minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 83

Oggi scartoffie. Dopo quasi tre mesi di oblio, di proroghe per ogni tipo di scadenza – fiscale, amministrativa, qualsiasi – oggi mi è toccato ricominciare. È ripresa anche questa, d’altra parte, o «Fase 2» come l’abbiamo chiamata finora. Ho costruito, nell’arco di questi ottanta giorni, una bella piletta di carte, man mano che arrivavano o che le trovavo, depositandole lì in nome del poi. E lo stesso con le mail, etichettate per poterle ritrovare in ordine e via, in un angolo. E senza leggerle. Le telefonate che accompagnavano le scartoffie, invece, sono andate sparendo da sole, a fianco del lockdown che prendeva piede in modo inversamente proporzionale. Devo dire che è stata una delle cose positive di questo periodo: potersi occupare di sé, degli altri, dedicarsi alle spese alimentari, sì, ma davvero a poco altro. Ed è pur vero che di soldi ne sono entrati pochini, per non dire quasi niente, ma ne sono usciti anche meno, rispetto al solito. Unica spesa costante, l’affitto e le utenze, il resto tutto rimandato. Mi ero concesso solo la revisione e il cambio delle gomme dell’auto e della motoscurreggia ma era solo per cogliere l’occasione di andare in giro, non per le cosa in sé. Non male. Non male no. Nel frattempo, la piletta di carte ha raggiunto il proprio massimo statico e ne ha generata un’altra ma io, saldo, indifferente. Se persino le scadenze delle patenti sono state proprogate, perché mi devo agitare? Le mail accatastate hanno raggiunto la tripla cifra e io niente, avanti col minidiario e il cosare di testa. Poi arriva la «Fase 2», il 4 e poi l’8 maggio e io a pensare ai viaggi che farò, a dove è concesso andare, mica alla piletta. Alle pilette, anzi. Poi, da questo lunedì, qualcosa è successo: sono ripartiti gli altri. Io non ancora ma loro sì. C’è voluta una settimana dal 18, immagino per mettersi a norma, cominciare a rodare, mettere i séparée tra le scrivanie, infilare i guanti, compilare i moduli, ma poi sono tornati. Salve, ha visto la mail? Non abbiamo ricevuto… Lei sa quando potrà liberare… Ci darebbe una data? È in scadenza… Merda, se ne sono accorti. Posso far finta di niente? No abla, no entiende. Nono, il mio nome è Aieie Brazorf. Non credo, non per molto. D’altronde, vuoi la libertà? Allora questo è uno dei prezzi, le scartoffie. In carcere sei tranquillo, da questo punto di vista. Certo, hai una miriade di altri problemi dalla sveglia alla luce che si spegne, ma questo no. E allora sia: scartoffie, via col contest.

Prendo la piletta per le corna, comincio dall’alto e cerco di essere inesorabile. Ma al secondo documento è già chiaro: sono rallentato. Ho perso l’allenamento. E non ricordo assolutamente nulla. Ah sì, c’era una cosa che dovevo fare, mi pare, ma. No. Bene, sarà dura ma da qualche parte bisogna ricominciare, è come rifarsi gli addominali dopo anni di disinteresse, le prime volte sono da spasmo. Poi di solito si molla, lo so, ma io ce la farò. Avanti con gli addominali, e il fiato, della burocrazia, dei documenti e delle scadenze. In ordine di urgenza: IMU e TASI. D’accordo. Faccio il punto, c’era una variazione, la ricordo, poi abbiamo fatto un cambiamento, bene, poi ci sono le posizioni di persone a me vicine che comunque seguo io, d’accordo, le metto in fila. Non ricordo alcune cose ma il commercialista c’è per quello. Lo chiamo, è un amico, ci siamo anche sentiti nel periodo di clausura ma per raccontarci gli stati d’animo, non per le incombenze. Parliamo qualche minuto, è rallentato anche lui, lo siamo in due, non ricordiamo nulla di quello che c’eravamo detti. Ottimo. Ridiamo. Seconda scadenza: dichiarazioni dei redditi. In fila: fatture, spese sanitarie per detrazioni, erogazioni liberali, servono le certificazioni, poi le detrazioni per lavori, poi l’affitto, poi gli accessi al sito dell’Agenzia, il cassetto fiscale, i contributi, i contributi dei dipendenti, c’era una lettera del condominio, mi pare, qualcosa del genere, otto, cinque, due per mille. Richiamo il mio amico, ridiamo di più. Dobbiamo rodare, eccome. Rimettiamo in fila almeno alcuni principi generali, questo è da pagare, questo no. Almeno. Vado avanti da solo. I bolli delle auto, giusto. La risposta al notaio. Il trasloco dei mobili, era per la fine di aprile. E le nuove ante delle finestre, ordinate e pagate, chissà se hanno ripreso. E l’abbonamento al basket? E i cinque voli aerei che mi sono saltati in questo periodo? E i biglietti dei concerti? Perché va detto, a soldi incassati tutti zitti, eh? Io non ho emesso nemmeno una fattura da febbraio, dovrei farlo, meglio che ne parli, prima. Le spese condominiali! Caz… Presto, un riepilogo. E dovevo fare una radiografia, senza fretta mi aveva detto il medico, per forza caro. Si potranno fare, ora? Dalla piletta escono ricevute delle farmacie, bollettini MAV e bollettini normali, atti notarili, certificazioni bancarie, la modulistica di acquisto dei BTP del covid, un successo, saldi da pagare, affitti, F24, autocertificazioni e la pianto qui perché potrei andare avanti per molto. Le pilette adesso sono diventate un tappeto, ricoprono metà casa, raggruppate per tipo. Perché per un’invasione serve avere prima un piano dettagliato e io l’avrò, perdio, l’avrò. Come avrò degli addominali formidabili. Grazie a dio è venerdì.

