le cose che pensiamo di avere inventato noi

Esse sono milioni, ma se si va a ben vedere si scopre che sono pochine davvero.

Una domus romana nel nord Italia, non ne resta molto perché sopra ci hanno costruito, per quello che posso intuire io, un palazzo cinquecentesco di dimensioni ragguardevoli e poi un comodo inserto in cemento, espansione in età fascista per rendere il palazzo una scuola per la fascistissima gioventù.
Ciò nonostante, sono rimasti – sotto a tutto – i pavimenti a mosaico di due ambienti, presumibilmente circondati da colonne, uno antistante l’altro.


Non sono sontuosi, non sono policromi, non hanno rappresentazioni complesse, sono semplicemente bellissimi: e il motivo è che è bastato pensarci, visto che uno è il negativo dell’altro. Stesse tesserine ma invertite.


Il tutto è, a parer mio, molto moderno. Ma non lo è, ed è un’altra cosa che, accidenti!, non abbiamo inventato noi. Come i passaggi pedonali, per dirne una.

laccanzone del giorno: Car Seat Headrest, ‘Fill in the blank’

I Car Seat Headrest sono una band americana in giro da un sacco, dodici album finora, ma è con l’ultimo disco, Teens of Denial del 2016, che si sono imposti all’attenzione dei più attenti. I quali, poi, l’hanno detto a me. Notevole Fill in the blank, che propongo qui sotto, ma anche la lunga Vincent, la bellissima Drunk Drivers/Killer Whales, che esplode da 3:18, quando si parla delle balene. Ma il pezzo migliore è quello qui sotto, a parer mio, che a me richiama gli Strokes di una volta, quelli buoni, quindi buon divertimento.

Due o tre volte e il ritornello, You have no right to be depressed / You haven’t tried hard enough to like it / Haven’t seen enough of this world yet / But it hurts, it hurts, it hurts, it hurts, si impossesserà delle vostre menti come ha fatto della mia. Non c’è scampo.
Molto molto bravi, disco consigliato.
Ecco, sento che già il mio cervello si sta di nuovo spappolando, It doesn’t have to be like this / Killer whales, killer whales, It doesn’t have to be like this / It doesn’t have to be like this (chorus 3), non ho fatto in tempo a occuparlo con la prima.

le botteghe oscure di trivigante e amici sono tornate a casa

Dopo quasi dieci anni di peregrinazioni, le botteghe di trivigante sono tornate a casa.

920 fotografie (e post) testimonianze di commercio colpevole, dalla Norvegia alla Cina, dai fornai alle pompe funebri (outlet), dieci anni – come detto – di raccolte, grazie all’aiuto di AG, SF, AL, JO, LA, MB, FB, MG, MG, SB, MN, FM, FC e MM, nate prima come pagine statiche, poi erano diventate un blog come usava al tempo e, ora – finalmente! – tornate a casa, dentro trivigante.it: www.trivigante.it/botteghe
Un blog semplice, aggiornato e senza troppe pretese di aspetto, per mettere bene in vista le botteghe e niente altro sia sul web che, come impongono i tempi moderni, sui telefoni e su tutti i cosi. Ora le botteghe continueranno a crescere di qua e non saranno più, mai più, fuori di casa.

Ovviamente per chi vuole partecipare: posta[at]trivigante.it, luogo e tipologia. E titolo, se volete, il tutto ben gradito.

è il basso che comanda, è bene saperlo

Questa è Tina Weymouth al massimo della sua grazia e della sua potenza musicale.

Tina Weymouth, come si può notare dalla scarsità di corde sullo strumento che impugna, di lavoro faceva la bassista. E mica la bassista qualunque, bensì – è fatto piuttosto noto nell’ambiente – nei Talking Heads prima e nei Tom Tom Club dopo.
Tra le tante cose che Tina Weymouth ha fatto, ce n’è una che ha segnato un’epoca: un giro di basso pazzesco, nel 1977. Ossia, la linea di basso di Psycho killer, una delle più riconoscibili della storia della musica, che da sola è sufficiente a reggere il peso di tutto il pezzo: quando sono all’autogrill che aspetto il Camogli carbonizzato e alla radio parte Psycho killer, il mio corpo si muove ancor prima che io lo sappia consciamente. È solo dopo che comincio a cantare «Qu’est-ce que c’est?», fa-fa-fa-ffà.
A dimostrazione di questo, cioè che questa linea di basso è talmente potente da poter sostenere parecchi confronti, basta ascoltare cosa ne hanno combinato quei criminali che scrivono le cose per Selena Gomez: Bad Liar, un singolo del tutto campionato che non varrebbe una cicca in croce se non avesse, appunto, una robustissima linea di basso sotto. E poi capita pure di riascoltarlo, da matti.

ci sono posti più importanti di altri

Un anno fa, esatto, ero a Roma, in largo Torre Argentina.
Che è un bel posto, vuoi perché c’è tutta l’area sacra da ammirare dall’alto, vuoi perché lì – proprio lì – ci hanno ammazzato Cesare, col tuquoque, il coltello, la statua di Pompeo e tutto il resto, vuoi perché le rovine non sono a disposizione degli umani turisti e cittadini ma solo dei gatti, colonia numerosissima, vuoi perché questo è sempre stato un posto importante.
Infatti, ecco cosa saltava fuori a scavare un pochetto, nel 1928.

La testona della Fortuna, colossale. Così ci si fermò e si abolirono, per fortuna, i piani di costruzione e si scavò l’area archeologica, per la nostra gioja attuale.
Contento per essere lì, mi è capitato di indovinare una foto, e qui la metto.

Per tenerla in vista, più che altro.

