Bel programma, a veder le piante con il Nucleo dei Carabinieri Forestali:
Invitano, giustamente, a prenotarsi, con tanto di formula galante rsvp. La cosa notevole è l’indirizzo mail: erregieffeel… no, elle, dopo la effe, sì, effeelleemme, emme come Mantova, bi, ci, di, sì, come l’alfabeto, o, sì, signora, o, Otranto, ma come posso ripetere? ergiflemmebicidiò, sì, chiocciola. O son carabinieri, si sa, o sono genii, un sacco di lavoro in meno. Prenotazioni? Due, maresciallo. Solo in due ce l’hanno fatta. Grazie signor L.
Come avevo capito persino io, la tranquillità in Libia – se così si può dire – è durata il battito di un niente: ucciso l’altro ieri Abdel Ghani Al-Kikli, conosciuto come Ghaniwa e accusato di abusi, torture e crimini contro l’umanità, e la sconfitta del suo gruppo, l’Apparato di Supporto alla Stabilizzazione (Ssa), a opera della 444esima brigata combattente di Mahmoud Hamza ed eseguito dal capitano Musaab Zariq. Al-Kikli, vedi com’è, qualche settimana fa era stato avvistato in Italia, anche lui incurante del mandato di arresto internazionale. Gli scontri che ne sono seguiti, tra la Brigata 444, allineata con il presidente Dbeibah, e la Forza di Deterrenza Speciale (Rada), l’ultima grande fazione armata di Tripoli non ancora schierata con il premier e che fa capo, vedi, allo sciagurato Usāma al-Maṣrī Nağīm, conosciuto come Al Masri, anche lui ricercato e liberato prontamente dal governo Meloni mesi fa. Ne raccontavo qui. Il presidente Abdulhamid al Dbeibah, primo ministro del Governo di Unità Nazionale (Gnu), ha colto la palla al balzo per provare a eliminare Al Masri e la sua milizia, la Rada, così da togliersi dai piedi un oppositore. Ma non basta, da ovest sono converse su Tripoli le fazioni armate provenienti da Az Zawiyah, luogo dove partono i barconi, ci sono i centri di detenzione, parte il gasdotto per l’Italia, dove operano i gruppi dei clan a cui apparteneva Abdurahman al-Milad (“Bija”) ucciso a settembre in un agguato nei pressi della città e, come avevo intuito pure io che nulla so, il comandante della Cirenaica Khalifa Haftar e il suo Esercito Nazionale Libico (Lna) hanno cominciato a muovere verso Sirte, in direzione di Tripoli, cogliendo l’occasione per farsi trovare pronti a pigliarsi tutto.
Alcune fonti parlano di novanta morti a Tripoli, le immagini sono preoccupanti, anche in centro città nella piazza dei martiri, e la tregua attuale – il ministero della Difesa: «ha invitato tutte le parti a rispettare pienamente il cessate il fuoco e ad astenersi da dichiarazioni provocatorie o da qualsiasi movimento sul campo che possa riaccendere le tensioni» – pare fatta di nulla. Un po’ ridicola, la procura di Tripoli ha emesso un avviso di garanzia per Al Masri per i crimini commessi dalla sua polizia giudiziaria, per abusi e crimini nella gestione delle carceri. Cioè gli stessi motivi per cui è ricercato dalla polizia internazionale – non quella italiana -, cosa che finora andava bene, evidentemente. Al Masri a questo punto è l’obbiettivo e in mancanza di protezione o si adeguerà al presidente o verrà ucciso come Bija e tutti gli altri spazi verranno occupati dalle forze in campo, impossibile fare previsioni adesso. Il territorio è delle bande che si camuffano da milizie fedeli al regime, tutto sta nella forza esercitata o dimostrata. Il bottino sono i soldi che derivano dal traffico di migranti e dal possesso dei pozzi di petrolio ma la partita è ben più grande: Haftar pochi giorni fa era a Mosca, sempre interessata a tutta la Cirenaica come zona di influenza e per il porto a Tobruk, e sia Haftar che Dbeibah nelle settimane scorse hanno incontrato Trump, per negoziare lo sblocco dei fondi di Gheddafi, venti miliardi di dollari, in cambio di contratti con l’industria americana. E non mancano Turchia ed Egitto, interessati per ragioni economiche e geopolitiche. E l’Italia, con Eni che in Libia è dappertutto da decenni. Giusto per dare un’idea del movimento, una mappetta già vecchia delle aree di influenza delle milizie e del numero di forze in campo nella sola Tripoli:
Il centro, come sempre, è l’aeroporto, strategico, ora chiuso e si vola su Misurata. Si vola per venir via, chiaro.