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le sottigliezze dei pigmenti

La Pinacoteca di Brera, come altri musei in tempo di pandemia, ha reso disponibili online le immagini ad altissima definizione di molti dei quadri che ospita nelle proprie sale. Per fare un esempio, il Bellotto qui sotto, sempre ricco di dettagli e particolari difficilmente visibili durante la visita tradizionale, se ingrandito offre alcune informazioni in più.

Questo è il grado massimo di dettaglio, talmente alto da risultare quasi una cosa da specialisti o, nel mio caso, suscitare la curiosità di fare un giro per il quadro. Che è la «Veduta del bacino del Canal Grande verso la Punta della Dogana, da Campo San Vio».

Il tutto si trova qui.
L’azienda che ha sviluppato la tecnologia ha messo poi a disposizione, per promozione legittima, parecchie opere ad altissima definitizione, sul proprio sito. Devo dire che osservare il soffitto di Sant’Ignazio in questo modo ha molto senso, sia perché è davvero alto, buio e la posizione dal vero è del tutto scomoda. Così no. Notevole anche la soluzione tecnica sul sito per cui immagini pesantissime vanno via scorrevoli anche zoomando e spostandosi di continuo, bravi.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 82

Eccola là: uno studio indipendente, effettuato dalla Fondazione Gimbe, non solo «dimostra che la curva del contagio non è adeguatamente sotto controllo in Lombardia, Liguria e Piemonte», e questo in qualche maniera è stato detto da più parti, ma sostiene con chiarezza che la Regione Lombardia fornisce «dati aggiustati per evitare nuove chiusure», il tutto in modo convincente, devo dire. Non voglio e non vorrei dire che l’avevo detto, perché sarebbe falso, ma quando il 22 maggio (giorno 76) ho assistito in diretta al crollo dell’indice di contagio da 1 a 0,51 (scrivevo: «il ministro Speranza annuncia di voler bloccare i trasferimenti tra regioni con diversi gradi di rischio, non sbagliato, e in due ore l’indice di contagio R₀ della regione Lombardia crolla a 0,5 e il rischio si abbassa da medio a basso. Vualà») devo dire che l’impressione decisa di un abbattimento forzato ce l’ho avuta. Ma non basta. Perché sembra che non basti mai, da mesi a questa parte: lunedì, tre giorni fa, l’ATS di Milano, Sistema Socio-sanitario di Regione Lombardia, ha inviato a un numero ignoto di persone un SMS di tal fattura: «ATS Milano. Gentile Sig/Sig.ra lei risulta contatto di caso di Coronavirus. Le raccomandiamo di rimanere isolato al suo domicilio, limitare il contatto con i conviventi e misurare la febbre ogni giorno». Già l’errore in sé ma per non lasciare i propri assistiti senza divertimento per rettificare ci ha messo ventiquattro ore («Agli interessati è stato inviato un ulteriore SMS di rettifica nella giornata di martedì 26/05»). Roba da denuncia, prima lo schioppone, poi ore per pensare a chi potesse essere il contagiante, poi a chiedersi se quel raspino in gola fosse già un sintomo galoppante, poi preoccuparsi per i conviventi, i congiunti e gli amici, poi a chiedersi come organizzare la quarantena in senso stretto, come fare con il lavoro, magari, o altro, poi a chiedersi dov’è finito il termometro, passarci su una bella notte pensando ai casi di trapianto di polmoni perché devastati dal covid-19 e il giorno dopo: «Ci scusiamo per il disagio». Ma io vengo lì con un dilatatore rettale incandescente, altro che disagio. Si esige una pena proporzionata all’errore e al disagio, direi pubblica impalazione in mezzo all’A4, barriera di Agrate. Ormai è un’iperbole continua, ogni cazzata offusca la precedente e alza l’asticella verso vette ritenute irraggiungibili da qualsiasi regione non lombarda del mondo.

Oggi è l’anniversario dello scoppio della bomba in piazza della Loggia a Brescia, 28 maggio 1974. Solitamente ci si trova in piazza prima delle 10:12, ora in cui la piazza si azzittisce e dei rintocchi, uno per ogni vittima, segnano il momento dello scoppio. Poi riprende la cerimonia di deposizione delle corone e dei discorsi di circostanza. Oggi no, la piazza è chiusa ed è concesso entrare solo alle delegazioni, tre persone per ciascuna. Brutto modo, questo, per evitare assembramenti: domenica a Torino per le frecce tricolori nulla è stato fatto in questo senso, in qualsiasi centro commerciale riescono a mantenere un numero costante e accettabile di persone all’interno, una esce l’altra entra, qui in una piazza abbastanza grande no, bisogna star fuori. Brutto modo. Ma siccome a me e ai miei amici che erano in piazza con me, T. e C., i brutti modi non piacciono, siamo entrati lo stesso. Perché oggi facciamo memoria di persona, se avessimo dovuto farla a distanza, come peraltro tutto il resto dell’anno, saremmo rimasti a casa. Perché poi in giornate così è bene stare insieme, più tardi siamo andati a prendere un aperitivo in una piazza del centro, in tre con due tavolini abbastanza distanti, delle tristi patatine ancora nel sacchetto ma il sole, la brezza, lo stare insieme all’aperto, le chiacchiere sono tutte cose talmente belle, piacevoli e da troppo assenti che hanno oscurato tutto il resto. Le abbiamo assaporate, con calma.

