la resa di Reims

Alcuni anni fa, passando da Reims, appresi qualche brandello della vicenda della resa della Germania nazista. Ne dissi qualcosa nel minidiario di allora e passai oltre, beandomi della grandiosa cattedrale dei re e di quella di Saint Remi, oltre alla città tutta. La storia è che la città fu bombardata ininterrottamente – intendo tutti tutti i giorni – per quattro anni dai tedeschi durante la prima guerra mondiale: sai quando i tedeschi si mettono in testa una cosa? Ecco. Per la sua posizione strategica in chiave di avanzamento degli Alleati verso la Germania e, forse, anche per risarcimento della sua vicenda storica, la città fu scelta come sede per la firma del documento di resa della Germania nazista, il 7 maggio 1945.

Il ragionamento sulla capitolazione tedesca era in realtà cominciato ben prima, fin dall’inizio del 1944: il pensamento degli Alleati fu che fosse opportuno avere un documento pronto qualora il regime fosse stato rovesciato dall’interno e si rendesse necessario trattare un armistizio con un governo post-nazista. Pur non sapendo come sarebbe potuta avvenire la caduta nazista, si concordò fin dall’inizio sulla modalità di una resa incondizionata, Germany’s Unconditional Surrender, e sul fatto che il documento dovesse essere sottoscritto sia da autorità civili che militari, evitando di ricascare nell’errore dell’armistizio di Compiègne del 1918, l’atto finale della prima guerra mondiale, firmato solo dai civili e per questo poi contestato dalle forze militari tedesche.

La Conferenza di Jalta nel febbraio 1945 sviluppò ulteriormente i termini della resa, prevedendo quel che poi sarebbe stato, ovvero la divisione in quattro settori di occupazione della Germania, e successivamente, non essendo certi della presenza di una qualche autorità tedesca in grado di sottoscrivere il documento di capitolazione, i comandi militari optarono per un documento alleato che fosse una dichiarazione unilaterale della sconfitta nazista.
In realtà, come sappiamo, la resa avvenne effettivamente: morto Hitler il trenta, caduta Berlino il due maggio, lo stesso giorno i comandi tedeschi in Italia, con delega della Repubblica Sociale Italiana, autorità non riconosciuta dagli Alleati, firmarono la resa di Caserta, ponendo dunque fine alle ostilità in Italia.

In caso qualcuno, come me, si fosse chiesto che faccia abbia un documento di resa, quello qui sopra è quello di Caserta.
Nel frattempo, l’ammiraglio Karl Dönitz, successore di Hitler nominato presidente, tentava di costituire un governo legittimo, non riconosciuto dagli Alleati perché mancante di qualsiasi condanna del nazismo nonché di messa fuori legge del partito; cancelliere fu invece nominato Goebbels che, però, morì il giorno dopo il führer, per cui si addivenne al cosiddetto ‘Governo di Flensburg’, guidato da Schwerin von Krosigk come primo ministro e non cancelliere, che restò in carica fino al ventitre maggio. I vertici militari rimasero, seppur con una certa confusione, gli stessi.
Tra il due e il cinque maggio molti dei singoli comandi dell’esercito nazista nelle aree di attività si arresero agli americani e in breve si rese necessaria una firma congiunta e complessiva: il sette maggio, il generale Jodl fu inviato a Reims a discutere i termini della resa ma Eisenhower fu irremovibile, minacciando una ripresa dei bombardamenti alleati per il giorno dopo. Dönitz autorizzò Jodl alla firma della resa incondizionata, chiedendo una proroga di quarantotto ore e il sette maggio 1945 alle 02:41 fu firmato il primo documento di resa al Collège Moderne et Technique.

Ecco il momento. La capitolazione sarebbe entrata in vigore alle 23:01, ora legale britannica, dell’otto maggio. Spiegato il senso di questo ‘domani accadde’ qui. A maggior ragione, diventa interessante vedere l’aspetto del documento maggiore, quello appunto di Reims.

