesso monovolume, e nonostante le mie rassicurazioni – vado spesso, giuro – arrivano incarichi per metri cubi. Vabbè. È che mi ostino ad andare in motoscurreggia sia perché mi piace di più, sia perché è più comodo, anche se adesso i parcheggi non sono più un problema, sia perché non ho voglia di essere fermato, anche se ho la giustifica per essere in giro. Sono sempre incerto quando ho a che fare con la polizia. Retaggio culturale, lo so, ma non mi fido. Ho questa (falsa, ho il sospetto) convinzione che un motorino dia meno nell’occhio del vigile, carabiniere, poliziotto, militare (da oggi) incaricato di individuare al volo il colpevole in giro per lazzo, che apparire una figura modesta a cavallo di un mezzo che farebbe di certo fatica a scavallare i confini comunali mi garantisca l’invisibilità completa o parziale di fronte ai posti di blocco. Anche per un moto di orgoglio dei tutori dell’ordine, via, che non credo vogliano arrivare a sera e riassumere così la propria giornata: oggi ho fermato motorini. Giusto, perdio, belle berline, auto sportive, minivan superoccupati, furgoni sospetti ma non motorini. Eddai.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 15

Sveglio presto, in preda a una certa agitazione da non-uscirò-mai-più-di-casa, invece esco e mi dedico al movimento da criceto: dopo dieci giri dell’isolato attorno a casa sento che va meglio, sono più calmo. D’accordo, ragioniamo. Giorno 15, i dati dicono di una timida diminuzione ma allo stato attuale non significa e non deve significare assolutamente nulla, sangue freddo e proseguire con la testa bassa. Altrimenti, è un attimo che il messaggio passa e si trasforma in un liberi tutti.
Ieri ho fatto un riferimento ai cinesi e c’è una cosa che non dimentico: alle prime avvisaglie di coronavirus, lo ricordiamo tutti ma io qui parlo al me del futuro, che sarò scordarello, in modo un po’ idiota e un po’ pericoloso si diffuse un certo timore nei confronti dei cinesi residenti in Italia, i loro ristoranti si svuotarono, i negozi pure, qualche furbone cominciò ad apostrofarli per strada e qualche fascista, forza nuova, nella città in cui abito affisse cartelli sulle loro serrande denunciando il loro essere cinesi e portatori di malattie. È evidente come tutto ciò sia di una deficienza criminale e i fatti poi, anche stavolta, lo hanno dimostrato. Comunque, tra il primo caso in Italia, il famoso tizio mezzomaratoneta di Codogno, italiano, il 20 febbraio, e l’inizio di marzo, l’atteggiamento verso gli orientali in generale – complimenti, anche qui – prese una piega peggiore: molti si misero la mascherina, quando nessun italiano l’aveva, per dare l’idea di non diffondere il contagio e, molto peggio, chiusero molti dei propri esercizi, dopo aver cercato di spiegare che risiedevano in Italia e che la loro merce sempre da qui proveniva. Non chiusero solo per mancanza di clientela ma, ricordo i cartelli, per difendere la propria incolumità. Paura. Alcuni sindaci ragionevoli si recarono presso i rappresentanti delle comunità e si fecero fare fotografie insieme, per rassicurare gli animi bollenti, ma solo la chiusura pose un qualche tipo di fine a questo clima assurdo. Bisognerà vedere cosa resterà di tutto ciò, perché qualcosa nei confronti dei cinesi e degli orientali in generale, putroppo, resterà nella testa dell’italiano semimedio. Facile a dimenticare le proprie malefatte ma di gran memoria sui propri pregiudizi.

Eh no, tesorino, non funziona così. Anche se poi, visto che bisogna assistere pure i bisognosi, e qui di bisogno ce n’è eccome, ti vaccineremo lo stesso, anche se poi romperai le palle e creerai un sacco di problemi.
Oggi è il 22 marzo e se fosse il 1848, forse sarei fuori a finire le Cinque giornate contro gli austriaci. Non so, forse no, chissà, è che la prospettiva attualmente mi pare desiderabile rispetto allo stare chiuso in casa. Ma son solo scemenze di chi ha del tempo da spendere. Godiamoci l’incertezza del futuro, invece, come suggerisce il sempre ottimo Altan. Poi, viene il vento e torna un po’ di freddo. Meglio, starò in casa.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 14