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quarantaseiesimo ventotto maggio

Quarantaseiesimo anniversario della strage, anche oggi in piazza, in un modo diverso. Ma ci siamo, anche se scaglionati, se uno alla volta, se con mascherine, attenti a non sembrare assembramento anche se è proprio quello che dovrebbe essere. Per ricordare le vittime e tutti noi, che da quasi cinquant’anni soffriamo per quella bomba.

Il grande manifesto appeso tra le colonne della Loggia è un’installazione di Tiziana Arici: una fotografia della piazza dell’anno scorso con uno striscione, «Ci siamo», che è cosa vera: siamo noi, siamo quelli dell’anno scorso e di tutti gli anni precedenti, ci siamo ancora, siamo gli stessi e non lo siamo, siamo la stessa piazza ma siamo anche quella del 2019 e quella di quest’anno, con i guanti e qualcosa in faccia. E tutte quelle prima. E con noi i morti, quelli in piazza e quelli cui è capitato dopo, che avevano dentro la rabbia, il dolore e la memoria. Ci siamo.

minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 81

Un aspetto di cui si parla poco – in realtà sono più aspetti, eterogenei – è ciò che questa situazione limite, la pandemia, la reclusione, la chiusura, determina. Se è bene organizzare la memoria, da un lato, raccogliendo i materiali che caratterizzano questo periodo (mascherine, disinfettanti, guanti, tute, respiratori, manifesti, fotografie, avvisi eccetera. vedi 30 aprile), dall’altro bisognerebbe anche prendere in considerazione gli aspetti, personali e collettivi, che sono stati investiti e messi sotto pressione dal lockdown, dalla malattia, dalla distanza dalle altre persone: una situazione estrema, per molti versi paradossale, come quella che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, esercita una spinta formidabile in tutte le direzioni e preme, preme, preme fino a disarticolare condizioni già traballanti e rende più complessi contesti già di per sé difficili. Penso, per esempio, alle violenze domestiche (semplifico riferendomi solo a quelle degli uomini sulle donne, la gran parte), donne già vittime di abusi o percosse da parte dei mariti e compagni che si sono trovate recluse – in questo caso il termine è ancora più denso di significato – in casa con il loro aguzzino. Oltre alla difficoltà della convivenza, l’impossibilità di chiedere e ricevere aiuto, di denunciare, di prendere le distanze. Non a caso, in questi mesi le denunce sono crollate, è difficile fare una telefonata ai carabinieri o alla polizia in queste condizioni e il rischio di essere scoperti è molto alto. So che sono stati attivati dei protocolli di sicurezza per cui è possibile chiamare una farmacia qualsiasi e chiedere «una mascherina 1522», sarà poi il farmacista ad attivarsi per avvisare chi di dovere. Ma è un passo difficile in un quadro normale di cose, figuriamoci ora o nelle settimane scorse. Dall’inizio della pandemia, la media è stata un femminicidio alla settimana che è un dato persino inferiore alla media normale. Anche le violenze psicologiche hanno avuto la loro parte, è difficile immaginare un contesto peggiore da questo punto di vista di una reclusione forzata. Un’amica, arrivata finalmente al passo di lasciare il marito e andare a vivere con i bambini da un’altra parte, si è trovata imprigionata in casa a cose già fatte, mancava solo il trasferimento, in circostanze ancor più difficili di prima. Senza arrivare a situazioni così drammatiche, la casistica legata alle abitazioni è poi varia: c’è chi aveva deciso di cambiare casa e si è trovato a metà del guado, con due affitti da pagare e un trasloco fatto solo in parte, né di qua né di là; chi, come me, si è trovato rinchiuso in una casa che doveva essere di transizione con solo due paia di mutande, un libro e poco più per quasi tre mesi (iddiobenedicaicomputer), niente di grave; chi ha dovuto optare per soluzioni intermedie pur di dare un qualche tipo di compagnia ai figli unici; chi è rientrato precipitosamente in Italia pur di trascorrere vicino ai genitori anziani un periodo che si preannunciava, ed è stato, difficoltoso, mettendo in conto di non tornare per parecchio. Un’altra situazione limite messa a dura prova dalle condizioni imposte dalla pandemia è quella dei malati di qualsiasi patologia non covid-19: nell’arco di pochissime settimane si sono trovati abbandonati. Gli ospedali sono stati rapidamente convertiti, tutti i reparti non fondamentali sono stati chiusi o riadattati, tutti gli appuntamenti annullati (non spostati, annullati), i medici riallocati, i controlli sospesi. La scala delle priorità è stata riformulata e chi non fosse contagiato o ferito al punto da richiedere la terapia intensiva è stato parcheggiato in attesa di tempi migliori. A dire il vero, anche i malati di covid-19 non gravi hanno sperimentato l’abbandono, visto che nei casi più fortunati hanno ricevuto assistenza telefonica dal medico di base e basta, il resto ai familiari, ammesso che ce ne fossero. Mi riferisco ai pazienti con patologie serie, che richiedono controlli serrati, soprattutto agli oncologici, che si sono trovati all’improvviso al di fuori di quei protocolli che, invece, servono così tanto a gestire la malattia dal punto di vista medico e psicologico. Saltati tutti i controlli, le visite, e pure le terapie in molti casi. E quando si parla di chemioterapie, per esempio, il frangente è davvero difficoltoso, perché oltre al dato di sé della mancanza della terapia si porta dietro incertezza e insicurezza spaventose. Per non parlare, poi, di tutti coloro che a casa ci sono morti, di malattia, di vecchiaia, di entrambi, senza avere l’assistenza piena che avrebbero meritato, circondati solo dall’affetto dei propri cari nelle situazioni più felici. Ammesso che la situazione negli ospedali vada migliorando, ci vorrà molto tempo per tornare alla normalità delle cose, anche per un giusto timore prudenziale di smantellare le strutture senza essere certi che vi possa essere una seconda ondata di contagio. A un’amica che doveva fare una risonanza urgente, tre settimane fa, è stato detto non solo che la cosa sarebbe andata per le lunghe ma che era del tutto impossibile ipotizzare una data, essendo saltati anche i calendari e, in certi casi, i reparti stessi in cui fare gli esami. Buona parte delle visite, oggi, si fanno fuori dagli ospedali, che sono considerati, ancor più del solito, luoghi malsani per tutti coloro che non sono contagiati dal covid-19.