Fu mantenuto il contatto costante con il generale Aleksei Antonov per l’Unione sovietica ed era presente il generale Susloparov per rappresentare l’Alto Comando Sovietico nei negoziati di resa: telegrafato il testo dell’atto di resa a Mosca, ad Antonov, non giunse però approvazione né conferma della validità della presenza di Susloparov. Dopo sei ore, il governo sovietico disconobbe il documento e l’atto di capitolazione, chiedendo un altro atto di capitolazione, alla loro presenza: l’evento storico era irripetibile e l’Unione sovietica voleva una dimostrazione tangibile dello sforzo profuso della guerra di liberazione. Per cui si determinò una seconda cerimonia di resa a Berlino il giorno dopo, l’otto maggio, in favore di stampa e telecamere di tutto il mondo. La resa di Reims divenne di fatto «un breve atto di resa militare incondizionata». La firma a Berlino, la seconda, avvenne il nove maggio 1945 alle 00:16 ora locale e la capitolazione entrò in vigore retroattivamente, dall’otto maggio 1945 alle 23:01 ora dell’Europa centrale, come da accordi di Reims: ciò significò che il momento della firma e della capitolazione fu il 9 maggio alle 01:01 secondo l’ora di Mosca e pubblicata lo stesso giorno sulla Pravda.
Ecco perché a Mosca la parata la fanno il nove, celebrando il “Giorno della Vittoria”.
La resa stessa, la seconda, fu firmata a Berlino dai soli vertici militari, fu quindi adottata dalle forze Alleate come dichiarazione unilaterale di sconfitta, documento ufficiale stilato il cinque giugno. Jodl e Keitel, tra i protagonisti, furono poi impiccati dopo processo a Norimberga come criminali di guerra.

Ecco, finora non sapevo come fosse andata e potrei dire, ora, barberianamente, che sebbene iniziarle sia molto più complicato e poco chiaro nella successione delle cause e degli effetti, anche concludere le guerre non è un fatto banale, tutt’altro.

facciamo un gioco: pulsante rosso, pulsante blu

Non è un indovinello, è un gioco (pare venga da Tim Urban, ideatore di Wait But Why). Per quanto assomigli un po’ alla psicologia sociale americana degli anni Cinquanta e Sessanta, quindi forse un po’ datato nelle premesse, ritengo abbia un suo senso come gioco. E come tale va giocato, cioè condiviso con altri, argomentato, discusso, perché per quello ha senso: stimolare le interazioni, non c’è una risposta giusta, il bello è vedere che ne salta fuori. Bene, fine della premessa, ecco il gioco, che è tutto quel che serve:

Da qui in poi non si dovrebbe più leggere, perché sono mie considerazioni in merito che a poco servono. Quando avrete la vostra risposta, potete e, magari, dopo averla scritta qui sotto, se qualcuno volesse, aggiungere qualcosa leggendo i prossimi paragrafi. Ma non prima.


Logica vorrebbe che ci si mettesse tutti d’accordo nel premere rosso: tutti vivi, tutti a posto. Il tutti-rosso sarebbe comunque l’opzione migliore rispetto al tutti-blu perché garantirebbe a prescindere la sopravvivenza, quindi l’opzione tutti-blu è già impossibile in partenza, secondo me, per i motivi del dilemma del prigioniero (chi mi assicura che tutti premeranno il blu?). Nessuno, infatti. Però: visti anche i no-vax, i terrapiattisti, i bastiancontrari, riusciremmo mai a votare tutti la stessa cosa? Ovviamente no, la metà sarebbe già un ottimo risultato. L’osservazione conseguente sarebbe che in questo caso morirebbero i no-vax, i terrapiattisti, i bastiancontrari, il che potrebbe anche essere accettabile. Ma nemmeno qui: se il tutto-rosso lo proponesse, per dire, Meloni, o Trump, per dire, io voterei blu per principio. E siamo daccapo.
Aggiungiamo qualche elemento: votando rosso certo ci si salva, ovvio. Ma se fino alla metà dei votanti premesse il blu morirebbero tutti perché (anche) tu hai premuto il rosso. Tra cui i votanti meno capaci di comprendere il quesito. Suscita qualche sentimento in qualcuno? Penso di sì. Chissenefrega, dicono molti, mi salvo io e chi vota male è giusto paghi le conseguenze delle proprie azioni. Se poi vincessero i blu, meglio ancora, mi salvo comunque. Ma questo non è un dilemma logico, è un gioco. E allora giro i termini della questione: se all’umanità si sostuisse la famiglia o le persone che si conoscono o cui si vuole bene, cambierebbe la risposta?
Un altro elemento che potrebbe cambiare le cose: è prevista una campagna elettorale prima del voto? Questo potrebbe in qualche maniera modificare il corso degli eventi, anche se i dubbi nella cabina rimarrebbero e, nel silenzio, si farebbero anzi più forti.