Quando finirà ’sta menata parto per un viaggio che durerà settimane. No, mesi. Anni, anni, santoddio, anni. E chi c’è visto s’è visto.
Ora tocca parlare della reclusione, perché in serata (occhio al bisticcio) c’è stata una doppia serrata: prima il governo con Conte che si è fatto attendere fino a mezzanotte per annunciare la chiusura di tutte le attività produttive non essenziali e poi subito a spron battente il governatore della Lombardia che ha inasprito le cose sulla libertà di spostamento. Non l’ho presa bene, lo ammetto.
In queste due settimane di reclusione sono passato da una media mensile di tre concerti, un viaggio lungo, due viaggi brevi, quattro camminate in collina, quattro giornate in campagna a far lavori, due o tre partite di basket, per restare alle cose da fare fuori casa, a qualche pomeriggio occasionale in giardino a zappettare. Mi sono messo di buzzo buono e ho cercato di organizzarmi, come tutti. Ho ripiegato, d’accordo, faccio la mia parte e placo il mio desiderio di vivere perennemente in giro e all’aperto. Ecco, poi la possibilità di andare in giardino – che non è adiacente a dove abito – viene stroncata dal decreto e dall’ordinanza, un uno-due da game-set-match. Per carità, capisco benissimo che serva, che è la situazione di molti, ci mancherebbe, non voglio farla lunga, dico solo che onestamente mi pesa. Non sono un passeggiatore o camminatore, io sono un lavoratore, ho bisogno di rimestare.
Perché il non poter stare, da solo, a fare qualche lavoro in giardino è solo una parte della faccenda che mi pesa, mi rendo conto. Una buona parte è il fattore costrizione, ossia l’impedimento forzato di poter fare qualcosa mi crea qualche problema, come immagino a molti. Il pensiero, a momenti, mi rode un po’, da qualche parte dentro di me c’è qualcosa che spinge alla ribellione solo per infrangere il divieto. Poi, ovvio, non lo faccio e sto buono, distraendomi come posso. Immagino che il sentimento sia alquanto condiviso. E poi c’è il terzo elemento che mi scoccia, e parecchio: il fatto che le regole siano così strette perché c’è una percentuale di persone, esigua o meno, che se ne è fregata finora. O non ha capito, non fa differenza. Ecco, questo non riesco a farmelo andare giù. Come a scuola, me ne rendo conto, con la classe punita per qualche demente. Il mio sentimento democratico e sociale – che già non è saldissimo, devo confessare – mi spinge a considerare anche le esigenze degli ultimi, certo, ci provo, ciò non toglie che quando l’onda di ritorno di questo atteggiamento va a toccare la mia libertà e il mio diritto individuale non solo vacillo ma mi vien pure da mordere. Tasse non pagate, regole comuni aggirate, disinteresse per il pubblico bene, menefreghismo, egoismo, cupidigia, tutte cose che mi danno un sostanzioso fastidio in questo senso, il tizio fuori con il cane di peluche non mi fa ridere – il genio è proprio un’altra cosa – lo omaggerei di una rispettosa sprangata. Che strano, son cose che piacciono a tutti, sono proprio fatto male.
Mi rendo conto di quanto questo discorso faccia acqua, ancor più ora che lo sto scrivendo di getto, rileggendo a malapena quanto scrivo (è una delle regole che mi sono dato per questo diario, lo dichiaro fin dal titolo) ma non per questo il mio disagio stasera è minore. Sono disponibile, e lo faccio, a lasciare spazio a chiunque finché serve ma, MA, con dei limiti: non se questo accade per malafede o disinteresse, questo no. Non lo accetto. Vabbè, me la devo sfangare in qualche maniera, un pezzo alla volta, con calma, come tutti. Ma il mal comune non mi ha mai dato alcuna soddisfazione, è un concetto così miserabile e sciocco.