Il New York Times è uscito con una copertina che sarà ricordata: sei colonne di brevi necrologi per segnare il raggiungimento dei centomila morti negli Stati Uniti. È stata una scelta voluta, per mettere un punto e creare un’immagine che si fissi nella memoria collettiva. La stampa americana, meritevole, ha questa consuetudine da decenni, penso per esempio alla copertina tutta nera di Spiegelman per il New Yorker dopo l’attentato alle torri gemelle, ma se ne potrebbero citare decine di casi. In questo caso, oltre alla memoria, il segnale è per il loro presidente megalomane che, come un Fontana in scala, continua a ripetere di aver gestito al meglio tutta la situazione. I fatti dicono ovviamente un’altra cosa. In Italia, invece, in cinque aree non si sono verificati nuovi casi positivi (Marche, Umbria, Valle d’Aosta, Basilicata e Bolzano) mentre in nove regioni non ci sono state vittime. Infine, per restare alle polemiche sugli assembramenti, a Milano e in altre città sono state emesse ordinanze che vietano l’asporto degli alcolici, che limitano gli orari e che impongono la sedia per consumare l’aperitivo. Invece di prendere provvedimenti per alcune zone delle città che da sempre danno questo tipo di problemi, come dicevo l’altro ieri, per esempio il Gianicolo a Roma, o piazzale Michelangelo a Firenze, colpiscono indistintamente e vengono a rompere le palle a me, con la mia birretta all’aperto in una via periferica a distanza di mezzo chilometro da chiunque altro. Va bene, gaudeamus anche di questo.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 80

Cominciamo con l’amenità del giorno che ben aiuta a intuire i prossimi sviluppi politici della gestione della pandemia in Lombardia: Italia viva, che è Renzi per chi non è avvezzo, in Giunta per le immunità del Senato non ha votato alla richiesta dei magistrati siciliani di rinviare a giudizio Salvini per la faccenda Open Arms, dando il proprio contributo a respingere la mozione. La motivazione ha un che di opinabile, «Salvini non era il solo responsabile», ma tant’è, non è nemmeno l’aspetto peggiore. Prontamente, Lega e Forza Italia ringraziano votando come presidente della Commissione di inchiesta che dovrà far luce (ahah) su eventuali responsabilità politiche nella gestione dell’emergenza coronavirus in Lombardia tal Patrizia Baffi. Ora l’indovinello: di che partito sarà mai la Baffi? Esatto. Nota già al pubblico per essersi astenuta al voto di sfiducia contro l’assessore Gallera, si è espressa pubblicamente in favore di Fontana più volte, ne riporto una. Ex-PD, ora renziana, ha lavorato pure in una RSA come amministrativa – ma la cosa non avrà alcun esito – e considerando l’affetto e la fiducia manifestate per Fontana e Gallera, sommando il fatto che è eletta dalla Regione in una commissione con i voti della maggioranza, Lega e FI, posso pronosticare senza grandi incertezze un sereno avvenire per i due dementi criminali alla guida della Regione e per il partito. Nel solco della tradizione come piace ai lombardi, già affezionati protettori di Formigoni, compromesso solo alla fine, quando non c’erano più né santi né protettori. Sciocco io a pensare che quindicimila morti sarebbero stati un motivo sufficiente per cercare giustizia.

