Dopo molti mesi mi muovo di nuovo. Giro breve, una fine settimana, luoghi per metà nuovi e per metà no, benissimo così, è tutto grasso insperato che cola copioso. Sono un po’ emozionato, è un po’ che non capitava e quindi sento un po’ la novità, e sono meno allenato delle altre volte, sia fisicamente che organizzativamente: ho alcune sacchette sempre pronte, quella dei cavi e dei caricabatterie, quella della pulizia, quella dei cambi, solitamente stavano sempre a portata di mano per essere buttate di corsa nello zaino, ora devo cercarle. Dov’è il passaporto? Sarà ancora valida l’ETA? Negli ultimi otto anni non ero mai stato stanziale in questo modo e non ero stato così privo di momenti solitari, ho cercato di trarne il meglio possibile; ora ho una piccola gita da godersi, è una buona occasione.
Mentre sono stato via sono crollati i valori dell’anidride carbonica nell’atmosfera?
Torno a Birmingham, era un anno e mezzo fa, ci avevo visto i Jet. È che Birmingham è comoda, sta al centro del paese per l’alto e per il largo, da lì si va ovunque, succedono parecchie cose in città, ci sono un paio di posti che mi piacciono. Certo, non è esattamente una città memorabile, tutt’altro, anzi piuttosto sconnessa e disarticolata per le vicissitudini degli ultimi decenni di trasformazione produttiva, non ci va quasi nessuno per turismo e i biglietti costano niente, se però come a me piacciono le zone industriali vittoriane, quelle che diedero alla Gran Bretagna la supremazia tecnologica e produttiva dalla metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, beh il posto è questo. Oltre a Manchester, Liverpool, Sheffield, Leeds, Newcastle e così via, ne ho già ampiamente detto, basta andare all’indice.
Il motivo per cui sono qui è un concerto, nel paese dei concerti: Leo Kottke. Chitarrista americano molto virtuoso, della scuola di Fahey e Basho per la steel guitar, ho ancora la cassetta del suo ‘That’s what’, comprato nel 1990, e l’apertura di ‘Little snoozer’ ancora mi dà gioia. E così, fuori tempo massimo, forse, ho deciso di venirlo a sentire, una volta nella sua e mia vita, comprando il biglietto circa un anno fa. Poi, due giorni fa, due, arriva una mail con oggetto: ‘LEO KOTTKE update 123091433′, argh già il maiuscolo, e “Dear customer, We regret to inform you that…” che mi informa che il concerto non si terrà. Due giorni prima, che carucci voi, mica abito a Birmingham. Poi però ci sono buone notizie: “The good news is that all shows have been successfully moved to new dates in June 2027”, tra un anno, quasi stessa data. Ci sarò, perdio, ci sarò se sarò ancora in vita (e anche lui non è esattamente di primo pelo). Cercheremo. Oppure potrei fermarmi qui un anno. Mmm, tentaszija. Troppo tardi per smontare la giterella, voglio dire riprogettarla in altra destinazione più inedita, ho una sera libera in più e so già dove la passerò.

L’entrata poteva essere più amichevole, se hai l’ebola vai di là, ma basta poco, un po’ di musica di qui, certi Religious overdose e Eyeless in Gaza, i nipotini di ELO, Plant, BSabbath, FYC, DMRunners, tutti di qui. Tira un certo vento e le nuvole corrono, approdo a New Street, che si chiama così proprio perché il centro di Birmingham ha un buco al centro riempito tra l’altro da una stazione nuova e assurda che disconnette tutto il senso delle strade, grattacieli che fagocitano la vecchia città industriale, un enorme centro commerciale tutto collegato che non si capisce dove finisca. Basti guardare la piccola cattedrale sormontata dal blob di Selfridge’s.

Non è una bella città, Birmingham. Non in senso toscano, almeno. È passata, come tutte in queste zone, dall’essere una graziosa cittadina inglese nel Settecento – si vede dalle dimensioni delle cattedrali, minuscole – a un colosso industriale nell’Otto, la zona tecnologicamente più avanzata del pianeta. E probabilmente più ricca. I canali, prima del treno, lo testimoniano: una rete artificiale di trasporto su acqua attraversa il centro nord della Gran Bretagna per portare carbone, acciaio, tessuti e ogni materia prima o manifattura possibile. Camminarci è una meraviglia e ora un paio d’ore di costeggio non me le toglie nessuno.

Due ciclisti col viso coperto stile Daft punk ma vestiti di bandiere palestinesi mi incrociano veloci, ci salutiamo con entusiasmo, qualcuno corre, il venerdì sera all’inglese si avvicina. Le fabbriche pian piano scompaiono sostituite da condomini senza troppo carattere o soluzioni abitative un filo alienate, neo-casette a schiera che già preludono al psicofarmaco, al centro città secondo me pagano gli Emirati arabi e appena fuori ognun per sé.
Il per sé è quello che sto per fare io, vado all’Old Joint, ex biblioteca poi banca ora posto delle birre. Un pork scotch egg insieme e mi fermo qui a riflettere sul passato e meditare sul futuro.

Gradatamente con sempre meno risultati, man mano che la serata avanza.