Oggi giornata di scrittura e di mezzo lavoro, quei brandelli che ne restano, e in serata spesa su commissione. Perché per rendermi utile cerco di fare la spesa al supermercato e dal fruttarolo per un numero congruo di persone e nuclei familiari in modo da sostenere coloro che è meglio che non escano e ridurre al minimo le uscite e gli spostamenti, complessivamente. Gli orari sono stati leggermente ridotti, quindi vado prima delle otto e trovo una modesta coda, chissà se il fatto che sia sabato ha qualche tipo di ripercussione positiva o negativa sui flussi, chissà se il fatto che sia un giorno o l’altro ha ancora importanza, chissà. Faccio la spesa, esco, e vado a consegnare i sacchetti in due case, distanza complessiva circa dieci minuti di motorino (motoscurreggia). Nel tragitto, incontro non meno di dodici riders, bicicletta o motorino, in giro a consegnare pizze o altro cibo. Capisco che sia l’unico modo per alcuni posti per lavorare ma, sinceramente, mi chiedo se sia il caso. L’aspetto sgradevole è, penso, l’ulteriore disinteresse per le condizioni di lavoro degli addetti alle consegne, piove sul bagnato, e una perplessità in generale, poi, su un diffuso coprifuoco punteggiato da tizi in giro a consegnare cibo. Pizza stasera? O cinese? Ah no, quello no. Di questo ne riparleremo.
Ah, ma quando tutto questo finisce vado, eccome se vado. Ah sì, sì sì.

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laccanzone del giorno: Guns ‘n’ Roses, ‘Patience’

Dopo il successo interplanetario del primo disco, i Guns ‘n’ Roses uscirono l’anno dopo con un piccolo disco acustico, G N’ R Lies, che in realtà comprendeva un precedente EP e un paio di covers, oltre a tre pezzi originali suonati, come detto, con tre chitarre acustiche e scarne percussioni.
Ora, non ha nessuna importanza cosa io o voi pensiate dei Guns ‘n’ Roses, né oggi né allora, il punto è che Patience è un pezzo clamoroso, in sé per scrittura e melodia, e fuori di sé per arrangiamento che risalta ancor più sorprendente sapendo le specialità del gruppo.

La canzone fu registrata in un’unica sessione, il gruppo era al massimo della forma, il video girato all’Hotel Ambassador, l’albergo di Los Angeles in cui fu ucciso Robert Kennedy, poi demolito, e mostra qualche curioso oggetto della fine degli Ottanta, per esempio il telefono col neon.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

la primavera più strana che non potessimo immaginare

Buona primavera a tutti quelli che sono chiusi in casa.

Gli altri no, tornate a casa e stateci, rimbecilliti.
Pochi minuti fa, chissà perché, mi sono svegliato con il desiderio di essere in un parco, all’aperto, magari a Milano, non per forza al Lambro, a sentire dal vivo la mela di Odessa degli Area. Uouououououo. Chissà perché.
Anche un paese giallo di grano pieno di gente felice va benissimo.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 13

Ordinanza del governo, oggi, che limita ancora un po’ lo spazio di azione individuale: infatti, pare ci sia un po’ troppa gente in giro con la scusa della corsetta o di qualsiasi altra cosa. Dal mio limitatissimo angolo di prospettiva, l’ho detto, non ho visto eccessi ma, in effetti, non vedo parchi o colline o isole ecologiche o qualsiasi luogo possa costituire attrazione di questi tempi. Se ne leggono di ogni, in effetti. Niente attività sportiva, dunque, se non in prossimità di casa, chiusura dei parchi e dei giardini, vietate attività ludiche all’aperto e ogni spostamento nei festivi e pre. I governatori leghisti avevano richiesto la chiusura dei supermercati nei fine settimana e questo è bastato a scatenare, di nuovo, l’assalto ai generi alimentari: bisognerebbe parlare molto molto meno. Per fortuna, mi ripeto, al governo il sale in zucca c’è e, a Cesare!, si stanno comportando bene, dando dimostrazione di serietà e prontezza. Nessuno, credo, possa dirsi abbandonato in questo momento. I casini più evidenti si riscontrano quando intervengono i governatori locali delle zone più colpite, Lombardia e Veneto, dunque leghisti entrambi, che premono per avere la propria visibilità e, quindi, impongono conferenze stampa in concorrenza con quelle ufficiali della protezione civile. Oppure quando i loro compari all’opposizione del governo, anche in questo caso alla ricerca di visibilità, bloccano l’approvazione veloce del decreto che destina aiuti a imprese e autonomi: ve la ricorderete questa cosa?