(Niels Christian Vilmann/Ritzau Scanpix via AP)

Quanto dovrà durare, mi chiedevo, questo minidiario? Ovvero, quali fatti decreteranno la fine della situazione che mi ha spinto a iniziare a scriverlo (dando ovviamente per scontato che l’attuale trend di miglioramento prosegua)? Perché siamo all’ottantesimo giorno e, tolti i primi cinque in cui non ho scritto, siamo a settantacinque giorni filati, o quasi. Non credo di aver mai fatto una cosa per settantacinque giorni, a parte esistere, sono più di tre Tour de France consecutivi, per dire la costanza. La spinta iniziale è stata il pensiero di dover documentare una situazione inedita e inimmaginabile da chiunque di noi, i cui sviluppi erano davvero difficili da ipotizzare ai primi di marzo, e di ricordarne le diverse fasi, perché non era difficile comprendere che ce ne saremmo rapidamente dimenticati. Se mi dovessi attenere al fatto scatenante, e di conseguenza al titolo di questo minidiario, teoricamente dovrei smettere al termine dei «giorni di reclusione» in senso ampio, direi a libertà di circolazione ristabilite. La stessa numerazione dei giorni è a partire all’istituzione della zona rossa in Lombardia, quando i confini furono chiusi e noi dentro, insieme. Potrebbe essere il 3 giugno, quindi, o più probabilmente come da più parti si suggerisce, due settimane dopo. Perché, mi faccio due conti, se la costante del minidiario fosse la pandemia, starei fresco: sei mesi? un anno? due? Chi lo sa quando smetteremo la mascherina definitivamente. Tutti, intendo, perché alcuni già l’hanno fatto, direi. Sì, il fatto potrebbe essere la fine della reclusione, a possibilità riacquisita di andare, che so?, in Norvegia, per dire una possibilità del tutto teorica. In fin dei conti, i dottori e gli infermieri cubani sono tornati ieri a casa, i russi e gli albanesi sono già andati, possiamo dire che la fase acuta è, per ora, alle spalle. Questo naturalmente non significa che non ne parlerò anche dopo, significa solo che – ripeto: se le cose vanno come dovrebbero andare – passerò a una narrazione diversa. E non escluderei che del minidiario ve ne sia un’edizione autunnale, magari ampliata e approfondita, stiamo a vedere. Spero di no, chiaramente, spero di fare il minidiario del fanculolalombardia, io vado in Norvegia. Per dire, che poi magari è Chioggia.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 79

Ci sono qua e là alcuni episodi di assembramento, riportati dai media con grandi enfasi perché in questo paese ci piace moltissimo puntare il dito sugli errori degli altri, tralasciando con incuranza i propri, dei quali episodi non sono nemmeno sicuro della consistenza: millecinquecento a Brescia, qualche migliaio a Milano e altrove, tutti incriminati per movida e assembramento. A Torino invece ci sono le frecce tricolori e le persone si assembrano eccome ma lì la cosa, evidentemente, non conta. Faccio presente, per fare qualche calcolo del salumiere, che l’uno per cento della popolazione lombarda sono centomila persone e qui siamo molto ma molto al di sotto di quel numero, siamo a poche migliaia distribuiti sul territorio. Quindi, da un lato c’è un novantanove virgola rotti che prende le misure in modo sostanzialmente serio e rigoroso e uno zero virgola che ogni tanto a certe ore e in certi luoghi un po’ si assembra. E allora? Se partissimo ora in cento per raggiungere la Russia a tappe forzate allo scopo di invasione (è un esempio inventato, eh), uno che si distrae e si perde per la strada lo devo mettere in conto, sarei un pazzo a non farlo. Altro che uno, a dire la verità, imporrebbe il realismo. Ecco, qui siamo ai mezzi che tanto piacciono a Gallera, nemmeno, a ben meno di una unità percentuale. Ma è una cosa sulla quale piace a tutti fare casino: ai sindaci, che si riscoprono sceriffetti e chiudono, impongono orari, si lanciano in sermoni; alle persone a casa davanti alla televisione o ai giornali che si lanciano in strali contro i presunti colpevoli, sia perché loro stessi non hanno occasione di assembrarsi, brutta bestia l’invidia, sia perché si tratta in prevalenza di giovani e allora il paese, che è anziano di natura, si lamenta e conciona; agli amministratori, che non vedono l’ora di regalarsi visibilità prendendo qualche misura strampalata, come quella dei sessantamila «assistenti civici» incaricati di andare a rompere le palle agli assembrati, tipica iniziativa grillina come i «navigators» senza che il Ministero dell’Interno ne sia al corrente. Che, poi, dico: abbiamo appena svuotato le terapie intensive, perché voler riempire le ortopedie?
Una tra le cose che mi stanno più sulle palle, pardon la volgarità, è il paternalismo insito in questo paese: riapriamo ma vi dovete comportare bene; lasciamo le cose alla responsabilità dei cittadini; un vecchissimo spot che diceva: «divertirsi sì ma con la testa». E poi subito pronti a salire in cattedra non appena uno, anzi meno di uno, non dico sgarra ma non mantiene la distanza. Che poi, se lo si fa durante le conferenze stampa di Regione Lombardia è legittimo e senza rischi, se durante il volo degli aerei dello Stato va bene, al bar no. Sia chiaro: o si può fare o non si può fare, punto. Non: si può fare ma io ti guardo e ti dico se lo fai bene. Eh no. Il messaggio è schizofrenico, da un lato bisogna tornare nei bar e nei ristoranti altrimenti la nostra economia schianta e dall’altra parte no, bisogna farlo a determinate condizioni. Ci si perde nelle golene di un fiume, perché in un nulla diventa: se lo faccio io va bene perché io lo faccio bene e se lo fai tu no, perché tu non usi la testa, giochino tipico della mentalità anziana di questo paese (e con «anziano» non intendo mai in senso anagrafico ma di testa, le due cose non viaggiano di pari passo, vedere per esempio Salvini): lamentarsi, ripetere le cose, contrastare i cambiamenti, puntare il dito contro gli altri, meglio se giovani o persone libere. Se i bar sono aperti, se si possono vedere gli amici, se i metri di distanza da due diventano uno, se servono due persone insieme per contagiarne una, se si comunica in modo confuso e contradditorio, se le regole non sono chiare, allora bisognerebbe pensarci due volte prima di mettersi la stella sul gilet e andare al saloon a farsi vedere. Come altre volte, mi chiamate prima, io vi dico che i Murazzi a Torino, i navigli a Milano, piazzale Arnaldo a Brescia e così via sono i posti che daranno problemi dal punto di vista degli assembramenti, così ci pensiamo prima, prendiamo qualche precauzione e non facciamo un casino a posteriori. Perché i pulpiti e le concioni sono insopportabili, le lagne pure.