Come mai durante i question time alla Camera, pure abbastanza importanti, lui lo lasciano andare tranquillamente agli Internazionali? E in serata a vedere il Milan perdere in finale?
Non dico che gli regalino i biglietti, per carità, di sicuro non gli strattonano la camicia per restare, direi.
A Praga stanno rinominando una alla volta le strade e le piazzette attorno all’ambasciata russa.
Boris Nemcov, translitterato all’inglese Nemtsov, vicepresidente di Eltsin e liberale indipendente oppositore di Putin, fu ammazzato a colpi d’arma da fuoco mentre stava attraversando il Ponte Bol’šoj Moskvoreckij, vicino al Cremlino, nel 2015. Gli altri sono nomi noti anche a noi italiani. Beh, tra le tante cose che si possono fare, questa non è male.
Sulla Narva, il fiume al confine tra Estonia e Russia, ci sono due fortezze che si guardano in cagnesco da secoli, Narva e Ivangorod. Lo raccontavo in un minidiario l’anno scorso, il posto è notevole di suo e ancor più oggi con le tensioni russe, visto che è l’unico confine pedonale attraversabile tra Russia ed Europa. Ecco qui, sul lato Narva, in occasione della festa russa del 9 maggio oggi per la vittoria contro il nazifascismo, qualcuno ha appeso un manifestone dritto sulla faccia di Putin e russa:
Propastop.org è un blog indipendente estone che si occupa, appunto, di propaganda e di tutelare lo spazio informativo estone. Bel tiro, Putler apprezzerà sicuro, chissà come gli rode. Hitlin non era un granché, in effetti.
Ecco la prima immagine del nuovo papa, Leone quattuordecimo:
Che con quel cognome, Prevost, era evidentemente predestinato alla carriera. Registro la ripresa degli abiti cerimoniali – la vezzetta, il diliquano e i pendagliumi – dopo il bianco sacrale di papa Francesco. Tra i giornali, i più significativi sono quelli italiani, perché più coinvolti e avvezzi, Domani fa la citazione cinematografica:
Il Manifesto gigioneggia come al solito, non irresisitibile:
Il Riformista cita la serie di Sorrentino, non improprio perché americano:
Infine la più elegante, ovviamente:
A me non piacciono molto i nomi papali con alto numero di serie, preferisco quelli originali con due o tre al massimo.
Sepolto il papa a Santa Maria maggiore, ottima scelta, a fianco di Bernini e del vigliacco Junio Valerio Borghese, in molti come me hanno apprezzato la sobrietà della tomba ma si sono interrogati sull’epigrafe. Chiarisco. Partendo dalle foto, ecco:
Il nome, esattamente come scritto, è dunque:
Ciò che salta all’occhio anche dei non addetti è la crenatura, o spaziatura a dirla più comprensibile anche se meno corretta, ovvero lo spazio tra una lettera e l’altra, o tra gruppi di lettere. Ora: lo spazio tra le lettere di una qualunque scritta non è mai regolare, viene bensì adattato dai grafici e dai tipografi perché risulti più appagante per l’occhio, quindi attorno a certe lettere si riduce, attorno ad altre si aumenta. Tutto leggermente, niente di drastico, ma è un lavoro necessario perché la spaziatura regolare e precisa non viene apprezzata alla vista. In questo caso, appare tutto un po’ strano, provo a dare le distanze:
Le prime tre sono regolari anche se eccessivamente distanziate, poi la ‘N’ eccede prima per invece appiccicarsi al gruppo ‘CIS’ che si restringe drasticamente, torna quasi alla normalità per terzultima e penultima per poi stringere di nuovo. Le differenze sono sostanziali, non è un impercettibile aggiustamento, tant’è che anche alla vista appare un accrocchio di gruppi separati, tipo: F R A NCISC V S. Ecco come sarebbe se fosse sistemata, seppur troppo ravvicinata per i canoni papali:
Ora: è ovvio che la cosa sia voluta, non c’è dubbio, sfuggono però le ragioni. Che sono sicuramente molteplici, dalle consuetudini secolari al contesto in cui è stata collocata la tomba al manuale di grafica pontificia che, magari, risale a Marco Aurelio, va’ a sapere. L’unica certezza è che stride, sia alla vista sia in relazione alla sobrietà, come detto, e semplicità del sepolcro. Inutile aspettarsi chiarimenti, in questo la Chiesa è saggia e non parla, al massimo tra due secoli manderà un onesto artigianino che zitto zitto acconcerà la cosa. Per ora, andrò a vederla di persona non appena il flusso sarà scemato e cerco di sedare il pensiero di quegli spazi messi lì così.