Gabbani batte gang bang (tira più una canzone)

Non riesco a capacitarmi ma è così: Gabbani batte gang bang.
Qui sotto il grafico del traffico di Pornhub proveniente dall’Italia la sera del 7 febbraio 2017, paragonato al traffico di un giorno normale (la linea dello zero). Per chiarire, il 7 febbraio 2017 è stata la serata inaugurale di San Remo. Il festival.

In rosso il traffico nazionale, in verde quello della Liguria: un crollo mica male. Ma non solo, Basilicata meno 13 per cento, Sardegna e Toscana meno 10, mentre in Molise – l’unica regione che ci assicura la crescita demografica, a questo punto – solamente meno 3 per cento.
La serata della finale non è andata meglio per Pornhub:

Si era partiti già sotto, non c’è stata gara. Avrei capito di più il SuperBowl, la finale di Champions, la finale del campionato nazionale di porno… e invece no: San Remo.
Tutto questo si trova sul blog di statistiche di Pornhub, Insight, che tra le altre cose segnala anche un fatto piuttosto inquietante (molto, altro che piuttosto): la parola più cercata dagli italiani su Pornhub è «MILF», evabbè, lo capisco pure, ma la seconda è, e qui tocca tenersi: «mamma». Poi ci lamentiamo della nomea che abbiamo, sebbene qui – con evidenza – le mamme siano di qualcun altro.

pleiliste: estate in avvicinamento (2017)

Settimana prossima è estate: si può esserne contenti o meno ma è così. E allora, in ambi i casi, meglio avere la musica pronta. È ora delle pleiliste, con le canzoni dell’estate da buttar giù al volo e consumare come ghiaccioli al limon, quando serve.

Essendo ormai in epoca di singoli, maledetto spotifai e riproduzioni casuali, e poi l’estate vive di singoli, ecco le mie canzoni:

  • Funky Style Brass, Aquo groovat
  • Bronze Radio Return, Up, On & Over
  • Larkin Poe, Stubborn love
  • Lucius, Born Again Teen
  • The Ting Tings, Wrong Club
  • (bonus) Kurt Vile, Pretty Pimpin


Per memoria e utilità, tutte le pleiliste precedenti, mie e di tutti gli amici che hanno partecipato. Indimenticabili, gli amici: spero stiate tutti bene, là fuori. Mandate una cartolina, ogni tanto: una frase, un rigo appena.

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pippottini che fanno cose

Per chi, come me, è nato abbastanza all’inizio dei Settanta, l’interazione con i Playmobil è stata naturale e inevitabile. Perché anche loro sono di inizio Settanta, 1974 per essere precisissimi, e figli della crisi petrolifera: le dimensioni ridotte si spiegano per quello, meno plastica, segue intuizione felice nonché tedesca.
Alla Fiera del giocattolo di Norimberga nel 1974, la Playmobil ebbe un successo pazzesco, perché era riuscita a coniugare un giocattolo di piccola taglia rispetto a quelli in voga al tempo – tipo registratori di cassa simil-supermercato o hula hoop di plastica bella piena – e di materiale, come dire?, di qualità inferiore. Era, ora non so, plastica loffia, diciamolo.
Perdio come bruciavano bene, però. La mano a ‘C’ era della dimensione esatta precisa perfetta di un petardo, la circonferenza era quella al nanomillimetro, andava da sé che chiamava lo scoppio. Poi, a faccia e corpo annerito, seguiva uno scontro che, aiutato con un po’ di alcool, degenerava in incendio mortale con un fumello nero che stordiva.
Sia chiaro, il tutto avveniva raramente, perché non è che se ne avessero molti: tre, cinque al massimo, se andava benissimo magari un camion dei pompieri o giù di lì. Non è che si potesse largheggiare nella distruzione, anzi. Questo però favoriva l’evento catastrofico, che andava celebrato: magari ci finivano dentro anche un paio di Lego, notoriamente nemici dei giganti Playmobil.
La differenziazione dei modelli era molto più scarsa di oggi ma c’era: pompieri, polizia, pirati con galeone (forse un po’ più tardi), infermiere (sì, sessista, coerente con i tempi), forse addirittura Robin Hood, insomma cose così. Il presidente operaio, il presidente sportivo e il presidente ladro e puttaniere sono arrivati vent’anni dopo: la politica ha seguito i giochi, per una volta. Oggi, invece, la differenziazione dei modelli di Playmobil pare abbia raggiunto livelli inarrivabili e solo in Germania si può apprezzare appieno: due mesi fa ad Amburgo sono incappato in questo. Ci vuole un attimo ma arriva.

Esatto, chiamatela come volete, santa o fatina, spero non sia sfuggita la lucina sopra il sacro contenitore che sta ad avvisare il pieno e il vuoto, per quella rimbambita della sanfatina. Non so se il topo sia in preparazione o esista, chissà.
Io, per nascita, sono in questo devoto a Santa Apollonia, la martire cristiana sdentata a forza che svolge la funzione della fatina dei denti, con le medesime modalità: notte, cuscino, dente, soldo, cose così. Quando papa Pio VI decise di porre fine al mercimonio delle reliquie dei santi in forma fasulla, ordinò che tutti i resti veri e presunti dei martiri, beati e santi fossero portati a Roma, per essere vagliati. I denti di Santa Apollonia, venerati in diocesi molto distanti tra di loro, riempirono uno scrigno di circa tre chili di peso. La martire-squalo, Sant’Apollorca. Lo scrignetto fu buttato nel Tevere e amen, buonanotte alle tripla dentatura della Santa. Ma il culto resiste, anche se vince la versione pagana della Playmobil, al momento.