
Ci sono anche due bilichi con la stessa scritta sulle fiancate e un immenso tendone. Riunione sediziosa, è chiaro, in attesa della risposta.

Ci sono anche due bilichi con la stessa scritta sulle fiancate e un immenso tendone. Riunione sediziosa, è chiaro, in attesa della risposta.
Oggi il Corriere pubblica un’intervista a Anders Fogh Rasmussen, ex Segretario generale della Nato ed ex premier danese, che sostiene in sintesi che «Gli europei possono sfidare Trump in modo molto chiaro: noi ti aiutiamo a rimettere in ordine nel caos in Medio Oriente, ma tu confermi l’impegno degli americani in Europa e al fianco dell’Ucraina», sostenendo peraltro che «In ogni caso, penso che il tempo dell’adulazione sia finito».
Seguo il discorso fino all’ottava parola perché, poi, tutta la mia immaginazione viene rapita dalla fotografia, una scelta magnifica nonché inconsapevole di un’immagine che farei rientrare a pieno titolo nella categoria di ‘attimo perfetto’:

L’operaio-drago, fantastico. Dritta nella mia raccolta di ‘attimi perfetti’.
Siccome son qui per funzioni di servizio e non a baloccarmi di per me, cadauno alcune delle immagini che preferisco, in tema:











Vualà.
Blind Faith, Banksy, Statue, 2026. Ancora non confermata ma lo sarà.


La statua è un bell’inedito, qualcosa si era visto a Dismaland. Per quanto immagino di resina e non troppo pesante, andarla a collocare lungo il Pall Mall, proprio al centro di Waterloo Place, ovvero in centrissimo a Londra è un ennesimo bel colpo. È stata una settimana complessa proprio per questioni di bandiere, questa, e di ottuso nazionalismo predatorio – e poi diciamo dei fanatici islamisti -, per cui non poteva cadere in momento più opportuno.
E poi pontificano. Massimo Recalcati su Repubblica di oggi, ‘Il complesso di superiorità della sinistra’, dimostra ancora una volta di non prendersi nemmeno la briga di capire cosa sia davvero successo per cedere, invece, alla tentazione di dare una bella lezioncina a tutti, di concionare su cosa sia giusto o meno e di ergersi ad arbitro morale al di sopra di una frotta di deficienti.
Basta l’inizio: “Esiste una tentazione ricorrente di una parte della sinistra italiana: quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera” per capire dove voglia andare a parare, al “fascismo di sinistra”, per strumentalizzare quanto accaduto: “Quello che è accaduto a Milano ha contraddetto sintomaticamente questa ritualità simbolica: l’umiliazione, la contestazione della Brigata Ebraica dal corteo del 25 aprile, la confusione delle gravissime responsabilità del governo Netanyahu con l’identità storica e morale del popolo israeliano”. Vergogna, Recalcati.

Un piccolo gruppetto della Brigata ebraica, brandendo bandiere di Israele e immagini di Netanyahu, uniti a una decina di sciroccati iraniani sostenitori dello Scià e a sette, dico sette, giovanissimi presumibilmente assunti da Forza Italia con le bandiere del partito, sono entrati nel corteo all’altezza dell’incrocio tra corso Venezia e via Palestro, mettendosi alla testa del corteo. E già questo era inopportuno. Corteo che, lo ricordo, è perfettamente in grado di distinguere ebraismo da Israele, tant’è che un collettivo ebraico c’era in corteo e ha sfilato tranquillissimamente, come è giusto che sia. Le bandiere dello stato di Israele e le immagini del suo primo ministro non potevano non essere rilevate come una provocazione, e questo era chiaro fin da prima del corteo, tant’è che l’accordo con la prefettura – lo dice il presidente dell’ANPI – era che non ci fossero le bandiere. Nessuno ha contestato la Brigata né, tantomeno, l’ha umiliata, ovviamente la provocazione è stata avvertita dal corteo – preso, lo ripeto, tra l’altro impropriamente dalla testa – e dalla folta rappresentanza palestinese. Sono semplicemente volati alcuni insulti e cori, come è inevitabile avvenga dopo due anni e mezzo di sterminio a Gaza, in Cisgiordania e ora nel Libano del sud e ben più di settantamila morti. La polizia ha fatto cordone, pochi anche loro a dire il vero con alcuni City angels difensori di chissà che, e la combriccola Brigata-iraniani per lo scià-Forza Italia ha ben pensato di fermarsi alla strozzatura della strada, all’incrocio, per quasi due ore. Fermando quindi tutto il resto del corteo dietro, più di centomila persone, al caldo e compresse. Quando sono cominciati i malori, dietro, sono partite le richieste di avanzare o di far uscire l’ostacolo dal corteo, il drappello protetto dalla polizia. Tutto qua. Colpevole anche la polizia che, anche solo per buon senso, avrebbe dovuto far uscire il tappo dal corteo, fossero anche i marziani sostenitori del cibo biologico, per questioni di ordine pubblico e incolumità dei partecipanti. Una volta usciti, dopo ben due ore e non avendo ottenuto gli incidenti che stavano evidentemente cercando, il corteo è proseguito pacificamente. Come era cominciata ed è stata tutta la giornata, con una manifestazione bellissima, colorata, aperta, limpida. Se qualcuno, Fiano o altri, abbia sentito un’idiozia pronunciata da qualcuno sulle ‘saponette mancate’, mi spiace sinceramente e ovviamente nessuno condivide ma non è la realtà di ciò che è accaduto ma un singolo episodio, ammesso sia accaduto. L’intenzione provocatoria del gruppuscolo era evidentissima per chi, come me e i miei amici, era proprio lì.