Secondo me questi sono spari. Altro che fuochi d’artificio, son raffiche di fucile d’assalto, troppo regolari. Per carità, ciascuno festeggia come vuole e si sa che in certi paesi la gioia è talmente irrefrenabile che si può sfogare solo sparando in aria, meglio un caricatore intero. È notte e il Mediterraneo è agitato, fa certi tonfi quando si schianta sulla costa che sarebbe difficile attraccare con un traghetto, non solo con una nave oliaria greca. Come in tutti i paesi autoritari nel caos tutti i luoghi sensibili sono illuminati, banchina, caserma, parcheggio delle camionette, e nelle case delle persone manco una luce, dentro come topolini. Io guardo da un balcone e dopo un po’, osservando la ruggine, mi chiedo se tenga, ’sto coso. Il generale mi osserva da un ritrattino giù, nel mezzo di un cantiere.
Ora bisogna tornare a Tripoli e sarebbe meglio non tornare a Bengasi, sono più di duecento chilometri di stradaccia e considerati i dissuasori, le buche, i posti di blocco e i ponti crollati, significherebbe almeno quattro ore. E poi comunque il golfo della Sirte sono mille chilometri. Andiamo in un aeroporto nel mezzo del nulla, ma nulla nulla, vicino a una certa Beda Littoria, una pista e una stanza per controlli, arrivi e partenze. Adel, il nostro contatto locale, ci spiega che è meglio essere lì almeno quattro ore prima perché, spiega, l’aeroporto è in mano a una banda locale e se gli serve ci potrebbero portare via i posti. D’accordo, vada per l’anticipo, anche se tra me e me penso che i posti ce li porterebbero via comunque, anticipo o meno, se ne avessero desiderio. L’aeroporto si chiama Al Abraq, è internazionale perché vola a Tripoli, e sembra in tutto e per tutto un aeroporto di Narcos. E siccome sono pirla, ho fatto pure delle foto, eccone una dell’esterno:
Labbanda non arriva e abbiamo i nostri posti, saliamo su un sigarotto stretto e piccolo da due posti per fila e io penso che i voli interni non mi piacciono. Ma la ferrovia coloniale, qui come in Tunisia e in tutto il Nordafrica a parte l’Egitto, l’hanno tolta. Quindi, sigarotto. C’è persino la carta di imbarco, inaspettata, le perquisizioni serie mentre nello zaino ho due litri d’acqua che non interessano a nessuno, e potrei avere nove chili di semtex tranquillo. Ho di fianco un uomo maturo e serio in cappottone fino ai polpacci che, chissà perché, mi fa pensare a Terracini o Calamandrei, mah. Forse interpreto una dissidenza nei suoi abiti e modi.