Un tempo, bei tempi fa, proponendo questo giochino saremmo andati avanti giorni e giorni a discuterne a botte di valanghe di commenti alla volta, che bellezza. Mi mancate, amici di allora. Oggi non funziona più così, meglio pollici alzati e mille e mille fonti da consultare, è un fatto. Quindi, in caso a qualcuno interessasse e volesse postare qui la propria risposta, la mia è questa.

l’orcolat, cinquant’anni fa

Sono oggi cinquant’anni dalla scossa più violenta del terremoto in Friuli, quella con epicentro Artegna. A settembre, tra infinite scosse minori, sarebbe arrivata quella di Gemona. L'”orcolat” era l’orco, creatura tremenda della Carnia e del Friuli in generale, da allora appellativo per quel terremoto. Scrisse Gianni Rodari su Paese sera l’otto maggio 1976: «Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto» e così fu, si ricostruì bene e in fretta.

Quel terremoto costituisce un ricordo personale e familiare per me, sebbene piccolo e poco significante per i grandi moti degli eventi, l’ho già raccontato e non mi ripeto. Il principio vale: se rispetterai la terra, l’orcolat non si sveglierà. C’è un documentario di Federico Savonitto, ‘Orcolat’ appunto, uscito da poco sull’argomento, ed è disponibile qui.

di prompt in prompt

Un’arguta vignetta di Tjeerd Royaards, illustratore nederlandico.

Ineccepibile. Le richieste migliori, una canzone per l’amata, una poesia, un riassunto di un testo memorabile, un’immagine alla Hopper vanno tutte alle macchine, noi a consegnare poké con la pioggia. Bella idea. Per chi fosse preoccupato che i robò ci portino via il lavoro: sì, lo faranno, ma solo quelli più belli e creativi.

ah, è il cognome?

Nel centro di Cormano c’è via Dante. Anzi: via A. Dante. Forse Alighiero Dante primo sindaco di Cormano? Forse Angelo Dante condottiero cormanese ai tempi delle crociate? Forse Antuan Dante teoreta francese trasferitosi a Cormano e rimastovi per l’amenità dei luoghi?

No. E no e no. Purtroppo. È proprio quello là, quello famoso, l’Alighieri Dante, detta alla carabiniera e alla lombarda: favorisca i documenti… mmm… Alighieri Dante, nato a Firenze tra il 14 maggio e il 13 giugno 1265?
Perché lo so? Perché ho controllato, sperando fino in fondo non fosse così. E, invece, realtà batte fantasia due a zero anche stavolta. Realtà: ingegno umano di funzionario dell’urbanistica cormanese, invero. Si sarà detto con disappunto: che faccio, metto D. Alighieri e non scrivo Dante? E se poi non si capisce?

Via A. Dante fa angolo con via Po e proprio lì c’è una caffetteria, dove ho pensato di sedermi qualche minuto per rinfrancarmi dallo storpione letterario. Ma no.