Io ormai il mio meccanismo personale di distanziamento fisico l’ho messo a punto, so destreggiarmi circa in otto direzioni per scendere raramente sotto il metro, metro e mezzo da una qualsiasi altra persona. Mi fa ridere, e vorrei essere lì per assistere alle scene, il fatto che abbiano riaperto il Duomo di Firenze dotando i visitatori di uno «speciale distanziatore sociale» (sperimentale), cioè una collanotta con uno sbrillocco in fondo che si illumina e vibra quando ci si avvicina troppo. Un flipper bellissimo, chissà che spettacolo nella penombra di una cattedrale gotica, buzz buzz, fossi lì continuerei ad avvicinarmi volontariamente per far suonare gli altri. Buzz buzz.

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Beh, tanto colpisce solo i vecchi. Ed è così che, tra i vecchi, se n’è andata per covid-19 anche Piera Pattani, staffetta partigiana legnanese della 182ma brigata Garibaldi, novantatreenne scampata ai nazisti ma vittima della scellerata gestione degli ospizi di questa giunta regionale. «Ai giovani dico di essere fermi e solidali e di portare avanti le idee con fedeltà ed onestà», aveva detto una volta, e un’altra aveva baciato un uomo per salvarlo dai fascisti. E come Piera, altri sei partigiani milanesi, quasi tutti rinchiusi nelle residenze per anziani ed esposti al virus: tutti morti negli ultimi due mesi. Chi colpisce, dunque? Gli anziani, certo, ma anche me, perdio. Noi, perché invece di dire minchionate di circostanza alle commemorazioni o alle inaugurazioni – perché gli anziani sono la nostra memoria – le persone bisognerebbe ascoltarle per davvero, non liquidarle per categorie. Dunque, dei pochi che ce n’erano rimasti, sette partigiani se ne sono andati solo a Milano. Sia chiaro, l’ecatombe riguarda tutte le persone morte, in maggioranza anziani, senza distinzione. Ma le persone che da qualsiasi parte hanno lottato, sofferto, spinto, sopportato per rendere migliori le condizioni di vita di tutti noi a me mancano di più, mi spiace di più quando se ne vanno. I rompicoglioni e gli indifferenti, meno.
Dei primi fanti, il ventiquattro maggio, per restare alla storia: quasi giugno e stiamo tutti aspettando di vedere se i contagi ci scoppiano di nuovo in mano oppure no. Mercoledì sera, no, giovedì nel primo pomeriggio saranno passati quattordici giorni dalle riaperture e allora sì, vedremo. Balle, questa storia l’ho già vista a fine marzo e aprile con il picco dei contagi, per vederlo ci abbiamo messo molto di più di due settimane e non è certo avvenuto quando pronosticato, anzi: non ce ne siamo nemmeno accorti. L’abbiamo capito solo quando i dati hanno preso una piega discendente convinta e per vederlo abbiamo dovuto far passare parecchio tempo. Tanto che non siamo nemmeno sicuri di cosa stiamo vedendo ora. Quindi, per favore piantarla. Le cose stanno andano abbastanza bene in quasi tutta Italia, in Lombardia perché ebbri del turbinio dei dati ieri non li hanno nemmeno comunicati, per cui non si è capito se i morti ieri siano stati zero (cioè: quelli per covid-19, s’intende) o se non siano proprio arrivati i numeri. Andiamo bene. Gallera insiste nella sua spiegazione per cui ci vogliono due persone insieme per contagiarne una, e io continuo a immaginarmi questi dui dietro gli angoli delle strade pronti ad assalire degli inconsapevoli sani, e Al Bano, che il partigiano non l’ha fatto ma lo intervistano di continuo, dice che se l’uomo ha distrutto i dinosauri ce la potrà ben fare anche contro un piccolo virus. Ha ragione, ma se conoscesse meglio la storia saprebbe che i dinosauri li abbiamo sterminati perché li avevamo messi nelle RSA. Almeno Al Bano fa il cantante e non l’assessore della sanità. Frottole.