A Tripoli conosciamo un gruppo di italiani nati in Libia prima e durante la guerra, tornati per rivedere i luoghi dell’infanzia. So a memoria che anche Claudio Gentile è nato qui, potere degli album Panini. Sono un’associazione italiana, ci dicono, di amici della Libia e quando hanno chiesto alla Farnesina i visti per la partenza il Ministero li ha caldamente sconsigliati. Ma loro sono partiti lo stesso, e pure noi, penso. Con loro c’è la direttrice italiana degli scavi di Sabratha e non avrà vita facile, immagino. Facile imbattersi qua e là in qualche compatriota nostalgico di Balbo e dell’italico ordine in Libia, Graziani no, lui no, era proprio esagerato. Montanelli che comprava la moglie dodicenne no? Eh, ma si poteva fare. Una testata, vi dò, babbei. È proprio vero che i ricordi dell’infanzia sono i migliori.
Girolando per la Tripoli coloniale mi imbatto in un cinema dell’epoca, ha la classica forma, pensilina e finestroni verticali compresi, sembra l’Impero di Asmara, uguale all’omonimo di Tor Pignattara. Il viale è quello che porta al palazzo del governatore, sono quasi tutti edifici di epoca coloniale e sono ricoperti di impalcature: a un occhio non esperto, il mio, non per ristrutturare ma per fare tutt’altro, a giudicare dai forati aggiunti apparentemente senza costrutto. In tutta la faccenda, prima di Balbo, fu coinvolto quel gran porcaccione del conte Volpi di Misurata, che nell’Italia repubblicana si ritroverà proprietario della SADE nella faccenda della diga del Vajont, supportato dal punto di vista militare dall’orrendo Graziani. E ancora oggi a Venezia danno la coppa Volpi, madonna che nervoso. Il palazzo del governatore è un assurdo architettonico misto tra razionalismo e architettura araba e per prominenza della posizione dà l’idea della dominazione, poi fu la dimora di Balbo e poi di re Idris. Gheddafi no, lui dormiva nelle caserme e le cambiava spesso, guardarsi le spalle.
Nella dechirichiana – o escheriana, se fosse più intelligente – chiesa di san Francesco fu celebrato il funerale di Balbo in gran pompa, tirato giù lo ricordo da fuoco amico. Bravi. Dentro incontro un gruppone di suorine di Calcutta, cioè dell’ordine di madre teresa (scritto minuscolo, non apprezzo per nulla), chissà che connessioni ci sono. Girolando ancora, trovo un tesoro: una piccola libreria, polverosa perché la sabbia entra dappertutto, gestita da un uomo cordiale il cui ruolo di libraio in Libia dev’essere tutt’altro che facile, come sventolare una bandiera bianca in mezzo a due linee di fronte. Tra le storie di Balbo, alcune anche in italiano, e di Saddam, trovo i sonetti di Shakespeare in arabo con testo a fronte, l’Orwell di 1984, un Vonnegut indecifrabile, un piccolo Principe nell’identica edizione italiana solo in arabo.
Pur volendo, non riesco a comprare nulla ma due parole le facciamo, sorridendoci a vicenda. Quella che ora è via Indipendenza era una volta via Vittorio Emanuele terzo, altro porcaccione imbelle. Sento la necessità di avere vicino Del Boca, grande merito a lui. Arrivo alla galleria Aurora, altro grave lascito del colonialismo italiano e qui finisco anche le galleriette di immagini, per dare conto qui a chi ne avesse curiosità.
E a questo punto mi congedo, senza trarre alcuna conclusione specifica. Che non sarebbe stato un viaggio facile lo sapevo ancor prima di partire e così è stato, porto a casa con me consapevolezza, rapporti umani significativi, ricordi belli e qualcuno meno, qualche incubo nuovo. Ora starà a me mettere a frutto quando visto e detto e se possibile trasmetterlo nella maniera più efficace possibile. Il mondo che conosco si è allargato e ristretto insieme, con questo viaggio, come l’ottimismo sulle sorti umane e del mondo, mica posso andare solo a Siena tutte le volte per farmi scaldare da forme e modi amichevoli e conosciute. Vedrò la prossima volta che strada piglio. Grazie a chi ha seguito.
Questo sito utilizza dei cookies, anche di terze parti, ma non traccia niente di nessuno. Continuando la navigazione accetti la policy sui cookies. In caso contrario, è meglio se lasciamo perdere e ci vediamo nella vita reale. OccheiRifiutaCookies e privacy policy
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.