Eccola, in tutta la sua bellezza apostrofata, la caffetteria Po’. Panini e tavola fredda. Po’. Certo, questo apostrofo è ormai velleitario, una battaglia di retroguardia di sicura sconfitta, considerando che qualunque telefono suggerisce ‘pò’ con l’accento durante la digitazione, inutile spiegare pedantemente che l’apostrofo indica la caduta del resto del pronome o avverbio ‘-co’ e che il fiume, come sarebbe appropriato in questo caso, si scriva: «Po-senza-accento», imparato in certe elementari di un tempo.
Vabbè. Tra Aurelio Dante inventore della caffettiera rovesciata e il Po’ più lungo fiume italiano – che poi invece sul cartello stradale è scritto giusto, nonostante l’adesivo della Lega – faccio un ultimo tentativo, magari è usanza cormanese. No, peccato: è via G. D’Annunzio, non D’A. Gabriele. È colpa di quello là che è noto per il nome, persino Petrarca, Boccaccio, Moccia sono conosciuti col cognome, mica Francesco, Giovanni, Federico, colpa sua. Niente, me ne vado mesto verso il cimitero. Questa però sarà un’altra storia.

l’ultimo vertice della Nato ha indica… ehi, ma che fa quello?

Oggi il Corriere pubblica un’intervista a Anders Fogh Rasmussen, ex Segretario generale della Nato ed ex premier danese, che sostiene in sintesi che «Gli europei possono sfidare Trump in modo molto chiaro: noi ti aiutiamo a rimettere in ordine nel caos in Medio Oriente, ma tu confermi l’impegno degli americani in Europa e al fianco dell’Ucraina», sostenendo peraltro che «In ogni caso, penso che il tempo dell’adulazione sia finito».

Seguo il discorso fino all’ottava parola perché, poi, tutta la mia immaginazione viene rapita dalla fotografia, una scelta magnifica nonché inconsapevole di un’immagine che farei rientrare a pieno titolo nella categoria di ‘attimo perfetto’:

L’operaio-drago, fantastico. Dritta nella mia raccolta di ‘attimi perfetti’.
Siccome son qui per funzioni di servizio e non a baloccarmi di per me, cadauno alcune delle immagini che preferisco, in tema:

Vualà.

il nazionalismo che acceca

Blind Faith, Banksy, Statue, 2026. Ancora non confermata ma lo sarà.

La statua è un bell’inedito, qualcosa si era visto a Dismaland. Per quanto immagino di resina e non troppo pesante, andarla a collocare lungo il Pall Mall, proprio al centro di Waterloo Place, ovvero in centrissimo a Londra è un ennesimo bel colpo. È stata una settimana complessa proprio per questioni di bandiere, questa, e di ottuso nazionalismo predatorio – e poi diciamo dei fanatici islamisti -, per cui non poteva cadere in momento più opportuno.

quelli che la sanno sempre tutta

E poi pontificano. Massimo Recalcati su Repubblica di oggi, ‘Il complesso di superiorità della sinistra’, dimostra ancora una volta di non prendersi nemmeno la briga di capire cosa sia davvero successo per cedere, invece, alla tentazione di dare una bella lezioncina a tutti, di concionare su cosa sia giusto o meno e di ergersi ad arbitro morale al di sopra di una frotta di deficienti.
Basta l’inizio: “Esiste una tentazione ricorrente di una parte della sinistra italiana: quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera” per capire dove voglia andare a parare, al “fascismo di sinistra”, per strumentalizzare quanto accaduto: “Quello che è accaduto a Milano ha contraddetto sintomaticamente questa ritualità simbolica: l’umiliazione, la contestazione della Brigata Ebraica dal corteo del 25 aprile, la confusione delle gravissime responsabilità del governo Netanyahu con l’identità storica e morale del popolo israeliano”. Vergogna, Recalcati.