Il mio amico e collega M. ci racconta cos’è successo ai suoi genitori: hanno trovato nella cassetta della posta, e come loro tutte le persone della via, una busta anonima con il seguente messaggio: «Cari vicini, andrà tutto bene. Dio vi benedica. Forza Italia». Dentro, quattro mascherine. Il padre di M. è riuscito a vedere in lontananza l’autrice di questo gesto di grande umanità: la famiglia di cinesi che abita cento metri più avanti nella via. Nonostante – mi si perdoni la battuta – gli accenni a Dio e Berlusconi, trovo la storia commovente. Sono molti i gesti di umanità in questo periodo, minori e maggiori, dalla condivisione della spesa al sostegno tra persone vicine, per ogni imbecille fuori a esercitare la propria individualità ce ne sono parecchi che, invece, agiscono per il meglio e in modo collettivo. Oltre ai sanitari, ovviamente, e tutto ciò che ci gira attorno, si va dalle grandi aziende come la LVMH, gigantesco conglomerato di marchi del lusso come Dior e Loewe, che ha annunciato ieri di aver convertito l’intera linea di produzione di profumi in gel disinfettante per le mani, ai gesti dei volontari che consegnano in ogni quartiere spesa e farmaci, agli insegnanti che con sforzo notevole proseguono le lezioni online e a tutti coloro che, anche nello spazio di un pianerottolo o di un cortile, fanno la propria parte.
A Jennifer Haller, donna di 43 anni di Seattle con due figlie adolescenti, che due giorni fa si è fatta iniettare la prima dose di “mRNA-1273”, dando il via ufficiale alla sperimentazione dei vaccini al Covid-19 sull’uomo. Meglio: sulla donna. Partiti gli USA, l’Europa annuncia i primi test a giugno, l’Italia è già un po’ più avanti ed è ai test pre-clinici sugli animali, oltre all’avanzata sperimentazione di farmaci già esistenti. In Cina sono alla soglia dei test umani. Insomma, ci si muove insieme.
Ed è in quest’ottica che è arrivata in Italia. alcuni giorni fa, una delegazione di medici e industriali cinesi per portare l’esperienza diretta di quanto fatto con successo a Wuhan, oltre a un aereo pieno di aiuti materiali. Sono arrivati anche i medici cubani a sostenere lo sforzo dei nostri, in linea con uno scambio che da anni va avanti tra Italia e Cuba (noi gli mandiamo odontotecnici da decenni, per condividere le professionalità). Molti tra cui io non hanno potuto fare a meno di notare la coincidenza degli aiuti da paesi, almeno nominalmente, socialisti. Tra tutte le storture dell’applicazione della teoria, il sostegno e la solidarietà tra paesi è però parte fondante della cultura socialista, va riconosciuto e ne va merito.

È il confronto che, talvolta, va a nostro svantaggio, se mandiamo avanti i governatori leghisti e forzitalioti del nostro paese, purtroppo. Ieri, il signor Hua Hu, amministratore delegato di Cosco Shipping Lines Italy, ha donato alla Regione Liguria cinquantamila mascherine e Toti e i maggiorenti della Regione hanno ben pensato di farsi una foto con lui.

Dando visibile dimostrazione di beotismo, ignorando le minime funzionalità e il senso delle mascherine, la differenza è evidente. Uno, dico io, uno. Vabbè.
È primavera.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 12