Piove, piove forte e poi c’è il sole, limpido, fresco la sera, la mattina e all’ombra, caldo al sole, roba da metterci la firma per sempre. Sono quei giorni perfetti che durano un amen, poi sfocia nel caldo non appena ci si distrae. Lo scrivo per ricordarmi che le mezze stagioni ci sono, eccome. Cena con gli amici sì o cena con gli amici no? I più prudenti attendono di vedere come vanno i dati, i più baldanzosi arrischiano, perché se ce lo fanno fare evidentemente non è rischioso. Io credo che la fiducia nel governo, in un qualsiasi governo, intendo l’istituzione che consiglia il meglio e cui – su alcune cose, chiaro – ci si affida, sia maggiore di quanto si creda, in questi casi. A parer mio, ritengo che fare le cene non sia un’eccessiva imprudenza, se fatte come si deve, come credo che non farle non sia una felloneria, un eccesso di prudenza, siamo in mezzo a quei guadi in cui ognuno è bene che faccia ciò che si sente, possibilmente senza additare chi sceglie diversamente. Io non le faccio per il semplice motivo che mi piacerebbe farle fatte bene, cioè rilassati, senza doversi troppo preoccupare delle distanze, delle mascherine, di non toccare oggetti, posate e bicchieri altrui, com’era una volta. Capitolerò a breve, lo so, ma al momento mi piace pensare alle cene di una volta e non a quelle attuali. Che poi, se ci penso bene, non è mica vero, alcune cose mi piacciono di più come sono ora. Ne dico due. La prima è che quando telefoni a chiunque non è mai occupato, cioè non ha da fare ma ha tutto il tempo per stare, volentieri, al telefono a chiacchierare. Irripetibile, non sarà mai più così, non lo è già quasi più. La seconda sono le messe. A Chalons de Champagne hanno celebrato la prima messa in modalità drive-in, ovvero con tutte le auto allineate davanti a un palco-altare. Siccome poi il prete non si sente, la radio locale ha trasmesso la funzione in diretta e così i partecipanti hanno ascoltato dalla radio dell’auto tutta la messa. Che, volendo, uno poteva anche ascoltare «Roma 3131» e fare ogni tanto sì con la testa. Per la comunione, quattro frecce e arriva la particola al momento giusto. Amen.

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Oggi gita. Dal 18, perché l’ultimo decreto lo permette, è possibile girare per la regione. Ho ripreso il mio elencone mentale di destinazioni desiderate e l’ho scorso rapidamente, cinque o sei cose da vedere a portata di mano. Poi ho fatto mente locale, ho considerato che i musei sono aperti, è vero, ma richiedono prenotazione, hanno le entrate contingentate e poi non mi fa impazzire l’idea di restare al chiuso per alcune ore, al momento; i ristoranti un po’ come andar di notte, serve trovarne uno con i tavoli all’aperto per ristabilire un certo grado di soddisfazione; i bar sì, con cautela, il tutto con mascherina, attenzione alle distanze e tutto quanto sappiamo. Le chiese al di fuori delle funzioni? Boh. I castelli, palazzi, biblioteche? Boh. Non entusiasmante come prospettiva di divertimento. Più senso avrebbe andare a svagarsi sui sentieri in montagna, questo sì. Prendo in considerazione. Però si possono rivedere gli amici e, questo, basta. Sento il mio amico L., che ovviamente non vedo da prima del lockdown, e ci organizziamo per un incontro a metà strada tra casa sua e la mia, in un paesotto quasi al centro della Lombardia. Sono quasi emozionato, devo fare circa cinquanta chilometri, varcare un confine provinciale e innumerevoli, dico innumerevoli confini comunali. Quasi un viaggio intercontinentale, al momento. La macchina? Sì, ho una macchina. Dove sarà? Partirà? È a posto? Sì, dovrebbe. Oh, prendo l’autostrada, sono al limite dell’esodo estivo, della partenza intelligente, della Milano-Santamariadileuca con partenza in notturna. Mascherina, due perché se una si rompe, guanti, otto paia perché non si sa mai, caldo, freddo, cose, altre cose. Sono pronto, vado. Il bello è che solo quando rifai una cosa ti ricordi che la sapevi fare, prima no: so guidare, so prendere l’autostrada, so trovare la strada, so raggiungere il paesone. Sono contento di me, venticinque minuti di traversata transoceanica e tutto è andato per il meglio. Purtroppo è una sciocca autostrada senza autogrill, li avrei fatti tutti, un camogli dopo tre mesi è un piacere che non mi sarei negato. È una menata mettere i guanti, almeno uno, per il casello e il pagamento, per il parchimetro, per ogni interazione con oggetti pubblici – con umani non c’è rischio, non ce ne sono – e poi toglierli e rimetterli. I guanti usa e getta, di lattice o altro che siano, se infarinati dentro o meno, permettono al massimo due giri di messa e tolta, poi diventa difficilissimo, si strappano pezzi di dita, diventano di una nuance nera e si rivoltano irrimediabilmente. Ci vediamo, non ci abbracciamo. Camminiamo, parliamo, superiamo il test della temperatura, prendiamo un caffè al bar del paese, ci guardiamo attorno, il tutto ruotando sempre attorno al perno centrale che sta equidistante tra noi e che regola la distanza. Quasi un balletto, a volte: avanti-indietro, avanti-indietro, di lato tu-di lato io, indietro-avanti. Come stai? Com’è andata? Cose che sappiamo, ci siamo parlati, ma di persona si dicono in modo diverso. Pensiamo al pranzo, lui fa la coda in forneria, io dal salumiere: due panini, due confezioni di fette di salame, due confezioni di fetta di formaggio locale, così ognuno ha il proprio senza interferire. Tutti i tempi raddoppiati. Ci laviamo le mani a una fontanella pubblica miracolosamente funzionante – grandi sedi di contagio – e mangiamo ai margini di una piazza, ognuno sulla propria panchina con il proprio cartoccetto. Il caffè successivo non va così bene, lui non passa il test della temperatura, prima 37,1, poi 37,3, sempre peggio, decidiamo di non andare oltre, ne prendo io due da asporto e arrivederci. Ci salutiamo, una mezza giornata fatta di molto e di niente, parole tra amici, mi sono mancate.