Nei cori, “fuori, fuori” e “fuori i fascisti dal corteo”, francamente non trovo nulla di ingiustificato. Ci sono i video a provarlo, il corteo ha anzi risposto in maniera molto matura, senza cedere alle tentazioni. Sarebbe bastato avanzare, un passo alla volta. Nessun “antisemitismo osceno e regressivo”, come conciona Recalcati permettendosi di esprimere giudizi, lui sì, davvero offensivi: “porsi come giudici fanatici della vera verità, condannare gli eretici, negare il diritto di parola, fustigare il pensiero divergente nel nome di un bestiario orwelliano che rivendica per se stesso il fatto di essere più democratico di ogni democratico”. Che schifo, lui sì, e prosegue dallo scranno: “In questo senso, i fatti di Milano sono ai miei occhi rivelatori di un deficit di cultura democratica. Solo un confronto serrato con la propria ombra potrebbe emancipare la sinistra autoritaria da questa ambivalenza rendendola profondamente democratica”. Deprimente, ma non da oggi.
Deprimente non perché Recalcati non si sia preso nemmeno la briga di appurare i fatti, bensì perché nemmeno gli importi. Facendo così esattamente quel che volevano Brigata-iraniani per lo scià-Forza Italia, visibilità e pubblico sdegno dei benpensanti da poltrona. La chiusa è memorabile, l’accusa: “È il complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta” è esattamente ciò che fa Recalcati stesso, confermando ciò che, di solito, sta a pagina uno del manuale di psicologia da supermarket, ovvero imputare agli altri le proprie colpe. A sinistra e non solo non abbiamo bisogno di maestrini del genere e, anzi, sono proprio loro che portano voti a valanga alle destre in attesa di riscatto, con il loro saperla sempre più lunga di tutti, custodi del giusto, ritenendo il fuori da sé composto da idioti mancanti dei valori di fondo.
Yomif Kejelcha ha corso la maratona di Londra, ieri, in un’ora, cinquantanove minuti e quarantuno secondi. Un tempo del tutto incredibile, sotto le due ore, che è una cosa mai vista finora in gare ufficiali ed era il limite, fisico e psicologico, da battere da molto tempo.
Ed è arrivato secondo.

Già. Perché undici secondi prima è arrivato Sabastian Sawe, in un’ora, cinquantanove minuti e trenta secondi. Il che rende ancora più incredibile tutta la faccenda. Quindi: correre come un pazzo, fare il record dei record abbattendo una barriera ritenuta per lungo tempo infrangibile e arrivare secondo. Sono più attratto dalla storia di Kejelcha che da quella di Sawe, devo dire. I due, per dare una misura, hanno corso i cento metri in diciassette secondi, che non sarebbe una cosa notabile se non fosse che l’hanno fatto per quarantadue chilometri e rotti, costanti. Provare.
Kejelcha è più giovane, avrà modo di rifarsi ma, spiace dirlo, resterà per sempre l’eterno secondo ad aver corso in meno di due ore una maratona, l’eterno Buzz Aldrin della corsa, ovvero dimenticato o quasi. Il terzo, Jacob Kiplimo con il tempo di 2:00:28 neanche a dirlo, eclissato. Ah, un’altra cosa: per Kejelcha era la prima maratona in assoluto. La prima, al debutto. Aveva corso le mezze, molto fondo anche lungo ma la maratona mai in gara ufficiale. Secondo me c’è un film già scritto.
Altra figura interessante della maratona di ieri – per la mia sensibilità forse la più importante tra tutte – è quella di Jordan Adams, un robusto trentenne bianco che nulla ha di etiope o keniota, che sta cercando di correre trentadue maratone in trentadue giorni.

Il punto è che corre con un frigo da venticinque chili sulle spalle, per rendere visivamente e mostrare fisicamente il fardello fisico, psicologico, sociale che le persone affette da demenza frontotemporale sono costrette a portare tutti i giorni. La sua storia personale, una madre deceduta proprio per questo tipo di demenza e i suoi geni potenzialmente portatori della patologia, lo spinge a raccogliere fondi e sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema.
È il messaggio che conta ed è un messaggio che vale per molte delle faccende della vita: «Qualunque cosa stiate portando, non dovete farlo da soli».
Film magnifico ‘Io sono Li’ di Andrea Segre, 2011.


Magnifico e drammatico e commovente, raccoglie tutto il meglio del cinema veneto, oltre a Segre Marco Paolini, Roberto Citran, Giuseppe Battiston, Andrea Pennacchi e il grande attore croato Rade Šerbedžija, che come dice lui è pur sempre veneziano anche se dall’altra parte, in una storia su immigrazione, lavoro e sentimenti.

Ottantuno, ora. Vorrei anche raccontare come sia andata davvero al corteo di Milano, con la Brigata ebraica, gli spostati iraniani per lo scià e i sette ragazzini prezzolati per forzaitalia ma non mi va tanto.

Giornata bellissima nonostante loro, noi tanti, vivaci e testardi. Chi non c’era, male. Chi pensa non lo riguardi, stolti.

Si raccomanda un bell’olio di gomito.

Bucchi sempre bravo.
Una massima del periodo imperiale zarista dello storico e scrittore russo Nikolaj Karamzin (1766-1826): «Non un centimetro a un amico né a un nemico». Inutile stupirsi. Evidente come lo spazio sia una vera e propria ossessione per il governo zarista, sovietico e russo ora, fin da Potëmkin e la Crimea, in senso espansivo – soprattutto – e restrittivo.