Al lago d’Iseo, la prima passerella dei Floating Piers è ormai un ricordo (era dove c’è la striscia di sole), la seconda è ormai spoglia del telo e in attesa di smaltimento (la mia foto di stasera).

Non resta che Google Maps.
Al lago d’Iseo, la prima passerella dei Floating Piers è ormai un ricordo (era dove c’è la striscia di sole), la seconda è ormai spoglia del telo e in attesa di smaltimento (la mia foto di stasera).

Non resta che Google Maps.
Un paio di consigli ancora riguardo Muhammad Ali e la boxe ai suoi livelli più eccelsi: il 30 ottobre 1974 si combatté uno degli incontri più spettacolari e affascinanti della storia di questo sport, ovvero come tutti sanno – o dovrebbero sapere – Ali-Foreman, «the rumble in the jungle».
Non starò qui a raccontarla, il celeberrimo «rope-a-dope» è ormai letteratura e il match di Kinshasa altrettanto. Ma per saperne di più in modo supercostruttivo e davvero avvincente, ci sono due documenti da acquisire, consiglio caldamente.
Il primo, per cogliere l’atmosfera delle settimane che precedettero l’incontro (e parlo di politica, musica strepitosa vedi-alla-voce-James-Brown, soldi, attese e liti nelle hall degli alberghi, Muhammad Ali al suo meglio e George Foreman al massimo della sua potenza) è il documentario «When we were kings», bellissimo e incantevole, premio oscar e avanti così, da vedere assolutamente.

Il secondo documento, invece, più centrato sull’incontro in sé, è certamente «The Fight» di Norman Mailer (pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo «La sfida»): un racconto eccellente del match di ripresa in ripresa (i capitoli 12-15 sono eccezionali), scritto in modo meraviglioso almeno nei capitoli dedicati al combattimento (il resto un pochino meno, tra l’altro non capisco perché Mailer parli di sé in terza persona), il tutto narrato da uno che di boxe ne capisce, eccome. Altrimenti un profano non capirebbe la sequenza di destri di Ali in apertura di incontro e un sacco di finezze di Ali durante il combattimento. Va giù che è un piacere.

Bellissimi, entrambi, da avere. Non so che farci, la boxe è (era) lo sport più bello del mondo.
A Roma, al Collatino.
![tributo[1]](https://www.trivigante.it/cose/wp-content/uploads/2016/07/tributo1.jpg)
Non ce ne voglia il signor Herbert.
Oggi è morto Elie Wiesel.

Deportato prima ad Auschwitz e poi a Buchenwald, non saprei come definirlo se non come «testimone». Sopravvissuto, certo, ma fu principalmente, con Levi e tanti altri per nostra fortuna, il testimone dell’Olocausto. Subì anche tutte le sindromi del sopravvissuto, la vergogna, il timore di non essere creduto, il rifiuto di scrivere, tutto quanto. Poi si decise, scrisse La Notte, «Un di velt hot geshvign» («E il Mondo rimane in silenzio»), un editore coraggioso lo pubblicò e nessuno lo volle né lo lesse. Ci vollero alcuni anni perché diventasse uno dei testi di riferimento dell’abominio nazista, Orson Welles si fece avanti per acquisirne i diritti e Wiesel rifiutò.
Io non so se qualcuno raccoglierà la mia indicazione, ma come consigliavo con Auschwitz, ovvero di andarci per sé stessi, non per la memoria o per altro, anche qui io consiglio la lettura de La Notte: farlo per sé, per essere persone migliori e più consapevoli.
Lunedì scorso il quarto e ultimo giro ai Floating Piers di Christo. Sempre bello e coinvolgente, ne è valsa la pena: chi ne parla male è perché non ci è salito.
Ecco altre tre foto meritevoli:

Poi bisognerebbe distribuire qualche premio qua e là, e questo è uno: la signora più elegante e in tono con l’evento, premio.

Infine, la mattina prima di aprire: cominciava ad apparire il sole, alcuni addetti, un cigno e un paio di anatre sulla seconda passerella, insomma il risultato è una foto strana che sembra un rendering venuto male a uno studio di architettura alle prime armi. Sembra tutto incollato sopra, ihih, ma giuro che è venuta proprio così.

E in ultimo, una carrellata sul tessuto in fasi diverse. Campionario.

Bello, ne è valsa davvero la pena. Però ora basta.

«Non mi piace quello sguardo obliquo». Impagabile.
Questa è bellissima, nemmeno la Bulgaria dei tempi d’oro.


È proprio finito il pistacchio.
Che meraviglia quando Bambino diceva a Trinità:
Ma non hai uno scopo nella vita? Fai qualcosa… ruba del bestiame… assalta una diligenza… rimettiti a giocare, magari… una volta eri un ottimo baro! Ma fa’ qualcosa.
Un’isoletta greca nella fine degli anni Settanta (ma quante cazzo di isolette…) io, piccolo, dopo giorni e giorni di isolamento dal genere umano – famiglia di camperisti, si capisce – venni pietosamente portato nel paesello per l’evento del giorno, del mese e forse anche dell’anno: il cinema in piazza. Un film in greco, chiaramente, ma con incredibile mia fortuna fu un film con Bud Spencer e Terence Hill, forse Pari e dispari.
Fu bellissimo: io, un vero loro devoto, risi dall’inizio alla fine (come peraltro faccio tuttora). La faccenda del greco si rivelò del tutto irrilevante, perché il film funzionava perfettamente anche così; il che a me pare ancora oggi indice di grandezza.

Mi spiace, mi mancherà molto, aveva un suo modo un po’ infastidito proprio divertente: «È il Signore che vi manda da noi». «No, passavamo di qui per caso».
(E poi assomigliava al mio babbo).