Io vorrei anche proseguire col personale, ma la Regione Lombardia non me lo permette. Il settario assessore alla sanità Gallera spiega quanto ho accennato ieri in chiusura sull’indice di contagio R₀: «L’indice di trasmissibilità a 0,51 cosa vuol dire? Che per infettare me bisogna trovare due persone allo stesso momento infette e non è così semplice trovare due persone allo stesso momento infette per infettare me». Ora, se in tutto il territorio regionale le persone cominciano ad accoppiarsi furiosamente tra estranei perché tanto è solo un’altra persona e non due, so di chi è la colpa. Il messaggio è talmente confusionario da essere imbarazzante. Ma la Regione non mi lascia in pace: Bertolaso ha «diffidato Regione Lombardia e Fondazione Milano dal chiudere la struttura» e si parla del famigerato Ospedale in Fiera (21 milioni, 20 pazienti, nessun Mercante), un bel dilemma per Fontana che se chiude perde la faccia, se dà retta a Bertolaso i costi continuano a salire. L’INPS mi accredita i seicento euro, seconda tornata, e gliene sono grato, le entrate del periodo sono praticamente a zero e non c’è un accenno all’orizzonte di ripresa. Non bastano ma è qualcosa.

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editoria e musica ai tempi del covid-19: nel mezzo pt. 2

Dopo la prima superficiale disamina di dieci giorni fa, continuo a tenere d’occhio il mondo dell’editoria – libraria e musicale – per vedere che fa in tempi di covid-19. Catalogo questo, l’altro post e quelli futuri in ‘giocherelli’ perché ovviamente non ho letto nemmeno un libro e non lo farò, giudico tutto dalle copertine e dai sottotitoli, nella mia miglior tradizione critica. Via. Tra le case più attive, si segnalano ancora Piemme e Bollati Boringhieri: la prima è lanciatissima e spara fuori librelli piccoletti (le «molecole») su qualsiasi cosa e il coronavirus, immagino un po’ ricicciando quello che già ha. Se l’altra volta suggerivo anche «Utopia e pandemia», stavolta butto lì un «De monarchia e coronavirus» e, se l’autore è d’accordo, un «Prose della volgar lingua al tempo del coronavirus», in cui si affronta il problema della lingua della scrittura in tempo di pandemia. Più diretta Bollati Boringhieri che punta direttamente al cuore del problema tralasciando le incertezze, con un titolo dedicato al covid-19 senza rimestare il già rimestato, in apparenza. Bravi (sopravvolando decisamente sull’incipit del sottotitolo, «chi è questo coronavirus?» che nemmeno Quelo in trance agonistica).

A proposito di rimestamenti nel catalogo e uscite sull’onda del tema contagioso, Ponte alle Grazie merita un posto d’onore con l’ennesimo testo di Chomsky, nel quale – indovino – sarà stato fatto un cerca/sostituisci tra «governo», «potere», magari più probabilmente «guerra», e «pandemia». Non ne sono certo, dovrei leggerlo. Castelvecchi, invece, si affaccia con quello che pare essere un testo originale, uno sguardo d’insieme. Bravi?

Ma è un’illusione, perché invece si sono lanciati di testa dentro il tema caldo, altroché, un titolo per settore spaziando in tutto l’umano scibile. Mancano i canti popolari napoletani in tempo di coronavirus, l’arte della tessitura degli arazzi in tempo di coronavirus, la storia della pasta brisé in tempo di coronavirus e il tema della pandemia nelle opere degli espressionisti viennesi. Ma è solo questione di tempo, nutro fiducia.

Spazio poi al primo libro in autopubblicazione che ho incrociato – figuriamoci, saranno mille – «Omicidio al tempo del lockdown», romanzo giallo in cui, azzardo, il tema del delitto della camera chiusa potrebbe assumere nuovissime evoluzioni. Oddio, forse ho avuto un’idea brillantissima, potrei… Ma no, meglio cazzeggiare. Segnalo la ristampa di «Abisso» di Koontz con sottotitolo d’attualità (segnalo ai marziani che il romanzo è del 1981 e parla dell’arrivo nel 2020 del virus-arma letale Wuhan 400, anvedi), la prima edizione riportava invece la citazione: «Una lettura a vostro rischio e pericolo», spassosoni, attribuita allo stesso Koontz.

Non mancano le riviste: Vanity Fair ingaggia Sorrentino per un numero speciale, gli affida anche la copertina che lui riempie con una fotografia di Roma deserta, a dirla bene Trinità de’ Monti deserta di umani e ricolma di fenicotteri rosa. Lascio a esegeti che conoscano la materia l’interpretazione, a me oscura, la cosa più divertente di tutto è la nota in calce: «Questo numero non contiene interviste a virologi», che basterebbe per comprarla.

Ma la palma del riciclo del periodo, mi spiace dirlo, tocca di nuovo a Piemme che, sull’onda di Bonaccini che batte prima la destra, poi il virus e poi chissà che altro, magari i Meganoidi, ricicla titolo, copertina, foto del Bonaccini stesso e non oso aprire i due volumi, chissà che meraviglie.

Massimo risultato, minimo sforzo. O quasi, dai, le apparenze ingannano? Bonaccini contro Gozzilla, Bonaccini batte il cambiamento climatico, Bonaccini batte Chuck Norris. La povertà no, che l’ha già battuta Di Maio. Olè.