le allegre nonché inutili guide turistiche di trivigante: pont du Gard

Prima di tutto due foto irreali, per contestualizzare il luogo:

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Facile, è il ponte del Gard (pont du Gard), una meraviglia romana cui sono molto molto affezionato, nei pressi di Nîmes: ponte a tre arcate, la prima è percorsa da una strada e l’ultima, in alto, dall’acquedotto che, con i suoi 47 metri di altezza fa del pont du Gard il ponte antico più alto del mondo (fu costruito verso il 50 d.C., sotto Claudio o Nerone) e, anche, l’unico ponte a tre arcate sopravvissuto dall’antichità.
(Un po’ di foto normali, mie, del 2008).

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Ciò che impressiona del ponte, oltre alla bellezza intrinseca, sono le caratteristiche tecniche: la pendenza media è dello 0,4%, ciò significa che l’acquedotto ha una pendenza di 34 centimetri per chilometro, ovvero più o meno 1/3000. Ovvero, il dislivello tra la sorgente e l’arrivo è di soli 17 metri su una distanza effettiva di 20 chilometri, cosa che mi rende pieno di mirabilia.
A Nîmes l’acquedotto – del quale, per inciso, la città non aveva necessità avendo i propri pozzi e sorgenti, bensì riforniva terme e bagni, il che la dice lunga sulla ricchezza e il prestigio del periodo – terminava in un invaso di ripartizione (castellum), ancora visibile in città, dal quale si dipartivano le tubature.

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Il pont du Gard fu percepito fin da subito come una meraviglia – non sono certo il primo – e a maggior ragione nelle epoche di recupero dei modi e dei gusti degli antichi. Un paio di testimonianze di turisti graffitari:

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Infine, il fiume Gardon, che viene scavalcato dal ponte: non si vede mai nelle foto perché la star indiscussa è il ponte ma, in realtà, offre una vista davvero piacevole e placida.

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Mi è venuto tutto un po’ alla forse-non-tutti-sanno-che, temo. Pazienza, il fatto è che ho un rapimento emotivo e sentimentale a parlarne. Il posto è davvero sensazionale, come lo è il ponte, e io consiglio davvero davvero davvero un giro da quelle parti. Perché poi c’è Nîmes, butta via…

Le altre guide:

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non lo posso credere (ancora 11.22.63)

Come detto qui sotto, la serie 11.22.63 (a chi fosse sfuggito, il titolo è la data dell’uccisione di JFKennedy) sta per andare in onda in Italia.

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Ovviamente la data-titolo è scritta all’americana, mese-giorno-anno.
Ma la cosa bislaccona è che mandandola in onda in Italia hanno ben pensato di ordinare la data all’europea, cambiando dunque anche il titolo:

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E a seguire il titolo del romanzo e così via. Si fa? No, secondo me non si fa.
Provinciali.

11.22.63

Credo cominci a breve anche in italiano, anche se io consiglio l’inglese sottotitolato, comunque gran serie per alcuni motivi al volo: ottimo JFranco, irresistibile nella parte; un modo originale di trattare il trito tema dei viaggi nel tempo; bella l’idea di ricominciare ogni volta; oggettistica di scena strepitosa; scenografie impeccabili; Oswald non era il cattivone che ci si aspettava? fenomenale il concetto per cui il tempo fa resistenza; fotografia eccellente; forse le cose poi non vanno come uno vorrebbe, se modifica il passato.

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Insomma, cose così. Mica poco, e non ultimo: solo otto puntate, nessun rischio, solo gaudenzìa.

da Aurocastro a San Cimone, da Bagnarolo a Panzanatico

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Il 7 aprile 1966 fu presentato L’armata Brancaleone, e son cinquanta. Girato ovviamente l’anno prima scardinò qualsiasi punto fermo della commedia italiana di ambito storico (e commedia tout court) e, oltre a quanto già detto e noto, fece un’operazione intelligente e nuova: la rappresentazione di un medioevo straccione, scalcagnato e misero, sporco e ribaldo, di contrasto con quei film di cappa e spada con imbelli moschettieri che nulla avevano a che vedere con la realtà. Anche in questo Monicelli fu grandissimo (e non da solo).

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E poi è ancora divertentissimo, forse in cima alla mia personale classifica dello spasso. E che dire della scena con Maria Grazia Buccella, che ancora a solo pensarci mi vien da ridere? Lei, vedova lasciva, si concede a Brancaleone per godere degli ultimi piaceri della vita, causa peste. Omioddio, il Dammiti prendimi cuccurucù! mi causa ancora irrefrenabili spasmi. Come la scena con Teodora, del resto.

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Per chi se lo volesse risentire, magari correndo su qualche cavalcone in fila longobarda verso il proprio feudo, questo è il modo.