Un piccolo gruppetto della Brigata ebraica, brandendo bandiere di Israele e immagini di Netanyahu, uniti a una decina di sciroccati iraniani sostenitori dello Scià e a sette, dico sette, giovanissimi presumibilmente assunti da Forza Italia con le bandiere del partito, sono entrati nel corteo all’altezza dell’incrocio tra corso Venezia e via Palestro, mettendosi alla testa del corteo. E già questo era inopportuno. Corteo che, lo ricordo, è perfettamente in grado di distinguere ebraismo da Israele, tant’è che un collettivo ebraico c’era in corteo e ha sfilato tranquillissimamente, come è giusto che sia. Le bandiere dello stato di Israele e le immagini del suo primo ministro non potevano non essere rilevate come una provocazione, e questo era chiaro fin da prima del corteo, tant’è che l’accordo con la prefettura – lo dice il presidente dell’ANPI – era che non ci fossero le bandiere. Nessuno ha contestato la Brigata né, tantomeno, l’ha umiliata, ovviamente la provocazione è stata avvertita dal corteo – preso, lo ripeto, tra l’altro impropriamente dalla testa – e dalla folta rappresentanza palestinese. Sono semplicemente volati alcuni insulti e cori, come è inevitabile avvenga dopo due anni e mezzo di sterminio a Gaza, in Cisgiordania e ora nel Libano del sud e ben più di settantamila morti. La polizia ha fatto cordone, pochi anche loro a dire il vero con alcuni City angels difensori di chissà che, e la combriccola Brigata-iraniani per lo scià-Forza Italia ha ben pensato di fermarsi alla strozzatura della strada, all’incrocio, per quasi due ore. Fermando quindi tutto il resto del corteo dietro, più di centomila persone, al caldo e compresse. Quando sono cominciati i malori, dietro, sono partite le richieste di avanzare o di far uscire l’ostacolo dal corteo, il drappello protetto dalla polizia. Tutto qua. Colpevole anche la polizia che, anche solo per buon senso, avrebbe dovuto far uscire il tappo dal corteo, fossero anche i marziani sostenitori del cibo biologico, per questioni di ordine pubblico e incolumità dei partecipanti. Una volta usciti, dopo ben due ore e non avendo ottenuto gli incidenti che stavano evidentemente cercando, il corteo è proseguito pacificamente. Come era cominciata ed è stata tutta la giornata, con una manifestazione bellissima, colorata, aperta, limpida. Se qualcuno, Fiano o altri, abbia sentito un’idiozia pronunciata da qualcuno sulle ‘saponette mancate’, mi spiace sinceramente e ovviamente nessuno condivide ma non è la realtà di ciò che è accaduto ma un singolo episodio, ammesso sia accaduto. L’intenzione provocatoria del gruppuscolo era evidentissima per chi, come me e i miei amici, era proprio lì.

Nei cori, “fuori, fuori” e “fuori i fascisti dal corteo”, francamente non trovo nulla di ingiustificato. Ci sono i video a provarlo, il corteo ha anzi risposto in maniera molto matura, senza cedere alle tentazioni. Sarebbe bastato avanzare, un passo alla volta. Nessun “antisemitismo osceno e regressivo”, come conciona Recalcati permettendosi di esprimere giudizi, lui sì, davvero offensivi: “porsi come giudici fanatici della vera verità, condannare gli eretici, negare il diritto di parola, fustigare il pensiero divergente nel nome di un bestiario orwelliano che rivendica per se stesso il fatto di essere più democratico di ogni democratico”. Che schifo, lui sì, e prosegue dallo scranno: “In questo senso, i fatti di Milano sono ai miei occhi rivelatori di un deficit di cultura democratica. Solo un confronto serrato con la propria ombra potrebbe emancipare la sinistra autoritaria da questa ambivalenza rendendola profondamente democratica”. Deprimente, ma non da oggi.

Deprimente non perché Recalcati non si sia preso nemmeno la briga di appurare i fatti, bensì perché nemmeno gli importi. Facendo così esattamente quel che volevano Brigata-iraniani per lo scià-Forza Italia, visibilità e pubblico sdegno dei benpensanti da poltrona. La chiusa è memorabile, l’accusa: “È il complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta” è esattamente ciò che fa Recalcati stesso, confermando ciò che, di solito, sta a pagina uno del manuale di psicologia da supermarket, ovvero imputare agli altri le proprie colpe. A sinistra e non solo non abbiamo bisogno di maestrini del genere e, anzi, sono proprio loro che portano voti a valanga alle destre in attesa di riscatto, con il loro saperla sempre più lunga di tutti, custodi del giusto, ritenendo il fuori da sé composto da idioti mancanti dei valori di fondo.