Pulizie. Costretti a casa, alla maggior parte delle persone è venuto l’impulso di mettersi a pulire, sistemare, mettere a posto ciò che rimandavano da tempo. Comprensibilissimo, credo stia a pagina uno del Manuale per affrontare lunghi periodi di reclusione o sopportare tempi difficili. La cosa ha molteplici vantaggi, sia perché vista la prospettiva di abitare le nostre case in modo costante, cosa che non succede quasi mai, è meglio che siano pulite, sia perché è una pratica che tiene impegnati, soprattutto la testa. Ed è così che ieri a Crema hanno chiuso le isole ecologiche perché c’erano duecento persone in coda. A me no, questa pulsione non mi ha sfiorato proprio, per vari motivi che è inutile elencare qui. Ecco, il minimo indispensabile per me e per la casa. Alla fine di tutta ’sta faccenda, per favore, ricordatevi di me e avvisate qualcuno che mi venga a prendere tra i cumuli di rifiuti e il tg4 acceso sulla tv. Comunque, dopo più di dieci giorni posso considerare di assistere, per quel poco che posso vedere di mondo, a una flessione: mettere a posto e pulire è una rottura di balle anche in tempi di pandemia e, di conseguenza, mi pare che molti l’abbiano anche piantata lì. Che vuoi fare? Ripulire tutto di nuovo? E, allora, il dilemma per molti: che fare adesso? E ora?
A me capita di avere così tante cose da fare che le giornate siano troppo brevi. Scrivere, leggere, zappare, lettera, testamento. Ovvero, esattamente come prima della pandemia, sebbene siano stati tolti i viaggi e le visite di qualsiasi tipo. Per cui, trovo curioso questo bombardamento in rete di suggerimenti di cose da vedere, serie tv, film, cose da leggere, libri, fumetti, articoli, cose da sentire, podcast, canzoni, radio, per far passare il tempo in questo periodo. E poi i balconi, l’inno alla radio, le dirette social e così via. Che poi, uno non comincerà a leggere ora, se non gradiva prima, e tendenzialmente non cambierà le proprie predilezioni proprio ora: usciremo da questo periodo e l’Italia sarà diventata una nazione di accaniti lettori? Giuro, questa non me la vorrei proprio perdere.
(Qui sotto due esempi di «social distancing» di questi giorni, anche in preghiera).

Dopo i primi giorni, frenetici, di consultazione delle notizie e degli scambi continui di informazioni e pareri, mi sono accorto che, adesso, ho bisogno di un po’ di distacco. Un po’ perché rischio di soccombere alla mole di informazioni sul virus e contorno, ho smesso di accendere la radio la mattina appena sveglio e, piuttosto, provo a sentire musica che non ho mai sentito. Per dire, adesso, e non per fare sfoggio di coltezza ma perché mi son stati suggeriti, sto ascoltando i preludi di Debussy suonati da Krystian Zimerman e li sto trovando piuttosto noiosi. Ma va bene, meglio del virus per sedici ore al giorno. Poi, ho dovuto mettere un freno anche ai vari telegram, whatsapp, chat e compagnia bella, perché il profluvio di scambi, mi sono reso conto, mi stava travolgendo e mantenendo il mio umore perennemente basso: non posso convivere tutto il giorno con lo scemo a Treviso che è uscito col cane di pezza, con lo stordito che ieri ha bruciato la vecchia (tradizione) in cascina ed erano in ottanta, con la rintronata che fingeva di avere la spesa e in realtà se l’era portata da casa, con gli irresponsabili di ogni forma e colore. Ecco, non ce la faccio.

Non ce la faccio nemmeno a sopportare la moltitudine di meme, di battute (alcune anche davvero buone, sia chiaro), di spiritosaggini, di scherzi e di trovate che girano vorticose in rete: è un sovraccarico emotivo costante che non reggo, una distrazione forzosa che pregiudica l’andamento della mia giornata. Ne sono stato parte anch’io, all’inizio, ora basta. Quando ci sarà una notizia davvero utile, lo saprò. Sono giunto alla conclusione che sia sbagliato intrattenersi, in generale e soprattutto in questo periodo, intendo dire cercando svaghi per far passare il tempo, puntando ad arrivare a sera. È un errore in generale, perché distrarsi significa perdersi ore, giorni, mesi e anni di vita, e in particolare in questo periodo, perché non sarà breve – si è detto ma ora non breve comincia ad assumere una connotazione più precisa – e cercare distrazioni di continuo per far passare alcune ore porta solo, prima o poi, a scoppiare. Serve una strategia, serve impegnare questi giorni o settimane in modo duraturo, facendo se possibile qualcosa insieme di costruttivo e impegnativo, non troppo leggero e che abbia un inizio, un obbiettivo chiaro e una durata non breve, appunto. Bisogna imparare, è un allenamento che richiede pratica, conviene iniziare quanto prima, un pezzetto al giorno, per poi diventare cinture nere in un tempo ragionevole. Come diceva qualcuno, suddividere la giornata in unità di tempo (venti minuti, mezz’ora) e dedicarne in modo accurato alcune ad attività pianificate, anche in modo multiplo, aiuta. Pulire e Netflix non aiutano, da soli. Per fare, quindi, un esempio, questo minidiario è una cosa di questo tipo, serve a me. A ciascuno, dunque, il suo.

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